SPECIALE: IN ONORE DI NORBERTO BOBBIO (1909-2004)  
La concezione della democrazia di Norberto Bobbio
di Antonio Chiocchi
CAP. 2
IL SOGGETTO/OGGETTO DEMOCRATICO

Il concetto moderno di sovranità popolare, che trova in Rousseau uno dei massimi cantori, trae ispirazione proprio dalla simbiosi degli ideali di eguaglianza e fratellanza e dei princìpi giusnaturalistici. Assumendo l’eguaglianza naturale/legale, a mezzo della leva del ‘politico’, come nucleo fondante delle forme politiche e della socialità, la legittimazione dei poteri non poteva che essere dedotta e costruita dal basso, dal popolo. Quest’ultimo concepito non come massa indistinta, ma come condensato articolato di individualità differenti, titolari di diritti inalienabili e inviolabili.

Ovviamente, stiamo continuando a parlare di una particolare accezione del concetto di popolo (e di “demos”); ben consapevoli che il termine ha avuto interpretazioni e coniugazioni totalizzanti, universalistiche e organicistiche, tanto sul piano della teoria e della filosofia politica che su quello della prassi. Proprio al lato del concetto di sovranità popolare, si deve registrare un’importante osservazione di Bobbio. Secondo lui, giusto perché la categoria di sovranità popolare è nata in opposizione alla sovranità del principe, con la scomparsa della seconda deve scomparire anche la prima: “Oggi che questa contrapposizione non ha più ragione d’essere, giacché si tende a non riconoscere altro principio di legittimazione che quello che viene dal basso, tranne che in alcuni regimi teocratici, che la coscienza civile contemporanea considera residui del passato, anche il concetto della sovranità popolare potrebbe essere tranquillamente abbandonato” [15].

Questo punto non pare convincente: vedremo come la coniugazione della sovranità popolare con la sovranità delle differenze costituisca una via d’uscita dalla crisi della democrazia. Inoltre, il punto in questione sembra aprire alcune aporie non secondarie entro la stessa teoria della democrazia che Bobbio elabora. Più avanti, ritorneremo specificamente sulla questione. Per intanto, riportiamo qui la citazione di Bobbio di un qualificato politologo americano, E. E. Shaftschneider: “La definizione classica di democrazia come governo del popolo è pre-democratica nelle sue origini, basata su nozioni di democrazia sviluppate da filosofi che non avevano avuto la possibilità di vedere un sistema democratico in azione” [16].

Disponiamoci, ora, a seguire di nuovo Bobbio: “Nella democrazia moderna il sovrano non è il popolo ma sono tutti i cittadini. Il popolo è un’astrazione, comoda ma anche, come ho detto, fallace; gli individui, coi loro difetti e i loro interessi, sono una realtà. Non a caso a fondamento delle democrazie moderne sono le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino, sconosciute alla democrazia degli antichi” [17]. Dall’astrazione popolo passeremmo qui alla realtà dei cittadini; dalla sovranità di un’entità astratta alla legittimazione dei diritti della persona, sintesi di uomo e cittadino; dalla massa, all’individuo. Non più la massa è portatrice di socialità; bensì gli individui che si aggregano in società. Se ne deduce che fondamento della democrazia degli antichi è la “comunità”; mentre, invece, fondamento della democrazia dei moderni è l’individuo. Assunto che non costituisce semplicemente uno spostamento dei centri di gravitazione dell’analisi e del giudizio di valore, ma, più precisamente, una frattura netta. Si potrebbe dire: il passaggio indica un cambio di paradigma e, nel contempo, un rovesciamento della rappresentazione della situazione politica concreta.

La metamorfosi è lucidamente avvertita da Bobbio: “La democrazia moderna riposa sopra una concezione individualistica” [18]. Egli precisa ancora meglio: a fondamento dell’individualismo (sia nella versione utilitaristica che nelle teorie dei diritti e dei beni) stanno un’ontologia e un’etica. Un’ontologia, “in quanto si incardina su una concezione atomica della società”; un’etica, “in quanto all’individuo umano, a differenza di tutti gli altri esseri del mondo naturale, viene attribuita una personalità morale che per esprimersi in termini kantiani ha una dignità, e non un prezzo” [19]. Se premessa fondativa della democrazia moderna è l’individualismo, suo sviluppo coerente non può che essere l’individua-lismo metodologico; il quale è, così, definito da Bobbio: “dottrina secondo cui la prevalente concezione prammatica della scienza prende le mosse per analizzare la società dalle azioni degli individui piuttosto che dalla società considerata come un tutto superiore alle sue parti” [20].

Veramente, Bobbio non ci dice che ci troviamo di fronte a un rapporto di affinità e appartenenza tra democrazia e individualismo metodologico; più esattamente, egli chiarisce che oggi la concezione individualistica ha “indossato le vesti  più dimesse dell’individualismo metodologico” [21]. E, tuttavia, non è sillogismo fuorviante e mistificante derivare dal discorso di Bobbio sulla democrazia un esito di questo tipo. Infatti:

  • a) se la democrazia dei moderni riposa sulla concezione individualistica;
  • b) se la forma più moderna della concezione individualistica è l’individualismo metodologico;
  • c) la forma più moderna di democrazia riposa sull’individualismo metodologico.

Notiamo che il sillogismo concreta una novità di non poco conto, essendo stato l’individualismo metodologico classicamente causalizzato al liberalismo; da questa feritoia, siamo in grado di regredire al nucleo liberale della concezione della democrazia. Ora, tra individualismo metodologico e liberalismo esiste un articolato campo di affinità  e di differenze [22]; tanto più si danno convergenze e divergenze tra democrazia e individualismo metodologico. Collegandosi all’individualismo politico della modernità, l’individualismo metodologico non ne smarrisce il “nucleo normativo”; è nel suo aspetto di procedura individualistica che si propone come “metodologia positiva” e si disancora dagli attributi di valore [23]. Esistono, allora, due assialità dell’individualismo metodologico: i) la “teoria sul metodo”; ii) la “argomentazione etico-politica”.

Cerchiamo di articolare meglio la nostra argomentazione. Teoria del metodo democratico e argomentazione etico-politica democratica attengono a due sfere distinte, non derivabili l’una dall’altra e non conciliabili e, nondimeno, in indissociabile rapporto di congruenza. Sviluppando ulteriormente l’analisi, arriviamo ad una conclusione estrema di questo tipo: la democrazia non è soltanto una “forma di governo”. Sicché la teoria del metodo democratico non può assolutamente sostituire la riflessione etica e politica che alla democrazia compete. La democrazia è sempre un che di “invariante” e di “trascendente” rispetto al metodo democratico. Essa non può, pertanto, essere fatta regredire a procedura, tecnica o metodo di governo per la costruzione e organizzazione del consenso, quale espressione della rappresentanza politica ottimale. Ciò appare tanto più vero, quanto più a fondamento della democrazia situiamo l’individualismo politico.

Se quanto siamo venuti dicendo risponde al vero, ecco che abbiamo approssimato l’aporia e il limite della concezione della democrazia di Bobbio. Assunto l’individualismo politico come l’architrave della struttura della democrazia, si dà luogo ad un movimento autocontraddittorio, laddove la si concepisce metodologicamente come procedura di governo. La contraddizione sta esattamente nella riduzione dei valori massimi della premessa ai valori minimi dell’approdo. La causale della riduzione pare la seguente: Bobbio correla l’individualismo metodologico esclusivamente all’ontologia della concezione individualistica; mentre, invece, egli stesso nell’individualismo aveva felicemente colto anche un’etica.L’esclusione dell’etica dal discorso democratico, secondo una linea di dissociazione dell’etica dalla politica inaugurata da Machiavelli ed Hobbes, stabilisce il primato delle procedure democratiche, ontologicamente ritenute le migliori virtù concretabili.

È il rapporto di congruenza etica/politica che, in questo caso, si smarrisce; congruenza che la dissociazione etica/politica non dissolve automaticamente, ma incrina attraverso una intenzionalità che dà luogo a degli “automatismi” politici. Assistiamo alla variante contemporanea della dissociazione etica/politica su cui si è incardinato il pensiero politico moderno. L’epistemologia dei metodi e dei saperi sostituisce l’epistemologia del discorso, in una posizione laterale al modello scientifico generale elaborato dal “Circolo di Vienna” e da K. Popper.

Quella di Bobbio, allora, non è esclusivamente una concezione liberale della democrazia. In essa, sovente, il discorso viene ricondotto sotto il primato dei saperi e delle tecniche. Registriamo una delegittimazione della filosofia da parte della scienza, dei discorsi ad opera dei metodi, della rappresentazione ad opera della rappresentanza.

Pervenuti a questo stadio del ragionamento, possiamo far ritorno a quel passaggio bobbiano sulla sovranità popolare che non ci aveva pienamente convinto. L’aporia cui si alludeva è ora pienamente individuabile: se il termine/concetto di popolo e quello di democrazia attengono tanto al piano analitico che a quello assiologico, la struttura differenziata del popolo rimanda a un sistema valoriale altrettanto differenziato della sovranità popolare. Se nel popolo leggiamo non unicamente le pulsioni della massa, ma anche le istanze e le tensioni dell’individuo, il concetto di sovranità popolare, allora, non ci parla meramente della contrapposizione principe/popolo.

Intanto, nella nozione e nella situazione di sovranità popolare vanno inclusi i diritti inalienabili dell’uomo e del cittadino (misuriamo qui la bruciante attualità di un pensatore come Rousseau). Inoltre, la rete inclusiva dei diritti individuali quale fondamento del legame sociale più che rendere obsoleta la categoria della sovranità popolare, sottolinea la necessità di pervenire ad una sua riconcettualizzazione. Ciò appare tanto più di vitale importanza, alla luce del discorso che siamo appena venuti articolando sull’impossibilità di surrogare la democrazia col metodo democratico.

Da questa postazione, ritornano a valere come orizzonte critico di riferimento:

  • a) la prospettiva socratica dello sviluppo dell’eguaglianza formale in  eguaglianza legale;
  • b) l’utopia platonica della repubblica e quella aristotelica del governo giusto.

Non tanto per le risposte che forniscono; peraltro, in larga parte non impiegabili. Quanto per le domande temerarie che con essi possiamo ancora formulare. Solo entro questo ambito si restituisce un senso allo stesso discorso critico sul comunismo, amaramente inabissato tra contorsioni ideologiche e atrocità storiche [24].

Note

[15] Ibidem, p. 10.

[16] Ibidem, pp. 10-11.

[17] Ibidem, p. 11.

[18] Ibidem, p. 11.

[19] Ibidem, p. 11.

[20] Ibidem, p. 11.

[21] Ibidem, p. 11.

[22] Cfr. Elisabetta Galeotti, Individualismo metodologico e liberalismo, “Biblioteca della libertà”, n. 96, 1987.

[23] Ibidem, p. 28.

[24] Per spunti in tale direzione, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1995; segnatamente, il cap. II.

Torna al Sommario