DAGLI ATTIVI DI
BILANCIO ALLE POLITICHE FINANZIARIE DI GUERRA
Il nuovo secolo apre scenari finanziari e
politici completamente nuovi. Per la prima volta nella storia del regno, il
bilancio registra un avanzo reale per ben 12 anni di seguito. Il problema economico-finanziario
emergente del governo Zanardelli non è più perseguire il pareggio di bilancio,
ma come impiegare le crescenti disponibilità.
Mantenendo fede agli impegni assunti in
campagna elettorale, Leone Wollemborg, ministro delle finanze dal febbraio
1901, propone di diminuire il dazio doganale sulle farine di grano e di abolire
il dazio di consumo sui farinacei. Le mancate entrate per 21 milioni sarebbero
state compensate:
1) rendendo progressiva la tassa di registro
sulle successioni;
2) modificando la tassa di fabbricazione
delle polveri piriche e degli altri prodotti esplodenti;
3) introducendo una tassa sui contratti di
borsa;
4)
modificando i sistemi di saggio e di marchio dei lavori d'oro e d'argento.
Una Commissione nominata ad hoc respinge le proposte di Wolemborg. In seguito,
il Consiglio dei ministri respinge una seconda proposta di riforma tributaria
avanzata da Wollemborg che ruota attorno:
1) al principio della progressività delle
imposte in base al reddito;
2) alla quasi totale abolizione del dazio di
consumo.
Al Wollemborg non resta che dimettersi.
Migliore fortuna hanno le proposte di
aumento di spesa, a partire da quelle militari, nonostante le numerose critiche.
Con la legge n. 151 del 5 maggio 1901, si
autorizza uno stanziamento straordinario a favore del bilancio della guerra,
non inferiore a 16 milioni di lire per gli anni dal 1900-01 al 1905-06, a
condizione che lo stato di previsione non ecceda i 275 milioni per esercizio,
una volta dedotte le partite di giro e le spese delle truppe all'estero e aggiungendo
i proventi di alcune alienazioni di terreni e di materiali. Altra condizione è
che almeno 60 milioni degli stanziamenti straordinari siano destinati al
rinnovamento dell'artiglieria campale.
Con la legge n. 258 del 13 giugno 1901 si
autorizzano altri stanziamenti straordinari a favore del Ministero della
marina, a condizione che il bilancio di previsione non superi, al netto dei
proventi della vendita di materiali, i 123 milioni per il 1900-01 e i 121 per
gli esercizi successivi fino al 1905-06; la stessa legge stabilisce di ridurre
gradualmente il numero degli operai degli stabilimenti militari marittimi fino
ad un totale di 12.000.
A fronte della situazione favorevole (attivo
di bilancio, ribasso del saggio di interesse), il governo toglie dalla circolazione
una parte notevole di titoli di debito redimibile. Inoltre, attraverso la
conversione della rendita (legge n. 166 del 12 giugno del 1902), crea un nuovo
titolo di rendita consolidata 3,5%, inconvertibile fino al 1916, la cui
consistenza, accresciuta nel 1904 da una parte notevole del vecchio consolidato
4,50%, cresce fino a raggiungere, al 30 giugno 1912, la somma di 953 milioni di
capitale e di 33 milioni di rendita. La conversione dà ottimi risultati. Le
domande di rimborso sono molto minori delle previsioni: appena 184 per un
rimborso di L. 1.103.000 di rendita.
Nel gennaio 1902, il nuovo ministro delle
finanze P. Carcano presenta una nuova legge sul sistema tributario, con cui è:
1) abolita la quota sul dazio sui farinacei
dovuta allo stato;
2) previsto un contributo statale da
concedere ai comuni;
3) aumentata la tassa di circolazione sui
titoli industriali ;
4) rivista la tassa di successione, con
l'imposizione di un'aliquota cautamente progressiva.
Si è soliti, a ragione, far risalire a
questi provvedimenti di Carcano il definitivo abbandono del ben più innovativo
progetto di riforma del 1901 di Wollemborg.
Il sistema fiscale del paese continua,
intanto, ad essere caratterizzato dalle sue storiche e croniche disfunzioni,
aggravate dalla crisi economica internazionale del 1907 che costringono la
Banca d'Italia a interventi di sostegno del sistema creditizio-bancario.
Bisogna aspettare il terzo esecutivo
Giolitti (1909) e quello Sonnino (1910), affinché il governo ritorni ad affrontare,
con una certa risolutezza, la "questione tributaria":
1) il progetto di riforma tributaria
proposto da Giolitti (e Lacava) prevede
la sovrapposizione alle tre imposte reali sul reddito un'imposta a carico delle
persone fisiche, il cui reddito globale supera le 5.000 lire;
2) quello proposto da Sonnino (e Arlotta) è
di più ampia portata, essendo basato sull'imposta generale sul reddito e
coinvolgente anche la finanza degli enti locali, con la predisposizione di
un'imposta erariale sull'entrata globale delle persone fisiche con un reddito
totale non inferiore alle 1.000 lire per i comuni minori ed alle 2.000 lire per
i comuni maggiori.
I due progetti, continuando sulla linea
della assoluta mancanza di concretezza dei decenni precedenti, non vengono mai
discussi. È G. Alessio, insigne studioso di problemi finanziari, a richiamare
l'attenzione del governo e del Parlamento sul sistema fiscale, nella Relazione
della Giunta generale del bilancio di previsione dell'entrata per l'esercizio
1911-12. L'analisi che egli fa della arretratezza, incongruenza, inefficacia e
sperequazione del sistema fiscale è impietosa:
Ciò che è pure
costante si è però che l'avanzo è ottenuto per effetto di gravissime
aliquote così nell'imposta sui redditi
della ricchezza mobile come nelle tasse sugli affari e in tutte le imposte sui
consumi. Si comprende che un sistema tributario così pesante ed oppressivo
fosse forse un'esigenza inesorabile negli anni della nostra preparazione
politica o nel periodo di crisi attraversato in seguito alle spedizioni
africane. Non lo si comprende ora ... La situazione attuale, più che il
mantenimento di molteplici e pesantissimi aggravi, consiglia la concentrazione
in alcuni grandi rami delle imposte esistenti e l'alleggerimento dei saggi di
esse per poter ottenere dalla provocata espansione dei redditi e dei consumi un
gettito di entrate sempre più alto. L'ordinamento attuale che incide così
potentemente sui costi, specie mediante le tasse di fabbricazione, i dazi di
confine e di consumo è del resto un potente alleato a quelle cause
d'incaramento che agiscono così potentemente e possiamo dire anche
permanentemente sulle condizioni dei consumatori in questi anni[1].
Ciononostante continuano ad affermarsi le
"tradizionali" misure consistenti in inasprimenti delle aliquote e/o
in sgravi; politiche fiscali, cioè, che riproducono parziali interventi sugli
strumenti impositivi esistenti, senza mai aggredire il "nocciolo
duro" della questione del riordino complessivo ed organico del sistema di
prelievo. Cosicché le risorse tributarie del paese si vanno progressivamente
indebolendo e, già a fronte della "guerra di Libia", non sembrano in
grado di coprire la totalità delle spese dello stato. Circostanza, questa, che
avrebbe consigliato di mettere la riforma tributaria all'ordine del giorno
dell'agenda politico-parlamentare, incardinandola sui principi della progressività
e personalità ed adeguandola alle grandi trasformazioni economiche e sociali
avvenute nel paese.
Il ministro del tesoro dell'epoca (F.
Tedesco) del nuovo governo Giolitti, invece, appare di tutt'altro avviso e, in
sede di illustrazione della politica finanziaria di guerra, tende a
tranquillizzare l'opinione pubblica, dichiarando che le nuove spese di guerra
non debbono allarmare, poiché il sistema fiscale italiano è talmente forte da
poter affrontare "senza prestiti e senza imposte" gli oneri della
"grande impresa"[2].
Il ministro spinge ancora più in là la sua
enfasi nella seduta del 7 dicembre 1912, per l'esposizione finanziaria dell'esercizio
1912-13, dichiarando che la situazione economico-finanziaria del paese è
"tale da vincere le più rosee speranze"[3].
Purtroppo, così non è,
come appare con chiarezza dagli stessi allegati alla esposizione finanziaria.
Con riferimento
all'esercizio 1912-13, le entrate effettive ammontano a 2.475, 4 milioni e le
spese a 2.587, 2 milioni, con un disavanzo consolidato di 111,8 milioni. Nella
sua esposizione, il ministro illustra una situazione di pareggio di bilancio, ricorrendo
ad un artificio contabile, grazie alla categoria movimento capitali con cui si
registrano entrate pari a 365,6 milioni, a fronte di spese equivalenti a 254,2
milioni, chiudendo, quindi, con una differenza attiva di 114,4 milioni. Con il
risultato che le spese complessive risultano pari alle entrate complessive:
2.888,3 milioni. Il dato, tuttavia, non può occultare un'evidenza palmare: il
gravissimo disavanzo economico, a lato delle entrate e delle spese effettive,
dopo 14 esercizi consecutivi conclusisi con attivi di bilancio. In gran parte,
il deficit di bilancio è determinato dalle entrate e dalle spese eccezionali di
guerra e dalle anticipazioni di cassa per spese di competenza di esercizi
futuri.
Sulla stessa linea di
un ottimismo che non trova riscontro nella realtà si muovono le previsioni del
ministro per l'esercizio finanziario successivo 1913-14, sulla base della
"certezza" che le crescenti spese di guerra siano coperte con il
ricorso alle entrate ordinarie. Vogliamo qui solo ricordare che, nel 1912, le
spese di guerra ammontano provvisoriamente a 815 milioni, mentre i debiti di
guerra autorizzati si assestano alla ben più modesta cifra di 535 milioni. E tuttavia, la maggioranza
continua a ritenere che il rilevantissimo sforzo finanziario implicato dalla
guerra continua sia compatibile con le condizioni del bilancio statale.
In linea previsionale,
il ministro Tedesco intende far fronte alle spese di guerra non coperte con gli
avanzi degli esercizi futuri; una linea di politica economico-finanziaria non,
certo, lungimirante e che contribuirà al collasso definitivo del sistema
tributario[4].
Rimane la circostanza indubbia che le spese ordinarie, straordinarie e
ultrastraordinarie aumentano in misura esponenziale. Per contro, le entrate non
riescono più a coprire lo scarto tra le previsioni e gli accertamenti nelle
spese. In queste condizioni, contare sugli avanzi degli esercizi futuri per il
rimborso delle spese di guerra è un puro "espediente contabile",
smentito dall'andamento progressivo delle entrate effettive che dà luogo al
seguente paradosso: più lo stato aumenta le spese e più rende ottimale la sua
situazione finanziaria. L'espediente risiede nella circostanza che Tedesco non
iscrive le spese effettive (di guerra) nei rendiconti degli esercizi in cui
vengono sostenute, bensì le scarica sul tesoro, registrandole come crediti di
tesoreria verso bilanci futuri. Come non manca di osservare con acume e ironia
G. Alessio nella Relazione della Giunta generale del bilancio del 1913:
Una creazione di conti correnti verso parti intrinseche della
amministrazione dello stato, per quanto, particolarmente per spese di guerra,
riferite a stanziamenti di bilanci futuri, i quali sono impegnati con le leggi
stesse che creano tali conti correnti, se potrà rispondere a necessità
contabili, è assai discutibile dall'aspetto del giudizio sulla realtà della
situazione finanziaria del momento o del periodo considerato[5].
In sede di discussione
parlamentare, Alessio argomenta in maniera ancora più esplicita le sue
critiche, andando al nodo del problema, avvertendo l'esigenza:
... rinnovare il sistema impositivo. Io credo che una nuova imposta sul
reddito si imponga, e per l'indole delle spese a cui dovremo provvedere, e per
dare al bilancio quella elasticità che gli manca, specialmente nei riguardi
delle imposte dirette.
Noi dobbiamo provvedere a spese di impianto e non a spese di esercizio, a
spese che, giusta tale natura, si ripetono in più esercizi. Quindi il sistema
dei ritocchi non può compensarle, non può farvi fronte. D'altra parte, se noi
procediamo col sistema dei ritocchi si accresce la pressione tributaria
complessiva, sia nella massa, sia nel peso a carico di ogni singolo
contribuente. Al contrario con l'imposta sul reddito la pressione si accresce
nella sua massa, ma il saggio relativo sugli averi del contribuente rimane
sempre lo stesso, in quanto l'imposta tende a colpire gli incrementi successivi
della ricchezza[6].
Su questo ed altro,
Alessio rimane inascoltato. Non appare, quindi, strano che si dilatino a
dismisura il raggio di azione e l'intensità delle critiche indirizzate alla
"finanza di guerra" portata avanti da Giolitti e Tedesco, dentro e
fuori il Parlamento.
U. Ancona, autorevole
parlamentare ed esperto di problemi tributari, giudica velleitario il programma
di "pagare la guerra" con il semplice ricorso alle "entrate
ordinarie"[7]. In ciò, fa
proprie le analisi e le conclusioni di un ampio e profondo studio di F. Flora,
secondo cui "la spesa di guerra il tesoro la inizia, il prestito la sostiene,
l'imposta la liquida"[8].
Una delle critiche più
sferzanti agli artifici contabili, definiti veri e propri "trucchi
maglianeschi", su cui si regge la "finanza della guerra" viene
avanzata da Sonnino:
Non basta che le cifre riassuntive siano contabilmente esatte; bisogna
che abbraccino e rivelino chiaramente tutti gli elementi che costituiscono il
pareggio di competenza tra l'entrata e la spesa pubblica. E negli ultimi anni
ci siamo allontanati sensibilmente da questa via di salute e di verità[9].
Ma la stroncatura più
irridente e, insieme, meglio argomentata alla politica finanziaria
Giolitti-Tedesco viene svolta dall'ex ministro Wollemborg che il 22 aprile
1913, in sede di apertura del dibattito parlamentare, afferma a chiare lettere
che la politica del tesoro è da ritenersi "insincera" e
"reticente", con l'aggravante di aver trasformato l'intervento
fiscale in una "questua tributaria fastidiosa ed insieme inadeguata":
Comunque non discuto della legalità del provvedimento; bensì della sua
sostanziale natura. Scaricare una spesa effettiva dal bilancio, segnalandola
fra le attività del tesoro, è un procedimento simile a quello di chi,
acquistando per cento lire un palco al teatro, per averle passate, avanti di pagarle, dalla tasca di destra alla
sua tasca di sinistra, si ritenesse nella medesima condizione finanziaria di
prima, col vantare un credito acceso alla sua tasca di destra verso la sua
tasca di sinistra! Ottima la destinazione di quelle cento lire, se lo
spettacolo le merita; ma grottescamente illusoria la conseguenza contabile e
finanziaria[10].
E ancora, sui
"trucchi" delle anticipazioni del tesoro ai Ministeri della guerra,
della marina e dei lavori pubblici, per pagamenti superiori alle some messe a
bilancio e scaricate sui rendiconti degli esercizi futuri, Wollenborg osserva:
Si tratta di spese ripartite, di cui si modifica la distribuzione nel
tempo. Ma cadono sull'esercizio in cui si fanno e si pagano. Gli esercizi ancor
non nati, appunto perché tali, oggidì non sono; tanto meno possono costituire
terze persone in confronto delle quali sia dato di vantare un credito
qualsiasi. Manca qui del debitore e la personalità giuridica e la consistenza
economica. Sarebbe altrimenti troppo facile ridurre in pareggio e magari in
avanzo qualunque più disastroso bilancio; e conservare nel tempo stesso il
pareggio e magari in avanzo il conto del Tesoro: basterebbe scrivere nei conti
correnti il pagamento delle spese di cui si intende sgravare il bilancio, la somma
corrispondente figurando fra le attività del Tesoro[11].
La voce critica del
Wollemborg rimane totalmente isolata; al punto che, a cagione di questa sua
presa di posizione, egli nelle elezioni dell'ottobre 1913 non viene rieletto,
sotto l'incalzare della propaganda ostile dei liberali giolittiani.
La "guerra di
Libia", in conclusione, costituisce il "fattore esogeno" che
conduce a deflagrazione la "crisi endogena" di lunga data del sistema
fiscale italiano, segnando il tracollo parlamentare della terza "maggioranza
giolittiana". Né i risultati delle nuove elezioni migliorano le condizioni
politiche di Giolitti, la cui leadership appare sempre più logorata. Non è
possibile mascherare ulteriormente il fallimento completo del programma
finanziario di guerra, riassunto nella formula: "né debiti né
imposte".
In un due articoli che
di grande impatto politico, L. Einaudi ha buon gioco nel dimostrare,
contrariamente alle indicazioni ed alle cifre fornite in Parlamento da Tedesco,
che il consuntivo 1912-13:
1) presenta un
disavanzo di 7,6 milioni;
2) tale disavanzo sale
a 57,6 milioni, se tra le spese effettive vengono fatti rientrare anche i 50
milioni spesi per le nuove costruzioni ferroviarie[12].
Non diversi i calcoli
di U. Ancona che, pur dissentendo su molti dei punti della critica einaudiana,
concorda sul fatto che il consuntivo dell'esercizio 1912-13 si chiuda con un
disavanzo di circa 7 milioni[13].
Il deficit è, in larga misura, determinato dalle spese fuori bilancio sostenute
per la guerra.
Si deve attendere il
febbraio del 1914, affinché il governo renda pubbliche le spese per la
conduzione della guerra:
1) occupazione delle
isole dell'Egeo: 21, 8 milioni;
2) misure
precauzionali determinate dagli avvenimenti internazionali: 79 milioni;
3) per materiali eccedenti
le dotazioni normali aventi un valore superiore a quelli sostituiti: 82,7
milioni;
4) per unità navali:
9;
5) per il pagamento
all'amministrazione del debito pubblico ottomano (trattato di Losanna): 50
milioni;
6) per la Cirenaica e la
Tripolitania: 903,9 [14].
Il totale complessivo
si attesta alla considerevole cifra di 1.149, 7 milioni che il 30 giugno del
1914 già salgono a 1.246,7 milioni.
È questa la situazione
che fa da cornice politica al dibattito parlamentare che, nei primi mesi del
1914, prende luogo intorno alla politica finanziaria del quarto governo
Giolitti. Si distingue, in particolare, l'intervento di Sonnino[15]
che fa suoi alcuni dei motivi della critica avanzata un anno prima da
Wollenborg; non meno corrosiva, del Sonnino, è l'azione di pubblicista[16].
Gli strali di Sonnino
si indirizzano, soprattutto, contro il macchinario
di illusionismo ottico con cui il ministro del Tesoro nasconde
sistematicamente al paese l'esatta e reale situazione finanziaria dello stato,
a fronte di cui i "trucchi contabili" di Magliani sono giudicati
"ingenui" e "primitivi". Egli raggiunge il culmine del
sarcasmo, allorché definisce giuoco
dell'avanzo girante il sistema delle anticipazioni; anche qui in sintonia
con le già riferite considerazioni del Wollenborg sul passaggio del
debito/credito dalla tasca sinistra a quella destra del medesimo soggetto.
Le passività reali trasformate in entrate apparenti: ecco il risultato
inevitabile delle politiche finanziarie di guerra che strangolano il bilancio dello
stato e, alla fine, sospingono Giolitti fuori dal gioco politico. Nel 1914, il
deficit di bilancio, a lungo occultato, esplode in tutta la sua dirompenza
pubblica, con tutte le sue conseguenze politiche, prima fra tutte la crisi
irreversibile della "maggioranza giolittiana".
[1] APC.
leg. XXIII, sess. 1909-11, doc. n. 630, p. 24.
[2] F. Tedesco, Dichiarazione sulle nostre ottime condizioni finanziarie, in "Corriere della Sera", 7 marzo
1912.
[3] APC. leg. XXIII, I sess, disc.
tornata del 7 dicembre 1912, pp. 22077 ss.
[4] Anche da ambienti non
pregiudizialmente ostili al governo vengono indirizzate critiche alle politiche
adottate del ministro. Cfr., a titolo indicativo, A. J. De Johannis, Sulla esposizione finanziaria, in
"L'Economista", 15 dicembre 1912; E. Giretti, Le nostre finanze, in "Il Secolo", 14 dicembre 1912.
[5] APC.
Leg XXIII, sess. 1909-13,
documenti disegni di legge e relazioni n. 1225A.
[6] APC. Leg XXIII, I sess. Tornata
24 aprile 1913, p. 24504.
[7] U. Ancona, L'esposizione finanziaria del ministro del Tesoro, in "Nuova
Antologia", fasc. 985, 1 gennaio 1913, p. 139.
[8] F. Flora, Le finanze di guerra, Bologna, 1912, p. 154; corsivi nostri.
[9] S. Sonnino, Scritti e discorsi extraparlamentari 1903-1920, II, Bari, 1972, pp. 1621-22.
[10] APC. leg. XXIII, I sess. disc.,
tornata 22 aprile 1913, pp. 24405-6.
[11] Ibidem, p. 24406.
[12] L. Einaudi, Avanzo o disavanzo nel consuntivo 1912-1913?, in "Corriere
della Sera", 24 dicembre 1913; Id., Per
un comune consenso intorno ai metodi di contabilità, ivi, 25-26 dicembre
1913.
[13] U. Ancona, La nuova situazione finanziaria dell'Italia, in "Nuova
Antologia", 16 gennaio 1914.
[14] APC.
leg. XXIV, sess. 1913-14,
n. VIII documenti, seduta 3 febbraio 1914.
[15] APC. leg. XXIV, sess. I, disc. torn. 14 febbraio 1914, p. 1207.
[16] S. Sonnino, Requisitoria dell'on. Sonnino alla Camera per i metodi finanziari del
Governo, in "Corriere della Sera", 15 febbraio 1914; Id., La cinematografia contabile del ministro del
Tesoro, in "Il Giornale d'Italia", 15 febbraio 1914; Id., La politica del Tesoro italiano, in
"La Finanza italiana", 28 febbraio 1914.
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