Come ben si sa, il presupposto da cui Dahrendorf muove, per tipicizzare una adeguata teoria del conflitto sociale nelle società industriali avanzate, è la confutazione della teoria della lotta di classe di Marx. Egli individua, in premessa, i punti di crisi rilevanti della posizione marxiana. Si tratterebbe, per un verso, di limiti di previsione e, per l'altro, di limiti di analisi.
Per quanto concerne i limiti di previsione, egli fa osservare che il modello euristico centrale dell'impianto marxiano è stato falsificato dallo sviluppo del capitalismo: le società industriali avanzate, fa notare, non hanno assunto una struttura classista dicotomizzata, ma, al contrario, sono andate declinando verso forme di elevata mobilità sociale. Dahrendorf è ancora più secco: la mobilità sociale sarebbe stata “istituzionalizzata nella struttura della società postcapitalistica, ed è divenuta quindi un fattore che deve essere tenuto presente da ogni analisi in tema di conflitto e di mutamento sociale”[1].
Per quel che riguarda i limiti di analisi, egli sostiene che la base cognitiva della rivoluzione, in Marx, risieda nella teoria dell'impossibilità da parte della società borghese-capitalistica di venire a capo del conflitto di classe[2]; per cui, laddove la struttura sociale data riesce ad istituzionalizzare il conflitto, viene meno il presupposto teorico fondante della rivoluzione.
C'è del vero in tutte e due le notazioni critiche di Dahrendorf; ma, da un lato, l'impianto marxiano viene impropriamente decontestualizzato e, dall'altro, viene perduto il carattere di rottura che il conflitto di classe ha in Marx, nella prospettiva della messa in mora della struttura sociale data e della costruzione di un'altra, più avanzata e connotata nel senso della liberazione dell'umanità e della storia.
Ma vediamo meglio.
Le società industriali avanzate è vero che non assomigliano alle società duali: proletari contro capitalisti, previste da Marx. Nondimeno, è altrettanto vero che la natura di classe della società (post-capitalista) non viene meno. Il carattere classista delle relazioni sociali e dei rapporti di potere viene ora occultato dai processi della differenziazione sociale e della complessità. La stessa composizione di classe perde la sua compattezza e si frammenta in molteplici figure (vecchie e nuove), lungo le linee di quel profondo processo costituito dalla perdita di vigenza delle funzioni valorizzanti attribuite, per l'innanzi, al lavoro vivo. Ma se la differenziazione e la complessità offuscano il carattere classista della società, i crescenti fenomeni dell'emarginazione politica e sociale si incaricano di rimetterlo in scena. Sotto molti aspetti, le "teorie della cittadinanza" rispondono a questo deficit e, nello stesso tempo, ne appannano i processi causali.
È, parimenti, rispondente al vero che, in Marx, il conflitto di classe, su base capitalistica, non può ricevere soluzione definitiva. Ma ciò non nel senso che la società borghese-capitalisitica non sarebbe capace di istituzionalizzare il conflitto sociale; basterebbe, del resto, la semplice analisi marxiana dell'intervento dello Stato (contro i singoli capitalisti) per la riduzione della giornata lavorativa a dimostrare il contrario. Piuttosto, in quello ben diverso che è la rivoluzione, non già l'istituzionalizzazione del conflitto, ad essere interdetta alla società capitalistica e alle sue strutture istituzionali, essendosi esaurita la loro "missione civilizzatrice".
La nozione di conflitto, in Dahrendorf, perde il richiamo marxiano della necessità di costruire un nuovo ordine. La teoria del conflitto, conseguentemente, è finalizzata non al ricambio del "sistema" e della "struttura"; bensì al loro mutamento per linee interne, mediante l'istituzionalizzazione dei conflitti sociali. Possiamo definire quella di Dahrendorf una teoria dell'internalità del conflitto. Da qui la sua esigenza di richiamarsi e di recuperare gli asserti e i postulati della teoria politica liberale e socialdemocratica sui diritti di eguaglianza e sulla giustizia redistributiva.
Il successivo passaggio di revisione critica di Marx compiuto da Dahrendorf è quello di incardinare i processi di formazione e descrizione delle classi sul potere, anziché sui rapporti di produzione e sulle corrispondenti forme di proprietà. Il richiamo a Weber è qui evidente. Assunto che “il criterio più generale della divisione in classi della società è quello dell'autorità”, egli passa senz'altro ad un'argomentazione che, nelle sue intenzioni, dovrebbe essere demolitoria del dettato marxiano: “Se pure si può dire che esistano ancora nella società postcapitalistica borghesia e proletariato, non sono più blocchi uniformi di individui che si trovano nella medesima situazione e hanno gli stessi orientamenti ... nella società moderna i gruppi di conflitto sembrano dover assumere la configurazione di aggregati non molto compatti, che si sono costituiti per scopi particolari e in associazioni particolari”[3].
Analizziamo con ordine gli argomenti di Dahrendorf.
Come è noto, in Weber, il principio di autorità (Herrschaft) attiene alle probabilità che un ordine riceva obbedienza, secondo i suoi propri contenuti immanenti, da parte di un gruppo specifico di persone. Esso, pertanto, divide i gruppi sociali in due classificazioni fondamentali: l'associazione titolare dell'autorità e l'associazione titolare dell'obbedienza. Ora, il gruppo che ha autorità su un tema, un argomento o una sfera di beni può non averla su un altro tema, un altro argomento o un'altra sfera di beni; e viceversa. Sicché la mappa degli aggregati associativi e delle transazioni di autorità è assai mutevole e mobile. Applicando tale principio, Dahrendorf intende dare adeguatamente conto del problema della mobilità sociale e, nello stesso tempo, dare soluzione alla questione della stratificazione sociale. Nella società industriale avanzata le classi, formandosi e stratificandosi in maniera mobile intorno alla risorsa del potere e alla gestione (attiva o passiva) dell'autorità, si comporrebbero e scomporrebbero, assocerebbero e dividerebbero secondo gerarchie di comando che non corrispondono alle forme della produzione e della proprietà.
Questo schema può risultare utile, per lumeggiare le lotte di potere che si consumano per il possesso e la gestione dell'autorità; ma niente ci dice sulla posizione sociale complessiva di una classe o di uno strato di classe e sui processi che l'hanno determinata.
Innanzitutto, le transazioni di autorità non si limitano al livello delle relazioni intergruppuscolari. Esse, in primo luogo, ineriscono alla posizione dei gruppi (e delle classi) rispetto al potere pubblico e alle sue sfere di decisione e azione. La struttura del potere pubblico, nei suoi meccanismi decisionali, è di natura inclusiva o escludente in rapporto alle classi e ai gruppi che formano la decisione o che le debbono esclusivamente obbedienza. Tutte le transazioni di autorità fra i gruppi sono in relazione di continuità o di scostamento nei confronti della struttura pubblica fondamentale delle decisioni e delle azioni politiche. In quanto tali, sono più o meno un supporto o un momento di disgregazione dei poteri pubblici, da cui sono, conseguentemente, incoraggiate e attivate, oppure depotenziate e neutralizzate. Insomma, intorno al potere e all'autorità le classi e i gruppi non si formano; bensì confliggono o cooperano.
Inoltre, in generale, le transazioni di autorità non intervengono direttamente nel mercato, regolato dalle logiche dello "scambio eguale", laddove in maniera formalmente ineccepibile, ma sostanzialmente discriminatoria, il contraente forte (non per la sua autorità, ma per il suo status economico) stipula contratti vantaggiosi, da cui ricava uno status economico più florido, il quale si converte in un surplus di partecipazione al potere politico. Ovviamente, è anche vero che (i) nelle transazioni di mercato non è indifferente lo status politico dei soggetti contraenti e che (ii) l’esercizio (diretto o rappresentativo) di dosi più o meno forti di potere politico è una variante che concorre a determinare le condizioni generali dello scambio. Ma anche in questa circostanza, tuttavia, rimane il dato indubitabile che l’”accumulazione originaria”, le proiezioni implementate e la riverberazione del potere politico nelle transazioni di mercato dipendono da una complessa interazione di fattori non solo politici e che si ancorano nella struttura profonda dei fenomeni e dei fattori sociali, economici, simbolici e culturali della società.
Lo scambio lavoro/capitale, in Marx, è la cellula elementare di questo tipo di transazione di mercato: il possesso dei mezzi della produzione e il comando sul processo complessivo della produzione fanno del capitalista un capitalista; il possesso della mera forza-lavoro e la subordinazione nel ciclo produttivo fanno dell'operaio un salariato. Come ben dimostra Marx, l'operaio vende la propria forza-lavoro, non perché ha e deve obbedienza al capitalista, ma per il motivo che è l'unico modo che ha a disposizione per entrare nel mercato e trarre i mezzi del proprio sostentamento. Si può discutere intorno alle rigidità di tipo classista e al riduzionismo che spesso accompagnano l'analisi marxiana delle classi; ma ciò non inficia un punto fermo del discorso di Marx: le classi e i gruppi sociali si formano e disfano nel caleidoscopio dei processi che scuotono la struttura profonda della società; non già intorno alla mera distribuzione e assegnazione dell'autorità. Il più grande inconveniente della revisione operata da Dahrendorf è proprio quello di postulare, di fatto, un legame di coincidenza tra classe e potere, in cui le uniche partizioni possibili si risolvono nel classificare e distinguere "chi comanda" e "chi obbedisce" lungo tutta quanta la trama delle relazioni sociali. Solo una società altamente gerarchizzata e verticalizzata sarebbe conforme a tale modello ermeneutico; giammai la società capitalistica analizzata da Marx e meno che mai la società post-capitalistica che Dahrendorf intende illuminare con il suo sguardo analitico.
In perfetta coerenza con la revisione della posizione marxiana da lui portata avanti, Dahrendorf arriva alla conclusione che il conflitto ammette solo e sempre due attori: ad un polo, chi ordina; al polo opposto, chi è chiamato ad eseguire gli ordini. La classe che impartisce gli ordini, continua Dahrendorf, ha un preminente interesse alla stabilità; al contrario, la classe che riceve gli ordini e deve eseguirli è animata da un preminente interesse al cambiamento. Da qui discende, come è agevole intuire, una teoria del mutamento che passa per il conflitto animato dalla classe in posizione esecutiva rispetto all'autorità. Il conflitto qui non è che il ribaltamento della titolarità dell'autorità; tale ribaltamento non significa altro che l'istituzionalizzazione di quei conflitti che in precedenza non trovavano accesso nel circuito attivo dell'autorità. La teoria del conflitto di Dahrendorf si specifica, dunque, non come un mutamento di società; bensì come un mutamento di autorità. Se consideriamo che il potere è risorsa scarsa per eccellenza[4] (nel senso che il potere quanto più è "prodotto" tanto più si consuma e scarseggia), comprendiamo ancora meglio come il discorso di Dahrendorf vada inclinando verso un conflittualismo massimale nei presupposti e minimale negli esiti. Il conflitto, alla fine, deve redistribuire una risorsa scarsa: il potere. Con ciò, esso si posiziona ed è posizionato solo e sempre in funzione del potere[5].
Ma l'accesso alle sfere dell'autorità degli attori prima esclusi è anche una forma di controllo dei conflitti: qui il potere viene impiegato per il mantenimento delle istituzioni che, a loro volta, integrano il conflitto per il mantenimento del potere. Da questo lato, la teoria del consenso conflittuale di Dahrendorf presenta un'indubbia complessità. Inoltre, il conflitto per il possesso dell'autorità costituisce, in Dahrendorf, l'essenza delle società libere ed è, di per sé, garante dell'alternanza dei soggetti al potere: “Una società libera incoraggia la diversificazione delle sue istituzioni e dei suoi gruppi al punto da promuovere effettivamente una divergenza: il conflitto è il soffio vitale della libertà. Una società totalitaria insiste invece sull'unità al punto di realizzare una uniformità: il conflitto viene ad essere una minaccia alla sua coesione e alla sua sopravvivenza”[6]. Al di là dell'internalità degli esiti della sua posizione, la critica di Dahrendorf colpisce nel segno e mette a nudo alcune delle carenze costitutive del pensiero totalizzante e delle società totalitarie.
La mobilitazione dei gruppi di conflitto, in Dahrendorf, ammette ulteriori piani di specificazione, a partire dalla distinzione fra conflitto latente e conflitto aperto. Il conflitto latente designa la situazione del quasi-gruppo; è solo la mobilitazione aperta che costituisce il gruppo di conflitto. La mobilitazione dei gruppi di conflitto delinea uno scenario di contrasti politici e sociali in piena maturazione. Entro tale contesto, i gruppi mobilitati per il conflitto cercano, invariabilmente, di stabilire un grado crescente di autorità gli uni sugli altri. I mezzi e le risorse del conflitto sono qui finalizzati al conseguimento di questo obiettivo strategico. Dahrendorf è consapevole che la sua teoria, a questo punto, va ad imbattersi nel problema della violenza. La mobilitazione conflittuale per il possesso dell'autorità, difatti, non esclude il ricorso a mezzi violenti, per quanto la sua strategia sia quella di istituzionalizzare il conflitto. La soluzione che Dahrendorf appronta in merito alla questione della violenza consta nella distinzione tra il livello di violenza e il livello di intensità dei conflitti. I conflitti violenti sono quelli che passano per "l'uso della forza" e la, conseguente, distruzione fisica di uomini e cose; i conflitti intensi sono quelli fortemente radicati nel tessuto sociale ed estesi nel tempo. Secondo questa ermeneutica, un conflitto può essere intenso senza essere violento e violento senza essere intenso. In democrazia, conclude Dahrendorf, i conflitti si distinguono per essere intensi, anziché violenti. Inoltre, stabilita questa prima gerarchia qualitativa della democrazia, i conflitti nelle società democratiche, precisa ancora Dahrendorf, si caratterizzano per la loro decrescente carica di intensità.
Ne discende che, nella teoria di Dahrendorf, i conflitti aperti sono meno violenti dei conflitti latenti, in quanto prevedono una mobilitazione e organizzazione degli obiettivi calibrate nel tempo. La mobilitazione e l'organizzazione dei gruppi sradica le ragioni della violenza, nel mentre le rende visibili; visibilizzandole, le intensifica e, nel contempo, le rende dirimibili e istituzionalizzabili. Sicché, secondo Dahrendorf, la violenza matura unicamente in condizioni di latenza del conflitto e di corrispondente "deprivazione assoluta" delle risorse; la situazione democratica, per effetto di una "deprivazione relativa" delle risorse, scongiurerebbe alla radice l'esplosione di conflitti violenti. Gli argomenti di Dahrendorf, se consentono, in un qualche modo, di approcciarsi alle rivoluzioni comuniste per antonomasia del XX secolo (quella russa: 1917; quella cinese: 1911-1949), lasciano irrisolti alcuni quesiti storici e politici:
L'esperienza storica inclina verso direzioni contrarie agli asserti di Dahrendorf: da un lato, l'alto tasso di oppressione sociale e politica ha smorzato i processi di formazione del conflitto violento; dall'altro, proprio dove più avanzate sono risultate le condizioni delle libertà civili e sociali, là i gruppi di conflitto si sono mobilitati in forma, più o meno, violenta[7]. Sotto quest'ultimo riguardo, basta porre mente ai cicli della mobilitazione collettiva che negli anni '60 e nei '70 hanno attraversato e messo sottosopra tutte le democrazie avanzate occidentali. La teoria del conflitto di Dahrendorf risulta, così, spiazzata nell'analisi del rapporto conflitto/potere, con riferimento sia alle autocrazie moderne che alle democrazie avanzate.
Concludendo questo primo percorso di analisi, in Dahrendorf, la critica della posizione marxiana fa da premessa per una lettura enfatizzante della modernità e della democrazia, spesso cumulate nel concetto popperiano di “società aperta”[8], a cui egli si dedica particolarmente dalla seconda metà degli anni '70 in avanti; come vedremo più avanti. In questo senso, non può propriamente parlarsi di una "svolta" nella formulazione del suo pensiero.
Però, l'enfatizzazione dahrendorfiana della coppia modernità/democrazia, pur con tutti i suoi limiti, ha il duplice pregio di:
Indubbiamente, il problema del ripensamento della posizione marxiana e della riformulazione dell'analisi sociologica, a fronte del dispiegarsi del capitalismo sviluppato, si pone con urgenza e drammaticità. A Dahrendorf va riconosciuto il merito di aver colto questa necessità. Ciò che non convince nella riflessione dahrendorfiana:
I "problemi di democrazia" che proliferano nello specifico dello "sviluppo metropolitano" e contrassegnano i rapporti tra gli Stati, soprattutto dopo la dissoluzione dell'ordine imperiale sovietico, sono condannati a rimanere inindagati. In ragione di questi estremi esiti, possiamo qualificare l'approccio di Dahrendorf come conflittualismo chiuso [9], rispetto cui si lascia preferire il conflittualismo aperto di Simmel. Nel primo, il nodo consenso/conflitto è chiuso dalle istituzioni della democrazia; nel secondo, le istituzioni democratiche si qualificano proprio per mantenere aperto il nodo. In Simmel, nessun conflitto può chiudere il consenso, precisamente perché nessun consenso può chiudere il conflitto.
L’approccio teorico al conflitto da Dahrendorf definito nel suo lavoro “classico” del 1957 risulta confermato e arricchito nell’opera che al tema egli dedica 31 anni dopo: nell’occasione, allarga il campo di analisi, connettendo il conflitto ai diritti di cittadinanza e al post-Welfare[10]. Per questa via, l’intreccio di teoria del conflitto e teorie dei diritti di cittadinanza costituisce una sorta di propedeutica ad una ritematizzazione del concetto di libertà, in cui la transizione alla democrazia viene configurata come transizione alla società aperta, il modello di società entro cui Dahrendorf, sulle orme del tracciato popperiano[11], posiziona gli unici possibili livelli di libertà autentica.
Lo sconfinamento dalla situazione di conflitto alla società aperta è garantito, per Dahrendorf, unicamente dalla politica della libertà. Il conflitto consensuale chiuso, in un certo senso, viene ritematizato. Uno degli elementi di maggiore novità è dato dalla comparsa della diade entitlements/provisions[12]. La consensualizzazione e l’istituzionalizzazione dei conflitti vengono ora da Dahrendorf poggiate su un articolato movimento triadico:
La relazione tra le prime due dimensioni è di carattere oppposizionale/escludente, nel senso che ognuna di essa, per essere, tende a negare l’altra. Da qui la necessità di una sintesi (di tipo hegeliano e marxiano) che le rimetta in comunicazione, attraverso la stipulazione di un accordo politico-normativo. I diritti di cittadinanza fungerebbero come un metapatto che raccorderebbe:
Da una cosiffatta impostazione nasce anche una ermeneutica storica delle rivoluzioni. Per Dahrendorf, mentre la rivoluzione industriale sarebbe stata una rivoluzione di provisions, quella francese, al contrario, sarebbe stata una rivoluzione di entitlements[14]. Nel far questo, Dharendorf rielabora la categoria di chances di vita, da egli impiegata originariamente in lavori degli anni ‘70[15] e ripresa nel suo testo degli anni ‘80 sul “ripensamento” del liberalismo[16], ritematizzandola con una significativa apertura ai diritti di cittadinanza.
Il conflitto consensuale chiuso, insomma, viene “aperto” per trovare, attraverso la recezione dei diritti di cittadinanza, una più articolata, flessibile e funzionale “chiusura” nella società aperta. Col che la monade conflitto trascorre nella monade società aperta; cioè: la monade si allarga, per essere più pervasiva, allargando il campo delle sue chiusure.
Il conflitto consensuale chiuso del Dahrendorf degli anni Cinquanta e Sessanta diventa ora un metaspazio socio-normativo in cui trovano riconoscimento simbolico-esistenziale esclusivamente i diritti di cittadinanza già ritenuti legittimi. La società aperta popperiana, con l’innesto dei diritti di cittadinanza coniugati da Marshall[17] ed implementati dal Welfare, diviene la nuova monade chiusa, entro il seno della quale i criteri di verificabilità e fallibilità empiristi (e neoempiristi) e i princípi della giustizia distributiva, secondo quel mix di teorie liberali e democratiche tipico del paradigma su cui si è retto il consenso socialdemocratico[18].
Il conflitto consensuale chiuso, insomma, viene “aperto” per trovare, attraverso la recezione dei diritti di cittadinanza, una più articolata, flessibile e funzionale “chiusura” nella società aperta. Col che la monade conflitto trascorre nella monade società aperta; cioè: la monade si allarga, per essere più pervasiva, allargando il campo delle sue chiusure.
Il conflitto consensuale chiuso del Dahrendorf degli anni Cinquanta e Sessanta diventa ora un metaspazio socio-normativo in cui trovano riconoscimento simbolico-esistenziale esclusivamente i diritti di cittadinanza già ritenuti legittimi. La società aperta popperiana, con l’innesto dei diritti di cittadinanza coniugati da Marshall[17] ed implementati dal Welfare, diviene la nuova monade chiusa, entro il seno della quale i criteri di verificabilità e fallibilità empiristi (e neoempiristi) e i princípi della giustizia distributiva, secondo quel mix di teorie liberali e democratiche tipico del paradigma su cui si è retto il consenso socialdemocratico[18].
Con il trionfo delle politiche di Welfare, negli anni ‘60, si ha, secondo Dahrendorf, la piena affermazione della socialdemocrazia nel mondo industrializzato: il Welfare State non è che l’espressione formale e normativa di questo dato politico. Nel sistema delle società avanzate, gli assi di regolazione del funzionamento del governo e/o della politica, per Dahrendorf, sono tre:
Nel 1968, in tutte le società occidentali avanzate, sostiene Dahrendorf, giunge a completa maturazione la deflagrazione tra la partecipazione democratica e l’organizzazione burocratica del sistema politico-nomativo del Welfare: l’espansione della spesa pubblica non si traduce più in aumento dei benefici dei cittadini e la classe politica si rivela sempre meno capace di produrre innovazione.
Negli anni ‘70, per Dahrendorf, il quadro peggiora ulteriormente: gli entitlements si disgiungono dalle provisions, in un contesto economico dominato dall’intreccio di stagnazione e inflazione, vieppiù destrutturato dagli effetti dirompenti delle due crisi petrolifere del 1971 e del 1973. È, questa, la fase in cui gli economisti, i sociologi e i politologi occidentali discutono catastroficamente dei “limiti dello sviluppo”[20]. Ma, come osserva A. de Gennaro: “La catastrofe però non avviene. Al contrario, agli anni ‘70 succedono il rinnovato sviluppo o la crescita degli anni ‘80, in alcuni dei quali la crescita sfiora addirittura tassi da anni ‘60. Ma si tratta di una crescita che non ha più nulla a che fare con quella del Welfare State o dell’”era socialdemocratica”. Se gli anni ‘70 avevano infatti conosciuto l’anomalia della “stagflazione”, quelli ‘80 conoscono la non meno grave anomalia di una crescita a spese dell’occupazione”[21]. Il contesto storico generale è qui quello reaganiano-thatcheriano della “politica dell’offerta”[22] che rimpiazza la keynesiana “politica della domanda”, antica precondizione in virtù della quale lo Stato fungeva quale “volano” dello sviluppo[23].
Ma lo sviluppo senza occupazione[24], rendendo strutturale e di massa la disoccupazione, importa la compressione degli entitlements a tutto vantaggio delle provisions che, a loro volta, si vanno oltremodo accentrando nelle mani di ristrettissime élites. Ciò, conclude Dahrendorf, fa crollare i diritti sociali di cittadinanza incarnati dal Welfare State[25].
Le conseguenze politiche legate a questi nuovi assetti sociali, a queste nuove configurazioni normative e agli inediti immaginari collettivi collegati, per Dahrendorf, sono dense di pericoli estremi. Non solo e non tanto per la esilissima linea di confine che va ora separando le soggettualità inserite nel mondo della produzione dalle soggettualità da esso emarginate, quanto perché la negazione dei diritti sociali di cittadinanza crea delle vere e proprie sottoclassi sociali, aprendo il terreno alla formazione di fenomeni massificati e inquietanti di disidentificazione e anomia (disoccuppati, donne, giovani, anziani, minoranze etniche, ecc.), entro i quali possono agevolmente attecchire e prosperare nuove forme di tirannidi[26].
La soluzione del problema, secondo Dahrendorf, starebbe nella riunificazione degli entitlements con le provisions, allargando i diritti sociali di cittadinanza, dal campo Ocse, alla stragrande maggioranza dell’umanità[27]. Si tratterebbe, in definitiva, di estendere a scala mondiale i diritti civili e sociali di matrice occidentale, in modo che il mondo possa rinascere a una epoca di libertà mai sperimentata prima.
Il quadro storico-teorico entro cui si muove la ricerca di Dahrendorf è il seguente:
La modernità e il conflitto della modernità qui si coronano come trasferimento all’intero pianeta delle forme politiche e statuali dell’Occidente. La nuova sintesi tra entitlements e provisions sarebbe ora garantita dalla fuoriuscita dal “mondo Ocse”, per applicare in tutto il pianeta i princípi di libertà, giustizia civile e distributiva e i diritti di cittadinanza sociale predicati dalla filosofia politica occidentale, nel percorso che va dalla teoria liberale a quella democratica. In altri termini, con la caduta del consenso socialdemocratico, per la scissione operata tra entitlements e provisions, si tratterebbe di inverare nuove, più inclusive e globali, forme di consenso, incardinate sulla diffusione generalizzata ai cittadini e ai popoli dell’ intero pianeta dei diritti sociali e civili di cittadinanza.
Che i diritti di cittadinanza e le relative teorie, con i sottostanti codici e paradigmi scientifici, siano anche forme estreme, complesse e sofisticate di controllo repressivo, di socializzazione dell’esclusione, di esclusione politica, di emarginazione culturale e simbolica[28] non viene qui, coerentemente, preso in considerazione.
Che proprio la realizzazione, più o meno compiuta, organica e conseguente, di siffatti princípi e diritti sia tra le concause della discriminazione sociale tra classi e ceti forti e classi e ceti deboli, tra Nord e Sud del mondo non viene nemmeno lontanamente sospettato.
La politica della libertà che sconfina nella società aperta sarebbe, per definizione, il regno della libertà di tutti. In realtà, essa somiglia più ad un universo flessibile di microsistemi chiusi, in cui la gamma dei mezzi e dei fini dell’azione umana viene destrutturata e mutilata, nel tentativo dispotico di ricondurla e ingabbiarla entro i codici della razionalità, delle metodiche e delle strategie della fallibilità che, al di fuori di se stesse, non riconoscono alcunché.
L’applicazione su scala planetaria dei diritti civili e sociali di cittadinanza, così come sono stati elaborati, rappresentati e modellati dal pensiero politico e dai sistemi politici occidentali sarebbe il passaggio alla società aperta mondiale libera. In realtà, non faremmo altro che assistere all’estendersi e al perpetuarsi di quei processi di occidentalizzazione e colonizzazione simbolica del pianeta principiati nel 1492 con la “scoperta” dell’America. Dopo aver assistito alla pretesa fondamentalista dell’Occidente di imporre al mondo i propri interessi politici ed economici, le sue visioni del mondo e i suoi stili di vita, dovremmo ora essere spettatori della sfrenata hybris con cui l’Occidente intende assimilare il mondo intero ai suoi codici culturali e, perfino, alle sue teorie descrittive della libertà e alle sue teorie normative della giustizia.
Negli schemi euristici di Dahrendorf, in realtà, v’è ben poco spazio per il conflitto inteso in maniera problematica e aperta.
L’esistente e le esistenze non riconducibili alla/e non spiegabili dalla razionalità fallibilista non hanno alcuna legittimità esistenziale e scientifica; meglio, non esistono. Altrettanto deve dirsi per i diritti di cittadinanza, i quali esistono solo nelle “forme teoriche” e nelle “costruzioni reali” elaborate e dislocate dall’Occidente. La libertà sarebbe ora niente altro che l’estensione illimitata delle dislocazioni occidentali dei diritti di cittadinanza. Vale a dire: una delle cause del problema dell’ingiustizia e della discriminazione a livello planetario viene assunta e agita come risoluzione del problema.
L’approccio metodologico apparentemente “minimalista” (la fallibilità) funge da precondizione per pilotare un processo dal profilo apertamente “massimalista”, tendente alla sintesi politica tra entitlements e provisions che, a sua volta, è l’essenziale punto di passaggio per la realizzazione della società aperta. Ma, ora, questa intersezione politico-epocale dell’organizzazione socio-umana appare, piuttosto, come la nuova monade chiusa.
La premessa minimale sconfinante nella società aperta sventaglia effetti destrutturanti massimali, a misura in cui le differenze e i differenti, a cui i diritti dovrebbero sempre essere ricondotti, vengono azzerati dai selettori della razionalità strumentale verificazionista e dalle ventose spoliatrici dei diritti di cittadinanza, la cui costante storica è stata quella di tradursi non in più, ma in meno libertà e meno democrazia, soprattutto a carico delle fasce sociali e delle etnie deboli. Ciò appare particolarmente vero oggi, a fronte dell’ordine/disordine localmente e globalmente guerreggiato in cui versano le relazioni internazionali, all’interno delle quali le identità più deboli sono oppresse e schiacciate con tutti i mezzi simbolici e fisici di intimidazione e coercizione.
Se insistiamo con maggiore attenzione sui concetti di “libertà” e di “politica della libertà” coniugati da Dahrendorf, apparirà più palesemente in luce l’hybris progettuale che abbiamo dianzi individuato. L’implementazione dell’ hybris progettuale occidentale funge, all’altezza dello snodo storico del presente e delle sue finestre aperte sul futuro, come dilatazione “esplosiva” dei processi di secolarizzazione e complessificazione e, nel contempo, come nuovo punto forte di (ri)avvio della rioccidentalizzazione del pianeta.
In un testo significativo compreso in un libro del 1979, molti anni dopo tradotto in italiano, sulle orme delle analisi di Popper che abbiamo già esaminato, Dahrendorf collega il concetto di libertà a quello di società aperta e tutte e due alle condizioni dell’umano[29]. Il legame appare ancora più intenso in quanto egli, poi, riconnette il concetto di libertà a quello di chances di vita[30]. Nel discorso di Dahrendorf, è proprio il collegamento con le “chances di vita” che fa della libertà un concetto attivo[31]. Nel senso che l’accrescimento delle chances di vita, modellando contenutisticamente e direzionando teleologicamente il conflitto sociale, si costituisce come percorso specifico dell’ampliamento della libertà nella società post-industriale. Se originariamente — come abbiamo visto — la teoria del conflitto, in Dahrendorf, si incardinava sul potere in quanto asse cruciale di ogni formazione sociale, ora il conflitto per il potere appare, piuttosto, finalizzato alla gestione e al miglioramento delle chances di vita. Quel conflitto sociale che muove e trasforma il potere in direzione dell’arricchimento dei contenuti delle chances di vita, sembra dire ora Dahrendorf, realizza la politica della libertà.
Per Dahrendorf, se è chiaro che chances di vita e libertà non sono la stessa cosa, rimane altrettanto indubbio che il rapporto di implicazione che esiste tra di loro può “contribuire a chiarire il concetto di libertà”[32]. Ma seguiamo da più vicino l’argomentazione di Dahrendorf. La libertà è un concetto normativo; chances di vita, invece, una categoria analitica [33]. Da questa differenza costitutiva discendono non minori differenziazioni. Vediamole:
Non poteva essere diversamente, vista la divaricazione costitutiva tra entitlements e provisions. Un aumento delle possibilità di vita materiali non è automaticamente aumento di quelle immateriali; il miglioramento delle condizioni economiche in senso stretto non è, di per sé, indicativo di una maggiore libertà[35].
Il concetto prescrittivo di libertà, a sua volta, ammette una rilevante distinzione tra:
Più avanti Dahrendorf, commentando positivamente un’affermazione di von Hayek, precisa: “Le condizioni necessarie della libertà sono, nella realtà, le condizioni di una società aperta ... Il che significa intangibilità della persona, libertà di parola e di opinione, un minimo di partecipazione politica ... Dove le chances di vita che abbiamo così indicato non esistono, non c’è libertà, per quanto alto sia il livello materiale di vita degli uomini. Le condizioni necessarie della libertà sono letteralmente irrinunciabili”[37]. Le libertà perimetrano, quindi, un campo minimale ed elementare, il quale presuppone il contratto sociale e/o lo Stato minimale, il cui compito è proprio quello di porre un limite alla coercizione e, con essa, alle “potenzialità teoricamente illimitate dell’agire”[38].
5. Una prima e sintetica conclusione critica
Ritorniamo un attimo indietro. Nella versione originaria della teoria del conflitto di Dahrendorf, il potere era la variante indipendente, in funzione di cui si disponeva e agiva il conflitto. Nella versione autocorretta, il conflitto per il potere viene, in un certo senso, subordinato all’accrescimento delle chances di vita e, per questa via, alla libertà. Ora, la libertà diviene il contenuto del conflitto e l’indirizzo del mutamento. I presupposti teorici di fondo e le categorie analitiche rimangono intatti; si allarga il campo descrittivo e si specifica meglio l’orizzonte di senso.
La categoria chances di vita diviene il punto cruciale dell’autocorrezione teorica, in quanto essa, per Dahrendorf, nella sua dinamica storica e sociale, racchiude come movimento complessivo tanto gli entitlements che le provisions[39]. Il “nuovo liberalismo”, si specifica, appunto, per cercare ininterrottamente nuove opportunità, tese all’allargamento delle chances di vita per un numero progressivamente crescente di persone. Per Dahrendorf, siffatto liberalismo è nuovo anche perché si propone programmaticamente di capovolgere quella tendenza storica che ha bloccato l’ampliamento delle chances di vita alla classe di maggioranza, escludendone, a livello di “mondo sviluppato” e, ancora più, di “mondo sottosviluppato”, tutte le sottoclassi a cui i diritti di cittadinanza sono (soltanto) formalmente riconosciuti.
Il passo avanti compiuto è innegabile. Purtroppo, dobbiamo registrare quattro limiti:
Le condizioni necessarie delle libertà, così come definite da Dahrendorf, ammettono un menu di chances di vita che finisce col coincidere con il paniere già esistente dei diritti civili e sociali. Con la conseguenza che tutte le incongruenze, le discriminazioni e le disfunzioni normative collegate alla teoria e prassi dei diritti di cittadinanza rimangono pienamente operanti. Quello che qui fa difetto a Dahrendorf è una radicale svolta teorica e, insieme, una puntuale considerazione storica delle forme di conflittualità affermate dai nuovi movimenti sociali degli anni ‘60 e ‘70, i quali introducono nel paniere di chances di vita necessarie nuove possibilità, quali il senso, l’identità, la pace, la qualità della vita, ecc.[42]. Proprio la lettura dei cicli conflittuali innescati dai “nuovi movimenti” consente di comprendere che il rapporto tra liberty e freedom è meno meccanico di quanto postulato teoreticamente, mostrando, del pari, quanto l’automatismo associativo esclusione sociale = ribellismo violento e antidemocratico sia inconcludente e fuorviante. I “nuovi movimenti”, pur manifestando enormi e significativi limiti, hanno definitivamente chiarito che:
È in questo senso più proprio, allora, che quello di libertà è un concetto attivo e in movimento continuo, definitivamente sottratto alle pastoie del vadecum prescrittivo liberale entro cui la libertà, in Dahrendorf come nei grandi pensatori liberali del Novecento, rimane schiacciata e depotenziata[43]. È vero che il concetto classico di libertà dei liberali è un concetto negativo, in quanto non si accontenta delle condizioni esistenti[44]; ma è altrettanto vero che tenta continuamente di adattare ai suoi contenuti prescrittivi l’esistente, anziché aprirsi ad esso. L’insoddisfazione per l’esistente si torce nel tentativo di addomesticarlo e dominarlo; quando, invece, è proprio nelle fenditure dell’esistente che occorre ricercare la materia prima con cui ampliare ed arricchire continuamente il vocabolario minimo delle libertà. Per essere ancora più precisi: le opzioni e le chances di vita nuove non debbono limitarsi a conservare la semantica delle condizioni necessarie; all’opposto, debbono mutarla e arricchirla. Infine, quanto fin qui argomentato significa che l’orizzonte aperto dalle nuove libertà non è misurabile da quello delle libertà esistenti, poiché tutte le “misure” e i “rapporti”, in questo gioco, vengono incessantemente metamorfosati. Solo così la libertà può essere attivamente in continuo movimento.
Note
[1] R. Dahrendorf, Classi e conflitto di classe nella società industriale, Bari, Laterza, 1963 (ma 1957)., p. 113.[2] Ibidem, p. 126.
[3] Ibidem, p. 353.
[4] Come ricorda opportunamente D. Lockwood, Integrazione sociale e integrazione sistemica, “Società e conflitto”, n. 7/8, 1993, p. 88.
[5] Dahrendorf mantiene coerentemente questi assunti anche nelle sue riflessioni degli anni ‘70. Uno di questi “luoghi teorici” appare estremamente interessante, proprio per il suo carattere fortemente concettuale. Ci riferiamo al testo “Sette note sul concetto di chances di vita”che funge da “Appendice” alla antologia di scritti del 1979 La libertà che cambia, Roma-Bari, Laterza, 1994, pp. 149-217. Qui Dahrendorf ribadisce che il potere “è il fenomeno chiave delle strutture e dei processi sociali. La strutturazione dei ruoli sociali in campi avviene in conformità ai segnali dati dalla posizione di dominio. Come la valuta, anche le strutture di reddito e di prestigio hanno, fino a un determinato grado, proprie leggi; ma in ultima analisi esse sono state fatte deviare ad opera di altre strutture. La stratificazione sociale poggia sul potere; e analogamente avviene per l’intero sistema delle norme sociali e delle sanzioni che lo accompagnano; i rapporti di potere però non sono solo il centro per così dire distributivo della struttura del campo sociale; sono anche punto di partenza cruciale dei conflitti generatori del mutamento. Nel loro contenuto più formale i conflitti sociali hanno sempre per oggetto il mantenimento o la presa del potere. I gruppi di interesse si costituiscono con questo obiettivo, e non è un caso che quelli che lo perseguono siano sempre molto attenti alle strutture governative. Proprio per questo il potere è la categoria formale decisiva sia nell’analisi della struttura sia nell’analisi dei processi delle società. Senza il potere non esiste nessuna società” (p. 159). Più avanti, nello stesso testo, Dahrendorf, riferendosi esplicitamente alla sua opera del 1957, ne ribadisce la sostanza, palesando una sola necessità “autocorrettiva”: “Anche oggi non vedo nessun motivo per porre in discussione l’utilità di tale analisi, ma essa resta limitata, perché a mancare è la dimensione più importante anche se la più complessa: quella dell’indirizzo del mutamento e del contenuto dei conflitti. Una possibilità di introdurre questa dimensione sta nell’accettare l’impostazione di Marx (o di Aristotele) [in alcuni passaggi precedenti, a pag. 169, Dahrendorf collega il discorso marxiano a quello aristotelico imperniato sulla coppia potenza/atto] e collegare l’analisi di classe all’analisi degli sviluppi della struttura sociale (non condizionati dalla classi), correlati con il potenziale e l’attualità, vale a dire con ciò che una società potrebbe offrire e ciò che offre di fatto. Siffatte disponibilità sociali devono, per parte loro, essere inserite in concetti strutturali che siano più generali di quelli di “produzione”. Questa è la via che intendo seguire, ed è chiaro che essa porta immediatamente ad uno dei punti in cui il concetto di chances di vita diventa un concetto chiave dell’analisi dei processi sociali” (pp. 170-171). E ancora: “La lacuna più evidente è il punto del mio libro Classi sociali e conflitti di classe nella società industriale in cui l’analisi del conflitto resta quanto mai formale, e poco viene detto sui contenuti dei conflitti sociali e sulla direzione del mutamento sociale. Questo vale anche per la maggior parte delle mie pubblicazioni sul tema conflitto sociale. Con l’intro-duzione del concetto di chances di vita come oggetto dello sviluppo sociale umano, questa carenza può essere in qualche modo colmata. I conflitti sociali riguardano l’accrescimento delle chances di vita, e cioè per i gruppi dominanti, la difesa del livello di chances già raggiunto — cioè il tentativo di assicurarsi le opzioni diventate privilegi nell’ambito dei legami o delle legature esistenti — e d’altro canto, per i gruppi subalterni, la lotta per affermare nuove opzioni, anche a spese dei legami noti, se non per una nuova qualità dei legami stessi” (p. 176). Ritorneremo più avanti su questi nuovi temi introdotti da Dahrendorf.
[6] R. Dahrendorf, Classi e conflitto di classe, cit., pp. 542-543.
[7] Questa incongruenza storica della teoria politica di Dahrendorf è prontamente rilevata da R. Collins, Teorie sociologiche, Bologna, Il Mulino, 1993, p. 167.
[8] K. R. Popper, La società aperta e isuoi nemici, 2 voll., Roma, Armando, 1975.
[9] Ciò rende la teoria del conflitto di Dahrendorf, suo malgrado, sorprendentemente vicina alle posizioni, pur confutate, del "funzionalismo normativo"; come con acume rileva Lockwood, op. cit.: cfr. il punto III, pp. 87-92.
[10] R. Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Bari, Laterza, 1989 (ma 1988). Come fatto osservare da un acuto recensore, Dahrendorf nel testo riprende e sviluppa temi già trattati in Per un nuovo liberalismo, Roma-Bari, Laterza, 1988: cfr. L. Bottani, Conflitto sociale e modernità in Dahrendorf, “Il Mulino”, n. 2, 1990, p. 311.
[11] Con questa chiave di lettura Dahrendorf (e con un lessico che nel titolo ricorda quello adoperato da E. Burke a proposito della rivoluzione francese) legge, altresì, la crisi del sistema sovietico e l’azione dei movimenti rivoluzionari del 1989 nell’Europa orientale: 1989. Riflessioni sulla rivoluzione in Europa, Bari, Laterza, 1991. È nella prima sezione dell’opera che Dahrendorf imposta le sue categorie filosofiche e metodologiche di analisi, derivandole esplicitamente dagli assunti della verificabilità di matrice popperiana. In un testo letto ad una Conferenza del 1989 (Aula Magna dell’Università di Torino: 16 ottobre 1989), Dahrendorf allarga lo schema di lettura della “transizione alla democrazia”, dall’ambito occidentale, alle vicende dell’Europa orientale della fine degli anni ‘80: cfr. La via della libertà: problemi della transizione alla democrazia, “Biblioteca della libertà”, n. 108, 1990. Nell’occasione, Dahrendorf si rifà anche al modello interpretativo della refolution (combinazione di “reform” e “revolution”) elaborato da T. G. Ash, We the People, London, Granta Books, 1990 (cfr. p. 5). In un articolo successivo, Dahrendorf si riferisce nuovamente allo schema di lettura di Ash: Le rivoluzioni sono condannate al fallimento?, “MicroMega”, n. 1, 1992, p. 11.
[12] La categoria di “entitlements” è da Dahrendorf derivata da A. Sen, Powerty and Famines, Oxford, Clarendon 1981; cit. da L. Bottani, op. cit., p. 311. Ricorda Bottani: “Sen individua una discrepanza tra la somma dei beni e del cibo esistente in una situazione di carenza alimentare (bastevole spesso a mantenere in vita tutte le persone che dovranno morire a causa di carestia in quella zona colpita) e la carenza dei diritti che soli conferiscono la possibilità di accedervi. È così la coerenza di un completo entitlements set a ostacolare l’accesso alle provisions e non il destino di povertà e miseria cui sarebbero fatalmente condannate e andrebbero incontro le masse miserabili del Terzo e Quarto Mondo” (p. 311).
[13] R. Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità,cit., pp. 3-31.
[14] Ibidem, p. 18.
[15] Analizzeremo in maniera puntuale tali lavori nel proseguimento del discorso.
[16] R. Dahrendorf, Per un nuovo liberalismo, cit., 1988.
[17] T. H. Marshall, Cittadinanza e classe sociale, Torino, Utet, 1976.
[18] Per una ricognizione sul binomio Welfare/consenso socialdemocratico, illuminanti le considerazioni di un contributo del 1978 di R. Dahrendorf: Alla fine del consenso socialdemocratico? Il problema della legittimità del potere politico nel presente, in La libertà che cambia, cit., pp. 69-87.
[19] R. Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità, cit., pp. 111-139.
[20] Per una ricostruzione dei termini di quel dibattito, cfr. AA.VV., I limiti dello sviluppo. Verso un equilibrio globale, Milano, Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondadori, II ed., 1973 (si tratta dei celebri studi del “System Dynamics Group Massachusetts Institute of Technology, la cui pubblicazione è curata da Dennis L. Meadows e Donella H. Meadows); L. R. Brown, I limiti alla popolazione mondiale, Milano, Edizioni Scientifiche e Tecniche Mondadori, II ed., 1975; F. Hirsch, I limiti sociali allo sviluppo, Milano, Bompiani, 1981. In un qualche modo, continuatore del dibattito sulla “crisi dello sviluppo” è la discussione sulla “crisi della democrazia” che prende luogo sempre negli anni ‘70, intorno alla celebre e discussa ricerca commissionata dalla “Trilateral”: M. Crozier-S. Huntington-J.Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla commissione trilaterale, Milano, Angeli, 1975.
[21] A. de Gennaro, Dahrendorf e la filosofia politica occidentale, “Teoria politica” n. 3, 1990, p. 163.
[22] Per una acuta disamina critica della Reaganomics, della politica economica di M. Thatcher e degli effetti delle “politi-che dell’offerta” negli Usa, Gran Bretagna, Germania federale, Francia, Giappone e Italia, cfr. il fascicolo monografico Crisi dello sviluppo e politiche dell’ offerta negli anni ‘80 (a cura di E. Dal Bosco), “Problemi del socialismo”, n. 26, 1983.
[23] In un certo senso è anticipatrice, in sede di ricezione teorica, l’elaborazione neo-operaista di “Potere operaio”: cfr., per tutti, AA. VV., Operai e Stato, Milano, Feltrinelli, 1972.
[24] Sulla tendenza “post-fordista” attivata negli anni ‘80 (ed ulteriormente incrementatasi nei ‘90) di sviluppo crescente a decrescente occupazione, per effetto dell’introduzione su vasta scala delle tecnologie elettroniche e dei nuovi princípi di flessibilità e mobilità dell’organizzazione del lavoro, cfr. A. Gorz, Metamorfosi del lavoro, Torino, Bollati Boringhieri, 1992; Id., Capitalismo, socialismo, ecologia, Roma, manifestolibri, 1993; Id., Il lavoro debole. Oltre la società salariale, Roma, Edizioni lavoro, 1994; D. De Masi, Sviluppo senza lavoro, Roma, Edizioni lavoro, 1994.
[25] R. Dahrendorf, op. ult. cit., pp. 140-166.
[26] Ibidem, pp. 167-219.
[27] Ibidem, pp. 219-229.
[28] Per una ricognizione in questa direzione, cfr. A. Petrillo, Crisi della cittadinanza e controllo sociale. Il gioco tra interessi e identità, in Paola Di Nicola-Angelo Saporiti (a cura di), Cittadinanza o cittadinanze: la crisi dello Stato sociale tra universalismo e logica delle appartenenze, Campobasso, Università degli Studi del Molise, 1994; A. Chiocchi-A. Petrillo (a cura di), Emarginazione e identità, monografico di “Società e conflitto”, n. 11/12, 1995.
[29] R. Dahrendorf, Chances di vita. Dimensioni della libertà nella società, in La libertà che cambia, cit., pp. 50 ss.
[30] Per l’esplicazione e l’uso di questo concetto, cfr. R. Dahrendorf, op. ult. cit., pp. 29-49, 149-216.
[31] “Il concetto attivo di libertà che io sostengo non ci consente tregua, prima d’aver esplorato tutte le vie per l’ampliamento delle chances di vita umane; il che vuol dire che non consente tregua mai. Il liberalismo è necessariamente una filosofia della trasformazione” (op. ult. cit., p. 51; corsivo nostro). Su questa linea di analisi, egli definisce una fondamentale opera del pensiero liberale del Novecento come “La società libera” di F. H. von Hayek (Firenze, Vallecchi, 1969) un “libro liberale solo a metà, profondamente carente di fantasia e coraggio” (ibidem, p. 51).
[32] Ibidem, p. 209.
[33] Ibidem, p. 209.
[34] Ibidem, p. 209.
[35] In proposito, Dahrendorf (che scrive nel 1979) si serve dell’esempio dell’Unione sovietica: “L’innalzamento del tenore di vita in Unione Sovietica equivale ad un aumento delle chances ma non a un accrescimento della libertà” (ibidem, p. 209).
[36] Ibidem, p. 209.
[37] Ibidem, p. 210. Il passo di F. H. von Hayek è il seguente: “In questo libro si cerca di individuare quella condizione in cui la coercizione (coercion) che alcuni esercitano su altri possa essere quanto più possibile ridotta nella società. Indicheremo sempre questa condizione come condizione di libertà (liberty of freedom) [La società libera, cit., p. 11].
[38] Ibidem, p. 210.
[39] R. Dahrendorf, Il conflitto sociale nella modernità, cit., p. 22 ss.
[40] Cfr., sul punto, Associazione culturale Relazioni, L’ emarginazione, vol. I, Approcci teorici e modelli culturali, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1994; Id., L’ emarginazione, vol. II, Consistenze storiche, Avellino, Associazione culturale Relazione, 1995. Si rinvia, altresì, alla bibliografia richiamata nelle due opere.
[41] R. Dahrendorf, op. ult. cit., pp. 191-215.
[42] Sia consentito, sul punto, rinviare ad A. Chiocchi, Movimenti. Profili culturali e politici della conflittualità sociale in Italia negli anni ‘60 e ‘70, Avellino, Quaderni di “Società e conflitto”, n. 9, 1996.
[43] Particolarmente esplicativo, sull’argomento, R. Dahrendorf, op. ult. cit., pp. 211-212.
[44] Ibidem, p. 213.