SPECIALE: IN ONORE DI NORBERTO BOBBIO (1909-2004)  
La concezione della democrazia di Norberto Bobbio
di Antonio Chiocchi
CAP. 1
COMPLESSITÀ DELLA SEMANTICA DEMOCRATICA
Secondo N. Bobbio, le differenze principali tra la democrazia degli antichi e quella dei moderni si danno a due livelli: quello analitico e quello assiologico [1]. Già qui prende origine uno scarto semantico decisivo: “per democrazia gli antichi intendevano la democrazia diretta, i moderni la rappresentativa” [2]. Sicché: “il voto con cui si suol far coincidere l’atto rilevante della democrazia d’oggi è il voto non per decidere ma per eleggere chi dovrà decidere” [3].

Retrocediamo, di nuovo con Bobbio, agli antichi, la cui “immagine” della democrazia connotava una diversa semantica e una diversa rappresentazione simbolica: “parlando di democrazia  essi pensavano a una piazza oppure ad un’assemblea in cui i cittadini erano chiamati a prendere essi stessi le decisioni che li riguardavano” [4]. Il valore sostanziale della democrazia sta qui nel suo senso letterale: “potere del demos”, non, come oggi, potere dei “rappresentanti” del demos [5]. Lungo questa linea di precisazione, possiamo individuare con maggiore chiarezza una delle aree del discrimine. Mentre nella democrazia degli antichi “l’elezione era considerata una necessaria ed utile correzione del potere diretto del popolo”, nelle democrazie moderne “l’elezione” costituisce una vera e propria alternativa rispetto alla partecipazione diretta, salvo l’introduzione, in casi specifici espressamente dichiarati, del referendum popolare” [6]. Ancora: “Nelle due forme di democrazia il rapporto di partecipazione ed elezione è invertito. Mentre oggi l’elezione è la regola e la partecipazione diretta l’eccezione, un tempo la regola era la partecipazione, l’elezione l’eccezione. Si potrebbe anche dire così: la democrazia di oggi è una democrazia rappresentativa talora integrata da forme di partecipazione popolare diretta; quella degli antichi era una democrazia diretta talora corretta dall’elezione di alcune magistrature” [7]. A mo’ di conclusione stringente di questa rassegna analitica, Bobbio individua con precisione come il piano analitico si intrecci saldamente col piano interpretativo di valore: “Proprio perché la democrazia è sempre stata concepita unicamente come governo diretto del popolo e non mediante rappresentanti del popolo, il prevalente giudizio su questa forma di governo è stato, a cominciare dall’antichità, negativo. I due caratteri che distinguono la democrazia degli antichi e dei moderni, quello analitico e quello assiologico, sono fra di loro strettamente connessi. Il modo di valutarla, negativo o positivo, dipende dal modo di intenderla” [8].

Gli spostamenti semantici, su questo come su ogni altro oggetto di indagine, intenzionano slittamenti assiologici. La complessità della semantica della democrazia dà luogo ad un frammentato e, talora, contraddittorio giudizio di valore su di essa. Il principio di pluralità e frammentazione culturale dell’analisi coappartiene al principio di pluralità e frammentazione culturale del giudizio di valore. Il “politeismo dei valori” è anche portato di pluralismo ermeneutico. Ciò spiega l’apparente paradosso inveratosi attorno alla semantica e all’assiologia della democrazia; beninteso, tenendo anche in conto non unicamente le trasformazioni e stratificazioni concettuali, ma anche quelle intervenute sul piano storico-sociale.

La democrazia è stata connotata e valutata negativamente dagli antichi e positivamente dai moderni. M. I. Finley è stato il primo ad indagare il fondo di questo paradosso, in un’opera giustamente celebre [9]. Proprio il discorso di Finley consente a Bobbio di non smarrire la portata degli effetti ermeneutico-valutativi del paradosso: “Al giorno d’oggi “democrazia” è un termine con una connotazione fortemente positiva. Non c’è nessun regime, anche il più autocratico, che non ami farsi chiamare democratico” [10].

Ora, si chiede Bobbio (e noi con lui): “donde viene il giudizio positivo dei moderni sulla democrazia?. In prima istanza, Bobbio si accinge ad operare una decontaminazione semantica del termine “demos”. Il “demos” ha una doppia articolazione interna ed è osservabile da una doppia angolazione. La sua struttura semantica interna prevede l’unità dialettica di massa e individuo. La stessa analisi ha un’angolazione doppia — dall’alto e dal basso — e inquadra sempre questa unità in movimento. Dice Bobbio: “L’idea del demos come corpo collettivo deriva dall’immagine della piazza o dell’assemblea quando le si guardino dall’alto. Ma se ci avviciniamo, ci si accorge che la piazza o l’assemblea sono composti da tanti individui che, quando esercitano il loro diritto, approvano o disapprovano le proposte degli oratori, contano singolarmente uno per uno. Dunque anche la democrazia, non diversamente dalla monarchia e dall’aristocrazia, è composta da individui [11]. Da qui facilmente si inferisce: “Di fatto il demos in quanto tale non decide nulla, perché i decisori sono singolarmente presi tra gli individui che lo compongono. La differenza fra aristocrazia e democrazia non sta nella differenza fra i pochi (individui) e la massa (un ente collettivo), ma fra i pochi (individui) e i molti (individui). Che in una democrazia siano in molti  a decidere non trasforma questi molti in una massa che possa essere considerata globalmente, perché la massa, in quanto tale, non decide nulla” [12].

Qui possiamo individuare uno scarto originario e incolmabile tra eguaglianza  e democrazia. Scarto palesato sia dall’evidente sproporzione tra il soggetto decisore e quello passivo che subisce la decisione, sia dalle evidenti cesure interne agli stessi soggetti decisori. Questo nodale punto debole del concetto di democrazia e della prassi di democrazia è sempre stato sottoposto a confutazione, con argomentazioni varie, dai grandi pensatori dell’antichità.

Socrate preferisce alla democrazia l’isegonia, nella cui situazione la “eguaglianza di nascita” chiede alla politica di essere convertita e contestualizzata nella “eguaglianza legale”, in cui i sommi valori sono dati dal “pregio della virtù e dell’intelligenza” (Messeno, 239a); Bobbio medesimo si rifà apertamente a questo topos socratico [13]. Alla democrazia Platone preferisce la “repubblica” e Aristotele la “politeia”. La democrazia, nel pensiero politico dei Greci, non incontra molta fortuna: soltanto la linea Protagora/Pericle le è apertamente favorevole.

Nell’isegonia socratica Bobbio rinviene il fondamento principale della democrazia dei moderni, mutando un argomento polemico di critica della democrazia in sostegno della teoria democratica. Non ci intratterremo qui su questa inversione che ribalta alcuni luoghi fondativi della democrazia, recuperando alla democrazia la critica delle democrazia. L’operazione è concettualmente, epistemologicamente e politicamente affascinante e gravida di risultanze veramente stimolanti.

Ma Bobbio prosegue nel lavoro di decostruzione/costruzione del “suo” paradigma di democrazia. Alla riconversione socratica della “eguaglianza naturale” in “eguaglianza legale” riconduce l’ideale cristiano della fratellanza e i diritti naturali del giusnaturalismo; inoltre, aggiunge che questi valori, per quanto in forma secolarizzata, li rintracciamo nell’ ideale della fraternità, uno dei princìpi cardine della Rivoluzione francese [14]. Per Bobbio, dunque, gli ideali della democrazia dei moderni sono indissolubilmente intrecciati con i diritti inalienabili e inviolabili dell’uomo.

Note

[1] N. Bobbio, La democrazia dei moderni paragonata a quella degli antichi (e a quella dei posteri), “Teoria politica”, n. 3, 1987, p. 3.

[2] Ibidem, p. 3.

[3] Ibidem, p. 3.

[4] Ibidem, p. 4.

[5] Ibidem, p. 4.

[6] Ibidem, pp. 5-6.

[7] Ibidem, p. 6.

[8] Ibidem, p. 6.

[9] M. I. Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Bari, Laterza, 1982; lo stesso Bobbio si riferisce esplicitamente a questo testo.

[10] N. Bobbio, op. cit., p. 6.

[11] Ibidem, p. 8.

[12] Ibidem, pp. 8-9.

[13] Ibidem, p. 9.

[14] Ibidem, p. 9.

Torna al Sommario