PREVENZIONE, SICUREZZA ED ETICA SOTTO ATTACCO
di Antonio Chiocchi

1. Per un approccio globale

L'andamento degli infortuni mortali sul lavoro, di grande impatto simbolico soprattutto nel primo e nell'ultimo trimestre del 2006, costringe a riconsiderare in profondità il sistema sicurezza del lavoro in Italia. L'asprezza del presente ci impone di proiettare in un orizzonte di significato  più ampio e complesso le nostre riflessioni.

Ultimamente, sta maturando un nuovo orientamento interpretativo, teso alla definizione di un approccio globale alla questione, allo scopo di promuovere strategie di contrattazione più incisive e buone pratiche di trasformazione [1]. Indubbiamente, le metamorfosi di senso e di struttura che il lavoro ha subito, per effetto della globalizzazione neoliberista, sono alla base sia della precarietà del rapporto di lavoro, sia dell'insicurezza crescente delle condizioni di lavoro. E tuttavia, questi, non sembrano essere gli unici fattori ad aver determinato il peggioramento progressivo delle condizioni di sicurezza e di salute nei luoghi di lavoro. Vi sono elementi di natura culturale, politica e istituzionale che finora non hanno ricevuto un'adeguata attenzione critica.

Si è, così, potuto originare un humus sociale di esonero da ogni forma di responsabilità pubblica che ha coinvolto attori e decisori politici, a un lato, e il sistema delle imprese nel suo complesso, al lato opposto. Il punto rilevante è che, in Italia, manca non soltanto una adeguata cultura della prevenzione e della sicurezza sul lavoro, ma anche e soprattutto l'etica del rispetto della dignità della persona che lavora. La spirale sempre più larga delle morti sul lavoro è la manifestazione più eloquente di questa mancanza di etica pubblica. Nessuna meraviglia se, dunque, il lavoro uccide in misura crescente e i luoghi di lavoro diventano sempre di più centri di emanazione di veri e propri bollettini di guerra, con un'incidenza preoccupante degli infortuni mortali.

Conseguenze negative, così, estreme recano in sé germi patogeni allignati ben in profondità. Un approccio globale al sistema sicurezza del lavoro; si rende, perciò, ancora più necessario e indifferibile. Non esiste altra opzione di metodo e di analisi, idonea a far individuare le cause che stanno facendo scricchiolare il sistema dalle sue fondamenta.

Il movimento sindacale sembra aver imboccato questa nuova prospettiva di marcia [2]. Non altrettanto può dirsi per il sistema delle imprese e il mondo imprenditoriale nel loro complesso, per i quali sicurezza e salute sul lavoro continuano, ancora troppo sovente, a essere rubricate come fatto tecnico; o, peggio, come onere, se non costo aggiunto.

Come è noto, la filosofia che ispira il ridisegno del sistema sicurezza del lavoro'8221;italiano, attraverso il celebre D.Lgs. 626/94, è di origine comunitaria e si incardina sul concetto di impresa sicura, esteso a tutti i generi di attività [3]. L'obbligo di tutela della sicurezza e della salute sul lavoro viene, così, posto in capo al datore di lavoro; ma esso è assai meno vincolante di quanto, a tutta prima, si sia ritenuto e si continui a ritenere [4].

La razionalità universalista della legislazione comunitaria, pur segnando un innegabile passo in avanti, ha alimentato un processo di adattamento progressivo, più che di rinnovamento attivo delle legislazioni nazionali sulla sicurezza e salute sul lavoro. Per quello che riguarda da vicino il caso italiano, sono rimaste intatte alcune disfunzionalità della legislazione previgente. Ne è conseguita una logica di governo della sicurezza e salute sul lavoro che è andata procedendo per interventi tampone, mai del tutto risolutivi delle problematiche in gioco.

Si è come ingenerata una filosofia basata sull'intervento riparatorio e risarcitorio, più che su una sistematica progettuale modellata su interventi preventivi. Ne è la riprova la formulazione di fatto di un codice della "sicurezza sul lavoro", a cui mancano i requisiti della globalità e della integrazione e un'adeguata cultura della prevenzione [5].

L'estrema articolazione delle variabili in movimento ci impone di individuare un percorso che appare articolato lungo due linee di azione:

Le due linee convergono verso un disegno unitario, cedendo e cumulando ognuna i limiti dell'altra. Le filosofie di intervento sono prive di una adeguata impostazione globale, per cui tematiche della sicurezza e contesti di rischio non sono mai colti al loro effettivo livello di competenza e di complessità. Le pratiche di attuazione, per parte loro, agiscono sempre a livello di singolo settore, inerti e inermi di fronte alla globalità delle connessioni implicate e continuamente rimodulate dal sistema della sicurezza e salute sul lavoro. Filosofie e pratiche sono unite dal fatto che finiscono col subire sempre le problematiche della sicurezza, senza cercare mai di anticiparle, allo scopo di prevenire il rischio ed evitare la riproduzione di scala degli infortuni.

Soltanto se ancoriamo l'analisi critica a questo livello di profondità, possiamo, poi, trovare la spiegazione razionalmente fondata di una grande e apparente contraddizione. La  legislazione italiana sulla sicurezza e la salute sul lavoro non è arretrata; anzi. Ciononostante, il fenomeno degli infortuni e delle morti sul lavoro diventa di anno in anno più preoccupante. La circostanza indica, palesemente, che l'effettiva tutela della sicurezza e salute non è questione di carattere esclusivamente giuridico-legislativo e nemmeno problema di meri controlli e interventi repressivi in senso stretto.

Due sono le problematiche centrali di fronte alle quali emerge l'enorme deficit dell'ordinamento vigente e del sottostante sistema di decisione politica:

Si misurano qui gli enormi meriti del D.Lgs 626/1994, ma anche tutti i suoi limiti.

Per quanto attiene ai meriti, in primo piano emerge l'affermazione del principio, collaterale a quello di "impresa sicura", del carattere oggettivo della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro; principio che comporta, a sua volta, il ricorso a tecniche ordinamentali e materiali di gestione della sicurezza [6].

Per quel che riguarda i limiti, va osservato che il teorema della sicurezza oggettiva e il suo corollario gestionale si rivelano:

L'impotenza funzionale e di controllo del dispositivo ispettivo che ne risulta è il coerente approdo dei limiti della posizione in questione. La mancanza di un approccio globale a monte determina a valle conseguenze deleterie nei meccanismi ispettivi, incapaci di tenere sotto controllo dinamiche infortunistiche che vanno qualitativamente e quantitativamente assumendo proporzioni sempre più allarmanti.

Va riconosciuto, però, che il D.Lgs 626/94 eredita parte dei limiti di cui sopra dalla legislazione comunitaria che nella dinamica conflittuale tra mercato e diritti finisce, non di rado, col privilegiare il primo a danno dei secondi. Si spiega anche così il fatto che essa continui a essere tanto restia a considerare la precarizzazione del lavoro una questione prioritaria, quanto disponibile a porre il tema dell'orario di lavoro in puri termini di flessibilità dell'impiego della forza lavoro. Per fare solo due dei tanti esempi possibili sull'argomento.

La carenza di un approccio globale, tuttavia, non si esplicita soltanto a livello del rapporto tra datore di lavoro e lavoratori e non attiene esclusivamente alle condizioni ambientali all'interno di cui il lavoro concretamente viene organizzato e fornito. Esiste un ulteriore e, se possibile, più esiziale livello di connessioni che riguarda gli attori globali che intervengono nel sistema della sicurezza sul lavoro e che, nella fattispecie, sono tanto decisori sovranazionali quanto imprese transnazionali.

La legislazione comunitaria sulla sicurezza e salute sul lavoro deve farsi consapevole della dimensione internazionale che, ormai, l'organizzazione del lavoro ha acquisito. Gli Stati membri, non a caso, fanno fatica a riconoscere l'operatività di questa dimensione. Basti considerare la circostanza che soltanto un esiguo numero di essi ha ratificato convenzioni, pure rilevanti, dell'International Labour Organization (ILO) come la:

L'internazionalizzazione dei processi produttivi e dell'organizzazione del lavoro, l'uso di tecnologie innovative e sostanze nuove e più pericolose esaltano la dimensione multidimensionale delle dinamiche della sicurezza e del rischio sui luoghi di lavoro. Nel contempo, sono alla base della generazione dei cosiddetti rischi emergenti che rivelano una soglia di lesione della sicurezza e della salute avente una dinamica plurioffensiva.

Un approccio globale alla questione è l'unica risposta all'altezza dei tempi. Che, in sé, l'ambiente di lavoro sia nocivo, stressante e insicuro è, purtroppo, una evidenza incontrovertibile. Altrettanto evidente è la multifattorialità delle cause e delle conseguenze dei rischi dell'ambiente di lavoro.

Dobbiamo partire dal fatto elementare che l'ambiente di lavoro è tanto permeato e trasformato dall'ecosistema in cui è calato, quanto suo fattore di degrado. Esso, per così dire, è sia oggetto contaminato che soggetto contaminante. La socializzazione di quest'ordine di consapevolezze è la premessa di ogni strategia risolutiva del problema sicurezza. Un approccio può qui dirsi globale, a misura in cui fa cosciente se stesso e rende altri consapevoli della scala multidimensionale delle grandezze e delle problematiche in gioco. Tale premessa può essere il fertile punto di partenza, per dialettiche comunicative incisive, strategie di contrattazione efficaci e intese larghe e coinvolgenti.

Il movimento sindacale ha acquisito su questo terreno grandi meriti e si è impegnato in grandi battaglie. Ha anche subito arretramenti, causati dalla deregolamentazione sfrenata dei rapporti di lavoro e dalla crisi del lavoro subordinato di prima generazione. Vanno, del pari, individuati limiti e ritardi interni, intorno cui una riflessione autocritica risolutiva non è stata ancora avviata.

Particolarmente interessante appare l'individuazione della riduzione della sicurezza sul lavoro a un problema di tecniche di gestione, delegato ai Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza (RLS), ridotti essi stessi a figure tecniche ed esterne al sistema delle relazioni industriali, con lo svilimento conseguente del ruolo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie (RSU) e l'allentamento delle relative politiche di contrattazione [7]. La sicurezza sul lavoro non è una questione esterna alle relazioni industriali e alle strategie contrattuali; ne costituisce, anzi, uno dei baricentri vitali. E lo è soprattutto oggi che la globalizzazione neoliberista va sempre più affermando dominanza storica ed egemonia culturale.

Muoversi in direzione di un approccio globale alla sicurezza sul lavoro significa innovare la contrattazione sindacale, a partire dai luoghi di lavoro [8]. E, ancora più al fondo, innovare la contrattazione sindacale vuole dire muoversi concretamente nella prospettiva della prevenzione, per ridurre il campo morfogenetico del rischio e contrarne in anticipo l'orizzonte di incidenza.

Al centro dell'approccio globale alla sicurezza va messa l'emersione nella società civile e nei luoghi di lavoro di una domanda di sicurezza e salute sempre più complessa e pressante che fa fatica a trovare adeguate forme di espressione e interlocutori validi sul piano politico, istituzionale e sociale. Il punto dolente è che la cultura della sicurezza e della prevenzione è insufficiente soprattutto nelle istituzioni educative e formative di ogni ordine e grado [9]. Altrettanto, se non di più, carente è il posto da essa occupato nei paradigmi gestionali e organizzativi che ispirano le decisioni e le azioni del mondo delle imprese che pare costitutivamente impermeabile alla innovazione e alla assunzione delle responsabilità connesse alle attività imprenditoriali [10]. A corollario del tutto, quasi a sancire istituzionalmente questo deficit di cultura civica, v'è la cronica insufficienza delle risorse economiche e strumentali che lo Stato assegna alle attività di ispezione, prevenzione e controllo in materia di sicurezza e salute sul lavoro.

La filosofia della prevenzione ispirata dal D.Lgs. 626/1994 costituisce un grande progresso: recepisce non solo le direttive comunitarie, ma va anche nella direzione di un'attuazione organica dell'art. 32 della Costituzione e dell'art. 2087 del codice civile. In particolar modo, afferma il concetto guida comunitario della prevenzione intesa come coesione e dialogo tra le parti sociali [11]. In questo ambito, decisiva importanza acquisiscono i diritti di informazione, formazione e comunicazione, di cui i lavoratori e le loro organizzazioni rappresentative diventano ora titolari.

Con l'affermarsi del postfordismo, tuttavia, la prevenzione viene messa in crisi per linee interne, a fronte della internazionalizzazione ed esternalizzazione dei processi produttivi, della frammentazione dell'organizzazione del lavoro e della precarizzazione delle figure del lavoro e delle forme contrattuali. Il modello classico di prevenzione, già in sofferenza nelle condizioni del taylorismo e del fordismo, entra in crisi irreversibile. Del resto, non casualmente, le condizioni di lavoro si sono deteriorate a livello internazionale, rendendo sempre meno sicuri i luoghi di lavoro [12].

Occorre, dunque, elaborare un altro modello di prevenzione partecipata, in uno sforzo di ricomposizione, contrattazione e dialogo interistituzionale che non ha precedenti storici, sia per l'ampiezza, sia per le novità assolute che vi sono implicate. Un approccio globale alla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, capace di integrare le componenti ambientali, tecniche, organizzative, umane, culturali e sociali, serve anche a questo.

2. L'approccio dell'Agenzia europea

Un approccio di tipo globale degno di attenzione è quello che viene applicato dalla Agenzia Europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, istituzione di ambito comunitario sorta nel 1996. Uno dei cardini dell'Agenzia è l'integrazione della cultura della prevenzione e della sicurezza nei sistemi educativi e nei programmi scolastici nazionali e comunitari. L'attenzione è qui specialmente rivolta ai bambini e ai giovani adulti, per insegnare loro di lavorare e vivere in un ambiente sano e sicuro. Cominciare da giovani a prevenire il rischio consente di diventare più sicuri da adulti. In questo direzione di marcia va la Settimana Europea 2006 organizzata dall'Agenzia e dedicata ai giovani.

Gli sforzi dell'Agenzia si vanno coerentemente focalizzando sulla generazione di una cultura europea della prevenzione, con programmi e iniziative ad hoc. Sotto questo profilo, particolare rilievo assume la Relazione annuale 2005 dell'Agenzia [13].

I punti qualificanti della Relazione stanno nella individuazione della, ormai, imprescindibile necessità di elaborare coordinate strategiche nel campo della Sicurezza sul lavoro (SSL) e integrarle nei sistemi di educazione e istruzione nazionali. L'approccio ha una chiara prospettiva di prevenzione. Intanto, perché si rivolge primariamente ai giovani e, non secondariamente, perché leva il suo sguardo verso il futuro, muovendo dalla costruzione di un presente più sicuro. L'impostazione culturale dell'Agenzia non trascura di considerare, inoltre, che l'attenzione maggiore va concentrata sui rischi emergenti, generati dalla interazione complessa tra trasformazioni ambientali ed evoluzione profonda e ininterrotta del mondo del lavoro.

3. I principali rischi emergenti

Secondo l'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro i principali rischi emergenti sono:

1) Mancanza di movimento
Il rischio è direttamente collegato all'aumento delle unità videoterminali (VDU) e dei sistemi automatizzati che impongono di stare seduti, per una parte consistente dell'orario di lavoro. L'attività fisica molto ridotta, secondo ricerche empiriche sul campo, comporta un significativo aumento dei disturbi muscoloscheletrici (DMS) degli arti superiori e della schiena. Inoltre, origina vene varicose e trombosi, obesità e alcuni tipi di cancro.

2) Esposizione combinata a DMS e fattori di rischio psicosociali
Condizioni di lavoro psicosociali sfavorevoli, oltre ad aumentare l'incidenza dei DMS, determinano l'appesantimento del carico dei rischi fisici. Le unità video, i call center e il settore sanitario sono i più esposti a queste dinamiche. I fattori psicosociali sfavorevoli più ricorrenti sono: eccesso o scarsità di domanda di lavoro; scarso controllo del lavoro; basso livello decisionale; mansioni complesse; pressioni elevate sui tempi di lavoro; scarso sostegno dei colleghi; incertezza del lavoro e vessazioni.

3) Complessità delle nuove tecnologie e interfaccia uomo-macchina
L'architettura dei luoghi di lavoro non tiene conto, secondo corretti principi ergonomici, dell'interfaccia uomo-macchina. Ciò aggrava la tensione mentale ed emotiva dei lavoratori, facendo crescere l'incidenza del rischio. Nell'industria aeronautica si rilevano interfacce uomo-macchina intelligenti e particolarmente complesse. Altrettanto deve dirsi per il settore sanitario (chirurgia assistita dal computer), nei camion pesanti e nelle macchine movimento terra (barre di comando all'interno dell'abitacolo).

Non  avrebbe grande senso promuovere la costruzione e diffusione di una cultura europea della prevenzione, se non si individuassero i settori a più alto rischio. L'Agenzia identifica tali settori nella pesca, nell'edilizia, nella sanità e nell'istruzione. Sono, questi, i settori in cui massimamente operante è la sinergia tra i fattori culturali, ambientali e organizzativi che concorrono alla formazione ed esplosione del rischio.

La presenza crescente di tecnologie sofisticate e, spesso, invasive sui luoghi di lavoro espone i lavoratori a una crescente serie di rischi di nuova generazione, più subdoli e pericolosi. Tra questi, l'Agenzia ha puntato il dito particolarmente contro i disturbi muscoloscheletrici (DMS) e lo stress . Si tratta di disturbi nuovi che, tuttavia, stanno diventando sempre più comuni, allestendo habitat lavorativi aventi un basso profilo di sicurezza.

4. Fare sicurezza non è un costo, ma un valore

Fare sicurezza sicuramente rappresenta un costo, in termini di risorse economiche e umane e di complessificazione dei sistemi di azione sociale comunque con#notati. Il problema è che tale costo fa fatica a entrare nella fisiologia della responsabilità dell'attore politico-istituzionale, dell'attore imprenditoriale e dei rispettivi sistemi di riferimento. Non casualmente, il tasso di infortuni nelle piccole e medie imprese, in tutta Europa, è superiore alla media [14]. E, quindi, stiamo parlando non solo di un problema italiano. Le PMI rappresentano, a tutt'oggi, l'anello debole del sistema complessivo della sicurezza. Problema non di poco conto, visto che esse inglobano il 65% della forza lavoro europea [15].

Di questa medaglia esiste, però, un rovescio, non ancora indagato con l'attenzione che merita. La SSL ha un valore economico [16]. Non è solo costo, ma anche valore aggiunto. Intanto, perché la spirale in espansione degli infortuni e delle malattie professionali pesa in maniera sempre più determinante sui bilanci pubblici e delle imprese. Inoltre, perché la costituzione di un sistema di SSL finalizzato alla prevenzione e al rispetto della dignità del lavoratore come persona contribuisce a rendere più efficiente e competitiva l'impresa, consentedole capitalizzazioni notevoli, a partire dalle risorse umane, organizzative e ambientali. Esiste una relazione funzionale, empiricamente documentata, tra implementazione di un corretto sistema di SSL e rendimento economico dell'impresa [17].

Vi sono ragioni etiche alla base della costruzione di un sistema sostenibile di SSL, per una molteplicità di ragioni che si sintetizzano nell'evidenza che vede diminuire il dolore e la sofferenza umana. Viene alla luce, in questo caso, il risvolto etico della giustizia sociale.  Vanno, altresì, individuate motivazioni di carattere economico che abbinano equità a efficienza, sostenibilità a responsabilità. Un sistema sostenibile di SSL garantisce, nel medio-lungo periodo, il successo economico e l'espansione delle economie [18]. Come è testimoniato dalle risultanze positive dei programmi di finanziamento mirato alle PMI portato avanti dall'Agenzia [19].

Dal punto di vista squisitamente economico, incidenti, infortuni e morti sul lavoro rappresentano un onere crescente per i lavoratori, le aziende e lo Stato. Da questa angolazione di osservazione, tra le aziende, quelle maggiormente penalizzate sono proprio le PMI, le quali rappresentano proprio il bacino economico-produttivo in cui si verifica il maggior numero, in proporzione relativa, di infortuni e morti sul lavoro. Si tratta di un meccanismo perverso avvitato su se stesso: le aziende che implementano bassi standard di SSL sono, conseguentemente, quelle che più espongono i lavoratori al rischio e, coerentemente, sono quelle su cui si riverberano i maggiori effetti di ricaduta finanziaria negativa.

Un minore numero di infortuni sul lavoro e di malattie professionali implica il calo delle assenze, comportando un flusso discendente di spese e una maggiore continuità dei processi produttivi. Senza trascurare il fatto che la riduzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali porta con sé anche la diminuzione dei risarcimenti al lavoratore e dei casi di responsabilità civile.

La connessione virtuosa tra ambiente di lavoro di buona qualità, qualità del lavoro e rendimenti aziendali stenta a essere individuata e valorizzata dai decisori politici e dagli attori economici. Come conclude correttamente l'Agenzia, investire in sicurezza significa anche ottimizzare il rendimento organizzativo ed economico delle aziende.

La inadeguata comprensione di questa evidenza palmare è la spia dei limiti ricorrenti dei modelli di Responsabilità Sociale dell'Impresa (RSI), all'interno di cui la sicurezza e la salute giocano un ruolo di secondo piano, se non, addirittura, trascurabile. Responsabilità dell'impresa dovrebbe significare anche, se non soprattutto, assunzione di responsabilità nei confronti della persona che lavora e dell'ambiente in cui l'impresa è collocata.

Eppure, a livello di modelli teorici, l'innalzamento degli standard di sicurezza è parte essenziale della RSI, a partire dal Libro verde europeo del 2001 '8220;Promuovere un quadro europeo per la responsabilità sociale delle imprese.

Costruire un ambiente di lavoro basato sulla prevenzione del rischio, la cura della salute del lavoratore e non invasivo rispetto all'ecosistema esterno è (o, almeno, dovrebbe essere) la quintessenza della RSI. La tendenza all'aumento degli infortuni e delle malattie professionali, purtroppo, dimostra il contrario e come il decalogo dell'Agenzia europea sia rimasto e rimanga lettera morta.

Nemmeno la pista degli incentivi economici, per stimolare le imprese a investire in sicurezza, è stata battuta in maniera generalizzata, nonostante le risultanze empiriche positive registratesi negli sporadici casi in cui è stata seguita [20]. La qual cosa è dimostrazione ulteriore dell'impermeabilità culturale a questo tipo di problematiche da parte sia dell'attore istituzionale che dell'attore imprenditoriale. L'irrisolta dialettica tra sicurezza come costo e sicurezza come valore è alla base di comportamenti e decisioni criticabili, se non controproducenti, tanto a livello dei comportamenti aziendali che su quello delle decisioni politico-istituzionali.

5. Percezione del rischio e soggettività

Prevenzione e percezione del rischio sono due facce della stessa medaglia, essendo grandezze sociali ed emotive in rapporto di proporzionalità diretta. È, difatti, chiaro che il rischio è tradizionalmente maggiore dove è meno percepito ed è meno percepito dove è tradizionalmente meno prevenuto. A tali dinamiche, a loro modo, "classiche" se ne debbono ora aggiungere altre, specificamente determinate dalla diffusione dei modelli di produzione postfordisti. Ciò rende di sempre più difficile definizione le problematiche della percezione del rischio [21].

La destrutturazione dei modi del produrre e della composizione delle figure lavorative ha rideterminato il quadro socioculturale all'interno di cui i lavoratori collocano i processi della percezione del rischio. A fronte dell'estensione del regime di precarietà dell'uso della forza lavoro, la percezione del rischio tende ora a essere messa in secondo piano dai lavoratori, a vantaggio della ricerca della stabilità del posto di lavoro.

Il primato attribuito alla stabilità oscura la ricerca di consapevolezza intorno alle condizioni di rischio dell'ambiente di lavoro. Un lavoro insicuro viene, in ogni caso, ritenuto un valore in sé, a fronte dello spettro del non lavoro. Ciò che acquisisce rilevanza, nella percezione del rischio, non è qui la ricerca di sicurezza, bensì la canalizzazione verso un'attività lavorativa, comunque essa sia caratterizzata.

La domanda di sicurezza viene esternalizzata e, pur divenendo sempre più complessa, tende a esprimersi al di fuori del circuito lavorativo. Ciò spiega gli ostacoli comunicativi che incontra sulla sua strada e le difficoltà che la contrattazione ha nell'intercettarla. Dobbiamo cogliere uno scarto tra percezione oggettiva e percezione soggettiva del rischio. La soggettività lavorativa è indebolita e, quindi, diventano friabili i suoi processi di cognizione e consapevolezza; quella oggettiva, anche per un effetto di compensazione, si rafforza, ma ha armi spuntate, perché le mancano gli strumenti cognitivi e di coscienza della soggettività. Occorre ricondurre a equilibrio le due dimensioni. Anche per questo serve una contrattazione più forte in funzione della prevenzione e una prevenzione più forte in funzione della contrattazione. Prevenzione e contrattazione che passano entrambe attraverso strategie, procedure e percorsi di informazione, formazione e comunicazione che sappiano abbinare flessibilità, agilità, immediatezza e profondità.

Il fenomeno che, nelle sue linee essenziali, abbiamo appena descritto è emerso, con grande nitidezza, in una ricerca sul campo condotta dall'IRES per conto dell'INCA che, tra gli altri strumenti di analisi qualitativa e quantitativa, ha fatto impiego di un questionario distribuito tra 800 lavoratori, su tutto il territorio nazionale e per tutte le fasce di attività produttiva.

Ebbene, secondo questa ricerca, i lavoratori standard (con contratto a tempo indeterminato) denunciano, nel 37% dei casi, la presenza sul luogo di lavoro di fattori di rischi ai limiti dell'allarme; la percentuale per i lavoratori non standard (con contratto a tempo determinato) si abbassa al 30,1% [22].

Inoltre, i lavoratori non standard dichiarano nel 30,1% dei casi la completa assenza di fattori di rischio nel luogo di lavoro; mentre soltanto il 16,9% dei lavoratori standard dichiara l'assenza di fattori di rischi nel luogo di lavoro [23].

Il fenomeno è da porre in connessione con la posizione di rischio e precarietà che sempre più affligge il lavoro atipico, non solo nel nostro paese. Una recente ricerca dell'IRES ha esplorato l'attualità del fenomeno e le sue implicazioni di tendenza, non certo promettenti [24]. Chiaramente, la precarietà strutturale del lavoro atipico ha riflessi negativi sulla sicurezza e sulla salute, sia per quel che concerne i rischi, sia per quel che riguarda la percezione stessa del rischio.

Procediamo a fare una mappatura dei rischi associati al lavoro non standard, per ogni singola tipologia:

Ora, l'esistenza dell'oggettività del rischio non è una dato lineare che si acquisisce in forza di automatismi tecnici, ma dipende da profondi processi di conoscenza e percezione soggettive. Laddove questi ultimi sono labili, là il rischio – oggettivamente e soggettivamente - si massimizza. Le causali dell'infortunio crescono con il decrescere della percezione del rischio.

Come se non bastasse, a queste dinamiche, già perverse di per sé, se ne aggiungono altre ancora più subdole. Deve, difatti, tenersi conto che molti dei fattori di rischio, soprattutto quelli di natura emergente, non sono immediatamente percepiti o percepibili dai sensi umani. È, questo, il caso soprattutto dei rischi chimici [26]. Le classi di lavoratori più esposte al rischio sono, quindi, quelle che meno ne hanno percezione: gli "atipici", i giovani e gli immigrati [27].

Come si è già detto, le dinamiche della percezione del rischio sono subordinate a quelle della percezione della stabilità del posto di lavoro. Non a caso, nella ricerca INCA-IRES, ben il 61,9% dei lavoratori non standard sono fortemente preoccupati di perdere il posto di lavoro, contro il 15,2% dei lavoratori standard [28].

Passando dalla comparazione tra lavoratori standard e lavoratori non standard a quella tra lavoratori manuali e lavoratori di concetto, la ricerca INCA-IRES ci consente di individuare altre e significative differenze nella percezione del rischio.

I lavoratori  manuali si sentono esposti a livelli di rischio:

I lavoratori di concetto, invece, si sentono esposti a livelli di rischio:

Le differenze nella percezione del rischio qui affiorate non sono semplicisticamente interpretabili come diversità dell'organizzazione del lavoro e delle mansioni. Ma vanno, più profondamente, collegate a una modalità soggettiva di percezione che classifica il rischio in base a fattori puramente fisici e biologici. Circostanza, questa, che svela l'inadeguatezza della cultura della prevenzione e dell'informazione sui luoghi di lavoro. I lavoratori di concetto, per esempio, non avvertono i rischi emergenti, collegati all'assenza di movimento e alla esposizione prolungata ai videoterminali che hanno, come si è già sottolineato, effetti letali sulla loro salute.

La ricerca mostra, invece, che la percezione del rischio ha un andamento più equilibrato sul piano dei fattori psicosociali: ritmi e responsabilità eccessive, ripetitività del lavoro,   inefficiente organizzazione del lavoro, stress e disagio. 

I lavoratori  manuali si sentono esposti a rischi psicosociali:

I lavoratori  di concetto, invece, si sentono esposti a rischi psicosociali:

Il maggiore equilibrio, nella fattispecie, evidenziato dalla ricerca espone la comune sottovalutazione di questo genere di rischio che è, invece, sempre più presente negli ambienti di lavoro, così come sono stati rimodulati dalle trasformazioni e innovazioni intervenute negli ultimi anni nei processi produttivi e lavorativi.

L'incidenza dei fattori psicosociali nella determinazione del rischio era già stata messa in luce nel 2000 nella “Terza indagine sulle condizioni lavorative”della "Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro", avente sede a Dublino. Già quella indagine, su un campione di 21.000 intervistati, evidenziava come l'8% dei lavoratori di ambito UE fosse vittima del mobbing, per un complessivo totale di circa 12 milioni di persone [33]. L'Italia partecipava al fenomeno con una quota percentuale del 5%, corrispondente a una popolazione lavorativa oscillante tra le 800 mila e 1 milione di unità. Sono, comunque, le conclusioni di quella indagine a essere quanto mai eloquenti: si individua nella dilatazione dell'occupazione flessibile e nell'intensificazione del lavoro la causa principale del degrado e del deterioramento delle condizioni del lavoro in Europa; ed è proprio a questo degrado che è ricondotto l'aumento dello stress patito dai lavoratori [34].

Ancora più illuminante e, insieme, allarmante è uno studio dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro del 2003 che pone lo stress da lavoro tra i problemi di salute più diffusi tra i lavoratori, secondo solo al mal di schiena: il disturbo interessa ben il 28% dei lavoratori dell'Unione [35].

Nella “Quarta indagine sulle condizioni lavorative” della Fondazione europea di Dublino, condotta verso la fine del 2005 e pubblicata nel 2006, è emerso, in particolare per l'Italia, che lo stress è il sintomo sanitario più comunemente associato al lavoro: un numero più elevato di lavoratori italiani (27%) rispetto al resto dell'Europa (22%) ritiene lo stress il sintomo sanitario principale connesso al lavoro [36].

Le risultanze della "Quarta indagine" obbligano a ricollocare in un contesto di campionatura più largo i dati, pur significativi, emersi dalla ricerca condotta dall'INCA-IRES, intorno cui abbiamo innanzi ragionato. Si tratta di precisare, in progressione, le metodiche e i campi empirici di ricerca. Necessità, questa, confermata anche dalla recentissima ricerca condotta dall'Istituto per il Lavoro (IPL) e promossa dalla CGIL, CISL e UIL dell'Emilia Romagna. La ricerca si è basata sulla distribuzione di 13.110 questionari in 700 aziende della regione, con una applicazione, in locale, delle metodiche della Fondazione europea di Dublino. Dall'indagine emerge che più del 30% dei lavoratori ritiene che la sua salute sia stata danneggiata dalle condizioni di lavoro, denunciando mal di schiena, dolori muscolari di vario genere [37].

In ogni caso, indagini come quelle della "Fondazione europea", dell'INCA-IRES e dell'IPL si rivelano altamente positive: grazie a esse, si potranno approssimare in futuro quadri di ricerca aventi un crescente rigore scientifico e una sempre maggiore attendibilità empirica. 

Rimane indubbio che la dialettica tra percezione oggettiva e percezione soggettiva del rischio si sia oltremodo complicata e che una compiuta percezione soggettiva del rischio, da parte dei lavoratori, non è un dato automatico immediato, ma solo il punto di arrivo di un profondo e lungo processo di informazione, comunicazione e formazione. Con tutto ciò le strategie e le politiche di contrattazione devono misurarsi intensamente.

6. Rischi e genere

Quello di inserire le tematiche e problematiche di genere nella valutazione e percezione del rischio appare un nodo ineludibile, pena l'occultamento dell'esistenza delle donne come persone e come lavoratrici. Esistono attività lavorative e mansioni che, già sul piano statistico, sono considerate tipicamente femminili, nelle quali la presenza del rischio non è, certo, minore; anzi.

Seguendo gli standard di classificazione dell'Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, ricostruiamo in schema i settori di attività in cui la presenza del lavoro femminile è caratterizzante, se non preponderante, fornendo in corrispondenza la mappa dei rischi.

Esordiamo con il settore sanità:

Passiamo all'infermieristica:

Analizziamo le pulizie:

Esaminiamo la produzione alimentare:

Consideriamo catering e ristorazione:

Verifichiamo la situazione nel tessile e abbigliamento:

Passiamo alla lavanderia:

È ora il turno della ceramistica:

Questa è la situazione nella manifattura leggera:

Ecco come si mostrano le condizioni nei call center:

Consideriamo ora lo stato dell'educazione:

Il settore acconciatura presenta questo quadro:

Il lavoro di ufficio è caratterizzato dalle seguenti condizioni:

E, per finire, l'agricoltura:

Proviamo a dare una lettura di insieme del quadro complessivo che abbiamo appena delineato.

Il punto di partenza non può essere che questo: i rischi a cui sono esposte le donne nei luoghi di lavoro sono stati sempre trascurati, per quel che concerne sia la valutazione che la prevenzione. Siffatta evidenza segnala l'esistenza di un problema a monte: le discriminazioni cui sono sottoposte le donne nei luoghi di lavoro e nella società. Ne deriva che le politiche di abbattimento delle discriminazioni debbono comprendere anche il sistema della SSL, all'interno del quale le donne non sono sufficientemente rappresentate.

Ritornando alle questioni che definiscono più da vicino il nostro oggetto di ricerca, va sottolineato con forza che le donne e gli uomini sono esposti ad ambienti di lavoro diversi e, anche quando fanno esperienza dello stesso ambiente di lavoro, sono sottoposti a domande e sollecitazioni differenti. Ciò a partire dalla considerazione elementare che le donne sono, più degli uomini, assegnate ad attività precarie e mal retribuite.

In termini di sottoposizione al rischio, le donne sono più esposte degli uomini:

Gli uomini sono, più delle donne, esposti:

Non rimane che procedere, in progressione, a una mappatura di genere del rischio, tenendo in conto che sia i rischi tradizionali che quelli emergenti colpiscono in maniera differenziata uomini e donne. Ciò è possibile soltanto attraverso il profondo coinvolgimento delle donne e uomini che lavorano, investendoli con un processo partecipato di valutazione e percezione del rischio che muova dalla differenza di genere. Ne consegue, così, che tutti i processi di informazione, formazione e comunicazione che convergono nella prevenzione debbono acquisire una dimensione di genere. La contrattazione stessa deve acquisire questa con#notazione.

7. Le nanoparticelle: i principali rischi in incubazione

Abbiamo, più volte, fatto riferimento ai rischi emergenti. Tra questi non sono inseribili quelli legati all'impiego di sostanze e tecnologie di recentissima definizione e che, nondimeno, trovano già una larga applicazione. Le nanotecnologie rientrano, certamente, in tale gamma. Le assumiamo qui come emblema dei rischi in incubazione. Vale a dire, quel genere di rischi che, seppur non ancora emersi, stanno già covando i loro germi. Ed è su questi germi che si deve, tempestivamente, concentrare un'adeguata attenzione.

Allo stato attuale della ricerca teorica e applicata, non è dato conoscere con un sufficiente grado di precisione i rischi collegati all'impiego delle nanotecnologie, destinate a essere le tecnologie del XXI secolo. Ciò consiglia di approfondire le indagini e aumentare le cautele, visto l'enorme, se non sbalorditivo, potenziale di trasformazione che da esse si irradia.

Ormai, i nanoprodotti stanno prepotentemente entrando nella nostra vita quotidiana e negli ambienti di lavoro: si pensi, per esempio, a cosmetici, vernici o tessuti, per rimanere ancora a settori produttivi tradizionali. Intorno ai rischi associati o associabili a tali tecnologie è tempo di cominciare a interrogarci, se vogliamo far salvo ed espandere con coerenza l'approccio globale alla sicurezza e alla prevenzione di cui stiamo argomentando.

La peculiarità delle nanotecnologie sta nella produzione delle nanoparticelle, la cui dimensione è inferiore a 100 nanometri. Ricordiamo che la grandezza di un nanometro (nm) corrisponde alla miliardesima parte di un metro. Le nanoparticelle, proprio in ragione della loro grandezza, possono presentare caratteristiche e proprietà diverse dalle particelle della medesima composizione, ma di più grande dimensione. Rappresentano, perciò, una classe di materiali a parte. Esse tendono, inoltre, ad associarsi tra di loro, dando luogo ad agglomerati e aggregati che conducono alla formazione di strutture più grandi, pur rimanendo invariata la grandezza della struttura di base di ogni singola nanoparticella.

La caratteristica che qui maggiormente ci preme sottolineare è che, proprio in virtù della loro mobilità e capacità di agglomerazione, le nanoparticelle sono estremamente reattive nei confronti dell'ambiente in cui sono allocate. Ciò le rende potenzialmente rischiose per il corpo umano.

Le nanoparticelle prodotte su misura, difatti, possono provocare l'infiammazione delle vie respiratorie, pur non essendo stato ancora possibile determinarne il reale grado di rischio; si conosce, invece, con sufficiente certezza il pericolo associato alle nanoparticelle prodotte dalla combustione che aumentano il rischio di morte nelle persone anziane o già sofferenti di qualche patologia [40]. Le nanoparticelle possono essere assorbite dal corpo umano per inalazione, ingestione e per via dermica; in genere, la penetrazione avviene per le vie respiratorie. Sui luoghi di lavoro, l'esposizione alle nanoparticelle è, principalmente, dovuta alla loro manipolazione e alle modalità di lavorazione che regolano la loro produzione. 

Fino a oggi, gli standard di misurazione e valutazione dei rischi elaborati e applicati dall'igiene e dalla medicina del lavoro si sono, in genere, basati sulla concentrazione in massa, definendo di conseguenza i valori limite di esposizione al rischio. Le proprietà intrinseche alle nanoparticelle, con tutta evidenza, rendono superato questo approccio, in quanto il valore della loro massa è relativamente basso.

I contenuti di tossicità delle nanoparticelle, pertanto, non possono essere correttamente valutati e percepiti, basandosi unicamente sulla massa come parametro di misura [41]. Le cose sono ulteriormente complicate dal fatto che, a tutt'oggi, non esistono obblighi di dichiarazione per le nanoparticelle. Proprio tenendo in conto l'incompletezza delle cornici di riferimento, la SUVA (l'Istituto nazionale di assicurazione contro gli infortuni della Svizzera) ha elaborato un programma di raccomandazioni, basato sul principio cardine della minimizzazione delle esposizioni alle nanoparticelle, a titolo preventivo [42].

Il discorso sui rischi collegati alle nanoparticelle ci è servito, in particolar modo, per allargare il campo della prevenzione dal già noto al non ancora noto e, tuttavia, già in incubazione. Ciò fa tenere sempre aperto il circolo virtuoso della prevenzione e della responsabilità. Un approccio globale alla sicurezza e alla salute sul lavoro, del resto, non può mai autocentrarsi su una sola dimensione del tempo e delle conoscenze, ma va aperto sempre verso tutte le dimensioni del tempo e delle conoscenze. Scandagliare tutte le direzioni possibili del rischio significa alimentare tutti i percorsi possibili della prevenzione. Anche da questo versante, pare sempre più necessaria una rivalutazione politica, sindacale e culturale della figura del RLS [43], vero punto intermedio di sensibilizzazione simultanea dal basso in alto e dall'alto in basso, sia per le strategie della prevenzione che per quelle della contrattazione.

8. La dinamica infortunistica

I primi dati INAIL sull'andamento degli infortuni in Italia nell'anno 2006 non sono, certo, tranquillizzanti [44]. Essi sono ancora provvisori, in quanto sono aggiornati al 31 ottobre del 2006 e, pertanto, il valore annuo del 2006 è stimato.

Ricostruiamo, settore per settore, le linee essenziali della dinamica assunta dagli infortuni nel corso del 2006, proponendo, del pari, un raffronto con la situazione del 2005.

Cominciamo con l'agricoltura:

Passiamo all'Industria e servizi:

Continuiamo con i dipendenti statali:

Riassumendo, questi sono i totali della dinamica infortunistica nel 2005 e nel 2006:

Come si rileva dai dati provvisori, il calo della percentuale degli infortuni è imputabile all'abbattimento del 4,2% verificatosi nell'agricoltura. Nell'Industria e Servizi e nel pubblico impiego le percentuali del 2005 e del 2006 sono sostanzialmente identiche.

Disaggregando ulteriormente la lettura del dato, osserviamo che il maggior numero di infortuni si è verificato in Italia centrale nell'Industria e Servizi; rileviamo, altresì, che il numero è salito dai 164.870 infortuni del 2005 ai 165.300 del 2006. Il dato non ha un significato relativo cogente, data la differente densità e specializzazione industriale delle aree del paese. Però, è significativo che nell'Industria e nei Servizi vi sia un numero di infortuni maggiore nell'Italia centrale rispetto all'Italia del nord.

Un altro motivo immediato di riflessione nasce dalla rilevazione che il calo percentuale degli infortuni del 2006 (- 0,5%) è nettamente inferiore a quello fatto registrare nel 2005 (- 2,8%). Nel 2003, il calo degli infortuni era stato dell'1,6%, mentre nel 2004 del 1,1%.  La circostanza è rivelatrice di una controtendenza nelle politiche e strategie di prevenzione. Senza contare gli incidenti sul lavoro occorsi ai lavoratori non regolarizzati che l'istituto stesso stima essere nell'anno almeno di 200 mila. Secondo le stime analitiche dell'istituto, l'incidenza complessiva dei lavoratori irregolari nei vari comparti produttivi si aggirerebbe intorno al 13,4%.

Ancora. Nella pubblicazione dei dati provvisori del 2006, l'istituto tiene a sottolineare la crescita dell'occupazione nell'ordine del 2%, quasi a voler suggerire un rapporto di implicazione diretta tra aumento dell'occupazione e aumento degli infortuni. Da un cosiffatto teorema discende un corollario che sancisce la bontà e l'efficacia delle politiche di prevenzione fin qui attuate. Difatti, a fronte di un aumento del 2% della base occupazionale, si registra un calo dello 0,5% degli infortuni! La filosofia e l'atteggiamento culturale che qui vengono alla luce disvelano come gli infortuni sul lavoro siano ritenuti dall'istituto una costante ineliminabile e non, invece, la risultanza di condizioni di lavoro che implementano il rischio, anziché eliminarlo.

Un ulteriore elemento di riflessione nasce dalla considerazione che, spesso, le statistiche dell'INAIL non avvengono su base omogenea. È frequente il caso che le comparazioni tra i vari anni stabiliscano una relazione spuria tra dati definitivi e dati provvisori, per i quali l'istituto si serve di pure e semplici proiezioni. Una comparazione stringente, come è ben chiaro, può avvenire soltanto tra grandezze omogenee. La mancata applicazione di questa metodica scientifica costituisce un ricorrente motivo di polemica nei confronti dell'Inail, da parte di associazioni e istituti di ricerca che, pure, fanno impiego dei "dati definitivi" dell'Istituto.

Il discorso appena fatto sulla disomogeneità degli aggregati comparati emerge anche su una problematica di estremo interesse: gli infortuni mortali. In questo caso, l'istituto procede a stime che escludono i casi definiti negativamente entro 180 giorni dall'evento.

Vediamo, comunque, le due serie storiche poste dall'istituto in correlazione, in linea provvisoria:

a) novembre 2004-ottobre 2005

b) novembre 2005-ottobre 2006

Dell'attendibilità di questi dati, per i motivi sopra esposti, non si può, allo stato, essere sicuri. In ogni caso, manca il dato stimato (nonché quello certo) degli infortuni mortali al 31 dicembre del 2006; mentre non viene preso in considerazione alcuna quello, pure disponibile, del 31 dicembre 2005.

Ora, il fenomeno degli infortuni mortali ha assunto, nel corso del 2006, dimensioni inquietanti, tanto da essere ripetutamente stigmatizzato da alcune delle più alte cariche dello Stato, sollecitando il Senato della repubblica alla costituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta ad hoc. Non sono mancate, sull'argomento, le censure del mondo cattolico, a partire dal quotidiano del Vaticano, l'Osservatore Romano.

La questione è che, in Italia, le morti sul lavoro sono un fenomeno di lunga data; come di lunga data è l'ampiezza relativamente allarmante degli infortuni sul lavoro. Nonostante gli innumerevoli progressi fatti, a tutt'oggi, l'economia e la società italiana si trovano a fare i conti con una dinamica degli infortuni mortali e degli incidenti sul lavoro che, certamente, non può ritenersi degna di un paese civile.

Anche nel 2006, come sempre, è il settore dell'edilizia che concentra e porta allo scoperto l'insieme dei nodi irrisolti della sicurezza e della prevenzione sui luoghi di lavori, con particolare riferimento agli infortuni mortali. Grazie all'osservatorio permanente creato dalla FILLEA-CGIL, siamo in grado di cogliere l'evoluzione del fenomeno in tempo reale.

Esordiamo, accostando le serie numeriche degli ultimi 4 anni, in relazione agli infortuni mortali nei cantieri edili:

Come avverte la medesima FILLEA, la rilevazione degli infortuni mortali del 2006, pur in mostrando dati in crescita, rischia di essere in difetto, vista la cronica difficoltà di reperire dati certi nel comparto produttivo. L'aumento delle morti bianche del 2006 è del 35%, a confronto del 2005. Un dato che, già di per sé, è impressionante.

Delle 258 vittime del 2006, una su sei è un immigrato. Nel 2005, i lavoratori immigrati morti erano 36; nel 2006, sono stati 42, con un incremento del 16%. Occorre ricordare che la presenza di forza lavoro immigrata nell'edilizia è in costante aumento: in alcune aree, ha raggiunto il 50-60% del totale degli occupati. Il numero degli operai immigrati iscritti alle Casse Edili, in questi ultimi anni, è aumentato nell'ordine del 400%.

La causa principale della morte resta la caduta dall'alto (39,92%), a conferma della carente ricerca di dispositivi antinfortunistici più efficaci, ampiamente resi possibili dallo sviluppo delle tecnologie. Le tecnologie vengono applicate prevalentemente ai processi lavorativi e produttivi, piuttosto che alla sicurezza e alla prevenzione sui luoghi di lavoro.

In aumento il numero di vittime travolte da gru, carrelli elevatori e ruspe (25,97%). Elevata anche l'incidenza degli infortuni mortali causati dal crollo di una struttura (11,24%) e dall'urto di materiale di lavoro (11,24%).

La maggior parte delle vittime è compresa nella fascia di età tra i 26 e i 36 anni. Tre le vittime minorenni: due ragazzi di 16 anni e una ragazza di 15 anni.

Il numero maggiore di infortuni mortali si registra nei cantieri edili dell'Italia del nord: 47% del totale. Lombardia (24), Lazio (24) e Campania (24) sono le regioni che fanno registrare il maggiore numero di infortuni mortali. Luglio, ottobre, maggio e giugno sono stati, nell'ordine, i "mesi neri" nei cantieri edili italiani.

La dinamica degli infortuni esemplificata dalle serie numeriche innanzi riprodotte mostra la preoccupante sottovalutazione del problema da parte del mondo imprenditoriale, politico e istituzionale. Evidenzia, ancora, quanto sia ancora grande il cammino che rimane da fare su questa strada.

L'impermeabilità culturale del mondo politico-istituzionale e imprenditoriale alla cultura della sicurezza e della prevenzione impone al movimento sindacale iniziative sempre più coinvolgenti e capillari, a partire dalla sensibilizzazione dei suoi operatori e degli stessi lavoratori della rilevanza del tema. La “posta in gioco” è di prima grandezza. La qualità della vita lavorativa è in strettissima connessione con la qualità della vita personale e relazionale. La persona che lavora non è una determinazione corporea scissa dalla persona che vive; e viceversa.

Le aree problematiche e le tendenze di fondo poste in luce dalle cifre che siamo venuti esponendo conducono alla individuazione dei punti critici intorno cui si compone la tela del lavoro espostoal rischio. La dinamica infortunistica che abbiamo cercato di estrarre dai numeri ci mostra la geografia, le causali, le figure lavorative, l'estrazione e la composizione in movimento di quella che possiamo definire come la sistematica del rischio. Il rischio è sempre al lavoro, se non si spezza questa sistematica. E una sistematica cosiffatta può essere messa in crisi soltanto da un approccio globale.

9. Il mobbing e i rischi invisibili

Possiamo, certamente, far rientrare tra le indagini più interessanti prodotte sul mobbing, in questi ultimi anni, quella promossa nel 2004 dall'ISPESL e dalle ACLI [45] e quella ultimamente condotta dall'INAIL [46] che assumeremo come nostri riferimenti principali.

Il fenomeno diventa sempre più inquietante e si è andato diffondendo a macchia d'olio, dagli anni Ottanta e Novanta in avanti, in tutte le società avanzate. Come è ampiamente noto, esso consta in pratiche vessatorie, sfocianti in abusi, oltraggi e soprusi esercitati dal mobber (superiori gerarchici e/o colleghi) contro un lavoratore isolato (il mobbizzato) divenuto, per svariate ragioni, indesiderato. Nessun luogo di lavoro è risparmiato dal mobbing che colpisce sia ai livelli bassi che a quelli intermedi e, talora, anche alti della gerarchia. Più aumentano competizione sociale, competitività individuale e precarietà delle figure e delle posizioni lavorative e più le strategie di mobbizzazione trovano un fertile terreno di coltura.

Il mobbing si rivela:

Il deterioramento cagionato dal postfordismo sulle condizioni lavorative, l'intollerabilità del loro habitat e del loro microclima etico rappresentano il terreno ideale di coltura del mobbing. Lo stress da lavoro e la difficoltà di stabilire relazioni professionali cooperative creano il microsistema del mobbing, facendolo diventare uno degli elementi tipici delle nuove condizioni di lavoro.

Alla base dell'esplosione delle strategie di mobbizzazione vi sono problematiche di mobilità aziendale che non riescono a trovare canalizzazioni e soluzioni istituzionalizzate. Il mobbing, nella forma di tarlo velenoso, si proietta dalla sfera delle relazioni lavorative a quella delle relazioni personali e civili.

Si tratta di un processo di trasferimento che assume anche tutte le caratteristiche di una rimozione: il conflitto lavorativo rimosso diviene la matrice di infiniti microtensioni personali, in cui ognuno si trova potenzialmente esposto all'attacco coalizzato di tutti gli altri. In questo modo, la stabilità e l'ordine vigenti (non solo nei luoghi di lavoro) non vengono mai cogentemente messi in discussione.

Il conflitto tra chi detiene il potere e chi lo subisce è, chiaramente, rimosso e la scena viene interamente occupata da una inesauribile serie di ostilità, sia di tipo verticale (vessazioni sistematiche perpetrate dall'azienda contro un singolo lavoratore) che orizzontale (vessazioni sistematiche perpetrate da colleghi di lavoro contro un singolo, con il sostegno o il tacito consenso dell'azienda).

Le controversie di lavoro vengono oscurate, rimpiazzate da una cupa lotta per la sopravvivenza, da cui trae beneficio soltanto il vertice piramidale che esercita il potere effettivo nei luoghi di lavoro. Si allarga a dismisura l'area delle figure lavorative che l'esercizio del potere e la competizione individualista precipita in uno stato crescente di malessere psicosociale.

Sfera economico-riproduttiva, sfera dell'organizzazione del lavoro e sfera delle relazioni psicosociali si intrecciano saldamente e fanno del mobbing un fenomeno veramente devastante. Ci preme qui mettere in luce il carattere di invisibilità del suo accumulo, in contrasto con la manifestazione visibile, se non esplosiva, dei suoi effetti. Ciò rende, ancora di più, inerme e indifeso chi viene sottoposto, di punto in bianco, alla mobbizzazione.

Ma riflettiamo ora intorno ad alcuni dati empirici.

In Italia, i lavoratori maggiormente interessati dal mobbing sono inquadrati in contratti a tempo indeterminato, con un'età media di 48 anni e di sesso maschile. Le vessazioni si consumano, soprattutto, all'interno delle imprese industriali di grandi dimensioni, localizzate prevalentemente nell'Italia centrale e meridionale.

Se il mobbizzato tipico è un uomo, la figura tipica di mobbizzato che riesce a recuperare condizioni di vita e di lavoro equilibrate è una donna, la cui età si aggira intorno ai 40 anni, prevalentemente inserita in un'unità operativa di medie dimensioni della Pubblica Amministrazione dell'Italia centrale e meridionale.

Si dovrà riflettere con attenzione sulle caratteristiche di genere del mobbing, cercando di individuare puntualmente le condizioni e le motivazioni che fanno delle donne le mobbizzate per eccellenza nella Pubblica Amministrazione e degli uomini i mobbizzati eccellenti delle grandi industrie.

I mobbizzati eccellenti – sia uomini che donne – raggiungono un'età relativamente avanzata e, dunque, il calcolo economico delle politiche di ristrutturazione aziendale e riorganizzazione del lavoro li considera:

Da questo punto di vista, il mobbing è una strategia funzionale di abbattimento dei costi aziendali, in un contesto preordinato di aconflittualismo sindacale. La scena del lavoro, per il mobbizzato, diventa una sorta di cappio che si stringe sempre più alla sua gola. Il cappio, stringendosi, deve convincerlo a uscire passivamente di scena.

La questione cardine qui non è data dalla conoscenza e dalla percezione della mobbizzazione, ma dei sotterranei e invisibili processi di incubazione del mobbing. Altro è rilevare le pratiche vessatorie, allorché precipitano sulla propria vita lavorativa e relazionale; altro percepirne con tempestività il processo di accumulo subdolo e silenzioso. Occorrono, allo scopo, strumenti di valutazione, conoscenza e percezione che vanno al di là della media e che possono essere elaborati e socializzati unicamente all'interno di profondi processi di sensibilizzazione e cooperazione culturale.

Ora, le pratiche di mobbing allargano all'infinito la rete sociale dei loro effetti, a partire dal coinvolgimento nella loro spirale perversa delle famiglie e degli amici dei mobbizzati. Il mobbing è, da questo punto di vista, una piaga sociale. Le sue conseguenze propagano a macchia d'olio, allargandosi dalla sfera parentale e amicale del mobbizzato ai circuiti dell'interazione e della socialità. Chiamato in causa è il sistema nervoso del legame sociale: il mobbing altera il tessuto delle relazioni sociali. Questa alterazione di fondo è la scena entro cui si manifestano le somatizzazioni del mobbing: cefalee, problemi gastrointestinali, palpitazioni cardiache, depressione, sbalzi di umore, panico, ossessioni. Ciò ci consente di dire che il mobbing è configurabile anche come lesione della personalità morale dell'individuo vittimizzato, così come questa si estrinseca nell'attività lavorativa. A essere colpita non è solo la salute del mobbizzato, ma anche la sua dignità e l'immagine che ha di sé.

Sotto questo ordine di considerazioni, il mobbing rientra pienamente nelle patologie psichiche e psicosomatiche da stress dell'ambiente di lavoro. Più le condizioni dell'ambiente di lavoro sono opprimenti e desolidarizzanti, più aumenta il carico da stress. Ora, gli ambienti di lavoro postfordisti sono specializzati proprio nella disseminazione di ragnatele coercitive particolarmente gravose a carico dei lavoratori.

Tutte le patologie psichiche e psicosomatiche da stress dell'ambiente di lavoro hanno origini multifattoriali e riverberano effetti multidimensionali. L'INAIL medesimo riconosce la sussistenza di questa realtà complessa [47].

Il mobbing non descrive altro che il paradigma più compiuto delle forme di lavoro perverso che si vanno pericolosamente affermando nei nuovi cicli della produzione internazionale e nei corrispettivi ambienti di lavoro [48]. Sofferenza mentale e condizioni di lavoro coercitive e precarie sono in stretta correlazione. È una realtà, questa, che non è più dato ignorare.

Il nodo cruciale è ora rappresentato dal fatto incontrovertibile che gli apparati globali di produzione, distribuzione e commercializzazione di merci e servizi sono, ormai, divenuti un metasistema che produce, in proporzioni mutevoli, inquinamento antropico, nella forma specifica di vessazioni e sofferenze nelle relazioni personali e di lavoro. Più diventano strutture complesse e più rendono complessa e profonda la produzione di sofferenza e costrizione.

Ciò è doloroso in sé e per un effetto collaterale di assoluta rilevanza, di cui decisori politici e imprenditoriali non sembrano consapevoli: la controfattualità sociale, ecologica, politica ed economica del processo. L'inquinamento antropico di cui si è detto provoca, come pochi altri fenomeni, danni umani ed economici ragguardevoli al sistema sociale, all'ambiente e alle aziende stesse. Nel contempo, mette in circolo negativamente le fenomenologie di valorizzazione nevrotizzata dell'individualità e dei simboli più alienanti del nostro tempo.

Le psicopatologie del lavoro hanno un carattere più subdolo dei "normali" infortuni sul lavoro. Nondimeno, descrivono insieme a essi un articolato e integrato sistema di cause ed effetti che si attraversano, allestendo nei luoghi di lavoro una scena del rischio sempre più piena d'insidie. L'estensione della scena del rischio corrisponde al suo approfondirsi, sia nelle cause remote e invisibili che negli effetti ultimi e più evidenti. Ciò è ulteriore – e definitiva – ragione dell'approfondimento e dell'estensione dei progetti e delle pratiche di prevenzione, per rendere sicuro, vivibile e creativo l'ambiente di lavoro.


(rielaborato a gennaio 2015)
Note

[1] CGIL, Convegno Internazionale Sicurezza. Ambiente e lavoro nella storia della CGIL, Sesto San Giovanni (Mi), 14-15 novembre 2006, in www.lomb.cgil.it; Paola Agnello Modica, Relazione introduttiva  a La salute, la sicurezza e l’ambiente nella contrattazione collettiva, Assemblea nazionale della CGIL, Roma, 25 ottobre 2006.

[2] CGIL, CISL e UIL, Qualità, benessere, sicurezza nel lavoro. Prevenire si può e si deve, Documento dell’Assemblea nazionale dei Quadri e Delegati CGIL-CISL-UIL, Roma 12 gennaio 2007, in “Rassegna sindacale n. 2/2007.

[3] Rolando Dubini, L’approccio alla prevenzione attraverso il D. Lgs. 626/94 per un percorso di miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori, Milano, Nuove Edizioni della Sicurezza,  2006.

[4] Ibidem.

[5] AA.VV., Codice della sicurezza. Disciplina della prevenzione e dell’igiene sui luoghi di lavoro, Milano, Il Sole-24 Ore Pirola, 2006; Remo Zucchetti, Manfredi Capone e Deborah Zucchetti, Codice di sicurezza del lavoro, Roma, Buffetti, 2005.

[6] Rolando Dubini, op. ult. cit.

[7] Salvatore Barone, La salute, la sicurezza, l’ambiente nella contrattazione collettiva, Comunicazione a La salute, la sicurezza e l’ambiente nella contrattazione collettiva, Assemblea nazionale della CGIL,Roma  25 ottobre2006; CGIL, Documento per il rilancio della contrattazione su salute, sicurezza e ambiente, La salute, la sicurezza e l’ambiente nella contrattazione collettiva, Assemblea nazionale della CGIL,Roma  25 ottobre2006; Paola Agnello Modica, op. cit.

[8] CGIL, op. ult. cit.

[9] Rolando Dubini, L’approccio alla prevenzione attraverso il D. Lgs. 626/94, cit.

[10] Ibidem.

[11] Ibidem.

[12] ILO, Travail décent – Travail en sécurité – VIH/SIDA, 2006, in www.ilo.org; Id., Sécurité e santé au travail: profils nationaux, in www.ilo.org, 2006.

[13] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Sviluppare una cultura della prevenzione sulla SSL in Europa. Relazione annuale 2005, in http://osha.europa.eu/OSHA, 2006.

[14] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Sviluppare una cultura della prevenzione, cit.; Id., Promuovere la salute e la sicurezza nelle piccole e medie imprese europee, in http://osha.europa.eu/OSHA, 2006.

[15] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro: cfr. le opere citate alla #nota precedente.

[16] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Sviluppare una cultura della prevenzione, cit.; Id., Aspetti economici della sicurezza e della salute sul lavoro,in http://osha.europa.eu,  2006.

[17] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro: cfr. le opere citate alla #nota precedente.

[18] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Aspetti economici della sicurezza e della salute sul lavoro, cit.

[19] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Sviluppare una cultura della prevenzione, cit.

[20] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Aspetti economici della sicurezza e della salute sul lavoro, cit.

[21] Emanuela Bellotto e Antonio Zuliani, La percezione del rischio: un problema aperto, “PdE – Rivista di psicologia applicata all’emergenza , alla sicurezza e all’ambiente”, n. 4/2006.

[22] INCA e IRES, Salute, sicurezza e tutele nel lavoro. Dinamiche d’impresa, flessibilità e impatti sulla salute e sulla sicurezza nella percezione dei lavoratori, in www.ires.it, 2006.

[23] Ibidem.

[24] NIDIL e IRES, Il lavoro para-subodinato a rischio di precarietà. Indagine sulle condizioni di lavoro, sui percorsi e sulle prospettive dei lavoratori e delle lavoratrici con contratto di collaborazione,in www.nidil.cgil.it, 2006

[25] Agostino Messineo e altri, I lavori atipici: rilievi di attualità, sorveglianza sanitaria, vigilanza, Relazione svolta nel corso del CXIX del Congresso nazionale della Società Italiana di Medicina del Lavoro e Igiene Industriale (SIMLII), “Giornale di Medicina del Lavoro ed Ergonomia”, n. 3 luglio-settembre 2006.

[26] INCA e IRES, Salute, sicurezza e tutele nel lavoro. Dinamiche d’impresa, flessibilità e impatti ..., cit.

[27] Ibidem.

[28] Ibidem.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] Ibidem.

[33] EFILWC (European Foundation for the Improvement of Living and Working Conditions), Employment status and Working Conditions 2000 , in www.eurofound.eu.int, 2000.

[34] Ibidem.

[35] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro,  Come affrontare i problemi psicosociali e ridurre lo stress legato al lavoro, in http://osha.europa.eu/OSHA, 2003.

[36] EFILWC,  Employment status and Working Conditions 2005 , in www.eurofound.eu.int, 2006.

[37] IPL, Come i lavoratori percepiscono le proprie condizioni di lavoro, Rimini, Maggioli Editore. 2007.

[38] Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, Problematiche legate al genere nel campo della sicurezza e salute sul lavoro, in http://osha.europa.eu/OSHA, 2003.

[39] Ibidem.

[40] SIMLII, Sviluppo della medicina del lavoro nella società in rapido cambiamento, LXIX Congresso nazionale, Montesilvano (Pe), in www.gimle.fsm,it, 26-28 ottobre 2006; SUVA,  Le nanoparticelle sul posto di lavoro, in  www.suva.ch, 2006.

[41] SUVA, op. cit.

[42] Ibidem,

[43] Gabriella Galli e Ilaria Massardi, La formazione del rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, Roma. EPC Libri, 2006.

[44] INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro, “Dati Inail gennaio”, in www.inail.it, 2007; Id., Andamento degli infortuni sul lavoro, “Dati Inail febbraio”, in www.inail.it, 2007.

[45] Danilo Catania, Alessandro Serini e Gianfranco Zucca, Incrociando la punta dell’iceberg. Esplorare un fenomeno sommerso: il mobbing, ISPESL e ACLI, in www.safetynet.it, 2004.

[46] INAIL, Mobbing. Responsabilità e danni, Roma, Edizioni INAIL,2006,

[47] INAIL, Patologia psichica da stress, mobbing e costrittività organizzativa, Roma, Edizioni INAIL,2005; Id., Responsabilità e danni, cit.

[48] Francesco Blasi e Claudio Petrella (a cura di), Il lavoro perverso. Il mobbing come paradigma di una psicopatologia del lavoro, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, 2005


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