SPECIALE: IN ONORE DI NORBERTO BOBBIO (1909-2004)  
La concezione della democrazia di Norberto Bobbio
di Antonio Chiocchi
CAP. 3
PROMESSE NON MANTENUTE E SFIDE VINTE

A dire il vero, a Bobbio non sfugge la distinzione tra individualismo liberale e individualismo democratico: “C’è individualismo e individualismo. C’è l’individualismo della tradizione liberale-libertaria e quello della tradizione democratica. Il primo recide il singolo  dal corpo organico della società e lo fa vivere fuori dal grembo materno immettendolo nel mondo sconosciuto e pieno di pericoli della lotta per la sopravvivenza, dove ognuno deve badare a se stesso, in una lotta perpetua, esemplificata dall’hobbesiano bellum omnium omnes. Il secondo lo ricongiunge ad altri individui simili a lui, che considera suoi simili, perché dalla loro unione la società venga ricomposta non più come il tutto organico da cui è uscito ma come un’associazione di individui liberi. Il primo rivendica la libertà dell’individuo dalla società. Il secondo lo riconcilia con la società, facendo della società il risultato di un libero accordo tra individui intelligenti. Il primo fa dell’individuo un protagonista assoluto, al di fuori di ogni vincolo sociale. Il secondo lo fa protagonista di una nuova società che sorge dalle ceneri dell’antica, in cui le decisioni collettive sono prese dagli stessi individui o dai loro rappresentanti”[25].

Il vincolo democratico tempera, così, l’individualismo con la stipula di un “patto” tra individuo e società a mezzo della democrazia. I diritti di libertà dell’individuo si interconnettono con i diritti della “sicurezza sociale”. Con ciò registriamo sia lo scostamento dal paradigma hobbesiano in senso stretto, sia la persistenza della tradizione giusnaturalistica (entro cui va inserito lo stesso Hobbes). Il recupero della tradizione libertaria del giusnaturalismo è filtrato dal liberalismo; mentre, invece, il “patto per la sicurezza” è recuperato e riclassificato a mezzo del paradigma democratico. Risaliamo, così, al nucleo della concezione liberaldemocratica di Bobbio. Manca soltanto di osservare che egli opera un ulteriore innesto: all’incrocio di liberalismo e democrazia, interpone il socialismo come prospettiva della “felicità pubblica”, della “giustizia sociale” e dell’”eguaglianza”. Nella concezione di Bobbio, il socialismo appare sia il prolungamento rettificato del liberalismo che la proiezione autocritica della democrazia. E ancora: insieme liberalismo e democrazia costituiscono, in Bobbio, la critica acuminata e vitale degli aspetti pianificatori e statocentrici del socialismo. Ecco che, allora, la concezione della democrazia di Bobbio, nonostante interne aporie di carattere neoempirista, squaderna tutti i paradigmi della scienza politica intorno alla (presunta) incomunicabilità assoluta tra liberalismo, democrazia e socialismo.

Nel far questo, Bobbio ricontestualizza la discussione pubbblica sulle “forme di governo” presenti, passate e future, approssimando, suo malgrado, una sorta di “punto zero” della critica politica. Partendo dalla ricombinazione critica delle prospettive del liberalismo, della democrazia e del socialismo e aggiungendo la riconsiderazione critica del comunismo, possiamo sperare di far accesso ad una nuova dimensione culturale e storica della prassi politica. La transizione verso questo nuovo firmamento di senso e verso queste nuove costellazioni pratiche è possibile proprio transitando felicemente per la concezione liberaldemocratica della politica di Bobbio e per il liberalsocialismo. Molti anni fa, in un significativo scritto, Bobbio ebbe ad osservare: “Io sono convinto che se non avessimo imparato dal marxismo  a veder la storia dal punto di vista degli oppressi, guadagnando una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, non ci saremmo salvati”[26]. Oggi la nostra stessa discussione sulla crisi del liberalismo, della democrazia, del socialismo e del comunismo non può che situarsi a questo orizzonte: guadagnare una nuova immensa prospettiva sul mondo umano, da uno spazio/tempo al fianco degli oppressi.

Non costituisce meraviglia se, dunque, Bobbio non abbia mai smesso di interrogarsi sulle prospettive della democrazia. Già negli anni ’50, all’epoca del celebre e storico dibattito con Galvano della Volpe (in cui intervenne lo stesso Togliatti), scrisse un ponderoso articolo dal titolo emblematico: “Della libertà dei moderni comparata con quella dei posteri”. Una sua importante raccolta di saggi, negli anni ‘80, titola ancora più emblematicamente: “Il futuro della democrazia”[27]. Una volta di più, non sorprende che egli passi in rassegna gli interrogativi formulati da G. Germani, venati di pessimismo, intorno alla “sopravvivenza della democrazia”[28].

Ma le domande sul come e se la democrazia riuscirà mai a sopravvivere, in Bobbio, sono saldamente intrecciate con quelle sulle sfide vinte dalla democrazia. Egli osserva preliminarmente: “Prima di tutto la democrazia, guardandola da dentro il movimento storico di questo secolo dannatissimo, ha vinto una prima grande sfida, che è quella della sua sopravvivenza”[29]

Ci troviamo di fronte ad un passaggio decisivo che ci consente di gettare una luce più chiara sui presupposti epistemologici della teoria democratica di Bobbio. Il che, inoltre:

  • a) ci offre la garanzia di non cadere irretiti  nella trama delle “antinomie” contenute nelle proposizioni logico-formali della democrazia declinate da Bobbio;
  • b) non consente che il “composto chimico instabile” che caratterizza  il liberalsocialismo di Bobbio ci incanali verso depistanti percorsi di indagine[30].

Il fatto è che non è dato sottovalutare la portata epistemologica degli asserti definitori e delle categorie politiche messi in codice da Bobbio. Il telaio epistemologico della posizione democratica di Bobbio, pur di forte ascendenza empirista, non coincide in toto con i modelli del falsificazionismo. È vero che uno dei leitmotiv che maggiormente ricorre nella definizione della democrazia fornita da Bobbio è di chiara derivazione popperiana: solo la democrazia garantisce la possibilità effettuale del cambiamento della forma di governo, senza il ricorso alla violenza[31]. Ma è vero altrettanto che la posizione di Bobbio non si schiaccia per intero sull’epistemologia falsificazionista. Quest’ultima assume il conflitto come refutazione che, sul piano logico-formale ed empirico, non ammette una ricongetturazione, risultando, perciò, deprivato di dignità teorica e politica[32]. Nella teoria democratica di Bobbio, la presenza attiva  e dispersiva del conflitto non viene mai meno: la vicinanza al conflitto si concreta nello sganciamento dal quadro empirista delle versioni correnti del liberalsocialismo. Provando a sostituire alla coppia congettura/refutazione l’altra coppia promessa/sfida, lo sganciamento si appalesa con particolare evidenza. Cerchiamo di vedere meglio.

La promessa è il frutto di un modello ideale da cui viene, più o meno coerentemente, dedotta. Essa funziona come tramite di riconduzione della realtà al modello ideale. Nella costruzione elaborata da Bobbio, la promessa verifica la realtà a partire dall’ideale: vale a dire, misura il grado di conformità della realtà all’ideale. All’opposto, la sfida vinta, facendo partire dalla realtà, costituisce la verifica dei modelli ideali. Più esattamente ancora: il grado di imperfezione della realtà verificherebbe in negativo la perfezione rarefatta dei modelli ideali. Che è uno dei tanti modi possibili per dire: nella realtà (imperfetta) non possono trovare linearmente posto gli ideali (perfetti). Il rapporto realtà/idealità è una delle modalità di connessione tra imperfezione e perfezione, tra cui viene inserita la movenza del perfettibile quotidiano. Che è uno dei tanti modi possibili per dire: il movimento (reale) delle cose (reali) è il metro di misura del grado di verità e legittimità della teoria, della procedura e del metodo.

Reperiamo qui una commistione di elementi razionalisti, materialisti, empiristi e storicisti assolutamente impensabile per il falsificazionismo popperiano. La commistione include la democrazia come “gioco strategico” intorno al nesso promesse (non mantenute) e sfide (vinte); non già attorno alla catena di correlazioni tra congetture e refutazioni. Bobbio è “costretto” a questa riprecisazione implicita dei presupposti epistemologici del suo discorso, perché consapevole dei limiti invalicabili cui va incontro l’applicazione del metodo logico-empirico; ciò soprattutto a fronte del dilatarsi dei fenomeni di complessità e non predittività del reale storico-sociale. Nasce da qui una sorta di disagio epistemologico, a cui non può bastare la coscienza della non corrispondenza tra “proposizioni analitiche” e “proposizioni sintetiche”. A monte, va ricercata la crisi dell’empirismo come filosofia, come concezione filosofica ispiratrice dei metodi inappellabili e non fallibili. Da questo groviglio di nodi irrisolti, Bobbio è obbligato a risalire alla presa d’atto, coerente e intellettualmente onesta, della contraddizione fondamentale che falsifica l’intero edificio dell’empirismo logico[33].

Due sono le coordinate strategiche dell’empirismo logico: i) la spiegazione, a livello di teoria; ii) la previsione, sul piano delle pratiche. In quanto scienza empirica, esso non può non sdoppiarsi in queste due determinazioni principali. Dal che consegue: i) fondazione e incidenza della scienza politica si complessificano; ii) nella fenomenologia politica (delle società complesse) i fattori interattivi si moltiplicano. Ecco come  Bobbio rileva acutamente il problema: “il processo di spiegazione diventa sempre più  complesso e i suoi risultati, almeno sinora, appaiono sempre più incerti. Via via che aumenta il numero delle correlazioni, l’interpretazione di esse, da cui dipende l’attendibilità di una spiegazione, diventa sempre più complessa”[34]. Su questa base, viene meno la possibilità della previsione scientifica in campo politico. Sicché fallace si dimostra, sul piano del rendimento dell’impresa scientifica, il tentativo di riportare lo studio delle fenomenologie politiche al modello delle scienze empiriche. E, tuttavia, pur consapevole di questa fallacia, Bobbio continuerà a semantizzare il significato della scienza politica nei termini dell’analisi empirista-comportamentista.

Il fatto è che questa evidente fallacia mina alle fondamenta alcuni postulati cardine dell’empirismo logico. In particolare, si evidenzia la caduta di tensione del postulato fondazionalista di Carnap, secondo cui le conclusioni scientifiche vanno riportate costantemente alla verifica empirica. La crisi del modello euristico e cognitivo dell’empirismo logico mette in chiaro che la verificabilità, sul piano empirico, delle proposizioni formali e degli enunciati linguistici non è linearmente anteponibile alle scienze formali. La relazione scienze formali/scienze empiriche è ben più complessa e articolata di questo apriorismo linearista. Quine ha avuto buon gioco nell’invalidare i “due dogmi” dell’empirismo logico: i) la dicotomia incuneata tra “proposizioni sintetiche” e “proposizioni analitiche”; ii) il riduzionismo verificazionista stipulante l’unificazione delle scienze sul piano empirico[35].

Al di là di queste evidenze epistemologiche, non sempre coerentemente e conseguenzialmente colte da Bobbio, al fondo v’è una questione assolutamente cruciale: l’assoluta specificità dello statuto della scienza politica, in quanto scienza. Bobbio arriva pertinentemente a considerare che:

  • a) l’avalutatività è più difficilmente perseguibile nel caso rappresentato dalla scienza politica;
  • b) in questo campo, una ricerca puramente e completamente oggettiva si espone al rischio di una completa perdita di rilevanza;
  • c) in quanto analisi del comportamento umano, la scienza politica non puòtrascurare di considerare l’uomo una rete di relazioni simbiotiche e interagenti, polivalenti e differenziate, in virtù della circostanza inoppugnabile che esso è simultaneamente animale simbolico, animale teleologico e animale ideologico[36].

Questa rapidissima incursione epistemologica ci consente di valutare meglio il distacco di Bobbio dalle categorie portanti dell’empirismo logico e, insieme, il suo rimanerne ancora condizionato. Per quanto consapevole dello sfilacciarsi del tessuto connettivo dell’empirismo logico, per lui, la scienza politica, pur ammettendo diverse definizioni, rimanda ad unico esclusivo “significato”: l’analisi empirica del comportamento umano[37]. Il carattere, a volte irrisolto, del suo liberalsocialismo trova qui una delle sue motivazioni originarie. Nondimeno, è una fortuna che il suo liberalsocialismo sia un “composto chimico instabile”, poiché alcune incongruenze epistemologiche cercano, perlomeno, di trovare parziale soluzione, ricorrendo alle categorie e ai paradigmi della politica. L’incastro costante dei motivi del liberalismo con quelli del socialismo e della democrazia consente a Bobbio di uscire dalle secche del falsificazionismo puro e semplice. Muovendosi tra i) promesse non mantenute di libertà e di eguaglianza e ii) sfide vinte contro regimi autoritari, la democrazia non è più riconducibile agli stereotipi della “società aperta”, veri e propri archetipi della contrarietà al conflitto e alla metamorfosi. I paradigmi della “società aperta” costituiscono l’esaltazione sublime dell’immediato contingente e delle sue evoluzioni, ossessivamente regolati come sono contro ogni “pretesa radicale” di cambiamento, ideologicamente e surettiziamente equiparato ad una forma di totalitarismo. È sin troppo noto che K. Popper, proprio da questa postazione, disegna una mappa genealogica del pensiero totalitario che vede Platone, Hegel e Marx quali padri putativi degli odierni “nemici della società aperta”. In realtà, il modello della “società aperta” dispone e regola le aperture dell’ordine, neutralizzando, regolando ed espellendo il conflitto. Da questo lato, le epistemologie della falsicabilità trovano nei programmmi scientifico-politici di Hobbes e, in parte, di Bacone i loro antesignani moderni più illustri.

La rilfessione di Bobbio si distanzia da questi itinerari. Egli, grazie alla chiave di lettura fornita dalle promesse non mantenute, misura lo scarto tra attese e risultanze concrete. Ora, siffatta sproporzione dirompente è progressivamente evidenziata, a misura in cui Bobbio contestualizza i patterns delle attese e delle promesse, ricorrendo agli ideali del liberalismo (libertà individuale) e della democrazia (raccordo tra “libertà individuali” e “patto per la sicurezza”). Pertanto, se deve muovere una critica alla democrazia, egli lo fa sempre partendo da una posizione che è sempre liberalsocialista.

Con la chiave di lettura apprestata, ricorrendo alle sfide vinte, invece, egli misura storicamente e concretamente la superiorità della democrazia a confronto del liberalismo e del socialismo, così come si sono storicamente realizzati. Da questo punto di vista, la mondializzazione dei processi democratici gli sembra, anzi, una delle novità più positive del XX secolo; come vedremo meglio, in seguito.

A questo livello di indagine, la democrazia non è tanto ispezionata quale metodo o procedura, quanto come processo che avanza, misurandosi con ostacoli. Ogni ostacolo superato, è una sfida vinta; ogni aspettativa di libertà e di eguaglianza delusa o tradita è una promessa non mantenuta. Tra questi due momenti non può essere interposta una cesura: essi, dice Bobbio, sono le due facce della democrazia. Con la promessa, la democrazia si annuncia e annuncia; con la sfida vinta, risponde. La democrazia è, quindi, una strategia che annuncia domande e formula risposte. Essa va in crisi o quando non formula domande; oppure quando le risposte non sono all’altezza delle domande. Si risolleva dallo stato di crisi, secondo l’ordine degli equilibri tra le domande che immette nel circuito politico e le risposte che fornisce nelle prassi politiche. Dobbiamo sempre guardare la democrazia da una doppia angolazione: dall’alto in basso, riconducendoci ai modelli ideali; dal basso in alto, riportandoci ai moti reali della azioni e reazioni politiche. Proprio qui misuriamo l’estremo distacco di Bobbio dagli schemi procedurali dell’empirismo logico.

Gli idealtipi classificatori dell’empirismo logico intenzionano una “depurazione” riduttiva del campo del reale, escludendo ogni variabile o determinante che sia portatrice di discorsi conflittuali e di forme non riconducibili alla pura e semplice esperienza storico-quotidiana. La loro pretesa assoluta di validazione o falsificazione, in realtà, non valida o falsifica alcunché, al di fuori di se stessa: l’alterità non prevista come esistente, viva ed esperibile viene espunta dal campo storico-esistenziale e da quello individuale. Le epistemologie della falsificabilità concretano, in tal modo, un caso esemplare di “circolo chiuso”.

Bobbio si sgancia da questo “circolo chiuso”, proprio grazie alla felice combinazione degli elementi liberali e socialisti presenti nella sua teoria della democrazia. In lui, il differenziale e l’altero trovano ancora posto. La stessa democrazia non viene mai pensata come entità perfetta o immarcescibile, anche se mai viene posta la radicale questione del suo radicale superamento; ma su questo tema insisteremo più avanti.

Note

[25] N. Bobbio, La democrazia dei moderni paragonata a quella degli antichi ..., cit., p. 12.

[26] N. Bobbio, Libertà e potere, in Politica e cultura, Torino, Einaudi, 1955, p. 281. Questa “posizionalità” del suo discorso politico è stata alcuni decenni dopo ribadita da Bobbio nella raccolta di scritti compresi in Né con Marx, né contro Marx, Roma, Editori Riuniti, 1997.

[27] N. Bobbio, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1984, 1995.

[28] N. Bobbio, La democrazia dei moderni paragonata a quella degli antichi ..., cit., pp. 13-14; Id., Questioni di democrazia, “Sisifo”, n. 17, 1989, p. 2.

[29] N. Bobbio, Questioni di democrazia, cit., p. 2.

[30] Sembrano questi  i due limiti di fondo del, pur pregevole, P. Anderson, Norberto Bobbio e il socialismo liberale, in Socialismo liberale, Supplemento a “l’Unità”, n. 264, 9/11/ 1989, pp. 11-71.

[31] Cfr. K. Popper, Congetture e refutazioni, Bologna, Il Mulino, 1972; Id., La società aperta e i suoi nemici, Roma, Armando, 1973; Id., Miseria dello storicismo, Milano, Feltrinelli, 1975.

[32] Cfr. U. Curi, Sulla “democrazia di conflitto” di Popper e Feyerabend, “Il Centauro”, n. 8, 1983; poi in Pensare la guerra, Bari, Dedalo, 1985.

[33] Cfr. D. Zolo, I possibili rapporti tra filosofia politica e scienza politica, “Teoria politica”, n. 3, 1985, pp. 94-98.

[34] N. Bobbio, Scienza politica, in AA.VV., Scienze politiche, 1. Stato e politiche, Enciclopedia Feltrinelli-Fischer, Milano, Feltrinelli, 1970, p. 438.

[35] D. Zolo, op. cit., p. 95.

[36]Cfr. N. Bobbio, op. ult. cit., p. 440.

[37] Cfr. ancora l’esemplare D. Zolo, op. cit., pp. 94-95.

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