IL CASO ITALIANO: CRISI PALESI, CONFLITTI OSCURATI (*)

1. La sospensione del 'politico': potere politico e potere giudiziario nella crisi di sistema

Esaminando lo stadio terminale delle "forme della crisi" della politica e del 'politico', così come si configurano nel caso italiano, l'intreccio che si offre immediatamente all'analisi è la contestualità, non certo accidentale, tra l'agonia del sistema politico-istituzionale della prima repubblica e l'escalation dello scontro violento tra i poteri nel biennio 1992-93.

L'analisi dell'intreccio urta immediatamente contro alcuni "luoghi comuni" divenuti, ormai, un leitmotiv rituale sia nell'elaborazione politologica che nelle quotidiane costruzioni e comunicazioni dell'informazione da parte dei media.

Dalla tela di questi luoghi comuni occorre estrapolare la scala temporale e le corrispettive classificazioni storiche e politologiche.

Esistono modi tanto canonici quanto fuorvianti di interpretazione della democrazia, dello Stato, delle istituzioni, del conflitto sociale, della violenza e dell'organizzazione del consenso che hanno accompagnato la nascita e lo sviluppo della prima repubblica[1]

Del pari, assistiamo al proliferare di modelli interpretativi della agonia del sistema politico-istituzionale della prima repubblica quanto meno semplificatori, spintisi, in non rari casi, fino al punto da equiparare l'azione del pool dei magistrati di "mani pulite" all'asse intorno cui ruoterebbe la "rivoluzione italiana"[2].

Non si vuole qui denegare il ruolo positivo giocato da "mani pulite" nell'individuazione e nel sanzionamento degli illeciti, delle corruzioni e del racketing generalizzato posti in essere dalla classe politica di governo (ma, in qualche non isolato caso, anche di opposizione). Tantomeno, si intende passare sotto silenzio l'eccesso di inquisitorialità ed afflittività che ha costituito uno dei tratti essenziali di "mani pulite"; soprattutto, spicca l'impiego sistematico del carcere quale pressione funzionalizzata alle "chiamate di correità" interminabili: produzione di carcere a mezzo di carcere è il paradigma punitivo che qui trionfa.

Piuttosto, si vuole semplicemente sottolineare che è assolutamente mistificante parlare di una rivoluzione per via giudiziaria. Per via giudiziaria, non si fanno le rivoluzioni: al massimo, si assestano i poteri forti; oppure si apre un fuoco di sbarramento contro oligarchie putrescenti, restie ad abbandonare il campo.

Nei punti terminali, il potere giudiziario, da arbitro, si eleva a decisore, allorché il conflitto tra élites politiche non riesce a fornire soluzioni adeguate alle questioni dell'assetto dello Stato, alle forme della rappresentanza, alla ridislocazione dei poteri. Laddove, come nel caso italiano, questo punto/termine è raggiunto, il conflitto politico e interpartitico va procedendo per "colpi di mano" di una oligarchia contro l'altra, in un'estenuante "guerra di posizione", in cui ogni gruppo di potere intende difendere con le unghie e con i denti il proprio "territorio" e le proprie prerogative di comando, di autorità, di prestigio sociale e di status economico.

I modelli anticonflitto e statocentrici messi a punto nel secondo dopoguerra, sviluppati e "perfezionati" fino all'ossessione emergenzialista degli anni '70 e '80, hanno avuto una incidenza politica che è andata sdoppiandosi su due piani temporali:

  1. nel breve-medio periodo, hanno agevolato le contrattazioni periodiche tra la classe politica per l'assegnazione e la spartizione del potere;
  2. nel lungo termine, hanno oliato i meccanismi di precipitazione catastrofica della crisi di sistema.

Cosicché, se negli anni '70 e '80 la magistratura, quale attore e gestore principale dell'emergenza, si è trovata a svolgere una funzione di supplenza del potere politico, tra la fine degli anni '80 e il principiare dei '90, si autoinveste del ruolo di fattore di ricambio del potere politico.

Il conflitto magistratura/classe politica (di governo) ha inizio nella seconda metà degli anni '80, allorché il potere di supplenza della prima va urtando contro l'intangibilità di comando della seconda. Di fronte ad un sistema politico inabissato in una crisi comatosa, la magistratura cerca di trasformare il suo proprio potere supplente in potere autonomo, tentando di affrancarsi da una storica dipendenza dai partiti politici, che ne controllavano tutti gli inputs e outputs.

 La risposta della classe politica non si lascia attendere: viene lanciata una vera e propria strategia di delegittimazione della magistratura, che ha, probabilmente, nel referendum del 1987 sulla "responsabilità civile dei giudici" il suo punto alto. Va, comunque, riconosciuto che, al di là di strumentalizzazioni e conflitti di poteri, le mobilitazioni in tema di "giustizia giusta" colpiscono le patologie inquisitoriali della magistratura e della giurisprudenza dell'emergenza, particolarmente esemplificate dal "caso 7 aprile", dal "caso Tortora" e dagli innumerevoli processi per "fatti di eversione dell'ordine costituzionale".

Successivamente, nel 1991-92, il contrasto trova la sua massima espressione istituzionale nell'accesissimo conflitto tra il presidente della repubblica Cossiga e il Csm. Ma si tratta già degli ultimi "colpi di coda" di una classe politica che non riesce più a convertire la sua occupazione delle istituzioni e della società in legittimità e costruzione del consenso, manifestando al suo interno prime significative crepe proprio intorno all'operato di Cossiga nell'ultima fase del suo mandato presidenziale.

A fronte della crisi dei poteri politici e a misura in cui essa va esplodendo ed evidenziandosi, il potere giudiziario, reclamando la sua autonomia, si propone come unico potere funzionale e funzionante. Legittima la sua azione sulla base della conquista dell'autonomia; esercita la sua autonomia contro il sistema di illegalità che si incardina, a guisa di bubbone, nel cuore del sistema politico. In tal modo, si pone non solo come unico potere funzionale e funzionante; ma, soprattutto, come unico potere legale e legittimo. La legalità e la legittimità gli vengono direttamente dalla rilevazione dei gradi di illegalità e illegittimità dell'essere e del fare del sistema politico. La magistratura, nelle sue linee generali, fa della persecuzione dell'illegalità del sistema politico l'effetto coerente della sua autonomia e dell'autonomia la chiave di volta della messa a nudo dell'illegalità e illegittimità del potere politico.

Diversamente dalle "campagne" di delegittimazione della magistratura promosse dal sistema politico, le "campagne" di delegittimazione della classe politica attivate dalla magistratura colpiscono nel segno, poiché non si basano esclusivamente su oggetti ideologici o simbolici; bensì su fatti di violazione della legalità, su casi numerosissimi di corruzione, su illeciti penali particolarmente gravi e inquietanti.

Quello che le inchieste di "mani pulite" fanno emergere è il grado di inaffidabilità morale della classe politica; mentre in un cono d'ombra restano il suo basso profilo democratico e le puntuali strategie di sospensione del garantismo costituzionale da essa elaborate e attivate. Il sistema dominante, scoperto in flagranza di reato, viene consegnato al ludibrio generale, poiché immorale e predatore; la qual cosa ne moltiplica all'infinito anche la delegittimazione simbolica.

Il profilo prevalentemente etico-pubblico della sua azione consente alla magistratura di ottenere un immediato e amplificato impatto. La ricaduta di consenso sociale si va progressivamente dilatando, anche per la non lieve difficoltà della controparte di giustificare condotte innominabili e indifendibili. La linea di sfondamento della legittimità e della legalità del potere politico riesce, così, a so-lidificarsi intorno all'asse dell'etica pubblica, laddove negli anni e nei mesi precedenti aveva fallito sul piano più specifico dell'iniziativa politico-costituzionale. Si pensi, a quest'ultimo riguardo, solo per fare qualche esempio, ai depistaggi e agli insabbiamenti che costellano i processi per le stragi di P.zza Fontana e P.zza della Loggia; si pensi, ancora, al coro di polemiche e di resistenze elevato contro le inchieste giudiziarie sulle strutture e sui programmi di "Gladio".

Nella critica dei poteri, il piano politico risulta totalmente disattivo: lo spazio politico viene ad essere integralmente occupato dalla mimetizzazione. Questo avviene:

  1. tanto per quel che concerne l'iniziativa della magistratura; cosa, in sé, non sorprendente e nemmeno illegittima;
  2. quanto per quel che riguarda i soggetti organizzati della sinistra politica e sociale; cosa assai diversa ed emblematica del loro grave stato di crisi.

La critica si converte in mimesi politica: il cambiamento viene recitato più che agito. Ora, recita e mimesi costituiscono, fisiologicamente, il terreno di coltura ideale per trasformismi culturali e politici miranti a modifiche e assestamenti in senso conservativo dei cardini istituzionali  ed extraistituzionali del sistema sociale. Il ricambio di potere, in tal modo, viene giocato simbolicamente su categorie etiche e politicamente secondo coordinate di ingegneria istituzionale di stampo conservatore che si autorappresentano surrettiziamente come "rivoluzione", "rinnovamento", "cambiamento", ecc.

Nella prima repubblica l'evoluzione delle forme della politica e l'allocazione dei poteri sono andate procedendo secondo una successione temporale di questo tipo:

  1. la fase di incubazione e organizzazione della democrazia: 1944-1947: l'elemento statuale si va sovrapponendo all'elemento politico, in quanto la costruzione dello Stato repubblicano viene ritenuta questione politica dirimente dal ceto politico antifascista;
  2. la fase di maturazione: dal 1948 fino al '68; l'elemento statuale assorbe l'elemento politico, all'insegna della conquista dello Stato da parte del ceto politico di governo;
  3. la fase della crisi: dal '68 alla prima metà degli anni '80; il sistema dei partiti sussume sotto di sé lo Stato, le istituzioni e la società;
  4. la fase agonica: dalla seconda metà degli anni '80 ai primi anni '90; l'elemento giudiziario procede alla messa in mora, per via extrapolitica, del sistema politico-economico dominante.

Le quattro fasi sono organate da un asse comune: la sospensione del 'politico' a vantaggio, prima, dello Stato; dopo, del sistema dei partiti; infine, del potere giudiziario. Il dato precipuo del caso italiano, che nella crisi di sistema tocca vertici "sublimi", è che il 'politico' non viene mai ripensato; bensì costantemente rimosso e aggiogato ai ceppi dei poteri.

Il sistema di azione e comunicazione di "mani pulite" si è retto sulla sospensione del 'politico'. Non tanto nel senso, in sé banale e scontato, che non spetta alla magistratura proporre il ridisegno politico della società. Piuttosto, in quello che il potere giudiziario, nella crisi di sistema, si è posto come ri-regolatore sociale, come metapotere normativo che tutto sottopone alle proprie sfere di azione e sanzione. L'azione di legalizzazione portata avanti dal potere giudiziario è stata, in un certo senso, stimolata dalla cristallizzazione del vuoto di progettazione politica che a cavallo degli anni '80 e '90 tocca l'apice. I governi di pentapartito sono stati la ratifica formale della cristallizzazione di questo vuoto: la pura e semplice sopravvivenza del regime è divenuto l'unico principio ordinatore della decisione politica e del processo  di governo.

Accanto ai motivi di delegittimazione endogena passati in rassegna ve ne sono altri, non meno dirompenti, di natura esogena.

Con "le rivoluzioni del 1989" e il crollo del muro di Berlino sono venute meno le ragioni internazionali del carattere escludente della democrazia pluralista italiana, tutta proiettata in funzione antisovietica. Se l'antifascismo costituisce  la cerchia selettiva attraverso cui il Pci viene integrato nel dispositivo costituzionale, l'anticomunismo, ben presto, diviene il discrimine qualificativo del processo di governo e della collocazione dell'Italia nello scacchiere internazionale. Nell'ordine internazionale bipolare, scelta atlantica e pregiudiziale anticomunista divengono, fino alla "solidarietà nazionale" degli anni '70, una delle sorgenti primarie della formazione dell' identità del sistema politico e dei singoli partiti (non solo di gover-no). Con il crollo del bipolarismo, coevo alla dissoluzione del sistema imperiale sovietico, il processo di formazione dell'identità del sistema politico e dei singoli partiti entra in una crisi profonda. L'anticomunismo e l'atlantismo non possono più funzionare come collante ideologico-simbolico; né come quella ineludibile fonte primaria a cui i partiti democratici pluralisti, in Italia, riconducono la necessità della loro costituzione e della loro azione.

L'avanzare di questo processo a scala internazionale depriva il sistema politico italiano e tutti i partiti di governo di alcune delle loro ragioni sociali fondanti: le fonti di identificazione, ormai, restano drammaticamente ancorate ad uno spazio/tempo storico e sociale estinto. Tale vuoto esogeno si somma a quello endogeno, ge-nerando una situazione di autismo politico senza precedenti. Il "vuoto politico" che corrisponde a tale situazione si esplicita come crisi irreversibile dei regolatori sociali della vita comunitaria e del legame sociale corrispondente al patto costituzionale. In questo "vuoto politico", la magistratura ha potuto progressivamente investire la propria autonomia, mettendo fuori gioco tutti i soggetti forti del potere potenzialmente capaci di contrastarne l'ascesa. 

Quanto più in profondità, per le ragioni endogene ed esogene prima analizzate, si è spinta la sospensione del 'politico', tanto più è stata alimentata la crisi di sistema; tanto più si sono costituite le premesse per l'autonomizzazione del potere giudiziario e tanto più il potere politico è andato colando a picco sotto i colpi di "mani pulite".

Da questa angolazione di osservazione, "tangentopoli" è il punto di incrocio terminale:

  1. del carattere deficitario e spoliatorio della democrazia italiana;
  2. della colonizzazione politica della società;
  3. dell'incapacità della classe politica non solo nel governare la complessità in termini di crescita della democrazia; ma, addirittura, nell'autoriformare il circuito delle proprie funzionalità;
  4. della sindrome di regolazione autoritativa che ha, da sempre, occupato i luoghi e le culture del "fare politico" e gli interstizi di tutte le giurisdizioni del potere.

Per tutte queste motivazioni messe insieme, l'emersione di "tangentopoli" si profila come elemento di un assolutamente inedito salto di regime.

2. La struttura dei poteri: dall'unità alla dissoluzione

Alla svolta degli anni '90, la crisi di sistema "lavora" ad un salto di regime politico.

I caratteri e i contenuti della crisi diventano virulentemente autoesplicativi. Non altrettanto può dirsi dei conflitti che, nel passaggio di regime politico in questione, si ingenerano e  disseminano. Anzi, quanto più chiaramente precipita la crisi di sistema, tanto più "oscure" divengono le ragioni e le sequenze dei conflitti. Nel senso che, mentre la crisi si offre nella sua nudità, il conflitto e i soggetti del conflitto stentano a trovare collocazioni di senso congruenti e condotte intellegibili nel teatro dell'azione sociale.

Sul potere giudiziario ricade un doppio ordine di conseguenze:

  1. da un lato, esso va sempre più assumendo le funzioni di catalizzatore del dissenso in funzione del cambiamento politico; ciò spiega anche l'incondizionato e massificato "favore popolare" che lo circonda;
  2. dall'altro, è l'antagonista (e, dunque, il bersaglio) principale di quei soggetti e quei poteri che temono la dissoluzione delle loro sfere di autorità e di comando.

 Sicché mentre il conflitto sociale trova una sua surroga nell'opera di legalizzazione portata avanti dalla magistratura, il conflitto interpartitico e tra i poteri si oscura totalmente: diventa sordo e terribile.

Surroga del conflitto sociale nell'azione del potere giudiziario e oscuramento del conflitto tra i poteri sono i due elementi cardine che contestualizzano la fase agonica della prima repubblica. Un contesto, si tratta di aggiungere, largamente inedito, nonostante addentellati e legami di continuità, non ininfluenti, con trascorse fasi politiche; come vedremo.

Procediamo con ordine.

Se si vuole definire in termini concettuali la cruda sostanza  del caso italiano, si può, certamente, dire che esso rappresenta l'incarnazione esemplare di un paradigma così enunciabile: crisi palesi, conflitti oscurati. Questo paradigma lo inveniamo all'opera in tutte e quattro le fasi storiche della prima repubblica che abbiamo in precedenza tipizzato.

Si sbaglierebbe, però, nel supporre che siffatta costante paradigmatica produca invarianze nelle forme, nelle strategie e nelle tattiche, nei progetti e nei programmi, nelle finalizzazioni a breve e a lunga durata del "fare politico" della classe politica di governo. I modi e le strategie con cui questa ha proceduto all'oscuramento del conflitto risultano estremamente diversificati, a seconda del momento politico, dell'antagonista da neutralizzare o colpire, dell'interesse interno e internazionale preminente per la sopravvivenza dello schieramento coalizionale. Addirittura, nella fase agonica la classe politica di governo, non solo agisce, ma subisce l'oscuramento del conflitto.

Il primo elemento che occorre evidenziare è che nelle prime due fasi della prima repubblica, vale a dire per tutto il ciclo storico che dal 1944 si distende fino al '68, la classe politica di governo ha, di fatto, detenuto il monopolio della politica e del potere. Qui è proprio il monopolio della politica e del potere la forma palese della crisi che oscura il conflitto. L'oscuramento del conflitto qui significa  direttamente il silenzio di qualunque altra voce della politica e di qualunque altra forma del 'politico' che non siano la voce e le forme codificate dalla classe politica di governo. Il sistema politico che ha voce è il sistema dei partiti di governo. I soggetti e gli attori che non vi coincidono sono sospinti ai margini della politica e della rappresentanza: sono soggetti e attori senza voce; in questo senso, i conflitti di cui sono portatori risultano oscurati. Ora, tale contesto è palesemente rivelatore tanto della sindrome di onnipotenza che anima la classe politica di governo quanto dello smarrimento della classe politica di opposizione.

Con l'insorgenza del '68 e dei cicli decennali di lotta sociale che ne conseguono,  il sistema politico coalizionale perde il monopolio della politica: nuovi soggetti sociali e nuovi attori irrompono prepotentemente sulla scena, rivendicando apertamente la partecipazione diretta alla politica e al potere, per un mutamento qualitativo e un arricchimento delle forme della democrazia. Se nelle due fasi storiche precedenti la classe politica di governo oscura il conflitto, impedendone il farsi voce,  ora, di fronte alla "presa di parola" dei movimenti e dei soggetti sociali, deve togliere voce al conflitto, per oscurarlo. 

La "presa di parola" del conflitto non soltanto strappa il monopolio della politica alla classe politica di governo; del pari, toglie dalle mani della classe politica di opposizione il monopolio della critica. Per un verso, si crea una rotta di collisione tra conflitto sociale e classe politica di governo; per un altro, si incunea uno scarto non irrilevante tra conflittualità sociale e classe politica di opposizione. Se la classe politica di governo ha lo scopo precipuo di togliere voce al conflitto, la classe politica di opposizione si pone l'obiettivo dichiarato di destrutturarlo e delegittimarlo, in primo luogo sul piano simbolico e culturale: la "solidarietà nazionale" degli anni '70 costituisce la precipitazione politica di questo atteggiamento culturale. La nascita della sinistra rivoluzionaria, con i suoi molti e gravi limiti e i pochi ma non lievi meriti, è, insieme, effetto ed interpretazione lucida di questo stato di cose. L'ammutolimento coattivo e la delegittimazione culturale delle voci del conflitto fun-gono quali canali di emarginazione dei soggetti del conflitto: da questa emarginazione prende piede l'avventura della lotta armata.

Le strategie anticonflitto della classe politica di governo non vengono puntualmente rilevate dalla classe politica di opposizione. Tanto che non trascurabili fette della sinistra di opposizione:

  1. per un lunga fase iniziale, imputano agli anarchici e a Valpreda la strage del 1969 di P.zza Fontana;
  2. riconducono sistematicamente l'azione di contrasto della "strategia della tensione" alla lotta contro gli "opposti estremismi", nel cui paradigma conflittualità sociale e insorgenza eversiva vengono fatte disinvoltamente convivere.

La crisi palesa l'autoreferenzialità asfissiante del sistema politico dominante. Questo, vistosi apertamente attaccato dal conflitto sociale, lo contrasta duramente: prima, criminalizzandolo e, dopo, destabilizzandolo con politiche di neutralizzazione sociale. Tra la criminalizzazione e la neutralizzazione si inserisce la "strategia della tensione", avente lo scopo dichiarato non solo e non tanto di impedire al conflitto di farsi voce; bensì di estirparlo con una pianificazione politico-militare, l'attivazione dei ceti sociali conservatori e la mobilitazione del sistema politico in tutte le sue componenti.

È opportuno soffermarsi brevemente sulla "strategia della tensione", sia per il ruolo storico da essa giocato, sia per le l'evocazione che di essa viene fornita, di fronte al sistematico e "totale" scontro tra i poteri inaugurato dall'attentato di Capaci del 23 maggio 1992, che costa la vita al giudice Falcone, alla moglie e ai tre agenti di scorta.

Non è possibile approntare una chiave di lettura congrua della "strategia della tensione", se non la si associa al fenomeno delle "maggioranze silenziose", attivate in funzione anticonflitto negli anni di efflorescenza della mobilitazione collettiva[3].

I poteri, sentendo vacillare la loro legittimità e avvertendo la minaccia di una soggettività sociale altera, che mette in discorso e organizza altri princípi politici e altri valori di senso, fanno entrare in scena una controinsorgenza politico-militare, strettamente irrelata alla mobilitazione delle "maggioranze silenziose", per riconquistarsi e ridefinire sul campo  la propria  rilegittimazione politica  e simbolica.

La circolarità dei meccanismi della delega politica si compie perfettamente:

  1. in condizioni di normalità, le "maggioranze silenziose" delegano  la decisione al potere;
  2. in condizioni di eccezionalità, il potere delega alle "maggioranze silenziose" la piazza, l'agorà, ridotta, ormai, a puro orpello simulatorio.    

Il terribile connubio potere/paura non solo irrigidisce tutti i centri di legittimazione dell'autorità politica, ma anche la disposizione dei centri morali. L'immaginario collettivo va inclinando verso rappresentazioni altamente drammatizzate e antinomiche.

La "strategia della tensione" si muove secondo una triplice assialità:

  1. regolare sul piano politico-militare e simbolico il conflitto;
  2. mobilitare la "maggioranza silenziosa" in funzione anticonflitto;
  3. assestare l'intero sistema politico su prospettive di ordine e stabilità.

Nella mobilitazione della "massa", essa ricorre ad una prassi atta a produrre terrore, oltre la soglia del puro e semplice perturbamento. Il suo scopo non è unicamente quello di impedire che la "presa di parola" del conflitto diventi comunicazione dialogante delle sue ragioni e dei suoi fini; ma anche e soprattutto affossare un dialogo sociale che inizia a ricoprire le voci del potere, mostrandone impietosamente i limiti e i lati oscuri.

A questo livello di oscuramento del conflitto,  la riconferma e lo sviluppo delle strategie antimutamento richiedono l'immolazione della massa come "agnello sacrificale", per poterla scuotere ed eteromobilitarla. Nella sua prima fase, la "strategia della tensione" è stata questo elettroschok. Non possiamo dimenticare, in proposito, che per P.zza Fontana tutti i poteri (a partire dalla suprema carica dello Stato) indicano la "pista rossa".

Un disegno antropologico, non solo politico, governa la prima fase della "strategia della tensione", indipendentemente dal grado di consapevolezza dei suoi artefici ed esecutori. Lo schema antropologico è, così, ricostruibile: produrre morte nella massa, per costringere la massa a produrre la morte simbolica e politica dei soggetti della perturbazione e della conflittualità.

In una breve fase intermedia, il cui punto alto è costituito dalla strage di P.zza della Loggia (Brescia, 28 maggio 1974), la "strategia della tensione" passa ad attacchi selettivi: non più indiscriminatamente la massa è il suo obiettivo; bensì la cittadinanza politica e sociale del conflitto. In questo modo, la "morte nella massa" si prolunga nell'operazione tendente a portare la morte nel "campo avverso". Vale a dire: la "strategia della tensione", in questo passaggio, si erge a rappresentante simbolico-militare della massa, in nome della quale intende eliminare l'antagonista sociale e politico.

Con la strage dell'Italicus (San Benedetto Val di Sangro, 4 agosto 1974), la "strategia della tensione" combina l'intimidazione alla cittadinanza politica e sociale del conflitto con l'attacco alla massa. Tale combinazione regola anche la strage di Bologna (2 agosto 1980). La sconfitta della classe operaia alla Fiat nell'autunno del 1980, dopo i "35 giorni" e la "marcia dei 40.000", rende obsolete le pianificazioni e la necessità stessa della "strategia della tensione".  

Accreditati filoni di storiografia e politologia di sinistra hanno sempre postulato che la motivazione fondante della "strategia della tensione" sia la seguente: impedire lo spostamento a sinistra del quadro politico italiano. Secondo questo punto di vista, la "strategia della tensione" è assimilabile a niente più che ad una sottoespressione armata della "conventio ad escludendum" a carico del Pci. Secondo questa classificazione, la "strategia della tensione" finisce con l'essere una costante politica illimitata nel tempo, senza alcuna soluzione di continuità e priva di cesure interne.

Il postulato, pur richiamandosi a non secondari processi storici e politici, appare troppo semplificatorio: la sua vigenza si incardina su non lievi forzature.

Vediamone le più rilevanti:

  1. Va segnalata, in primo luogo, la riduzione  della "strategia della tensione" alla elaborazione e all'azione dei gruppi della destra eversiva, ritenuti in mano ai poteri occulti, con l'appoggio-copertura dei servizi segreti e l'imprimatur dei settori più retrivi del potere politico-economico-finanziario.
  2. In secondo luogo, è reperibile lo schiacciamento dell'intero apparato categoriale-programmatico della "strategia della tensione" alla propaganda e ai piani dell'eversione di destra: dal convegno dell'Istituto Pollio [4] sul tema de "La guerra rivoluzionaria" (hotel "Parco dei Principi": Roma, 3 maggio 1965) alla produzione ideologica dei gruppi eversivi maggiori (Avanguardia Nazionale, Ordine Nuovo, Fronte Nazionale, Mar, Nar, ecc.).
  3. Continuando, va rilevata la mancata intelligenza della complessità ideologica, politica e, financo, organizzativa delle ragioni e degli schieramenti che sottendono alla "strategia della tensione". Nello svolgimento di essa, al contrario di quanto postulato, sono proprio i gruppi dell'eversione e gli apparati di sicurezza dello Stato a giocare un ruolo di seconda fila rispetto alla struttura complessiva dei poteri palesi.
  4. Ma, soprattutto, risalta l'incomprensione totale di uno degli assi pianificatori principali della "strategia della tensione": non già inibire lo spostamento a sinistra del quadro politico; al contrario, recuperare e attivare le forze della sinistra in un disegno politico di normalizzazione politica della società, secondo strategie hobbesiane di regolazione autoritativa del conflitto. Da questo lato, la distanza tra la situazione di "pluralismo centripeto" e i governi dell'emergenza (da un lato) e la "strategia della tensione" (dall'altro) è meno pronunciata di quanto normalmente si è disposti a concedere. È in questo quadro che diventa intelligibile quell'evidenza empirica che vede naufragare il "Piano Solo" e i ricorrenti tentativi di "colpo di Stato"; non già il centro-sinistra (prima) e la "solidarietà nazionale" (dopo).
  5. Tra i risvolti di base del postulato che si sta sottoponendo a critica, va, infine, rilevata l'omessa distinzione, culturale prima ancora che storica e politica, tra eversione di destra e conflittualità sociale. Costituisce, questo, il presupposto in forza del quale tutto ciò che fuoriesce dalle compatibilità date della razionalità democratica e non è contemplato nei codici ufficiali della critica alla democrazia viene interpretato come una variante di "sinistra" di un progetto sostanzialmente reazionario di eversione dell'ordine. Gli attacchi ai movimenti sociali (a partire dall'accusa di "provocatori" agli operai di P.zza Statuto) e lo stravolgimento interpretativo dell'ideologia e dell'azione della lotta armata (si vedano i discorsi ricorrenti sulle "cosiddette Brigate rosse" e sulla loro presunta eterodirezione da parte di potenze straniere e/o servizi segreti e/o poteri occulti) costituiscono la superfetazione paradigmatica di questo deficit culturale e di questa mistificazione politica.
  6. Conseguentemente, il postulato in questione ammette un corollario, particolarmente in auge nella pubblicistica e nella propaganda politica, così esemplificabile: nella prima repubblica, regolatore del nesso crisi/conflitto sarebbe stato il "convitato di pietra". È, questo, il paradigma del "Grande Vecchio" in una delle sue più rigide declinazioni. Questa sorta di Moloch onnipresente, invisibile, onnipotente e proteiforme, a seconda delle convenienze e delle circostanze, ora avrebbe mosso i fili del "terrorismo nero", ora quelli del "terrorismo rosso", ora quelli della criminalità organizzata e ora li avrebbe miscelati e ricombinati, in un gioco a "parti scambiabili", ma a "copione fisso" e secondo una "regia unica". Con tutta evidenza, il limite principale di siffatto paradigma indiziario, al di là delle dosi di suggestione fantastico-congetturale che lo inquinano, riposa in questa circostanza: i processi storico-sociali e le relative responsabilità politiche (non già dei poteri occulti, ma di quelli palesi) restano invariabilmente sullo sfondo, finendo, così, con l'essere sottratti all'azione di una efficace e risoluta critica.

Nella ricostruzione della "strategia della tensione" e, ancor più, delle "disavventure della democrazia" nel nostro paese non è dato proporre scenari di confliggenza diarchica tra uno Stato legale e palese e uno Stato illegale e occulto. Nel senso che, in Italia, non è esistito un doppio potere, ma una struttura di potere unica, estremamente complessa e ramificata nel "sociale". Non si dà, insomma, la clonazione di un potere segreto nel cuore del potere manifesto; all'opposto, lo Stato è fatto di facce in luce e lati oscuri che sono, comunque, riconducibili ad una struttura di comando unitaria.

Già dopo la caduta dell'assolutismo monarchico dell'ancien régime, lo Stato non è una struttura compatta senza alterità interne, al di fuori della fronda, del complotto e della sedizione segreta. Al contrario, raccoglie al suo interno una molteplicità di interessi, i quali disseminano una articolata rete di poteri, lungo la quale prendono corpo conflitti talora anche virulenti. Non è il potere occulto che confligge contro quello legale; bensì interessi diversi accedono all'area del potere e trovano rappresentanza nel reticolo statuale, entro il quale debbono raccordarsi ad interessi divergenti, con i quali sono in una relazione di competizione/con-flitto/associazione. Va, infine, aggiunto che nelle democrazie avanzate i poteri occulti non sono, poi, tanto "occulti", trovando regolare modo di manifestarsi e organizzarsi in "gruppi di pressione" e "lobby", di norma rappresentati nelle istituzioni elettive. Lo Stato repubblicano italiano non sfugge a questa evoluzione; anzi, ne invera un modello perspicuo.

Nella fase agonica della prima repubblica quella che salta in aria, per linee interne, è proprio la struttura unitaria dello Stato e dei poteri. Gli interessi e i poteri che prima confliggevano all'interno della compagine statuale, ora si dissociano, non trovando più un punto di intesa unitario sui "tipi" e sulle "forme" del governo; sul "modello di società" e sulle strategie del "controllo sociale"; sull'appropriazione e  redistribuzone delle quote di autorità e di ricchezza. Né sono più gli equilibri dell'ordine internazionale, in quanto tali, a poter fungere quali vettori sostanziali degli accordi e delle spartizioni di potere. La dissoluzione dell'unità statuale dei poteri fa da premessa ad una furiosa lotta per la riconquista dello Stato,  che passa per la rimozione a tappe forzate del ceto politico che ne aveva monopolizzato il possesso. 

Come sempre, la rottura dell'unità statuale evoca "scenari di guerra". I poteri confliggono in maniera più aperta che mai. Ciò che rimane occultato è la posta in gioco del conflitto: il possesso dello Stato. Si combatte una guerra interna allo Stato del tutto particolare: è possibile vedere con precisione le battaglie e i caduti che esse comportano; oscurate e inconfessabili rimangono le ragioni che modellano questo particolare tipo di guerra.

Il processo di disvelamento innescato da "tangentopoli" è uno dei portati della dissoluzione dell'unità statuale. La sua forza sta nel sottolineare il grado di illegalità e illegittimità della pre-esistente unità statuale; la sua debolezza sta nell'impossibilità di porsi, con le sue uniche forze, come centro di irradiazione di una nuova compagine statuale. La tremenda forza e, insieme, la terribile debolezza di "mani pulite" stanno nell'essere troppo avanti rispetto ai "soggetti della politica", ancora pesantemente attardati nella difesa di posi-ioni di retroguardia e in trasformismi bizantini.

Ancora una volta, sono il ritardo della politica e il silenzio del 'politico' a rendere incandescente la situazione e problematico il crudo conflitto per la conquista del possesso dello Stato che si va consumando nell'agonia della prima repubblica. 

La paralisi della politica e del 'politico' è acuita da un triplice ordine di motivazioni:

  1. per la prima volta nella storia della prima repubblica, la classe politica di governo subisce l'asprezza del conflitto interstatuale;
  2. la classe politica di opposizione non si pone il problema della "trasformazione sociale", limitandosi a invocare il ricambio della leadership del sistema; col che delega lo stesso salto di regime all'azione di ri-legittimazione e ri-legalizzazione portata avanti dalla magistratura.
  3. la mobilitazione collettiva non riesce ad andare oltre il, pur giusto, appoggio a "mani pulite".

Il combinarsi di tutti questi elementi rende poco allettanti gli esiti possibili del conflitto di potere in atto. Niente e nessuno garantisce che il salto di regime politico incubato nell'agonia della prima repubblica non rechi con sé nuove e più perverse forme di autoritarismo politico e discriminazione sociale; anzi. Del resto, cosa mai ci si può aspettare, in termini di reale e duraturo potenziamento della democrazia e degli spazi di libertà, allorché il cambiamento non ha tra i suoi fattori il protagonismo delle masse e della mobilitazione collettiva?

3.  Il salto di regime: il punto zero del rientro della violenza interstatuale

Tutti i problemi di democrazia e di giustizia accumulati e non risolti dalla prima repubblica vengono letteralmente azzerati. Il passaggio di regime politico in corso si costituisce sulla cancellazione  dei nodi della prima repubblica: quello che si ricerca non è un punto di svolta; bensì un punto zero, da cui far ripartire la marcia, senza politicamente far i conti col passato. La volontà politica dominante, con rare eccezioni, è presto disvelata: rinviare sine die l'assunzione delle responsabilità politiche. C'è un codice simbolico che, involontariamente, tradisce l'indisponibilità dei soggetti politici della prima repubblica ad assumersi ognuno la responsabilità storica e politica che gli compete. Ci riferiamo alla sequenza pressoché infinita della "ricostruzione" di nuove formazioni politiche attraverso l'autoscioglimento e la rimodulazione delle vecchie, di cui il paradigma "rinnovare senza rinnegare" costituisce la coniugazione teorico-programmatica esemplare.

Ora, l'azzeramento della responsabilità politica e delle "questioni di democrazia" ereditate dalla prima repubblica, mentre ha sovralimentato la violenza interstatuale, conserva in circuito tutti i soggetti e tutte le strategie anticonflitto che, dal secondo dopoguerra in avanti, hanno cooperato a fare dell'Italia una democrazia dimezzata e controllata. In altri termini, si dissolve la vecchia unità della compagine statuale; ma non per questo i poteri che la costituivano abbandonano il campo. Ciò non solo ha reso il salto di regime una specie di calvario; ma ipoteca pesantemente e complica i futuri assetti interstatuali e istituzionali.

Il lento maturare e, successivamente, il deflagrare di questo processo, in qualche modo anomalo, hanno ridisegnato gli scenari dello scontro e del confronto politico. Poteri confliggenti ma uniti, ora si dividono, entrando in una competizione violenta tra di loro. I termini possibili dell'accordo sono ora "mediati" e comunicati dallo scontro aperto, dai rispettivi colpi che gli uni contro gli altri vanno assestando.

Gli scenari di guerra entro cui si va consumando l'agonia della prima repubblica non sono riconducibili allo schema duale "pro" o "contro" il mutamento; né al "ricatto armato" per mantenere la gestione delle vecchie fette potere; né ai "colpi di coda" dei presunti poteri perdenti.

In linea generale, i poteri della dissolta struttura unitaria dello Stato partono dalla consapevolezza che si deve cambiare; che il cambiamento è necessario; che occorre rideterminare gli assetti endorganizzativi dello Stato e le sue funzioni politiche, sociali e simboliche. Sono in guerra, esattamente perché nessuno vuole essere tenuto fuori dal mutamento; perché ognuno vuole determinarne forme e contenuti, lasciarvi la sua impronta e riallocarvi la sua presenza.

Con l'apertura degli anni '90, lo scontro violento tra i poteri cresce in sistematicità e intensità.    

Le tappe visibili di questa escalation sono:

  1. la strage di Capaci (23 maggio 1992);
  2. la strage di Via D'amelio (24 luglio 1992), in cui  perdono la vita il giudice Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta;
  3. le autobombe di Via Fauro a Roma (14 maggio 1993)  e di Via Georgofoli a Firenze  con cinque morti (27 maggio 1993);
  4. le autobombe nella notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 a Via Palestro a Milano, con cinque morti, e a S. Giovanni Laterano e S. Giorgio al Velabro a Roma.

Lo svolgimento delle tappe successive dipende dai modi con cui, da ora, si va preparando la nuova miscela unificatrice dei poteri. La mediazione politica risolutiva della violenza interstatuale passa per la ricostruzione del dispositivo endorganizzativo dello Stato, dei suoi apparati e delle sue funzioni pubbliche. Effettivamente, le "riforme istituzionali", in questo senso, sono necessarie. Il loro significato politico essenziale, nemmeno troppo riposto, risiede proprio nella riforma di poteri, nella variazione della loro mappa e della loro presa sulla società. Quanto più procede con lentezza la ristrutturazione dei poteri e delle cerchie della loro riassociazione e ricomposizione, tanto più si approfondiranno e prolungheranno nel tempo le spirali della violenza interstatuale. Ciò che, da questo lato, viene richiesto è una soluzione che sposti il conflitto di potere più avanti e, per questo, ricomprenda in sé la violenza interstatuale, intercomunicandola nelle forme del conflitto non guerreggiato. Il rientro della violenza interstatuale è la prospettiva politica su cui si enuclea il salto di regime. A misura in cui ciò si verificherà, non è dai poteri via via emarginati che occorrerà guardarsi; ma, al solito, dai poteri forti: quelli che integrano l'unità della compagine statuale.

Il precisarsi progressivo di tale processo ha ridotto la portata del progetto delle "riforme istituzionali". Fino alla prima metà degli anni anni '80, indipendentemente dalle varie soluzioni proposte, nel dibattito politico-costituzionale esse hanno figurato come il grande disegno della realizzazione della "democrazia compiuta" e dell'"alternanza". Ora, invece, sono costrette a fare i conti con la  regolazione della violenza interstatuale, a cui debbono opporre/fornire un progetto politico, per ricondurla nell'alveo istituzionale.

Il recupero della violenza interstatuale, in costanza della labilizzazione delle sfere della responsabilità politica, rappresenta quel punto zero di cui le forze e i poteri più forti e attenti sono alla ricerca, per impiantarvi sopra il salto di regime, contenendo e calibrando gli "strappi" col passato. Liberare il ciclo politico dalle pa-stoie del passato, omettendo di farvi i conti sino in fondo, mentre consente di buttare a mare i poteri e gli attori politici più compromessi, ripropone nei nuovi contesti in formazione i non districati nodi politici della prima repubblica. Con questa si realizza una relazione di continuità/discontinuità, in cui:

  1. la discontinuità è ridotta al livello minimo necessario e assume, quel che più preoccupa, una connotazione politica apertamente conservatrice e tecnocratica;
  2. la continuità è ricoperta ed occultata con la simulazione del "nuovo" nelle faglie di superficie della comunicazione sociale e dell'immaginario collettivo.

     Il carattere di conservazione politica e restaurazione culturale che dimensiona il salto di regime è acuito proprio dalla necessità di recuperare la violenza interstatuale. Due sono le soluzioni possibili dalla violenza interstatuale:

  1. il riassetto dei poteri in termini di stabilizzazione autoritativa e ordinamentale;
  2. la svolta verso un nuovo modello di società.

Ognuna delle due soluzioni vale, altresì, come vanificazione dell'altra: il riassetto autoritativo dei poteri scongiura e riprogramma la svolta; e viceversa.

Il salto di regime in corso, su queste basi, rielabora ad un livello ancora più alto e sofisticato la sospensione del 'politico', approfondendo ed estendendo le strategie di oscuramento del conflitto sociale. È proprio con l'eredità culturale delle lotte sociali degli anni '60 e '70 che la ricomposizione dei poteri in atto intende procedere alla "resa dei conti". "Resa dei conti" giocata come uno degli elementi portanti di una riunificazione della struttura di comando dello Stato non più obbligata a passare per la "strategia della tensione" o suoi equivalenti. La destrutturazione centrista e moderata di gran parte della vecchia sinistra di opposizione e il silenzio dei movimenti agevolano oltremodo questa progettualità di smemoramento culturale. Impressionante, già oggi, il caos semantico-interpretativo con cui le nuove generazioni "memorizzano" i conflitti degli anni '60 e '70.

Il buio steso sulla memoria storica, politica e culturale costituisce il siero velenoso che inocula il montaggio/smontaggio/rimontaggio di identità artefatte e mutilate, irreparabilmente scisse dai contesti che le hanno formate, di cui smarriscono le necessarie soglie di consapevolezza.  In queste condizioni, ritrovare una criticità di pensiero e di atteggiamento diviene un rompicapo di ardua solu-zione. Non solo. La cosa ben più grave è che la critica individuale e il dissenso sociale implodono e si vanno orientando verso la rottura della dialogica della solidarietà, secondo le pulsioni degli egoismi gruppuscolari. Costituisce, questo, un elemento di sostrato tra i più rilevanti del profilo culturale ed etico del salto di regime in corso, le cui conseguenze letali avvertiamo più gravosamente nella stessa quotidianità dei comportamenti individuali e collettivi.

È a questa soglia profonda che si organizza la deriva di senso di quelle etiche della libertà e di quelle culture dell'agire collettivo che costituiscono il sigillo e la traccia del passato che occorre recuperare e rielaborare integralmente; mentre, invece, assistiamo alla loro eclisse definitiva, in una sorta di secessione simbolica, etica e culturale. Il successo del politicismo etnico conservatore di forze come la Lega parte da qui; da qui parte, in Italia, l'implosione di senso delle sinistre.

(29 luglio-3 agosto 1993)
Note

(*) Si riproduce l'Editoriale del numero 7/8, gennaio-dicembre 1993 di "Società e conflitto", monografico sul tema: "Il lato oscuro. Saperi, conflitto, violenza".

[1] Per l'analisi e la critica dei processi politici e dei relativi modelli interpretativi della democrazia italiana, si rinvia ai materiali di carattere storico e politico ospitati in "Società e conflitto", sin dal n. 0 del 1988/89. Materiali che sono facilmente rintracciabili nei sommari delle annate 1988-1993 forniti in questo fascicolo della rivista.

[2] Un'incisiva critica dei paradigmi della "rivoluzione italiana" sta in: A. Burgio, La democrazia ologarchica, "il manifesto", 10/3/1993; Ida Dominijanni, Una rivoluzione senza politica?, "il manifesto", 27/7/1993.

[3] L'analisi qui condotta della "strategia della tensione" trova la sua formulazione originaria in Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", Storia, linguaggi e memoria: le riscritture del '68, "Società e conflitto", n. 00, 1989, pp. 453-457.

[4] L'Istituto Pollio viene fondato nella primavera del 1965 da Enrico de Bocard, ex repubblichino di Salò, con l'appoggio esplicito del generale Viggiani, capo del Sifar. I problemi di organizzazione e funzionalità economica dell'Istituto sono curati dal colonnello Rocca, capo dell'ufficio Rei del Sifar. Tra i relatori e i presenti al convegno, oltre al citato de Bocard, si segnalano Guido Giannettini, il generale Osvaldo Roncolino, il professore universitario Pio Filippini Ronconi, Pino Rauti, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino.


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