L'AUTOGESTIONE JUGOSLAVIA
di Alessandro De Luca

Se si parla di un progetto socialista ed autogovernato per la società fuoriuscita dal capitalismo ed in grado di realizzare i fini ultimi del socialismo, non si può che rivolgersi all’esperienza dell’autogestione jugoslava, poiché essa è stato il tentativo più organico e duraturo di organizzazione economica di una società quanto più possibile vicina alla visione libertaria del marxismo.

Bisogna dire che l’autogestione jugoslava è stata un esperimento di vasta portata e di grande importanza, tuttavia essa riguardava la sola sfera economica della società, non quella politica, per cui all’autogestione non è seguito l’autogoverno, caratterizzato dalle esperienze fotografate dalla Comune di Parigi e dalla Costituzione sovietica del ’18. Dal punto di vista politico, il regime jugoslavo è stato caratterizzato da un’organizzazione interna in tutto e per tutto similare al modello autoritario del socialismo reale novecentesco, caratterizzato da un monopolio assoluto del potere detenuto in via esclusiva dal partito, che in Jugoslavia si chiamava Lega dei comunisti, come l’organizzazione di cui facevano parte Marx ed Engels nel 1848. A parte questo omaggio formale, però, resta che il sistema politico jugoslavo poco aveva a che vedere con la libertà e la democrazia del popolo, tanto è vero che pure il modello di autogestione non è stato frutto di richieste dal basso, ma di una linea politica individuata dall’alto, in primis da Tito, capo supremo del partito e del paese, e poi da Kardelj, che era l’ideologo ufficiale del regime, insieme ad altri collaboratori di secondo piano. Per quanto vasta, profonda e diffusa, l’autogestione costituì un importante esperimento, limitato però solo al campo economico, il che però non ne diminuisce il valore intrinseco, anzi, spinge a studiarne a maggior ragione gli aspetti precipui. Essi sono stati molto analizzati e considerati sull’onda del ’68, quando il movimento di massa libertario ed antiautoritario si staccò dall’idolatria filosovietica del movimento operaio occidentale degli anni precedenti e volse la sua attenzione verso le nuove esperienze di costruzione di una società alternativa, subendo il fascino delle esperienze maoista e titina.

Se per un decennio le pubblicazioni, principalmente in Italia e in Francia, sull’autogestione jugoslava sono state attente, numerose e profonde, dagli anni ’80 in poi è calata una coltre di silenzio in tal senso, molto difficile da rimuovere pure nei tempi presenti. I motivi di questo cambio di atteggiamento sono abbastanza evidenti: prima lo sfaldamento del blocco socialista, poi la fine del PCI in Italia e l’indebolimento delle forze d’alternativa in tutto il mondo, infine lo sfacelo della stessa Jugoslavia. Il paese di Tito ha affrontato una dura guerra civile interna, fomentata dalle potenze straniere e caratterizzata da basi etniche e religiose, il cui esito ultimo è stato quello di trasformare una potenza mondiale, capofila dei paesi non allineati in una landa con cinque o sei staterelli che non contano più niente oggi e che niente conteranno domani.

La guerra in Jugoslavia ha sancito il ritorno a pratiche di pulizia etnica che si ritenevano definitivamente scomparse dall’Europa e soprattutto ha mostrato il pericoloso riemergere di nazionalismi, localismi e populismi che da quel momento in poi si sono rafforzati ovunque, mettendo sempre più tutta l’Europa su una brutta china. L’esito dell’esperienza alternativa jugoslava ha mostrato la fragilità su cui era basato il sistema di Tito, e ciò era dovuto al fatto che tutti i processi alternativi messi in campo nel corso di un quarantennio erano voluti dall’alto, perché la dittatura comunque non permetteva alle masse di esprimersi. Quando esse hanno potuto farlo, sono rimaste preda di demagoghi e nazionalisti, non certo del pensiero economico e politico marxista e ciò ha portato ad uno svilimento dell’esperienza jugoslava nel suo complesso, distrutta da una crisi economica su cui si sono innestate le rivendicazioni legate agli aspetti identitari dei popoli che costituivano la federazione, con i disastrosi risultati cui il mondo ha assistito tra il 1992 e il 1995 e poi ancora nel 1999.

Tuttavia sarebbe sbagliato non vedere o peggio ancora dimenticare la storia dell’autogestione jugoslava perché essa, al di là di tutti i suoi limiti prima elencati e dell’esito della Jugoslavia stessa, è stata l’unico tentativo di rendere effettivo il potere dei lavoratori sui mezzi di produzione, la gestione collettiva dell’economia, la liberazione del lavoratore dal lavoro salariato, che assumeva i suoi tratti tradizionali di estrazione di plusvalore e di ottenimento dei profitti anche negli stati del socialismo reale, con la differenza che il ruolo dello sfruttatore veniva ricoperto dallo Stato.

L’autogestione mirava a tutto questo e più prosaicamente ha garantito per un quarantennio degli spazi di libertà e di autonomia pur in un quadro sostanzialmente autoritario che non hanno avuto precedenti nella storia del socialismo realizzato del ‘900. Questa esperienza va dunque criticata per i limiti che ha oggettivamente mostrato e per il quadro politico complessivo in cui si è sviluppata, tuttavia essa ha segnato un luminoso precedente che va tenuto presente se si ha l’obiettivo di realizzare i fini ultimi del socialismo così come è stato pensato da Marx ed Engels, e praticato da alcune esperienze rivoluzionarie prima citate.

L’autogestione infatti in tal senso ha l’incomparabile merito di essere durata nel tempo e di essere stata istituzionalizzata, caratteristiche assenti per motivi storici di varia natura nelle esperienze comunarda, sovietica e spagnola. In particolare, dopo la cacciata dei nazisti nell’ottobre del 1944 dalla Jugoslavia per effetto della lotta delle sole forze partigiane, il nuovo gruppo dirigente titino si diede ad organizzare il socialismo in maniera in tutto e per tutto simile a quanto Stalin aveva fatto in URSS qualche anno prima. La costituzione del 1946 era infatti la copia di quella staliniana del 1937, in un paese che metteva al centro della vita economica e politica l’autorità dello Stato, la cui proprietà di tutti i mezzi di produzione sovraintendeva gerarchicamente la vita e la morte di ogni singola azienda.

Non a caso l’utile di ogni unità produttiva andava allo Stato, che completava la sua egemonia sulla società attraverso il dominio politico esclusivo garantito dal monopartitismo e dal ruolo di cinghia di trasmissione dei desiderata del potere assegnato dalla Lega dei comunisti al sindacato di regime. Questo quadro coerentemente stalinista tracciato da Tito e dai suoi per la Jugoslavia fu messo in crisi dall’evoluzione della guerra fredda verificatasi negli anni immediatamente postbellici. Stalin infatti stava perseguendo una politica imperialista, consistente nell’imporre ai paesi dell’Europa orientale, liberati dal giogo nazista da parte dell’Armata Rossa, un sistema politico che fosse la copia conforme di quello esistente a Mosca. Inoltre l’URSS aveva imposto i suoi uomini e le sue scelte economiche ai paesi dell’Est, la cui subordinazione, al di là della propaganda ufficiale, era giustificata con la speculare politica imperialistica che gli Stati Uniti stavano applicando all’Europa occidentale finita sotto il suo dominio. La differenza tra i due blocchi imperialisti stava nel fatto che gli USA, potendo contare su un’economia florida e uscita arricchita dalla guerra, avevano la possibilità di comprare il consenso dei paesi occupati dal suo esercito, mentre per ottenere lo stesso effetto l’URSS, avente un’economia molto più debole di quello americana e per di più uscita estremamente depauperata dal punto di vista delle risorse umane ed economiche dalla guerra mondiale, era costretta a ricorrere alle maniere forti. Queste ultime dovevano essere accettate supinamente dai paesi dell’Est, un po’ come le basi militari americane e la NATO sono state di fatto imposte ai paesi dell’Europa occidentale, ma per la Jugoslavia il discorso era diverso, perché i partigiani di Tito si erano liberati da soli dai nazisti e quindi non erano disposti ad accettare i diktat di Mosca, diventati pressanti anche su Belgrado.

Per questo e per altri motivi conseguenti nel 1948 si consumò la rottura tra Tito e Stalin, che incrinava per la prima volta il monolitismo del blocco stalinista uscito dalla seconda guerra mondiale rafforzato su scala internazionale. A Tito e al suo gruppo dirigente si presentava il nuovo problema di costruire una forma di socialismo diversa da quello stalinista, con cui il paese aveva appena rotto, per tutelare il proprio diritto all’indipendenza nazionale. I teorici del regime non faticarono ad accorgersi che il sistema sovietico era ben lungi dalle idee di Marx ed Engels, soprattutto riguardo al giudizio sull’esperienza della Comune di Parigi e alle idee esposte da Lenin in “Stato e rivoluzione”. La stessa critica trotskista della burocrazia sovietica aveva segnato il movimento comunista internazionale, specie nelle sue componenti più libertarie. A Belgrado si decise così di approfondire le critiche al sistema sovietico, accusato di far proliferare la burocrazia, di non dare nessun vantaggio ai lavoratori e di essere fondato su un capitalismo di Stato.

Critiche di questo tipo potevano essere facilmente ricondotte a Trotskij e a Pannekoek, le cui idee per la prima volta assurgevano, sia pure indirettamente, al rango di linea politica da seguire per organizzare una diversa forma di socialismo. Nasce così l’idea dell’autogestione, nella quale il lavoratore si appropria del valore da lui prodotto direttamente, senza rapporto salariale nei confronti dello Stato. Praticamente si partiva dall’idea che gli utili dell’azienda dovevano essere divisi tra i lavoratori e non appropriati dallo Stato. Partendo da questo principio si venne a creare tutta l’architettura teorico-pratica sull’autogestione, impreziosita dall’esperienza che nel corso di un quarantennio comportò la revisione e il riaggiustamento pressoché continuo del sistema autogestito.

Il suo obiettivo ultimo era l’oramai dimenticata estinzione dello Stato, ossia il trasferimento delle sue funzioni ad enti autonomi governati dai cittadini o dai loro rappresentanti pro-tempore (1). Nell’autogestione il lavoro viene visto come unica forma di appropriazione, mentre la proprietà da statale diventa sociale. Per evitare confusioni, è bene subito chiarire la differenza tra la cooperativa capitalista e l’impresa autogestita socialista. La prima produce a beneficio dei soci, la seconda a beneficio della collettività, con ricadute soltanto secondarie a beneficio dei lavoratori stessi dell’impresa. Essi hanno diritto agli utili, non a quote di proprietà sul capitale. Inoltre le cooperative possono ricorrere al lavoro salariato, cosa invece impossibile per le imprese autogestite socialiste. Infine va detto che mentre le cooperative si muovono nel mercato come monadi a sé stanti, le imprese autogestite socialiste sono comunque inserite in un tessuto economico pianificato, con la differenza sostanziale rispetto all’URSS dovuta al fatto che la pianificazione non è imposta dall’alto, ma è la risultante dell’azione economica svolta dal basso dalle aziende autogestite sul territorio, coordinate alle necessità generali economiche del paese cui risponde il processo di pianificazione.

Vari sono infatti gli aspetti costituenti l’autogestione, così come essa venne concepita tra la fine degli anni ’40 e i primi ’50. Essa si basa sulla pianificazione, nel senso che ogni impresa fa il suo piano e lo concorda con le altre imprese del settore e con gli enti economici e politici. C’è l’eliminazione del salariato, per cui il lavoratore è un cittadino che associa il proprio lavoro a quello altrui. L’autogestione si fonda anche sulla distribuzione del reddito di impresa, decisa dal consiglio operaio interno all’azienda; inoltre l’asse portante del sistema autogestionario è la proprietà sociale. L’autogestione riguarda il settore secondario e primario, ma anche i servizi più importanti come la sanità, la cultura e i trasporti. Tutto questo meccanismo si basa su un sistema di delegazione formato dal consiglio del lavoro associato, ossia interno alle attività sopra citate che si confronta con il consiglio delle comunità locali e con quello socio-politico. Da questa prima ossatura organizzativa si desume sia l’ampio ventaglio di campi cui l’autogestione si applica, sia l’esistenza di organismi che colleghino il lavoro delle imprese autogestite alle necessità delle comunità locali e alle aspettative del potere socio-politico (cioè sindacale e partitico) del paese. L’aspetto più difficile dell’autogestione è infatti quello di combinare la massima autonomia delle imprese gestite direttamente da chi ci lavora al suo interno con la necessità della pianificazione in regime socialista.

Far autogestire le imprese come monadi a sé stanti sarebbe stato un ritorno all’anarchia della produzione così tipica del regime capitalista, far decidere tutto allo Stato dall’alto sarebbe stato un ritorno al sistema stalinista, definitivamente uscito dall’orizzonte politico jugoslavo nel 1948. Questo primo modello organizzativo mette anche in luce come questo processo di devoluzione dei poteri dello Stato nei fatti si accompagnava all’esistenza di uno Stato stesso, per di più autoritario perché monolitico e ciò ha costituito un limite oggettivo dell’esperienza jugoslava, assai formativa nel campo dell’autogestione quanto deficitaria su quello dell’autogoverno.

Tuttavia è innegabile che l’esistenza stessa dell’autogestione ha mitigato il carattere autoritario del sistema politico jugoslavo, sicuramente il più liberale sulla faccia della terra tra i regimi del socialismo reale del ‘900. Questa prima definizione del sistema autogestionario si conclude il 23 dicembre 1949, quando si afferma ufficialmente il principio della partecipazione dei lavoratori alla divisione degli utili e più in generale delle decisioni dell’azienda tramite l’istituzione in ogni unità produttiva del Consiglio dei lavoratori, i cui membri devono oscillare tra l’1 e il 5% del numero complessivo dei lavoratori dell’unità produttiva in questione. Tra le sue ampie prerogative (del tutto sconosciute ai consigli dei lavoratori cubani, ad esempio) ci sono quelle di esaminare e proporre piani aziendali, proposte per aumentare la produzione e per migliorare le condizioni di lavoro e l’assegnazione dei posti per la formazione professionale. Questa prima forma di organizzazione autogestionaria sarà sottoposta a svariati rimaneggiamenti e a questo proposito si cerca qui di ripercorrere il cammino dell’autogestione jugoslava così come esso è stato storicamente determinato. Questo ci permette di vedere il frutto dell’esperienza maturata nella decisione di mutare gli aspetti più o meno precipui del modello, consentendo così di fare un bilancio critico assai più ricco di quello che potrebbe consentire l’analisi del funzionamento dei soviet o dei consigli rivoluzionari spagnoli, che hanno avuto vita troppo breve per poter mostrare appieno potenzialità e pecche. L’autogestione jugoslava, essendo durata dal 1950 al 1990, permette invece di coniugare l’idealità con l’esperienza, costituendo già così e soprattutto di per sé un modello cui ispirarsi o perlomeno di cui tenere conto se si vuole affrontare il tema della costruzione della società del futuro, in grado di realizzare i fini ultimi del socialismo marx-engelsiano.

Inoltre è bene notare che la continua discussione e il progressivo aggiornamento del modello autogestito costituiscono un ottimo argomento per perorare la causa del sistema pluripartitico in un quadro costituzionale socialista, che tenga come punto fermo l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione. Tali e tante sono infatti le varianti e le possibilità della costruzione della società del futuro che il monopartitismo sostanzialmente è un limite a questo processo stesso, su cui a ben vedere si fondano gli sforzi e le speranze di chi vuole un società più equa, più giusta e più libera.

Si può in tal caso dire che le strade, i modi, i mezzi e le opportunità di costruire il socialismo sono molti di più rispetto alla gestione capitalistica dell’economia, perché è assai più difficile edificare un sistema socio-economico più complesso perché fondato sulla partecipazione politica diffusa e sulla gestione collettiva dei mezzi di produzione in maniera diretta e reale svolta dalla società e non da un dominus chiamato Stato che si installa sopra di essa. Un così più alto grado di partecipazione economica e politica diffusa non può non avere come suo sbocco naturale il pluripartitismo all’interno dei principi del socialismo. Un regime così complesso può formarsi sull’unanimità degli intenti, ma non delle soluzioni proposte e questa è la ragione per cui lo stesso modello jugoslavo si presenta monco rispetto ai fini ultimi teorizzati per la società socialista da Marx ed Engels. Lo stesso Lenin, pur non parlando di pluripartitismo, mira a superare il parlamentarismo dapprima a beneficio di una democrazia reale perché più diffusa e poi a lasciarsi alle spalle ogni forma di costrizione presente nella società, anche quella che prevede la subordinazione della minoranza alla maggioranza, ossia la democrazia stessa.

Quanto alla storia dell’autogestione jugoslava, essa è divisa in più momenti, il primo dei quali è quello che va dal 1950 al 1962. Al centro di questa prima fase c’è il concetto di autonomia delle imprese sia dallo Stato, sia nell’applicare al loro interno l’autoregolamentazione delle condizioni di lavoro in accordo ai principi delle leggi federali, sia l’autogestione vera e propria dell’unità produttiva, il cui aspetto precipuo è l’individuazione di criteri per la ripartizione degli utili tra i lavoratori dell’unità produttiva. Prima di addentrarci nella riflessione specifica su queste forme organizzative è bene mettere in luce un principio generale. La Jugoslavia era uno stato federale, unica forma possibile di organizzazione politica in relazione alle differenze etniche, religiose, linguistiche e culturali componenti il paese degli slavi del sud.

Se l’autogestione significa messa in moto di un processo di deperimento dello Stato attraverso la concessione di un’ampia autonomia gestionale ai singoli attori produttivi del territorio, viene da sé pensare che la forma federativa sia quella più consona alla realizzazione del socialismo. Anche Marx sosteneva che la forma comunarda doveva essere l’organizzazione politica anche del più piccolo borgo della Francia.

Se, come sostiene Lenin, fondatore di un altro Stato federale, il parlamentarismo è una finzione di democrazia proprio perché esso non è diffuso nei luoghi di lavoro e sui territori ma è un centro di potere unico a beneficio della classe dominante è facile pensare che soltanto in uno stato federale è possibile realizzare prima e meglio i principi di autogestione e di autogoverno. Tuttavia in un altro passo di “Stato e rivoluzione” (2) si sostiene che Marx è sempre stato centralista, posto il fatto che non si tratta di seguire fideisticamente nessun tipo di pensiero, ma che sia necessario adattare le forme politiche alle situazioni storiche, economiche, sociali e culturali che via via si presentano e si determinano. Senza volere indicare strade o soluzioni, ci si limita qui a dire che il rapporto tra socialismo autogestito ed autogovernato e la forma federalista di Stato come più consona alla realizzazione di questo processo dovrebbe essere approfondito, tanto più in tempi in cui il concetto di federalismo è divenuto sinonimo di chiusura, rifiuto del prossimo, localismo  e talvolta anche discriminazione palese o velata, grazie all’emergere dei populismi neolocalistici o nazionalistici in tutta Europa. Tornando alla prima fase dell’autogestione, gli organi in grado di realizzare gli obiettivi suddetti sono il comitato popolare comunale, espressione del potere politico, che elegge il direttore dell’azienda, mentre i lavoratori eleggono un consiglio dei lavoratori che a sua volta elegge un comitato di gestione, una sorta di esecutivo del consiglio, avente da 3 a 11 membri.

Si cerca di frazionare le grandi unità produttive, tipiche del modello fordista dominante in quegli anni e imitato anche tra i paesi del blocco socialista, in piccole e medie imprese per consentire meglio l’autogestione. Difatti si era notato che, nonostante tutte le regole messe in campo per garantire e favorire il diritto di autogestione dei lavoratori all’interno della propria azienda, nelle fabbriche più grandi la partecipazione finiva per limitarsi sempre ai sindacalisti e ai membri dell’amministrazione, lasciando gli operai, impegnati nella produzione, in una posizione secondaria o accondiscendente rispetto agli accordi presi tra i soggetti politicamente attivi all’interno del sito produttivo. L’attuale fase economica, incentrata nei paesi occidentali sui servizi e sul sistema della piccola e media industria si presterebbe quindi assai meglio di quella postbellica allo sviluppo dell’autogestione, che però richiede una coscienza di classe del tutto assente ormai tra gli operai d’Italia e di buona parte dell’Occidente. Per evitare la cristallizzazione delle posizioni, e la nascita di una qualche forma di rendita o di abuso da parte dei membri degli organismi eletti dagli operai, si stabilisce che il consiglio dei lavoratori e gli organi da esso eletti restano in carica per un anno, che diventano due dal 1957.

Nell’autogestione si cerca quindi di applicare sin da principio il tema della rotazione degli incarichi già caro a Marx proprio per evitare di ritrovarsi come effetto non già il deperimento dello Stato ma la moltiplicazione della burocrazia. Nel frattempo tutto questo sforzo normativo portava alla nascita di una nuova branca del diritto, del tutto sconosciuta al passato, vale a dire il diritto autogestionario. Tra gli assi portanti di quest’ultimo c’è la legge costituzionale del 1953 che definisce l’autogestione dei lavoratori come il diritto degli stessi a gestire le imprese in modo diretto o tramite organismi eletti e revocabili dal corpo stesso dei lavoratori. In questo quadro l’impresa adotta un piano produttivo condiviso e redistribuisce tra i lavoratori gli utili. Come si vede, dopo la rotazione degli incarichi, anche il principio marxiano dell’elezione e della revocabilità delle cariche trova diritto di cittadinanza nella dimensione della pratica autogestionaria. Accanto a questa, si pone l’autogoverno locale, l’aspetto politico dell’autogestione, molto meno innovativo di quest’ultima perché comunque sviluppato in un regime monopartitico e monosindacale, in cui si prevede l’elezione a suffragio universale del comitato popolare comunale e del consiglio distrettuale cittadino.

Essi hanno poteri nei campi economico, comunale, sociale e culturale a livello locale e costituiscono il trait d’union tra gli aspetti economici e politici dell’autogestione. È facile pensare che queste elezioni in un sistema politico come quello jugoslavo, in cui ad un certo punto Tito fu nominato presidente a vita (3) erano facilmente controllabili e quindi almeno non pienamente democratiche. Tuttavia è anche vero che coniugare l’autogestione delle singole imprese con un piano generale che evitasse l’anarchia produttiva comportava anche l’adozione di sistemi politici aventi il compito di intervenire nelle singole autogestioni e coordinarle a vantaggio del funzionamento del sistema economico pianificato nel suo complesso. Era quindi comprensibile e consequenziale ad un modello autogestito ispirato al socialismo coinvolgere organismi politici eletti nel processo, con funzioni di coordinamento e di orientamento. Se essi fossero stati riferibili non a un monolite, ma a un pluralismo politico socialista sarebbero stati sicuramente più efficaci e non avrebbero resa monca, ma completa l’autogestione. Il fatto che non si sia mai giunti a questo punto non significa trascurare gli aspetti positivi ed empirici di un sistema concepito al fine di realizzare i fini ultimi del socialismo e comunque in grado di garantire equità, giustizia sociale, maggiore libertà e progresso economico al popolo jugoslavo nel suo complesso per lunghi decenni.

Contestualmente, si pensò di allargare il meccanismo autogestionario anche ai settori primario e terziario. Tralasciando l’agricoltura, si avviarono esperimenti autogestiti nel settore del commercio e nell’attività sociale, con specifico riguardo alla previdenza, all’istruzione, alla sanità e alla cultura. L’idea di fondo, ancora più audace, democratica e conseguentemente più difficile da realizzare rispetto all’autogestione delle aziende del settore secondario è che non solo i lavoratori di questi comparti dei servizi, ma anche i cittadini che ne erano i fruitori dovevano essere coinvolti nel funzionamento autogestionario dei servizi stessi. Un provvedimento del genere sarebbe molto salutare, ad esempio in Italia, dove il qualunquismo diffuso attribuisce sempre la colpa del cattivo funzionamento dei servizi al carattere clientelare della mentalità e della politica italiana, salvo mai chiedersi se anche gli utenti si comportano come dovrebbero nell’accesso ai servizi stessi, lamentandosene il più delle volte senza conoscerne ragioni e meccanismi di funzionamento, limitandosi ad una critica spesso giustificata dai fatti, ma comunque sterile se seguita dall’assenza assoluta di proposte per far funzionare meglio il comparto di tutti i servizi necessari alla collettività. Nella Jugoslavia titina l’organo di gestione di ogni ente aveva nel suo seno delegati scelti dai lavoratori con poteri di autonomia finanziaria rispetto allo Stato, cui si associavano i delegati scelti tra i cittadini che territorialmente usufruivano di un servizio, fosse esso scolastico, sanitario, associativo, ricreativo o previdenziale.

Si metteva in piedi così un meccanismo democratico di gestione dei servizi, ma anche un sistema collaborativo che rendeva lavoratori dell’ente e cittadini che ad esso si rapportavano cooperatori di uno stesso servizio, conoscendone risorse e problemi. Fare tutto ciò significa diffondere in modo ampio e massiccio tra la popolazione una cultura che oltre ad avere le sue specificità a seconda delle branche richiedeva anche il possesso di nozioni di attività amministrative e gestionali senza le quali poteva risultare difficile per un cittadino far valere le sue conoscenze e competenze al fine di migliorare il servizio di cui egli in prima persona era fruitore.

Da questo punto di vista c’è da dubitare degli strumenti formativi offerti dalla pubblica istruzione ai cittadini coinvolti nell’autogestione dei servizi nonostante gli sforzi fatti e tale aspetto costituisce una pecca del sistema jugoslavo. Tuttavia questo processo mostrava un livello dei servizi specchio del grado di cultura diffusa posseduta dal popolo, ed a ben vedere ovunque il funzionamento di ciò che è pubblico, anche nei paesi capitalisti, dà la misura del grado di cultura e di civiltà di un popolo. Questo aspetto della formazione si lega anche ad un altro problema emerso con la pratica autogestionaria, ossia quello dei costi. Autogestire comunitariamente, invece che avere un padrone con il frustino che tiene sotto scacco i suoi dipendenti perché impegnato nella ricerca del massimo profitto, è sicuramente più difficile e più costoso. È più difficile perché in primo luogo richiede un grado di cultura e di civiltà più alto di quello di chi vede solo il suo interesse individuale ed immediato, senza capire che ogni persona non è una monade a sé stante ma fa parte di un contesto sociale il cui buono o cattivo funzionamento influisce anche sulla tristezza o sulla felicità dei singoli. Secondariamente trascorrere il tempo a svolgere riunioni, organizzare elezioni, dedicare tempo ad analizzare e a risolvere i problemi, gestire le assemblee e prendere decisioni, nonché formare culturalmente grandi masse in modo che il loro agire abbia un criterio mirante a migliorare le prestazioni di un ente e a individuare e correggere gli errori è una cosa tutt’altro che facile. È difficile per motivi di tempo, per la difficoltà di affrontare un processo collettivamente e non individualmente con un capo che decide e gli altri che abbassano la testa, parte dei quali felici di non avere incombenze e di delegare il più possibile, credendo così di avere più tempo per i propri affari, senza capire che la gestione della cosa pubblica fa parte degli affari stessi di ogni singolo cittadino. Messa così servirebbe un investimento formativo e scolastico notevole, più la messa in conto dei costi economici dovuti al tempo trascorso a discutere invece che a produrre, senza contare la naturale pigrizia che alberga in consistenti parti del consesso umano.

Tuttavia, la libertà ha anche questo costo e l’alternativa a ciò è il capitalismo o lo statalismo. Inoltre lo sviluppo delle tecnologie dovrebbe consentire agli uomini di avere di più lavorando meno, e questo avere di più non significa solo disporre di più denaro o di più beni, ma anche di avere più tempo, una parte del quale, se si tiene alla libertà e al potere del popolo, senza cui anche lo stesso benessere diffuso piano piano diventa un miraggio a beneficio dei privilegiati di sempre, capitalisti o burocrati che siano, è giusto, sano e consequenziale dedicare parte del proprio tempo allo sforzo titanico di costruire giorno per giorno a prezzo di fatica e sacrifici la libertà e il potere del popolo propriamente detti. Non a caso i teorici del sistema autogestito hanno cercato di organizzare le attività produttive anche tenendo conto della necessità di rendere più agevole il processo autogestionario e quindi in grado di coinvolgere al massimo grado il più ampio numero di persone tra i lavoratori delle imprese e i lavoratori e i cittadini nel settore dei servizi.

Maturato un decennio di esperienza, dal 1963 al 1970 prende corpo la seconda fase dell’autogestione, sviluppatasi sul tronco della nuova costituzione federale del 1963. Essa si basa sul concetto, già nato anni prima, di proprietà sociale dei mezzi di produzione. La base concettuale del medesimo consiste nel fatto che ogni unità di lavoro interna ad un’azienda si dota di un consiglio dei lavoratori che elegge tanto il direttore quanto il comitato di gestione. Questa norma vale per tutte le aziende e fa cessare così ogni distinzione tra unità economica e sociale. È l’assemblea dei lavoratori che rende operativo e giuridicamente individuabile in concetto, altrimenti astratto, di proprietà sociale. Contestualmente l’assemblea comunale, ossia il municipio nel cui territorio sorge l’azienda in questione, approva lo statuto autogestionario delle piccole imprese nel territorio di competenza. Lo stesso fa il parlamento federale con le imprese di grandi dimensioni.

Assistiamo così ad un'implementazione del sistema autogestionario, che vede aumentate le proprie competenze a scapito di quelle del potere politico. Se questo finora nominava il direttore di ogni azienda autogestita, facendone in buona parte un funzionario dipendente dal potere e dai suoi obiettivi, ora lo stesso vertice dell’azienda è eletto dagli operai dell’azienda stessa assieme al consiglio dei lavoratori che non ha più quindi la funzione di contrappeso nei confronti del direttore, ma di coadiuvazione, in quanto entrambe le figure traggono la loro legittimazione dalla medesima fonte, ossia l’assemblea dei lavoratori che incarna fattivamente la proprietà sociale. Il diminuito peso dell’autorità politica nel processo autogestionario rende comunque necessaria un’analisi sommaria delle funzioni dell’Assemblea della Repubblica, ossia del parlamento, decisamente trasformato dalla nuova architettura costituzionale del 1963. Esso è formato non più da una ma da cinque camere tematiche, che sono rispettivamente la camera federale, costituita dai delegati dei cittadini dei comuni e delle repubbliche, a garanzia dell’autogoverno locale, la camera dell’economia, quella dell’istruzione e della cultura, quella della sanità e della previdenza e quella degli affari politici ed organizzativi.

L’idea di parlamenti paralleli e tematici era stata introdotta per garantire al massimo la rappresentanza e le peculiarità di ogni singola repubblica, mirando nel contempo a fare interventi legislativi specifici e generali validi per tutte le repubbliche e pensati dagli esperti di ogni settore. Parallelamente a questo processo diminuiscono le competenze legislative della federazione ed aumentano quelle di repubbliche e province autonome. Al governo di Belgrado rimangono le prerogative assolute in materia di difesa, sicurezza, politica e commercio estero, coordinamento economico, unità del sistema economico e sociale, libertà e diritti fondamentali dell’uomo. A ben vedere, per essere una federazione le competenze del centro non erano così poche, tuttavia bisogna ricordare che un sistema socialista, fondato comunque su una presenza dello Stato nell’economia, almeno nei settori della pianificazione e del commercio con l’estero, difficilmente nella storia ha messo in atto un processo di devoluzione dei poteri così ampio, parallelamente al rafforzamento del processo di autogestione. Questi aspetti dell’esperienza jugoslava vanno valorizzati e tenuti presenti, perché al di là di limiti e contraddizioni, hanno perseguito coraggiosamente un obiettivo storico innanzitutto consono ai valori del marxismo autentico e non del tradimento dello stesso messo in atto dallo stalinismo in tante parti del mondo e secondariamente il continuo adattamento del processo autogestionario, se da un lato ne ha mostrato la fragilità, dall’altro ha fatto emergere la capacità di un gruppo dirigente di fare autocritica e di imparare dai propri errori tornando sui propri passi sempre con l’intenzione di perfezionare, mai di tradire, l’ideale dell’autogestione.

Un ulteriore passo avanti in questo senso fu compiuto nel 1965, quando l’approfondimento dell’esperienza autogestionaria si lega con l’adozione dei prezzi determinati dalla legge di mercato della domanda e dell’offerta e non più dallo Stato. Questo è stato un passo avanti gigantesco, spesso frainteso dai comunisti ortodossi di ieri e di oggi.

Il prezzo di mercato di una merce è dato sì dal rapporto tra domanda e offerta, ma esso contiene in sé anche il plusvalore estorto dal capitalista all’operaio, che va nelle tasche del primo sotto la forma del profitto. In un sistema autogestionario, che ha eliminato la figura del capitalista, il prezzo di mercato non contiene più in sé tracce dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo così caratteristico del capitalismo ma esprime una tendenza, un termometro della domanda e dell’offerta che permette di produrre razionalmente ciò di cui c’è bisogno per davvero. In questo senso il prezzo di mercato è un vantaggio per l’adozione di politiche economiche e aziendali corrette ed improntate ad evitare sprechi, storture ed irrazionalità varie. Un sistema produttivo fortemente ancorato ai territori deve giustamente relazionarsi ad essi anche nel momento della pianificazione, che è quindi la risultante dell’azione economica complessiva di un paese e non l’imposizione di obiettivi preconfezionati da realizzare volontaristicamente, stante la necessità della stessa e del coordinamento che essa richiede. L’adozione dei prezzi di mercato testimoniava quindi il grado di autonomia e di estensione del processo autogestito, le cui ricadute economiche con i nuovi criteri adottati nel 1965 non potevano che essere positive.

A questo fondamentale passo avanti si sommò nel periodo 1971-1990 la terza ed anche ultima fase del processo autogestionario, segnata e accompagnata da una corrispondente revisione dell'architettura dello Stato federale. Il fatto che i due processi siano andati di pari passo e abbiano avuto il loro momento più significativo nell'elaborazione della costituzione del 1974 mostra quanto la dirigenza jugoslava identificava l'originalità del corso politico e sociale complessivo scelto dal 1948 in poi proprio con l'autogestione. In particolare dalla nuova carta deriva la legge sul lavoro associato, approvata nel 1976.

Essa diminuisce il potere dei dirigenti e aumenta quello delle assemblee dei lavoratori, già rafforzato dopo gli anni '50. In particolare si insiste sul diritto di parcellizzazione delle unità produttive al fine di rendere più efficaci i meccanismi di partecipazione degli operai alla vita della propria azienda. Viene creata anche la comunità di interesse autogestita, consistente in un'unione di rappresentanti dei lavoratori e dei cittadini che si associano per regolare le attività economiche in funzione di determinati bisogni collettivi. Essa serve a collegare i produttori di beni e servizi con i fruitori degli stessi. Queste comunità votano nelle assemblee comunali, regionali e repubblicane le decisioni prese dai vari livelli del potere politico che incidono sulle comunità stesse.

Secondo la dottrina di Kardelj questo provvedimento realizzava l'unione dell'autogestione economica con quella politica. Si possono facilmente notare dalla realizzazione di questi due interventi legislativi due aspetti: il primo riguarda la linea seguita dalla Lega dei comunisti riguardo l'autogestione dal 1948 in poi. Tutti i provvedimenti legislativi sono sempre e solo andati nella direzione del rafforzamento dell'autogestione e mai nella sua limitazione. Con il tempo il potere politico ha ceduto sempre più sovranità nei confronti delle istituzioni e della volontà autogestionaria, organizzando la produzione anche in maniera non economicamente vantaggiosa pur di garantire effettivamente a tutti i lavoratori partecipanti all'impresa di essere parte attiva e decisiva nella vita della stessa. Si riteneva questo passaggio ineludibile, perchè solo facendo sentire alla collettività dei lavoratori l'impresa come propria sarebbe stato possibile svilupparne al massimo produttività e potenzialità, al contrario dei fenomeni di silenziosa indifferenza quando non di sabotaggio che i lavoratori delle industrie e dei campi sovietici mostravano verso le unità produttive in cui erano assegnati dallo Stato padrone.

Tuttavia appariva un po' pretenziosa l'idea di Kardelj di arrivare alla fusione di autogestione ed autogoverno con la legge del 1976. Se era indiscutibilmente un passo avanti unire nei processi autogestionari i lavoratori di un'unità con i fruitori del lavoro della stessa, vale a dire i cittadini, sulla scorta di quanto avvenuto con gli esperimenti di autogestione nei servizi sociali degli anni '60, è anche giusto far notare che la presenza delle comunità autogestite nei palazzi del potere non impediva a questo di avere una forza preponderante nelle assemblee stesse ad ogni livello. Detta forza era anche chiaramente favorita dall'unità e dall'unicità del partito e del sindacato, che quindi avevano poco da temere rispetto ai loro programmi dagli interventi delle comunità autogestite. Sicuramente esse avevano voce in capitolo, ma ciò è ben lontano dall'autogoverno, propriamente detto, specie se ci si riferisce a quanto Marx aveva espresso nel 1871, ossia la fonte di ispirazione del processo autogestionario. Nei fatti la legge del 1976 stimolò ulteriormente il confronto tra la classe politica dirigente e la società civile, contribuendo a rendere più liberale il regime di Tito, che effettivamente nel corso degli anni attenuò molto il suo carattere repressivo, più per le dinamiche di cui fruiva l'autogestione che per il potere effettivo, specie se confrontato con quello politico, di cui essa godeva.

Accanto all'aumento delle prerogative organizzative e politiche del sistema autogestionario si sviluppò il corrispondente diritto che si reggeva su quattro aspetti: le intese sociali; gli accordi autogestionari; gli statuti; le decisioni. Il primo coincideva con i principi basilari delle organizzazioni autogestite, di cui si è ampiamente discusso nelle pagine precedenti. Il secondo riguardava le posizioni, i diritti, gli interessi e i rapporti delle parti contraenti l'accordo. Il terzo si occupava dei diritti e dei doveri di tutti all'interno dell'unità produttiva mentre il quarto partiva dal vertice delle leggi federali e andava a cascata sui vari aspetti degli accordi autogestionari precedentemente stipulati e accettati dalle parti contraenti. Del resto, non esistendo una giurisprudenza di qualsiasi tipo in materia, era chiaro che i precedenti avevano valore di scuola per l'individuazione di criteri specifici di stipula degli accordi successivi.

Tuttavia bisogna sottolineare il fatto che l'adeguamento alle nuove leggi federali degli accordi già esistenti nelle imprese autogestite comportava una notevole perdita di tempo e quindi anche economica per le imprese stesse, che scontavano la caducità dei quadri legislativi di volta in volta entrati in vigore. Scendendo nello specifico di questo originale tentativo di trasformazione economica e sociale complessiva è arrivato il momento di interessarsi ai soggetti giuridici che avevano la facoltà di costruire un'organizzazione di lavoro associato, vale a dire un'impresa autogestita. Tra questi ci sono le comunità locali, i fornitori di servizi e i consumatori uniti nella comunità di interessi autogestita prima descritta, le persone fisiche e giuridiche private e la cosiddetta comunità socio-politica, ossia la federazione, la repubblica, la regione o il comune. L'impresa autogestita si basa su un patrimonio che è proprietà sociale ed è quindi indipendente dal fondatore. Essa usufruisce anche del lavoro in appalto delle attività commerciali private, i cui titolari non possono però avere più di sette dipendenti. Più privati possono unirsi in cooperative, ricavandone un reddito che non corrisponde solo al lavoro prestato ma anche al valore dei beni privati che vengono immessi nella cooperativa, quindi in maniera del tutto analoga a quanto avviene nelle cooperative occidentali, solo che quelle jugoslave agivano in subordine e in appalto rispetto alle imprese autogestite e non costituivano un'unità indipendente in grado o meno di stare sul mercato. Analogamente i lavoratori autonomi potevano associare i propri lavori e mezzi ad un'impresa autogestita, ottenendo nella ripartizione degli utili un reddito tenente conto del lavoro prestato e del valore dei beni privati impiegati nella produzione. Ciò coerentemente permetteva alle imprese autogestite di associarsi anche con i membri di una cooperativa e con i piccoli imprenditori, ripartendo gli utili nella maniera precedentemente indicata. Infine bisogna ricordare che il diritto autogestionario prevede l'istituto del fallimento, causato dall'insolvenza dei debitori o da assenza di utili.

Quello che salta all'occhio di questa organizzazione economica e legislativa è da un lato la ricerca di un'armonia tra vari attori economici incarnanti diverse forme di produzione, stante la centralità dell'impresa autogestita; dall'altro però lo spazio lasciato ai privati permetteva facilmente di non abituare appieno il popolo ai vantaggi del lavoro collettivo e quindi di far sopravvivere una mentalità piccolo borghese, gretta e sopraffatrice che finiva per vedere nell'autogestione non solo un'opportunità, ma anche una camicia di forza di cui liberarsi quanto prima per permettere ai più audaci tra commercianti e imprenditori di affermarsi sul mercato.

In poche parole lo spirito della cooperazione non si univa solo con la meritocrazia, ma lasciava spazi per anelare alla lotta di tutti contro tutti che è poi la legge del mercato, fatalmente portatrice di guasti e storture. Sarebbe stato più opportuno forse permettere l'associazione delle imprese autogestite ai singoli artigiani, senza permettere al di fuori di esse rapporti di lavoro dipendente, mentre saggia, ai fini dell'arricchimento dei mezzi delle imprese autogestite, era la norma che teneva conto del valore dei mezzi privati portati nell'impresa dai singoli, il che permetteva allo Stato di risparmiare molto in questi tipi di investimento al prezzo minimo di concedere una quota di utili maggiore per questo tipo di lavoratori, il cui spirito era però più difficile da emancipare dalla mentalità piccolo borghese. Con il senno di poi, forse i costi sono stati maggiori dei benefici, quando si è deciso di lasciare spazio all'iniziativa privata senza spingere fino in fondo la nuova norma sociale ed economica dell'autogestione, del resto già limitata dall'organizzazione del potere politico. 

Tuttavia i limiti sopra descritti su cui si è del resto accennato più volte non cancellano la vasta portata di questo esperimento sociale che interessò anche il settore del credito, decisivo per le sorti di ogni sistema economico, compreso ovviamente quello autogestionario.

Su questa soglia si sono arrestate molte delle esperienze del passato, anche fra le più ardite e radicali, come nel caso del biennio rosso in Italia e soprattutto dei consigli rivoluzionari spagnoli. Invece in Jugoslavia si fece l'esperimento dell'autogestione delle banche, il che rendeva completo l'intero processo autogestionario, non più limitato alla sola produzione di beni e servizi (cosa già di per sé grandiosa) ma anche esteso alle fonti finanziarie di cui ogni attività economica ha bisogno. Come nel caso dei servizi sociali, l'autogestione delle banche non prevedeva che essa fosse posta in essere dai dipendenti degli istituti di credito in questione, ma che anzi dovessero essere i clienti delle banche a portare avanti l'autogestione, in quanto finanziatori delle stesse. Dai risparmi dei cittadini si traevano i crediti per le imprese, a loro volta autogestite, ed era quindi chiaro che i proprietari materiali della banca e non i lavoratori della stessa dovessero farsi carico del processo autogestito. Numerose banche erano poi la diretta emanazione di imprese autogestite federate tra loro che sostanzialmente mettevano in comune i rispettivi fondi per gli investimenti. Anche questo aspetto mostra la capacità di far andare di pari passo nel processo autogestionario l'autonomia della singola impresa con il coordinamento delle stesse, cosa ancora più significativa in quanto si verificava nell'ambito finanziario, per effetto della spontanea collaborazione delle unità produttive, non indotta dal potere politico, come invece avveniva per molte altre questioni riguardante l'autogestione. Tuttavia da questo processo erano escluse la banca centrale jugoslava e le banche delle sei repubbliche costituenti la federazione.

Era infatti impossibile per il potere politico rinunciare a forme strategiche di finanziamento e questo comportava l'estensione dell'autogestione alle sole banche di base, in grado di rafforzare l'autonomia economica del progetto autogestionario. Non è infatti facile risolvere la questione della mancata autogestione totale delle banche con l'appunto riguardante la monoliticità del sistema politico titino, già ampiamente criticato nelle pagine precedenti. Infatti la politica è anche gestione delle risorse e destinazione degli investimenti, senza contare l'importanza di settori strategici come quello dell'autodifesa militare o della promozione del progresso economico. Tutto ciò richiede necessariamente l'esistenza di un vertice che decida e che abbia i mezzi finanziari necessari all'attuazione dei propri progetti. Quello che si può pretendere in questi casi è che si tratti di una direzione democraticamente scelta, mentre pensare ad un'autogestione totale da parte del popolo, concernente quindi anche gli aspetti decisivi della politica di un paese come quelli geopolitici e strategici è, se non un utopia, certamente un azzardo.

Il merito dell'esperienza autogestita jugoslava sta quindi anche nei suoi limiti, perchè essi hanno talvolta mostrato non solo e non tanto il contrasto tra l'autonomia e la dittatura, quanto i limiti politicamente sostenibili delle forme e dei modi dell'autogestione, specie se rapportati alla politica estera, alla difesa e alle questioni geostrategiche. Tutti questi ultimi ambiti chiamano in causa i rapporti tra gli stati e tra i regimi politici che li caratterizzano e che sono quindi indipendenti dalla volontà specifica dei contraenti, qualunque tipo di accordo vi sia tra loro, che in genere risponde a necessità economiche condivise. Ciò implica che l'autogestione totale può essere raggiunta all'interno di un paese, così come l'autogoverno, ma nei rapporti tra stati che esistono per soddisfare esigenze economiche e di sicurezza non ci si può non affidare ad una guida, perchè essa deve scegliere non in autonomia ma in base alle contingenze poste dalle relazioni internazionali.

Una guida è tale se può disporre di finanziamenti per i propri progetti e da ciò discende la non autogestione delle principali banche del paese, non come un limite dell'esperienza jugoslava, ma come una misura di realismo politico di cui occorre far tesoro per il futuro e di fronte al quale nessuno può sostenere di esserne esente, pena la messa in pericolo del sistema autogestito ed autogovernato a cui si aspira, specie in relazione al contesto internazionale esistente. Le banche di base erano invece soggette all'autogestione ed erano conseguentemente fondate dalle imprese autogestite, non dai privati o dalle comunità socio-politiche. Esisteva dunque in Jugoslavia un doppio canale del credito: piccolo, affidato alle imprese autogestite; grande, nelle mani dell'apparato politico. Le banche di base potevano anche ingrandirsi attraverso la federazione in banche associate, funzionanti con gli stessi principi delle banche di base. Questi ultimi partivano da un accordo di autogestione, che costituiva l'atto fondativo della banca di base, articolata nei seguenti organi decisionali: assemblea, formata dalle imprese fondatrici, comitato esecutivo e direttore, nominato con le stesse regole vigenti per le organizzazioni di lavoro associato. L'utile spetta ai membri fondatori della banca in proporzione alla propria partecipazione al capitale della medesima, al netto dei costi di gestione, delle tasse e delle spese. Il sistema autogestito jugoslavo era organizzato dunque su base federativa, in maniera speculare all'organizzazione politica del paese, sia nel campo della produzione, che del credito, attraverso l'idea che più unità dello stesso tipo possono dare vita ad un insieme più grande sempre sottostante alle regole comuni dell'autogestione.

In questo senso la vita economica del paese gode di margini d'autonomia del tutto sconosciuti ai paesi del socialismo reale, permettendo allo stato titino di essere in modo relativo e non assoluto il dominus della società, in cui erano quindi maggiori gli spazi di libertà e di partecipazione, in primis nella vita economica ed in secundis, ma in misura più limitata, nell'organizzazione politica del partito, dello Stato e del sindacato. Quest'ultimo era di gran lunga la realtà più influente sulla gran massa dei lavoratori e, pur conservando il suo tradizionale ruolo di cinghia di trasmissione del volere politico, seppe divenire uno strumento di promozione dell'autonomia e della responsabilità dei lavoratori implementando nel tempo la prassi autogestionaria. Ciò emerge in misura più chiara per quel che riguarda il settore dei servizi sociali, cui tutti i paesi socialisti reali del '900 hanno sempre prestato la massima attenzione.

Terminata la fase di rodaggio dell'autogestione nel settore secondario, si trattava di estendere i benefici della stessa nell'ambito dei servizi, coinvolgendo anche i cittadini nella gestione e nella soluzione dei problemi di interesse collettivo. A questo proposito erano sorte le comunità di interesse autogestite (il cui acronimo in lingua slava era SIZ) formate da lavoratori e utenti dei servizi, in modo da eliminare il ruolo anche solo di mediatore dello Stato. La creazione di una nuova mentalità sociale in grado di svilupparsi armoniosamente insieme al socialismo era molto più favorita da un approccio similare rispetto a tutto il terziario che non dall'idea di associare i privati in quanto tali e per di più con dei dipendenti al lavoro delle imprese autogestite. Questo assunto rende ancora più necessario guardare con attenzione all'autogestione dei servizi sociali, intesa anche come palestra per la formazione dell'uomo nuovo, su cui in quegli anni il Che spendeva parte della sua riflessione teorica a Cuba (4). Tra i poteri delle SIZ si ricordano la prerogativa di decidere il tariffario necessario per poter erogare il servizio in regime di semiautonomia finanziaria, le modalità di esecuzione del servizio, i programmi di sviluppo, gli investimenti e ovviamente la ripartizione degli utili tra i lavoratori.

Le SIZ erano costituite in tutto il settore terziario, in particolare nelle attività sociali come l'istruzione, la ricerca, la cultura, la sanità e l'assistenza. Altre SIZ si occupavano delle aziende municipalizzate che gestivano i rifiuti, l'acqua, l'energia e le strade; altre ancora agivano nel campo della sicurezza sociale, ossia delle pensioni e delle invalidità, altre ancora nell'edilizia abitativa. Come si vede lo spettro di azione delle SIZ era così vasto che non si può negare il peso effettivo che esse hanno avuto sulla vita economica ed anche culturale della Jugoslavia, dato che hanno contribuito a diffondere l'idea che la cosa pubblica dev'essere sottoposta all'attenzione e alle cure del singolo, perchè appartiene anche al singolo stesso, in una logica in cui prevale la condivisione e non l'esclusione dal possesso. I tanti e vasti campi in cui si dispiegava l'azione delle SIZ comportavano un'attenta riflessione da parte dei teorici autogestionari sulla sua organizzazione interna.

Essa partiva da un accordo di autogestione votato dai lavoratori del servizio in questione e dal Comune che aveva il compito di garantire la qualità dell'erogazione del servizio richiesto dalla cittadinanza. In questo caso la cooperazione tra attori economici e politici non mira alla subordinazione o al controllo dei secondi sui primi, ma cerca di realizzare un'idea di collegialità in cui davvero lo Stato fa la sua parte solo come amministratore delle cose e direttore dei processi produttivi, rinunciando ad imporre una volontà egemonica dall'alto. L'accordo fondativo precisava scopi e funzioni della SIZ, il numero di imprese che ne facevano parte, le procedure assembleari, la composizione, i compiti, i criteri, le responsabilità, i poteri, i meccanismi di reperimento dei fondi (cioè le tasse imposte ad imprese, lavoratori e privati cittadini per permettere alle SIZ di funzionare; in media esse erano del 16% per le imprese e del 27% tra i lavoratori). Gli organi in cui venivano prese le decisioni erano l'assemblea (in realtà bipartita in assemblea degli utenti, ossia imprese, comunità locali, organizzazioni socio-politiche e fornitori, e assemblea dei lavoratori del servizio in questione), il comitato esecutivo da essa eletto, l'ufficio tecnico e infine il segretario. A proposito delle figure organizzative interne alle SIZ bisogna ricordare che tutti i delegati dell'assemblea erano sottoposti a vincolo di mandato e che solo il 4,5% dei medesimi proveniva dal partito o dal sindacato. In questo caso, più delle buone intenzioni di Kardelj e dei partecipanti all'edificio autogestionario, sono i numeri a mostrare il reale ed alto grado di autonomia raggiunto da queste strutture anche di fronte allo Stato, ai suoi organi e ai suoi poteri. Esso tutt'al più si garantisce un ruolo di arbitro, prevedendo ad esempio che in caso di mancato accordo in una SIZ è il Comune a decidere. Nelle imprese autogestite del settore secondario invece a lungo si è lavorato e sperimentato con l'obiettivo di conciliare la necessità di prendere decisioni rapide con le esigenze della partecipazione e dell'autogestione.

Si tratta a ben vedere della vexata quaestio che sin dal '700 divideva i teorici della sovranità popolare tra i partigiani della democrazia diretta e quelli che sostenevano il principio della delega e della rappresentatività. L'esperienza jugoslava si muove nel solco della delega in cui però è presente il vincolo di mandato. Essa prevede inoltre l'obbligo di informare i lavoratori di tutte le decisioni prese dagli organi autogestionari e degli effetti, desiderati o meno, che essi hanno generato. Quanto al sindacato, esso ha il ruolo di tutore dell'autogestione e rapporta i lavoratori semplici ai loro organi decisionali eletti, intervenendo nei conflitti sorti fra lavoratori, imprese e istituzioni autogestite. Questi provvedimenti mirano a fondere il principio irrinunciabile della delega con la necessità del controllo da parte del delegante e quindi del suo diritto all'informazione, divenuto sempre più importante con il volgere degli anni e con lo sviluppo delle tecnologie multimediali e interattive. A ben vedere, in linea di principio e di funzionamento le  imprese autogestite jugoslave indicano una via non dissimile da quella tracciata dalla costituzione francese del '93 riguardo la fusione della democrazia diretta con quella partecipata e delegata, raccogliendo il tal senso il meglio delle fugaci esperienze che il '900 aveva mostrato in più luoghi d'Europa.

Quanto agli organi decisionali, le unità autogestite avevano tutte un'assemblea generale dei lavoratori, in cui con il criterio del referendum si decidevano gli aspetti fondamentali della vita dell'impresa. Ciò è possibile perchè la legislazione autogestionaria pone la sovranità assoluta nelle mani dell'assemblea, di cui tutti gli altri organi sono soltanto emanazioni e non superiori gerarchici. L'assemblea elegge il consiglio dei lavoratori che si occupa dell'organizzazione del lavoro nelle aziende aventi dai 31 dipendenti in su. I delegati restano in carica per due anni e decidono anche di assunzioni e licenziamenti attenendosi a regole certe. C'è poi il comitato esecutivo che ha le stesse prerogative del consiglio, ma nelle grandi aziende assicura la rapidità decisionale. A ben vedere, dare la stessa giuridisdizione a due organi diversi, che possono quindi controllarsi a vicenda in forza del loro uguale potere, garantisce al meglio la necessità della democrazia con quella dell'operatività, preziosissima in un'unità produttiva, ma mai più preziosa della democrazia stessa, perlomeno sul luogo di lavoro. Infine c'è il direttore; una volta carica di nomina politica, con il rafforzamento del processo autogestionario, è eletto dal consiglio dei lavoratori su una rosa di vincitori di concorso pubblico.

Nei fatti quindi la scelta è condizionata dal potere politico che, in base ai suoi criteri di selezione più o meno illuminati, propone ai lavoratori una scelta condizionata, come è in parte giusto che sia se si vuol tenere conto delle competenze e delle conoscenze richieste per occupare un ruolo importante per funzione e prestigio. Il direttore rappresenta l'azienda nelle sue relazioni esterne, coordina la produzione e propone la politica aziendale al consiglio dei lavoratori. Sindaco, comune e lavoratori stessi possono chiedere la rimozione del direttore nei casi previsti dalla legge. Come si vede, pesi, contrappesi e prerogative di ogni singolo organo sono attentamente distribuiti e organizzati, in modo da permettere non solo la conciliazione tra democrazia e rapidità decisionale, ma anche per stabilire limiti, funzioni e prerogative precise con l'intento di evitare abusi e arbitri, sicuramente resi più difficili dalla distribuzione e non dalla concentrazione del potere.

Si tratta anche in questo caso di una lezione preziosa, di cui, a prescindere dal contesto politico, ideologico, sociale ed economico in cui essa si è sviluppata, tutti coloro che si occupano di politica, economia e amministrazione negli stati di ogni tipo d'orientamento ideologico dovrebbero tenere conto, proprio per diminuire al minimo i vizi connessi all'uso del potere e addebitabili in massima parte non tanto al potere stesso, quanto alla debolezza della natura umana. Essa può essere mitigata soltanto accoppiando la democrazia e l'orizzontalità di cariche e funzioni alla responsabilità e alla responsabilizzazione, possibili solo se si riesce a coniugare la socialità con l'individualità, ossia se si capisce che questi due aspetti si completano tra loro e non si oppongono l'uno all'altro. Infatti entrambe prese da sole generano nocività: ad esempio la collettivizzazione senza responsabilizzazione porta ad un livellamento verso il basso di ogni unità economica e produttiva gestita in tal modo, lasciando praterie infinite al paternalismo, che è poi ciò che per una società socialista consona agli obiettivi tracciati da Marx ed Engels è estremamente avvilente.

Quanto al predominio dell'individualità nel consesso sociale, basta osservare il modus operandi del capitalismo per capire con chiarezza e facilità che essa non basta e genera sul lungo periodo più danni che benefici, come appare sempre più palese ad un numero via via maggiore di persone, specie quelle viventi nei paesi più ricchi e sviluppati ma anche più inquinati, più imperialisti e più guerrafondai. Tornando all'autogestione e ai meccanismi base che la determinano è fondamentale chiamare in causa il concetto di proprietà sociale, che già ha fatto capolino qua e là nelle pagine precedenti. Si tratta di un oggetto tanto originale nell'ambito del diritto quanto politicamente importante per impostare in termini marx-engelsiani l'idea di autogestione. I teorici jugoslavi in accordo con Tito definirono la proprietà sociale come possesso dello Stato. Tuttavia la sua gestione era demandata al movimento autogestionario, frammentato quanto più possibile in unità produttive più piccole proprio per poter rendere effettiva l'applicazione di questo diritto con maggiore facilità. La proprietà sociale non ha quindi un unico fruitore proprietario, ma due soggetti distinti che la posseggono e la gestiscono; diverso è il discorso per la proprietà privata.

A questo proposito è bene ricordare che nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels parlavano di abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, non escludendo affatto per il singolo la possibilità di possedere esclusivamente qualcosa di proprio. Anzi, entrambi dicevano che la concentrazione del capitalismo aveva impedito al 90% della popolazione di avere accesso ad una proprietà esclusiva. Su tutt'altro versante ideologico e politico i sanculotti del '92-'94 concepivano la legittimità della proprietà privata solo se frutto di un lavoro individuale che non comportava lo sfruttamento di nessun dipendente. Questo orizzonte era tipico di una classe sociale formata da lavoranti a giornata, bottegai, piccoli artigiani e lavoratori autonomi, del tutto estranei al processo di concentrazione della proprietà che era invece palese nell'Inghilterra capitalistica in cui Marx ed Engels si ritrovarono a vivere e a studiare. Nel '900 i successi economici del capitalismo e la crescita della ricchezza complessiva in Occidente hanno permesso anche a larghe fasce del mondo del lavoro dipendente di avere accesso alla proprietà privata della casa, come di altri oggetti resi necessari e di uso comune dal progresso tecnologico e industriale. In questo quadro mutato, l'idea sanculotta sulla proprietà torna ad essere attuale anche per chi lavora ad una prospettiva socialista marxista che si generi dall'alto grado di sviluppo e di ricchezza raggiunto dai paesi industrializzati.

Del resto Marx stesso non ha mai avversato la piccola proprietà personale e su questa base ad esempio l'Ungheria di Kadar concesse in proprietà privata gli appartamenti costruiti dallo Stato durante gli anni '60 e '70 nonostante le perplessità di Mosca. A ben pensarci, in condizioni limitate come quelle volute dai sanculotti, è bene diffondere la proprietà privata delle strutture di prima necessità come gli alloggi, perchè l'alternativa sarebbero l'affitto e la conseguente esistenza di un apparato burocratico incaricato di gestire il patrimonio immobiliare pubblico, che pure esisterebbe per garantire il soddisfacimento dei bisogni elementari privati. Seguendo questa strada pragmatica anche in Jugoslavia vi furono aperture verso la proprietà privata, debitamente limitata per impedire lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, ossia l'estrazione di plusvalore subita da alcuni e l'ottenimento del profitto a vantaggio di pochi altri, cosa contro cui si è scagliata la teoria marxiana. In Jugoslavia nel settore agricolo i contadini potevano aderire a cooperative oppure lavorare in proprio fino a 10 ettari di terra, mentre erano consentite piccole aziende aventi fino a un massimo di sette dipendenti così come il possesso di beni personali nel limite di due case e vani ad uso commerciale e professionale fino a 70 metri quadrati.

In altri luoghi del presente lavoro è già stata criticata l'idea di legalizzare le aziende con dipendenti, invece di far sviluppare anche tra poche persone la dimensione cooperativa, così come il possesso di 10 ettari di terra richiedeva per il proprietario il ricorso anche sostanzioso alla manodopera, che così non poteva emanciparsi dalla legge dello sfruttamento capitalistico. In questi due casi si sanciva per legge non l'abolizione dello sfruttamento e l'adozione di un sistema economico e produttivo conseguente a questo obiettivo, ma la limitazione dello stesso, il mantenimento di uno spirito piccolo borghese quando non padronale e la visione del socialismo come sistema economico limitante le possibilità del singolo, che poi è la possibilità di sfruttare sulla base di un merito che spesso nasconde la violenza dell'accumulazione primitiva ed originaria studiata da Marx (5). Se poi questo merito esiste, perchè diversi sono gli uomini per capacità, non significa che è legittimo sfruttare il meno dotato, per di più avallando un sistema economico che sostituendo la cupidigia alla razionalità genera i guasti e i disastri che l'analisi economica marx-engelsiana ha ben messo in mostra e su cui non è il caso di aggiungere altro.

Più sensata e condivisibile appare l'idea di concepire la proprietà privata degli appartamenti e dei vani professionali e commerciali, anche perché l'alternativa sarebbe stata la creazione di una nuova, pletorica e costosa branca burocratica incaricata di gestire questi beni a vantaggio (presunto, come la storia della burocrazia sovietica insegna) della collettività. Nei fatti se si va nello specifico si nota come la giurisprudenza jugoslava mostra incertezze nella definizione di forme e tipi di proprietà in relazione alle persone giuridiche che la gestiscono. Ad esempio gli appartamenti sono in proprietà privata o sociale, cioè autogestiti in quanto utile delle imprese edilizie. Nascono così contraddizioni quando si ragiona di soggetti giuridici da cui sono però escluse ideologicamente la proprietà e l'impresa in quanto categorie, con la prima che esce dalla porta e rientra in forma ridotta dalla finestra. Queste incertezze sono naturali quando si tenta di edificare dalle fondamenta un nuovo sistema economico e sociale e probabilmente proprio le difficoltà sorte da questo sforzo hanno suggerito alla guida titina di dare uno spazio maggiore di quello previsto dall'analisi economica marxiana alla proprietà privata e alle sue possibili applicazioni.

Se quest'operazione ha risolto difficoltà ha anche generato la sopravvivenza di uno spirito antisocialista e piccolo borghese che non avrebbe mancato di farsi sentire quando la federazione jugoslava è entrata in crisi, contribuendo allo sfacelo della guerra nei Balcani tra il 1992 e il 1995. Altro aspetto precipuo dell'autogestione è quello relativo al reddito prodotto e distribuito che va al di là della semplice ripartizione degli utili e del pagamento delle spese, delle tasse e dei fondi di investimento di cui si è trattato finora. L'argomento è delicato, sia per la sua importanza nella vita quotidiana delle persone, sia perchè dalla crisi economica e dai differenti livelli di sviluppo delle varie repubbliche della federazione sarebbe sorto il pomo della discordia da cui si sarebbe originata la tragica dinamica di disintegrazione della Jugoslavia. Del resto la scelta dell'autogestione e del federalismo non poteva portare all'uniformità di sviluppo dei territori che la centralizzazione produttiva e soprattutto decisionale sembra più adatta a generare, a scapito però della libertà della collettività e quindi anche dell'autonomia del singolo. L'autogestione quindi ebbe risultati diversi a seconda delle repubbliche della federazione, seguendo così  le naturali caratteristiche storiche, geografiche, culturali ed economiche di ogni parte del mosaico tenuto unito da Tito.

Il reddito frutto delle attività autogestite era la somma del prodotto del lavoro svolto da tutti gli enti economici su un dato territorio e quindi ricadeva sotto la giurisdizione della proprietà sociale, di cui per conseguenza faceva parte ogni unità produttiva di beni o servizi autogestita. Quanto alla redistribuzione del reddito parte di essa andava allo Stato, e parte ai lavoratori di ogni singola azienda, prendendo la via dell'appropriazione diretta oppure della libera vendita di prodotti e servizi, della partecipazione del lavoro, di libero scambio del medesimo, senza dimenticare compensi, sussidi, premi e donazioni. Erano tante le tipologie di destinazione del reddito tra i lavoratori e ciò dipendeva sia dal tipo di lavoro svolto dall'unità produttiva, sia dalla volontà di lasciare mano libera alle determinazioni del singolo individuo sulle forme ritenute più opportune di appropriazione della propria parte di reddito, finalizzata alla prosecuzione dell'attività economica di cui il singolo era titolare o all'interno della quale era inserito. C'erano poi i costi dei servizi, ossia le tasse da sottrarre dal reddito d'azienda per finanziare opere di pubblica utilità. Dal reddito dell'unità produttiva si sottraevano i contributi per le imprese svolgenti attività sociali (le SIZ), le spese per i lavoratori, principalmente case e mense, le tasse propriamente dette, le spese varie, e i fondi di riserva per il rinnovamento dei mezzi da lavoro e gli investimenti.

Contestualmente il reddito individuale da lavoro era determinato sulla base dei parametri di quantità, responsabilità, condizioni, produttività e anzianità. Come si vede si tratta di criteri per individuare la qualità, l'utilità e l'efficacia del lavoro svolto, con l'obiettivo di garantire non solo l'uguaglianza di trattamento, ma anche la meritocrazia che poi consiste nel trattare tutti secondo gli stessi parametri, premiando però chi rende di più o per applicazione o per capacità, il che è necessario per stimolare la produttività del lavoro ed alzare il livello dello stesso verso l'alto coniugando giustizia ed emulazione. Si trattava di un meccanismo ben diverso dallo stachanovismo dell'epoca di Stalin, che era la beatificazione del lavoro a cottimo (6) e che puntava tutto sull'impegno del singolo, trascurando volutamente o colpevolmente le condizioni e le regole generali in grado di spingere il lavoratore a rendere al meglio non per paura o costrizione, ma per volontà stimolata dall'applicazione di regole comuni da cui ognuno può trarre risultati individuali sempre migliori. Tornando al reddito individuale da lavoro delle imprese autogestite jugoslave va detto che dai parametri assegnati vanno sottratti anche qui tasse e contributi. Il reddito netto del lavoratore è ripartito dal collettivo di lavoro aziendale, tuttavia l'esperienza pratica ha mostrato come non sempre l'aumento dei redditi è corrisposto ad un aumento di produttività.

Infatti in taluni casi per aumentare i redditi si sono depressi gli investimenti e si è favorita l'inflazione, seguendo quindi la linea miope di dare di più oggi senza preoccuparsi di accumulare debiti per il domani.  È proprio su questo punto che il sistema si è economicamente inceppato, poiché negli anni '80 gli jugoslavi hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi, in maniera analoga a quanto per altre vie stava succedendo contemporaneamente in Italia. Gli anni '90 hanno segnato per il paese di Tito il riemergere dei localismi, alimentati dalle profonde divisioni etniche, culturali e religiose, frutto di una crisi economica  che ha portato alla guerra. Essa è stata il frutto di una politica sbagliata e pressappochista che è possibile anche in un regime autogestionario se non si ha la lungimiranza di pensare al futuro e quindi di non avallare la pigrizia e la cecità che un vantaggio immediato presente o i buoni risultati raggiunti nel passato hanno “ispirato” molti, specie tra i capi politici delle varie repubbliche jugoslave. A ben guardare in Italia si è percorsa una strada simile: lo sperpero degli anni '80 è stato addebitato sulle spalle delle generazioni future e questo stato di abbassamento dei livelli odierni di vita per le masse ha portato all'emersione di localismi e chiusure, come la nascita della Lega Nord e il suo successo, causato anche dall'afasia della sinistra, dimostra.

In Italia non si è andati alla guerra a causa del molto più alto livello di vita e dell'assai maggiore ricchezza prodotta nel belpaese rispetto alla Jugoslavia. Inoltre, e soprattutto, in Italia non esistono differenze etniche, culturali e religiose degne di nota, per cui è mancato il brodo di cultura da cui originare la guerra e la pulizia etnica che ha insanguinato la Jugoslavia. Nonostante queste non piccole differenze è facile notare che in entrambi i paesi dapprima c'è stato lo sperpero delle risorse trasformate in redditi non agganciati alla produttività, poi è esploso il debito, poi è peggiorata la condizione di vita della gran parte di popolazione e infine sono proliferate le divisioni interne e gli egoismi, in Italia localistici e in Jugoslavia nazionalistici.

La fine dello Stato di Tito dovrebbe essere tenuta sempre a mente dagli italiani, perchè, nonostante le differenze che ci mettono al riparo da un esito cruento e indesiderato da tutti come quello jugoslavo, resta la necessità di far riprendere economicamente il paese se non si vuole che le divisioni si approfondiscano e si radichino generando perniciosi ed imprevedibili effetti. Questa china è comune a molti paesi europei, che dal cattivo funzionamento dell'UE ha generato movimenti nazionalistici e pericolosi che hanno aumentato forza e consenso in Belgio, Austria, Olanda, Finlandia, Francia, Ungheria (7) senza considerare altri paesi dove queste forze populiste sono in crescita pur non avendo ancora raggiunto una forza considerevole, come ad esempio in Inghilterra. La risposta populista alla crisi economica globale e al liberismo a corrente alternata praticato dall'UE non ha ancora prodotto fatti eclatanti perchè la locomotiva europea, ossia la Germania, per evidenti precedenti storici si è tenuta al di fuori di questa pericolosa tendenza. Tuttavia se anche la locomotiva tedesca dovesse fermarsi e la crisi dovesse tornare a mordere, nel paese di Marx potrebbero aprirsi le porte per l'avvento di un neopopulismo nel paese più ricco e importante d'Europa, con conseguenze potenzialmente molto pericolose per tutto il vecchio continente. Per questo è importante tenere a mente la fase finale di vita della Jugoslavia, in cui è emersa la possibilità del fallimento anche del sistema autogestionario, sicuramente accelerato dall'assenza di un potere politico democratico. Tuttavia il governo aveva cercato di frenare la china autolesionista in cui anche l’economia autogestita si era cacciata mettendo su una serie di controlli e di interferenze esterne più stringenti rispetto a quelli praticati fino agli anni ’70. In particolare nel 1987 il governo federale decise di legare il salario dei lavoratori autogestiti alla produttività, in modo da riavvicinare questi due aspetti economici in una dimensione realistica e sostenibile.

Contestualmente vennero messi su enti di controllo delle imprese autogestite per tutelare gli interessi economici strategici. Invero forme di controllo di questo tipo c’erano sempre state, ma alla fine degli anni ’80 si era deciso di renderle più stringenti, mano a mano che peggiorava la situazione economica della Jugoslavia nel suo complesso. Il controllo del potere venne diviso in due fasi: preventiva e successiva. Il momento della prevenzione passava attraverso le pressioni sindacali all’interno delle unità produttive autogestite ed in particolare si concretizzava nel tentativo di applicare gli obiettivi economici e politici stabiliti dalla federazione. Si tornava così al tradizionale ruolo del sindacato come cinghia di trasmissione dei voleri del partito e ciò veniva realizzato con la presenza massiccia e attenta dei sindacalisti nelle assemblee, con un ruolo più importante del sindacato nelle commissioni d’esame per i concorsi a direttore d’azienda e nella promozione di accordi autogestionari più orientati a venire incontro agli obiettivi del governo. A queste azioni si sommavano pressioni sociali e politiche di vario tipo, sicuramente più persuasive di quelle che avvengono (e che comunque pesano) nei regimi pluripartitici, e un attivismo in tal senso era esercitato  dal comune di residenza dell’impresa autogestita.

In particolare esso si impegnava nella difesa della proprietà sociale, nell’analisi dei criteri di ripartizione del reddito d’impresa, vera tara del sistema autogestionario nei suoi ultimi anni di vita, nel controllo sul rispetto delle leggi nell’impresa autogestita. Il comune inoltre era impegnato in prima linea nel controllo sugli accordi autogestionari nei servizi e nelle procedure amministrative delle imprese autogestite. In pratica, quando il sistema cominciò a scricchiolare, il potere decise di utilizzare i mezzi che le leggi autogestionarie avevano ad esso attribuito in modo più stringente, per quanto rispettoso delle imprese autogestite, ora però costrette a subire pressioni esterne sempre maggiori mano a mano che la situazione economica peggiorava.

Sul versante del controllo successivo si agì con maggior rigore nell’applicazione delle sanzioni previste dalla legge riguardo ruoli, funzioni e procedure cui le imprese autogestite dovevano attenersi. Le sanzioni potevano essere di carattere giuridico e amministrativo, nei casi più rilevanti di tipo economico fino a giungere alla censura politica e morale che si esercitava soltanto nei casi più gravi. Venne messo in piedi un ufficio di contabilità sociale già nel 1959, avente il compito di esercitare un controllo di tipo finanziario sulle attività delle imprese autogestite. Un meccanismo complesso come quello messo in piedi da Tito e Kardelj dall’indomani della rottura con Stalin in poi dava molta importanza non solo alle autonomie e all’auto-organizzazione dei produttori ma anche al ruolo dei controllori, alla responsabilità e al coordinamento tra imprese che poi era la cifra caratteristica del processo di pianificazione. A questo proposito vennero istituiti con il tempo anche i tribunali autogestionari, competenti in materia di autogestione e di proprietà sociale. Essi dividevano la loro attività nei tribunali del lavoro, nei collegi arbitrali e nei consigli di conciliazione, aventi ognuno funzioni diverse, tutte finalizzate però a garantire l’armoniosità del processo autogestito, vero e proprio fiore all’occhiello assieme al non allineamento del governo titino.  Nei tribunali autogestionari, che costituivano una branca a parte all’interno del diritto, c’erano due gradi di giudizio. Ognuno, purchè competente in materia, poteva farne parte e giudicare le controversie, nell’ottica di fornire una giustizia sull’autogestione a propria volta autogestita. Per svolgere questa funzione un cittadino e lavoratore fruisce dell’aspettativa retribuita rispetto al proprio lavoro di provenienza senza percepire un reddito aggiuntivo.

Per le altre funzioni all’interno degli organi autogestionali i partecipanti svolgevano la loro attività gratuitamente, dedicando del tempo supplementare oltre a quello del proprio lavoro all’interno degli organi d’autogestione. Questi provvedimenti venivano incontro alla necessità di evitare che l’autogestione desse vita ad una classe burocratica aggiuntiva a quella presente, pur se con sforzi parzialmente riusciti di contenimento, nel partito e nel sindacato. Per concludere questa ampia parte, è bene ricordare l’esperienza autogestita jugoslava perché non ha pari al mondo per estensione e durata e ciò ha permesso alla luce dell’esperienza, tanto più preziosa quanto rari e fragili sono stati nella storia i tentativi di auto-organizzazione economica e sociale, di evidenziare pecche e vantaggi del processo autogestionale.

Riprenderlo e adattarlo ai contesti dei diversi paesi costituisce una via importante per la creazione di una società socialista prima e comunista poi, consona agli obiettivi esplicati da Marx, Engels e Lenin. A ciò andrebbe affiancato un sistema politico pluripartitico retto da una costituzione socialista che vieta la proprietà privata dei mezzi di produzione e che prevede la divisione dei poteri, almeno fino a quando la nuova società non sarà giunta ad un grado di sviluppo economico, sociale e culturale tale da permettere il superamento della teoria montesquieuiana, ammesso che questo livello sia effettivamente raggiungibile. L’esperienza jugoslava è stata monca, perché all’autogestione economica non è seguito l’autogoverno politico così come era stato visto da Marx nel 1871. Tuttavia la sola sua presenza ha reso il regime titino, pur autoritario, di gran lunga il più liberale tra quelli dei paesi del socialismo reale visti all’opera nel ‘900. Ripartire da qui, evitando di gettare il bambino con l’acqua sporca, costituisce un’idea e un proposito per il futuro, con la speranza che possa diventare il programma politico di chi anela ad una società in cui il bisogno di giustizia e di uguaglianza vada sempre e necessariamente di pari passo con lo sviluppo più ampio della libertà (compresa quella di non essere sfruttati da nessuno) in ogni ambito della vita associata.

Note

(1) Buona parte delle note seguenti e riguardanti l'autogestione jugoslava, salvo diversa indicazione, si riferiscono a G. Benacchio, La proprietà nell'impresa autogestita jugoslava, Milano, Giuffrè, 1988.

(2) V. I. Lenin, Stato e rivoluzione, Napoli, ED. Laboratorio Politico, 1993, pp.91-93.

(3) J. Ridley, Tito, genio e fallimento di un dittatore, Milano, Mondadori, 1994, p. 365.

(4) E. C. Guevara, Il socialismo e l'uomo a Cuba, Milano, Baldini & Castoldi, 1996.

(5) K. Marx, Il Capitale, Roma, Newton Compton, 1996, Libro I, cap. XXIV, pp. 514-548.

(6) L. Trotskij, La rivoluzione tradita (a cura di L. Maitan), Milano, Mondadori, 1990, pp. 76-83.

(7) È un fatto accertato l'avanzata del populismo in Europa sin dagli anni '90. Esso è costituito da un mix di nazionalismo e localismo con larghi tratti di xenofobia ed è incentrato sulla difesa delle tradizioni locali come forma di reazione all'omologazione perseguita dalla globalizzazione. In Belgio le divisioni tra valloni e fiamminghi si sono acuite sempre di più fino a rendere impossibile la nascita di un governo. In Austria il movimento del governatore della Carinzia, Jorg Haider, è diventato nel 1999 il secondo partito austriaco. In Finlandia nel 2011 il partito dei "veri finalndesi" ha ottenuto circa il 20% dei consensi elettorali nazionali. In Ungheria il partito di destra Fidesz ha emanato una serie di restirzioni alla libertà di stampa, mentre da due decenni ormai è una realtà in Francia il Fronte Nazionale, che  addirittura arrivò al ballottaggio nelle elezioni presidenziali contro il gaullista Chirac nel 2002 a scapito del candidato di sinistra Lionel Jospin, che pure era stato negli anni precedenti un apprezzato primo ministro. Infine in Olanda il movimento populista di Pim Fortuyn ha ottenuto un successo elettorale crescente negli ultimi anni, nonostante la morte violenta in cui è incorso il suo capo storico.


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