SPECIALE: IN ONORE DI NORBERTO BOBBIO (1909-2004)  
La concezione della democrazia di Norberto Bobbio
di Antonio Chiocchi
CAP. 4
UNIVERSALIZZAZIONE DELLA SEMANTICA DEMOCRATICA E MERCATIZZAZIONE DELLA DEMOCRAZIA

Direttamente collegata alla dinamica delle “sfide vinte” dalla democrazia è l’universalizzazione del principio democratico. La circostanza è ben evidente in Bobbio: “le democrazie non solo sono sopravvissute, ma si sono anche andate estendendo in questi anni anche là dove da tempo erano state soffocate o non erano esistite ... Non credo di essere troppo temerario se dico che forse il nostro tempo potrebbe essere chiamato l’ére des democraties ... oggi assistiamo all’avanzamento del processo di democratizzazione con riferimento specifico alle democrazie, piaccia o no, liberali” [38]. La tendenza in atto è definita da Bobbio “processo di democratizzazione del mondo” [39]. Ciò, secondo lui, è avvenuto a tre livelli:

  • a) in Italia, la democrazia ha resistito a trame golpiste e all’attacco del terrorismo;
  • b) nell’Europa occidentale, sono scomparsi gli ultimi regimi fascisti (Grecia, Portogallo e Spagna);
  • c) il “vento della riforma democratica” sta addirittura soffiando nell’Europa dell’Est e nella stessa Unione Sovietica [40].

Con un esplicito richiamo ad una fondamentale opera di R. Dahl [41], Bobbio passa ad inquadrare il processo di democratizzazione del mondo, secondo due modelli:

  • a) quello che antepone i diritti di libertà ai diritti politici (liberalizzazione);
  • b) quello che insedia prima i diritti politici e dopo li estende ai diritti di libertà (inclusività).

Egli ricorda: “C’è sempre una democrazia che nasce prima con il processo di liberalizzazione a cui segue il processo di inclusività, ed è il procedimento più frequente e più normale. Ma c’è anche il procedimento inverso, che è quello della democrazia che comincia con il processo di inclusione, e poi poco a poco comprende anche e sviluppa il processo di liberalizzazione” [42]. Il caso italiano e quello inglese, continua Bobbio, integrano la prima ipotesi; ciò che, dal finire degli anni ‘80, va avvenendo in Urss è riconducibile alla seconda ipotesi: “il riconoscimento del diritto di votare è venuto prima della conquista della libertà. Quello che oggi chiedono a gran forza i cittadini sovietici è proprio il riconoscimento di queste libertà che dovrebbero rendere effettivo il diritto di voto”; egli concorda con Dahl, nel ritenere questa seconda via “più rischiosa” [43].

A questo punto, si rende necessario enumerare, con Bobbio, le libertà che caratterizzano la democrazia liberale:

  • a) la libertà personale e/o il principio di legalità (l’habeas corpus) che fonda lo Stato di diritto e che nell’evoluzione delle forme della statualità anticipa sia lo Stato liberale che quello democratico, essendo l’habeas corpus introdotto in Inghilterra nel lontanissimo 1215;
  • b) la libertà di stampa e di opinione;
  • c) la libertà di riunione;
  • d) la libertà di associazione.

Bobbio ricorda, del pari, che il passaggio dallo Stato semiliberale allo Stato liberale è assicurato solo dalla conquista della libertà di associazione: “Libertà di associazione non soltanto culturale, non soltanto religiosa, ma anche politica, onde si formano i partiti” [44]. Ora, continua Bobbio, la democrazia si distingue dal liberalismo per il suo carattere pluralista: “Quando oggi parliamo di democrazia, uniamo alla parola sempre l’aggettivo pluralista. Perché democrazia pluralista? Perché le democrazie di oggi non possono  essere concepite se non formate da gruppi di interessi in contrasto fra di loro, e questa pluralità è possibile solo là dove è riconosciuta la libertà di associazione” [45]. Ancora: “Sino a che il pluralismo non comprenderà oltre le associazioni religiose, le associazioni di mestiere, le associazioni culturali, anche le associazioni politiche, è difficile poter dire se ci troviamo di fronte ad una vera e propria democrazia nel senso che noi riteniamo più corretto” [46].

Due sono i fuochi principali intorno cui, anche qui, va ruotando la riflessione di Bobbio:

  • a) il primato ontologico della libertà dell’individuo;
  • b) la necessità teleologica dell’associazionismo politico democratico.

Tra questi due poli si intercalano costantemente gli altri diritti civili e politici. Sono questi due poli che principalmente determinano il carattere democratico di una società e di un sistema politico. La teoria della democrazia di Bobbio appare ineliminabilmente fondata su due attributi fortemente caratterizzanti: la libertà della persona e il pluralismo politico. Da qui, secondo lui, la necessità ineludibile per la sinistra di riscoprire e coniugare i diritti di libertà. È in questa ottica che egli, una lettera del 3 novembre 1988, intende ultimativamente precisare a Perry Anderson: “Dal punto di vista ideologico credo che la principale ragione di contrasto tra noi sia il mio iniziale e mai abbandonato liberalismo, inteso, come io l’intendo, lo dico una volte per sempre, come la teoria che sostiene essere i diritti di libertà la condizione necessaria (anche se non sufficiente) di ogni possibile democrazia, anche di quella socialista (se mai sarà possibile ...) ... percorrendo la scorciatoia verso il socialismo non si è mai più tornati ai diritti di libertà ... Il liberalsocialismo è soltanto una formula, sono il primo a riconoscerlo, ma indica una direzione” [47]. Su quest’ultimo aspetto, Bobbio insiste anche in una importante intervista: “Nessuno ha trovato il modo di mettere d’accordo i diritti di libertà con le esigenze di giustizia sociale ... il falllimento del socialismo senza libertà ha confermato l’importanza dei diritti di libertà ... Fallita la via leninista, noi troviamo che la via della sinistra è più che mai incerta” [48]. Il fatto è che, osserva Bobbio, i partiti socialisti democratici, nati per il superamento delle diseguaglianze, sono “riusciti, al massimo, non a capovolgere ma soltanto a correggere la società dei privilegi” [49]. Da qui la necessità urgente di riflettere e ragionare sulla sconfitta della socialdemocrazia, del socialismo e del comunismo: “voglio indicare questa necessità come un compito che tocca oggi sia ai socialdemocratici che ai socialisti e ai comunisti: capire fino in fondo le ragioni di questa sconfitta” [50].

In una successiva intervista, Bobbio si sofferma in maniera più articolata sull’intera problematica.

Il primo punto della riflessione sulla sconfitta, per lui, è il seguente: la “contraddizione storica tra i diritti di base liberali e la prospettiva socialista” [51]. Ciò è il risultato di una rottura storica: “Tutto il movimento socialista del diciannovesimo secolo era orientato contro l’eredità della Rivoluzione Francese ed affermava che il socialismo era prima di tutto l’eliminazione della proprietà — perlomeno la proprietà dei mezzi di produzione. Questa è una rottura storica” [52]. Ancora di più: non è vero che i “diritti di libertà instaurati dalla Rivoluzione Francese sono diritti borghesi. I diritti di libertà vengono come diritti universali, e la democrazia in Italia può costruirsi e fissarsi solo fondandosi su questi diritti universali della tradizione liberale” [53].

Ed ecco il secondo punto di partenza: “forse adesso è arrivato per i democratici stessi il momento della ricerca di un’autocoscienza. Prima di parlare di “socialismo sì — socialismo no”, lasciateci ripensare la democrazia stessa, le peculiarità e le modalità con le quali funziona il regime democratico, e non solo in Italia. Dovremo essere pronti a rendere conto delle “promesse non mantenute” della democrazia” [54]. Occorre riflettere, dunque, anche sul lato oscuro della democrazia: “la democrazia, in definitiva, non si fonda sul consenso spontaneo dei cittadini: questo consenso viene raggiunto mediante la distribuzione di premi. Ciò che qui oggi in Italia si chiama “voto di scambio” ... Ora mi chiedo: dipende forse dalla circostanza che la democrazia oggi esiste solo in un sistema capitalistico, che concepiamo la democrazia solo in un sistema capitalistico ... Finora, comunque, l’abbraccio della democrazia e del capitalismo è sembrato un abbraccio piuttosto vivo, in quanto il capitalismo è stato fino ad oggi l’unico sistema economico che la democrazia abbia tollerato. Non dico che il capitalismo è incondizionatamente per un ordinamento democratico, ma lo sopporta — per adesso. Però questo abbraccio della democrazia e del capitalismo — me lo chiedo — non potrebbe ad un certo momento trasformarsi invece in un abbraccio mortale?” [55].  Ancora meglio, commentando un libro di G. Sartori (“Theory of Democracy revisited”): “la ragione della crisi morale della democrazia potrebbe essere cercata nel fatto che sinora la democrazia è convissuta, o è stata costretta a convivere, con il sistema economico capitalistico. Un sistema che non conosce altra legge che quella del mercato, che è di per se stesso completamente amorale, fondato com’è sulla conseguente riduzione di ogni cosa a merce, purché questa cosa, sia pure la dignità, la coscienza, il proprio corpo, un organo del proprio corpo, e perché no? giacché stiamo parlando di un sistema politico come la democrazia che si regge sul consenso espresso col voto, il voto medesimo, si trovi qualcuno disposta a venderla e chi è disposta a comprarla ... Bisogna pure lealmente riconoscere che sinora non si è vista sulla scena della storia altra democrazia che non sia coniugata con la società di mercato. Ma cominciamo a renderci conto che l’abbraccio del sistema politico democratico col sistema economico capitalistico è insieme vitale e mortale, o meglio è anche mortale oltre che vitale. Non passerà molto tempo, forse, che occorrerà rivisitare i rivisitatori” [56].

Il terzo punto, conclude Bobbio, da cui ripartire per ragionare sulla sconfitta della sinistra è dato dal tema della democrazia internazionale [57]. L’occasione che fa tornare Bobbio su questo punto è la sanguinosa e tragica repressione di Piazza Tien An Men, assunta quale prova crudele e catastrofica della crisi del comunismo. Bobbio va al di là del fatto in sé: “il fallimento del comunismo non scioglie gli interrogativi di fondo da cui quel movimento è sorto ... No, il punto è che adesso è aumentata la responsabilità della democrazia di fronte al fallimento dei comunisti che avevano tentato di risolvere globalmente il problema della giusta società. Ora la democrazia deve cercare di risolvere quei problemi che il movimento comunista ha tentato di risolvere per una via che si è dimostrata storicamente sbagliata ... Sono convinto che dalla democrazia non si possa uscire, non si debba uscire, perché tutti i tentativi di uscirne hanno dimostrato che si percorrono vie alla fine infeconde e peggiori, peggiori anche della peggiore democrazia … Di fronte a questa difficoltà io guardo a quella che si chiama democrazia internazionale” [58].

Qui Bobbio si riconduce al nucleo utopico del suo pensiero  e lo ritraduce storicamente e politicamente: “la  mia utopia — e questa è veramente un’utopia dell’Illuminismo — va oltre. I problemi  del “villaggio globale” possono essere risolti soltanto ad un livello planetario” [59]. Soltanto all’interno del quadro della democrazia internazionale Bobbio ritiene possibile guadagnare una nuova immensa prospettiva sul mondo umano. Non si tratta più semplicemente di tutelare i diritti di cittadinanza degli oppressi. Occorre andare oltre. Egli osserva : “Essere a sinistra significa oggi trovarsi dalle parti di questi “non uomini”, che vivono e muoiono come i topi. Per questi “non uomini”, per questi “topi” è sufficiente la democrazia?” [60]. E poco prima: “Se la sinistra possiede ancora oggi una legittimità all’esistenza, allora io la vedo in un’ottica mondiale” [61]. Dicendo “a sinistra” noi dobbiamo continuare ad intendere: “coloro i quali si trovano dalla parte di quelli che vivono al limite inferiore della scala dei valori della società — perché questo è l’unico significato sensato della sinistra: quello di intervenire a favore dei poveri, dei sottomessi, dei lesi e degli emarginati” [62]. Allora, essere a sinistra vuole dire essere dalla parte dei “nove decimi della popolazione mondiale, ai quali si contrappone un decimo facente parte delle nazioni industrializzate” [63]. Il discorso della/e sulla sinistra deve enuclearsi entro questo quadro: “una volta diventati tutti socialdemocratici, dobbiamo prendere atto che la socialdemocrazia è un sistema che ha fatto fare passi molto importanti alle democrazie, nel senso generale della parola, borghesi, però, di fronte ai grandi problemi che oggi sono quelli del Terzo Mondo, deve diventare qualcosa di nuovo. Io ritengo che oggi se si vuole essere fedeli al principio democratico, bisogna trasportare questi problemi dall’interno degli Stati al sistema della democrazia internazionale ... la soluzione dei grandi problemi del mondo si può trovare spostandoci  dal governo dello Stato al governo del mondo. Questo è il punto fondamentale. Il problema della giustizia sociale non riguarda più il rapporto tra capitale  e operai all’interno dello Stato, riguarda, ora più che mai, il rapporto tra Stati ricchi e Stati poveri. Se c’è un problema di giustizia distributiva è diventato un problema non più interno ma internazionale” [64]. La prospettiva cui guardare è, quindi, la seguente: “Voglio dire che sinora quello che i giuristi chiamano diritto di cittadinanza è limitato alla cittadinanza nazionale; non esiste ancora un diritto di cittadinanza internazionale. Ho già richiamato una volta in un discorso a Bologna, in occasione del conferimento della laurea ad honorem, quanto Kant ha scritto nello splendido libro sulla Pace perpetua. Oltre al diritto interno e a quello internazionale c’è quello che lui aveva chiamato diritto cosmopolitico” [65].

È indubbio che questo sbocco del pensiero di Bobbio abbia un taglio utopico. Altrettanto vero è che, proprio su questo delicato terreno, egli vada ricercando ancoraggi storici. Difatti, per lui, la democrazia internazionale “dovrebbe essere lo sbocco finale del processo di democratizzazione” [66]. Entro tale ambito: “L’ONU rappresenta il primo grande passo nella democratizzazione del sistema internazionale” [67]. Il percorso richiamato da Bobbio delinea la transizione dal “sistema dell’equilibrio” al “sistema democratico”, in cui non solo ogni individuo vale quanto l’altro, ma anche ogni Stato vale esattamente quanto l’altro. Terribili fatti successivi, dalla “guerra del golfo” alla “guerra in Bosnia”, dimostreranno quanto l’ONU, ben lungi dal fungere quale elemento di democratizzazione delle relazioni internazionali, vada ristrutturandosi come pilastro di un nuovo “sistema imperiale mondiale”  stretto entro la gabbia dell’unilateralismo degli interessi americani [68]. Particolarmente negativo il bilancio delle spedizioni  ONU in Africa (Somalia e Ruanda), nel triennio 1992-94, che fanno emergere politiche e strategie palesemente ispirate ad un progetto di ricolonizzazione del continente, in assenza di una qualunque ipotesi di sviluppo economico, sociale e politico [69]. Assai indicativi, sotto quest’ultimo riguardo sono i tagli economici alla Fao [70], decisi nel 1995, in pieno “disordine mondiale” e di fronte alla crescita esponenziale di carestie e morte per denutrizione in tutto il Terzo Mondo.

La prospettiva pensata da Bobbio richiede un ripensamento “forte” di tutte le categorie politiche e del loro stesso impiego. La transizione al sistema della democrazia internazionale, dice Bobbio, reclama profonde linee di cambiamento politico-culturale: “Noi, di solito, siamo stati abituati a considerare la politica dal punto di vista dello Stato. Adesso siamo sempre più abituati a considerare la politica dal punto di vista della società. Abbiamo rovesciato completamente il punto di vista. Nelle teorie tradizionali dello Stato la società non esisteva, esisteva soltanto lo Stato, esisteva soltanto il sistema politico. Oggi, invece, guardando ai nostri sistemi democratici, osserviamo molto di più la società che non lo Stato. Consideriamo lo Stato non più come il sistema dei sistemi ma come una specie di sottosistema, il sottosistema politico nell’ambito del sistema globale che è il sistema della società” [71].

Riconducendoci ai modelli di approccio, la differenza è, così, descritta da Bobbio: “La differenza fondamentale fra una visione organica e una pluralistica della società è che la prima vale per descrivere una società gerarchica; la seconda, invece, per descrivere o prescrivere una società conflittuale. La democrazia moderna rispecchia una società conflittuale” [72]. Se questo è vero, chi è l’avversario più temibile della democrazia? Sentiamo Bobbio: “Oggi dire che l’antitesi alla democrazia sarebbe l’aristocrazia sarebbe un po’ grottesco. No, l’antitesi democratica è oggi lo Stato totale o, se vogliamo, totalitario, quello in cui non c’è più la società civile, in cui tutta la società è assorbita nello Stato, in cui è avvenuta la politicizzazione integrale della società. La democrazia è invece il contrario: è quella forma di convivenza in cui la società civile si estende a scapito dello Stato, in cui lo Stato si restringe sempre più” [73]. Questa concettualizzazione, tra l’altro, serve a Bobbio per meglio ancorare la sua critica al concetto di “sovranità popolare” che, come abbiamo visto, è da lui ritenuto obsoleto.

La metamorfosi della forma di Stato è, secondo l’analitica di Bobbio, rappresentabile nel passaggio dallo “Stato sovrano” allo “Stato arbitro”. Mutando il concetto di Stato, muta il concetto di sovranità; come è fin troppo ovvio. Per Bobbio, la genetica dello Stato arbitro renderebbe ulteriormente agonizzante il concetto di sovranità popolare: “Ma una volta concepita la democrazia come regolatrice di una società conflittuale, fra l’altro di conflitti che nascono nella società, al di fuori della sfera politica, il potere di governo in uno Stato democratico appare sempre più come un mediatore, un arbitro, un moderatore, piuttosto che il sovrano (sovrano vuol dire superiore) delle teorie tradizionali” [74]. Qui la crisi della sovranità popolare non può che prolungarsi in crisi della partecipazione democratica, in forza di cui — osserva Bobbio — crescono i fenomeni dell’apatia politica. Mentre la crisi della sovranità popolare metterebbe capo a effetti positivi, non altrettanto positivamente sono ritenuti gli effetti dell’apatia politica. Ciò è tanto più vero di fronte all’eterodirezione esercitata dai mezzi della comunicazione di massa e al ruolo mercificato e mercificante del mercato.

Se lo Stato arbitro è, secondo Bobbio, assimilabile a un’immensa transazione [75], la democrazia, nell’immaginario architettato e messo in scena dalla comunicazione di massa, è assimilabile come un immenso mercato [76]. Da qui la proliferazione del rapporto di corruzione fin nelle maglie centrali del meccanismo democratico: “nel mercato politico democratico il potere si conquista coi voti … Il potere costa ma rende” [77]. Gli “effetti perversi” del mercato sulla democrazia, a tutt’oggi, non paiono adeguatamente indagati. Osserva lapidariamente ed efficacemente Bobbio: “che il sistema  economico capitalistico imponga limiti alla democrazia è indubbio. Basti dire, lo abbiamo detto tante volte, che la democrazia si arresta ai cancelli della fabbrica” [78]. Altrettanto indubbio che l’economia collettivista sia, al riguardo, un rimedio peggiore del male: “la democrazia non solo la liquida ma non la consente neppure, o non l’ha consentita finora” [79].

Questa serie di incontrovertibili evidenze costituisce, per Bobbio, ragione ulteriore per la trasformazione della democrazia nei termini della democrazia internazionale: “Se per democrazia si intende, come ritengo si debba intendere, la costituzione che deve permettere di risolvere i conflitti di interessi e anche di valore pacificamente, la soluzione dei problemi della società d’oggi non può essere trovata se non a un livello molto più ampio, che è quello internazionale … oggi anche il problema della giustizia distributiva, e quindi il problema della correzione della democrazia capitalistica, il problema che è stato il motivo di forza dei movimenti socialisti europei, ed è tuttora il programma politico delle socialdemocrazie, non può essere risolto che sul piano internazionale, cioè nei rapporti tra Nord e Sud del mondo … oggi il futuro della democrazia è nella sua internazionalizzazione. Brevemente, la democrazia del futuro è una democrazia internazionale o non è” [80].

L’assai rapida rassegna degli sbocchi verso cui, sul finire degli anni ‘80, va approdando la riflessione di Bobbio sulla democrazia ci mostra principalmente due cose:

  • a) la vitalità, la capacità di rinnovamento e la volontà di interrogazione immanenti nel suo pensiero;
  • b) l’invarianza degli assi fondamentali del suo discorso sulla democrazia, rivisitato e rimesso in dialogo con la storia e le questioni cruciali del nostro tempo.

Ciò spiega il posto assolutamente unico da lui occupato nel panorama culturale italiano. Interrogandosi e formalizzando le sue domande, egli interroga (e si autointerroga) costantemente la democrazia e la sinistra. Con Bobbio, siamo in grado di procedere alla identificazione delle forme concettuali e delle pratiche della democrazia e della sinistra. Possiamo interrogare la sinistra oltre le tradizioni culturali consolidate della sinistra; possiamo, del pari, interrogare la democrazie oltre le “questioni di democrazia”.

Giunti a questo snodo, dobbiamo approssimare un passaggio mancante. Al fondo, la questione democratica per eccellenza è così formulabile: come andare oltre la democrazia, attraverso la democrazia.

Non si vede come e perché la democrazia possa e debba essere un orizzonte intrascendibile dell’esperienza umana, della politica e della giustizia.  Detto che essa è valore universale, occorre precisare e allargare il discorso. “Prendere sul serio” la democrazia vuole significare distinguere il suo portato di valore dal suo profilo storico-concettuale e politico. Assiologicamente, la democrazia è un metavalore. Storicamente, concettualmente e politicamente è una forma determinata. L’universalismo della democrazia come valore non sbarra il cammino alla ricerca di forme storicamente, concettualmente e politicamente superiori. Forme che, pur contenendola, non le siano isomorfe.

Il limite epistemologico, prima ancora che storico-politico, di tutte le teorie della democrazia sembra riposare in questa evidenza: lo sviluppo della democrazia, a mezzo della democrazia, conserva — della democrazia — le aporie interne e i problemi irrisolubili. La democrazia reca chiusi nel suo grembo vizi congeniti inamovibili: ampliando i suoi ambiti di azione, si amplificano questi vizi, non soltanto le sue virtù.  Andare oltre la democrazia vuole proprio dire questo: conservare della democrazia i valori e prendere commiato dai suoi “paradossi” e dai suoi “dilemmi”. Ne consegue che la democrazia rimane valore (universale) che non abbandona mai l’orizzonte assiologico della teoria e prassi politica; tuttavia, essa non occupa più per intero lo spazio della discussione e della pratica politica. Che è come dire: la democrazia non è soltanto un processo storico che si costituisce e sviluppa, superando ostacoli; essa medesima è ostacolo. Dunque, va superata.

La problematica democratica, allora, si articola in due fondamentali universi di senso:

  • a) la democrazia come limite  della democrazia e, dunque, come ostacolo da superare;
  • b) la democrazia come metavalore del discorso politico.

Da questo quadro prospettico articolato è necessario ripartire. L’urgenza di tale necessità è prontamente rilevabile, ove si riporti l’attenzione a due dei limiti fondamentali del discorso democratico. Il primo: la differenza uomo/donna richiede la riscrittura non solo di tutte le categorie del pensiero politico, ma anche e soprattutto lo sfondamento positivo della soglia democratica. Il secondo: il principio democratico dell’eguaglianza dei diritti non è linearmente sviluppabile nei diritti delle differenze. La democrazia delle differenze qui esigita mette letteralmente a soqquadro le teorie classiche della democrazia in tutte le loro declinazioni.

È necessario ricercare una via d’uscita, un’altra più avanzata, comprensiva e articolata soluzione. Il metavalore della democrazia dobbiamo conservarlo; ma dobbiamo anche e soprattutto sostantivizzare e aggettivare un passaggio di valicamento della democrazia. Eccedere, ma non estinguere: ecco il punto. Si tratta di contestualizzare un altro piano del discorso politico e una nuova soglia della problematica politica. Detto altrimenti: per conservare la democrazia, occorre svilupparla; per sviluppare la democrazia, occorre trascenderla. Il punto focale della discussione sulla crisi della sinistra e della democrazia non può non raccogliere, tra le sue prospettive nevralgiche, anche questa riorientazione strategica.

Note

[38] N. Bobbio, Questioni di democrazia, cit., p. 3.

[39] Ibidem, p. 3.

[40] Ibidem, p. 3.

[41] R. Dahl, Poliarchia. Partecipazione e opposizione nei sistemi politici, Milano, Angeli, 1981.

[42] N. Bobbio, op. ult. cit., pp. 3-4.

[43] Ibidem, p. 4.

[44] Ibidem, p. 4.

[45] Ibidem, p. 4.

[46] Ibidem, p. 5.

[47] In Socialismo liberale, cit., p. 82.

[48] Intervista a “l’Unità”, 13/7/1989.

[49]Ibidem.

[50] Ibidem.

[51] “La sinistra nel duemila”, intervista a “L’Espresso”, 22/10/1989, p. 91.

[52] Ibidem, p. 191.

[53] Ibidem, p. 191.

[54] Ibidem, p. 195.

[55] Ibidem, pp. 196-197.

[56] N. Bobbio, La democrazia realista di Giovanni Sartori, “Teoria politica”, n. 1, 1988, pp. 157-158.

[57] Sul tema, Bobbio si era già soffermato in: Tra guerra e pace. Tra realismo dei blocchi e autodeterminazione dei popoli, “Unità proletaria”, n. 1-2, 1982; Il futuro della democrazia. Più in generale, sull’argomento, cfr. A. Papisca, Rendimento delle istituzioni internazionali e democrazia internazionale, “Teoria politica”, n. 2, 1986; Id., Democrazia internazionale, via di pace. Per un nuovo ordine internazionale democratico, Milano, Angeli, 1986; L. Bonanate, Democrazia internazionale: utopia, mito o tragedia?, “Teoria politica”, n. 2, 1986; Id., Né guerra, né pace, Milano, Angeli, 1987; S. Pistone, La democrazia internazionale, “Teoria politica”, n. 3, 1987; L. Bonanate, La politica internazionale di fronte al futuro, Milano, Angeli, 1991; Id., Etica e politica internazionale, Torino, Einaudi, 1992.

[58] Intervista a “l’Unità”, 13/7/1989.

[59] “La sinistra nel duemila”, cit., pp. 197-199.

[60] Ibidem, p. 197.

[61] Ibidem, p. 197.

[62] Ibidem, p. 197.

[63] Ibidem, p. 197.

[64] Intervista a “l’Unità”, 13/7/1989.

[65] Ibidem.

[66] N. Bobbio, Questioni di democrazia, cit., p. 5.

[67] Ibidem, p. 6.

[68] Cfr. G. Achar, Le Nazioni unite e gli interessi americani, “Le Monde diplomatique-il manifesto”, n. 15, 1995. Più organicamente, sull’evoluzione dei rapporti tra Usa e Onu da Bush sr. a Clinton, su questo punto in perfetta sintonia, cfr. R. W. Gregg, About Face? The United States and the United Nations, Boulder (Colorado), Lynne Rienner Pubblishers, 1993.

[69] Cfr. G. Calchi Novati, Afropessimismo, “il manifesto”, 25/10/1995.

[70] Cfr. J. Decornoy, Nubi inquietanti sulla Fao, “Le Monde diplomatique-il manifesto”, n. 15, 1995.

[71] N. Bobbio, op. ult. cit., p. 6.

[72] Ibidem, p. 6.

[73] Ibidem, p. 7.

[74] Ibidem, p. 7.

[75] Bobbio mutua la categoria da Carlo Cattaneo, uno dei suoi autori prediletti:  op. ult. cit., p. 7.

[76] Ibidem, p. 7.

[77] Ibidem, p. 7; corsivo nostro.

[78] Ibidem, p. 7.

[79] Ibidem, p. 7.

[80] Ibidem, p. 8.

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