ANCORA SULL'AUTOBIOGRAFISMO.
NOTE E INDICAZIONI DI LETTURA
di Sergio A. Dagradi


E poi noi sappiamo:
anche l'odio contro la bassezza
stravolge la faccia,
Anche l'ira per l'ingiustizia
rende roca la voce. Ahimè, noi,
che volevamo preparare il terreno per la benevolenza,
non potevamo essere benevoli.

Bertolt Brecht


Un discorso non è mai concluso. Sempre riprende, ricomincia, dis-corre o di-scorre: tra due o più persone. E' momento collettivo, sempre. Sociale: di socializzazione. Perciò politico. Il discorso che facevamo nell'intervento precedente (1) sull'esperienza di sé e sull'autobiografismo segue, inevitabilmente, il medesimo destino. La destinazione del passare, del ripassare, del riproporsi: del continuare. Ecco perché la pagine seguenti: è un modo per con-tinuare. Sono inviti a continuare il percorso, ad approfondirlo, ad appropriarsene. A mutarlo, ponendo se stessi al centro del proprio dis-corso e quindi del proprio percorso. Per con-dividerlo. Sono input: citazioni, brevi commenti, note a margine, indicazioni per possibile letture. Secondo sequenze caotiche, disordinate, proprio per mimare la ricerca di destrutturazione di ogni ordine di discorso; decostruzione sulla quale elaborare il proprio discorso, rimettendo la propria soggettività al centro. Non subendo più l'ordine discorsivo ed il suo potere oggettivante nei nostri confronti.

Parabola. "Ma la parabola è soprattutto una parola che ha un fine. Non si esplica semplicemente per il piacere di pronunciarla o di ascoltarla, o per informare banalmente l'uditorio. La parabola è una parola che invoca il cambiamento. È come una deviazione che permette di accostarsi all'altro per proporgli un cambiamento. La parabola è un appello (2)". Il nostro raccontarsi non ha forse questo valore, questa valenza? Non c'è in questo nostro atto un voler metterci in gioco, uno sradicare il dato (noi stessi come oggetto del discorso del potere), un mutare la nostra prospettiva, la nostra attesa di vita? Non invoca, il nostro ritornare soggetti, appunto un cambiamento?

Parole forti. "Quanto più la parola è forte, tanto più è inattesa, cosa che fa anche sì che non sempre la intendiamo. La parola spezza l'automatismo della reazione. Implica un certo grado di imprevedibilità, grazie al quale è spesso possibile riconoscerla. L'appello al cambiamento, a una nuova situazione, forma con la sorpresa una coppia saldamente unita (3)". La parola che cerchiamo, che vogliamo dire è proprio la parola spiazzante: che destruttura lo stato consolidato dei fatti. È la parola che, nascendo dal particolare della nostra esperienza, possa rompere l'astratta irreggimentazione del discorso entro cui risultiamo gettati. Il racconto di sé come soggettivazione della nostra oggettualità, dell'oggettività del reale entro cui siamo definiti in modo reificato. Parola che non solamente è appello al cambiamento, ma mette in atto già un cambiamento dello statuto politico del nostro essere: da oggetti del discorso a soggetti, a soggettività politica.

Ritorno alla parola. Smantellare il discorso già dato, già pre-costituito. Smantellare, o se si preferisce decostruire, il discorso pret-a-porter che mette in scena un'esistenza già pre-disposta, che ci mette in scena in un'esistenza già sapientemente dislocata, significa ritornare alla parola, a dare senso alla parola, a partire dalla nostra esperienza, e nel tentativo di significarla e di esprimerla. Significa concordare con Brandolino Brandolini d'Adda quando sottolinea come: "[…] quando un pensiero dato induce la parola ad assumere solo il senso necessario a esprimerlo, la mortifica limitandola alla funzione di mero strumento di informazione; […] senso e pensiero allo stato nascente vengono meglio preservati e garantiti quando la parola che dà loro vita si affranca da umilianti e usurate pre-determinazioni (4)".

I padroni del vapore. "Poiché non riuscivo a pensare senza l'aiuto del linguaggio supponevo che questo coprisse esattamente la realtà. Ad esso ero stata iniziata dagli adulti che prendevo per i depositari dell'assoluto: nel designare una cosa essi ne spremevano la sostanza come si spreme il succo da un frutto. Tra la parola e il suo oggetto, perciò, non immaginavo alcuna distanza in cui potesse scivolare l'errore: è così che si spiega come mi sia sottomessa al Verbo senza critica, senza esame, anche quando le circostanze mi invitavano a dubitarne (5)". Chi sono oggi i nostri adulti, dei quali ciecamente ci fidiamo? Chi sono gli attuali padroni delle nostre parole, dei nostri discorsi? Da chi ci facciamo parlare, raccontare, ossia essere? A quali verbi ci sottomettiamo senza critica, senza esame, senza dubbio? Da quale trame pervasive di discorsi - e quindi di saperi, di pratiche - le nostre esistenze sono irretite, gestite, tutelate, atrofizzate?

Storicità della Parola. "Il Logos, ovvero la parola, è manifestazione del Vero che si svolge nel tempo reinventando se stesso: non è dato una volta per sempre, ma è ogni volta un volto nuovo, un modo di essere, quale accadimento storico (6)". Il linguaggio si pone in relazione con il soggetto, con la soggettività: ha ogni volta un volto nuovo proprio perché è il volto del soggetto, di chi si assume la responsabilità di diventare soggetto e di dire, di parlare, di prendere voce a partire dalla propria voce, manifestando la propria esistenza, il proprio essere. La propria parola, appunto.

Uscire dalla minorità. Il riprender parola dell'autobiografia si configura anche e sempre come un nostro impegno verso noi stessi e il mondo: un impegno a pensar-ci e a pensare. Scrive Duccio Demetrio: "[…] l'autobiografia, in quanto racconto di sé raccontato innanzitutto a se stessi, racchiude - ed è questo che, anche inconsapevolmente, si cerca di portare alla luce - il "disegno" della propria esistenza giunta a "maturazione" (7)". Lo sforzo autobiografico come sforzo a configurare strumenti razionali, cognitivi per parlare di noi e della realtà che ci circonda si presenta quindi come potente veicolo anche per una consapevolezza delle nostre facoltà e per un loro uso autonomo. Lo sforzo autobiografico come percorso di uscita da un uso della ragione sotto tutela e graduale avvicinamento alla maturità, ossia, all'uscita dal kantiano stato di minorità. La minorità di cui Kant ci parla nella famosa Risposta alla domanda: Che cos'è l'illuminismo? non è, infatti, legata a una condizione meramente anagrafica: il raggiungimento della maggior età non lo si ottiene al compimento di un certo anno. Raggiungere la maggior età significa liberare le nostre potenzialità dai vincoli e dalle costrizioni delle tutele sociali, morali, religiose e politiche; significa osare sapere (Sapere aude!), osare prendere parola, osare scegliere. Da questo punto di vista forse Nietzsche è stato il filosofo che più di altri ha saputo, e voluto, riflettere seriamente su questo invito kantiano, e non a caso - notiamo - tutta la sua opera è stata intrisa di autobiografismo.

Scrittura e cura di sé. Franco Cambi, in un articolo consultabile in rete, accosta opportunamente la scrittura di sé alle tecnologie del sé, come un prendersi cura di sé, nel tentativo di ritrovare un senso appunto di sé che viceversa la società contemporanea sembra quasi volerci negare. Scrive a riguardo: "La scrittura, con la sua oggettività, con la sua sequenzialità narrativa, con la sua capacità selettiva e orientativa, si offre come l'áncora maggiore, capace di fermare/articolare/discutere il soggetto, proprio quel soggetto che, se pure in frantumi, interroga con insistenza, con ansia anche se stesso e reclama da se stesso una parola di guida, se non proprio di senso. […] La scrittura di sé o auto-biografia agisce, dunque, come una metafora e come uno strumento dello statuto del soggetto e dell'impegno che questo assume rispetto a se stesso […]. E metafora dell'io/sé, che è in quanto si fa, si costruisce, si dà a se stesso come senso; e lo fa in quanto si traduce anche in narrazione, in itinerario, in codice originario di segni, quindi in scrittura (8)".

Raccontar-si, ascoltar-ci. "L'incontro dialogico matura una nuova rappresentazione di sé, di ulteriori forme d'agire, di pensabilità, investimenti emotivi e stili relazionali, nel tempo della potenzialità, dell'ipotesi metabletica, dell'autoriflessività e trasformatività, nell'ascolto che offre la disponibilità decentrativa, alla problematizzazione e alla riconsiderazione critica di sé, di situazioni, scelte e responsabilità, riacquisendo capacità di autoascolto, autoanalisi, autocomprensione e autoapprendimento (9)".Nel raccontarci ci esponiamo ad un altro: a quell'altro che è la ricerca di uno sguardo altro dal nostro, con il quale poter ri-leggere le nostre vicende e intenderle nuovamente. Il raccontare sé mira ad un altro da sé che ascolti, che rimandi attraverso segnali, segni, parole, assensi e dinieghi un qualche senso al mio raccontare. Ma questo appello all'ascolto è un appello all'autoascolto, ad acquisire una capacità a guardare a noi stessi con quello sguardo che Nietzsche direbbe da spiriti liberi, non fanatici: pronti a guardare a noi in modo aperto. Aperto a cosa? Aperto ad accettare anche gli errori, le sconfitte, le paure. Aperto ad accogliere il cambiamento, la necessità di andare oltre un certo nostro darci. In questo l'ascolto, la richiesta di un ascolto, apre però anche a qualcosa d'altro. Vi è già originariamente nel racconto di sé anche un indirizzarci all'altro, uno stabilire un rapporto con l'altro, un costruire questo nuovo sguardo su di me, sul mio contesto, sulla realtà in generale, all'interno di una relazione nella quale l'altro è già-da-sempre presente. L'altro è il me stesso, in un rapporto dialettico, e perciò autenticamente dialogico, di cui ogni racconto - in quanto anche ascolto - è da sempre portatore. Sintetizza magistralmente Duccio Demetrio: "Occuparsi di sé, è darsi quindi una regola, non solo per volersi più bene, per capire di più, filtrando le cose con il proprio più profondo sentire di esserci; è gesto morale che insegna a rispettare l'altro, a evitare che troppo sia il bersaglio dei nostri esperimenti (10)".

Sé come altro da sé. Ricerca di sé come ricerca immediata dell'altro da sé, come processo di autocomprensione che include già da sempre l'altro nel proprio orizzonte: e lo riconosce dunque come fondamentale, nel senso di fondante, per la propria stessa esistenza. Scriveva a riguardo già nel 1944 Nicola Abbagnano: "In primo luogo, l'uomo muove alla ricerca di sé, di ciò che egli stesso deve essere, della sua unità di io, della sua personalità. La prima forma della trascendenza è perciò la trascendenza dell'io verso la propria unità, la quale appare come un termine posto al di là delle realizzazioni imperfette e parziali che l'uomo può conseguirne. In secondo luogo, l'uomo muove alla ricerca dell'altro uomo; e questo secondo movimento è connesso al primo e fa tutt'uno con esso. L'uomo è legato all'altro uomo dalla sua stessa esistenza. Non può cercare se stesso come se stesso senza cercare l'altro come altro. Non può comprendere sé senza comprendere l'altro e reciprocamente. Perciò la trascendenza esistenziale muove ad un tempo dall'uomo verso il suo io autentico e verso l'io degli altri. E poiché essa esprime […] la natura dell'impegno, l'impegno esistenziale per il quale l'uomo comprende l'uomo è un rapporto non solo con l'unità del proprio io ma anche con gli altri ed è costitutivo di una comunità di persone (11)".

Singolare-comune. Ma questo linguaggio al quale siamo costantemente, quotidianamente dati in pasto è ancora capace di comunità, ovvero di comunicare. O - come già avvertiva preoccupato Pasolini - è solo in grado di informare: e di subissarci con le informazioni, con la loro quantità. Lo strabordare delle informazioni, dalle quali siamo coperti ovunque e comunque, non nasconde forse proprio questa inadeguatezza del linguaggio neutralizzato odierno? Non tenta disperatamente di celare la sua incapacità a dire ancora qualcosa di noi stessi, ad aprirci a noi stessi e quindi agli altri. Ad aprirci ad un essere già da sempre in comune con gli altri e ad essere attraverso gli altri, come anche Ricoeur ci suggerisce? E non si origina forse da questo limite intrinseco la necessità di un superamento dialettico dello stesso linguaggio a cui siamo consegnati, gettati?

Note

(1) S. A. DAGRADI, Esperienza e racconto di sé: una via d’accesso al tema dei processi di soggettivazione, «Società e conflitto», nn. 29/32, gennaio 2004-dicembre 2005.

(2) Ph. BRETON, Elogio della parola, (2003), tr. it. Elèuthera, Milano 2004, p. 19.

(3) Ivi, p. 62.

(4) B. BRANDOLINI D’ADDA, Sei poesie a senso, Anterem Edizioni, Verona 2000, p. 7.

(5) S. DE BEAUVOIR, Memorie d’una ragazza perbene, Einaudi, Torino 1960, p. 21.

(6) G. CIAO, L’equivoco del punto, Cierre Grafica, Verona 2005, p. 7.

(7) D. DEMETRIO, Un’adulta ritualità. L’autoformazione attraverso la memoria di sé, «Adultità», n. 4, ottobre 1996, p. 7.

(8) F. CAMBI, Scrittura di sé e cultura contemporanea, www.pedagogia.it. Ovvio ed ulteriore, monumentale rimando D. DEMETRIO, Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano 1996. Spunti interessanti sulla relazione tra autobiografia, identità e le dinamiche che la cosiddetta post-modernità ha imposto ai processi di soggettivazione anche in M. S. DI GENNARO, Soggettività e costruzione dell’identità individuale: l’approccio autobiografico, in «M@gm@. Rivista Elettronica di Scienze Umane e Sociali», vol. 2, n. 2, aprile 2004, www.analisiqualitativa.com/magma/0202/articolo_04.htm.

(9) L. TUSSI, La metodologia autobiografica,
www.psicopedagogika.it/1rubriche/autobiografia/metodologia.htm

(10) D. DEMETRIO, Autoanalisi per non pazienti. Inquietudine e scrittura di sé, Raffaello Cortina Editore, Milano 2003, p. 100.

(11) N. ABBAGNANO, Le origini storiche dell’esistenzialismo, (1944), presentazione di Giovanni Fornero, «MicroMega», n. 5, 2001, pp. 283-300. La citazione è a p. 292.



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