L'ACCERCHIAMENTO DELL'INSICUREZZA GLOBALE
di Antonio Chiocchi


1. L’insicurezza sul lavoro: una questione globale rimossa

Che la sicurezza sul lavoro sia un diritto fondamentale e un bene pubblico è un dato pacificamente accolto da istituzioni, soggetti pubblici e attori privati variamente collocati. Ma a questa acquisizione formale non corrispondono coerenti scelte decisionali e comportamentali. Il sistema della sicurezza sul lavoro trova, ormai, la sua qualificazione principale nel mettere fortemente a rischio la vita umana. L’insicurezza, da variabile da tenere sotto controllo, si è trasformata in elemento di regolazione negativa del sistema. Inoltre, essa si è globalizzata, nel tempo come nello spazio: di lavoro si muore in tutto il mondo, a un ritmo e in dimensioni inaccettabili, ma nell’indifferenza generalizzata.

V’è una sproporzione evidente tra l’espansione globale dei rischi da lavoro e la contrazione dei diritti e delle garanzie sul lavoro. Le insicurezze si globalizzano e i diritti si contraggono. Il diritto alla salute e alla sicurezza sul lavoro si trasforma in retorica, poco più di un rito comunicativo; i rischi e le minacce sul lavoro, per contro, diventano la sostanza letale che divora la vita degli esseri umani e deturpa l’ambiente sociale. Globali sono qui non la salute e la sicurezza, ma la malattia e l’insicurezza.

Uno dei nodi critici maggiori è dato dal fatto che le istituzioni (nazionali e sovranazionali), i governi, gli imprenditori e la ricerca tecnica e scientifica, ognuno al suo livello di competenza e responsabilità, non sembrano dotati dei necessari strumenti di analisi, di progettazione e intervento [1]. Lo stesso sindacato (sul piano nazionale e internazionale) non pare adeguatamente compattato, a fronte del nuovo ordine delle problematiche e delle esigenze sul tappeto.

Tuttavia, la maggiore falla che, in proposito, pare emergere descrive un bacino di emergenze strutturali inevase di ben maggiore corposità. Il nucleo centrale della questione riposa sull’evidente circostanza che analisi, progettualità e intervento si muovono all’interno del sistema vigente della sicurezza e della salute, entro cui cercano soluzioni tampone, senza mai metterne in discussione la razionalità strategica e l’assetto causale e finalistico. Gli stessi livelli di discrepanza che, qua e là, si insinuano tra assetto formale e assetto materiale del sistema non vengono mai puntualmente indagati. Cosicché gli automatismi di sistema procedono indisturbati nel definire e tessere di continuo una strategia della disattenzione alla vita e alla sicurezza sui luoghi di lavoro, metabolizzata come normalità. Salvo, poi, inclinare verso la finzione rituale dello scandalo, allorché si è al cospetto di gravi (e ricorrenti) casi di mortalità e infortuni sul lavoro.

V’è, in particolare, una relazione cruciale che rimane sempre nello sfondo e non adeguatamente presa in considerazione sull’asse della progettualità e dell’intervento: l’interdipendenza tra impatto della salute sul lavoro e impatto del lavoro sulla salute. Le due aree problematiche insediano un bacino unitario in continua ridefinizione, complesso e articolato che richiede interventi multisettoriali, multifunzionali e multidisciplinari. Il paradigma della salute globale ha costituito certamente un importante balzo in avanti [2]; ma non appare ancora sufficiente, fino a quando si resterà nel solco di determinanti sociali della salute, approssimati secondo codici che fotografano le disuguaglianze (locali e globali), senza mai proporsi di intervenire operativamente, per modificarne la prospettiva evolutiva.

Il paradigma della salute globale non può limitarsi a fornire a governi, istituzioni e soggetti vari la lista delle raccomandazioni da seguire; deve sviluppare le sue aree di intervento, per spostarsi dalle evidenze scientifiche alle pratiche direttamente imputate agli attori che operano nei sottosistemi delle politiche della salute e della sicurezza del lavoro. La delega della decisione e dell’intervento alle istituzioni ha un effetto di congelamento: cristallizza il sistema così come è, consegnando nelle mani di istituzioni burocratiche, poco autoriflessive e malate di numerologia, la salute dei cittadini e la sicurezza dei lavoratori.

È vero: lo stato di sviluppo di una nazione può essere analizzato dalla qualità della salute della sua popolazione e dal grado di giustizia ed equità con cui essa è distribuita tra le fasce sociali più esposte e vulnerabili [3]. Ma è anche vero che la riduzione delle disuguaglianze della salute non può essere un mero imperativo etico, la cui osservanza è delegata ai decisori politici, istituzionali, economici e finanziari. La salute, il ben-vivere, la sicurezza sul lavoro, il ben-essere organizzativo non sono temi e problemi istituzionalizzabili nella sfera dell’etica dell’impresa che, per solito, ha una cifra utilitaristica; attengono anche alla responsabilità civica, sociale e politica di tutti gli attori pubblici e privati. Si apre qui un campo conflittuale tra istituzioni e cittadini, imprenditori e lavoratori, tanto ampio e variegato quanto messo in sordina e poco visibile già sul piano della comunicazione sociale. Dalle forme di regolazione di questo conflitto dipendono la salute dei cittadini e la sicurezza dei lavoratori. Quanto più è rimosso o confinato in una zona d’ombra, tanto più questo conflitto è regolato in maniera autoritaria, condannando i lavoratori a patire una crescente condizione di insicurezza negli ambienti di vita e di lavoro.

Il deterioramento delle condizioni di lavoro è dimostrato dallo stato di arretratezza in cui versano i sistemi di gestione, pure di decisiva rilevanza per aprire e mantenere un equilibrio virtuoso tra prevenzione, manutenzione e sicurezza. Nel 2011, in uno studio preparatorio alla Giornata mondiale della sicurezza sul lavoro, l’ILO è ritornato a soffermarsi in maniera approfondita sul tema [4]. Nell’occasione, l’ILO ha meglio definito l’approccio graduale da seguire nell’attuazione dei Sistemi di gestione della sicurezza e salute sul lavoro (SGSSL), in particolar modo nei settori produttivi che presentano i più elevati indici di rischio [5]. L’applicazione corretta dei sistemi di gestione è un’arma decisiva per la riduzione degli infortuni, delle morti e delle malattie professionali, consentendo il miglioramento continuo delle condizioni di lavoro [6]. E ciò vale soprattutto per un paese come l’Italia, in cui l’evento infortunistico presenta un’endemicità piuttosto rilevante.

Giunti a questo approdo, possiamo retrocedere a una premessa altrettanto in ombra: i lavoratori sono anche cittadini e, dunque, titolari di tutti i diritti di cittadinanza; i cittadini, per contro, sono anche lavoratori e, dunque, presenti in società con il carico dei loro diritti inevasi, delle loro problematiche risolte e irrisolte. Non è dato scindere il nesso indisgiungibile che fa del lavoratore un cittadino e del cittadino un lavoratore, con la ricomposizione continua di diritti di diversa generazione, formazione e collocazione. Prima ancora che di salute globale, allora, bisogna argomentare di diritti globali. E bisogna farlo tanto più oggi, a fronte della diffusione globale dei rischi sociali da lavoro, delle malattie professionali, delle epidemie e delle patologie virali.

2. Stragi globali e lievitazione dei profitti

Il meccanismo sistemico appena descritto rende ben comprensibile il ruolo che le morti, gli infortuni e le malattie professionali occupano come vettori di ottimizzazione dei profitti di impresa. Non si tratta soltanto di economie di spesa; ma di drenaggio di risorse umane, capitalizzate contro i diritti e la dignità dei lavoratori e dei cittadini, vilipesi fino alla negazione del diritto fondamentale alla vita.

Nel corso del XIX Congresso mondiale sulla sicurezza e salute sui luoghi di lavoro (Istanbul, 11-15 settembre 2011), è emerso che ogni giorno muoiono nel mondo 6.300 persone per infortuni o malattie professionali [7]. Il Rapporto dell’ILO, introduttivo al Congresso, ha ricostruito le tendenze globali della sicurezza e salute sul lavoro, nel ciclo decennale 1998-2008 [8]. Pur registrandosi il contenimento del suo tasso di incidenza, il fenomeno delle morti sul lavoro ha continuato ad attestarsi su cifre impressionanti: le morti sono passate dalle 345mila del 1998 alle 321mila del 2008; il numero di morti causate da malattie professionali è passato da 2.03 milioni del 1998 a 2.02 milioni del 2008 [9]. Sul fronte dell’esposizione a sostanze pericolose, però, la situazione è peggiorata: nel 2001 si sono verificati 438.480 decessi che sono saliti a 910mila nel 2008 [10]. Si è molto deteriorato anche il quadro degli infortuni sul lavoro: nel 1998 il numero di infortuni oltre i quattro giorni di assenza dal lavoro è stato pari a 264 milioni; nel 2008 è salito a 317 milioni [11]. A fronte di questa realtà drammatica, il Congresso mondiale di Istanbul ha inteso rilanciare gli sforzi per rafforzare la cultura della prevenzione in materia di salute e sicurezza sul lavoro [12].

Per parte sua, Juan Somavia, Direttore generale dell’ILO, nel messaggio inviato in occasione della Giornata mondiale per la salute e la sicurezza sul lavoro (28 aprile 2011) ha dichiarato: «Ogni anno, circa 337 milioni di persone sono coinvolte in incidenti sul lavoro e oltre 2,3 milioni muoiono a causa di infortuni o malattie professionali. Dalle miniere agli impianti di prodotti chimici, dai lavori in uffici a quelli nei campi, gli incidenti sul lavoro e le malattie professionali rappresentano un carico pesantissimo in termini di perdita di vite umane e causa di invalidità rispetto a pandemie come l’HIV/AIDS e la tubercolosi. Il drammatico incidente nucleare di Fukushima in Giappone o l’incidente nella miniera di Pike River in Nuova Zelanda hanno riempito le prime pagine dei giornali. Tuttavia, molti altri infortuni, malattie e morti sul lavoro rimangono sconosciuti. I lavoratori e i loro figlio vengono lasciati soli di fronte a queste tragedie. Il dramma è che molti incidenti, malattie e morti sul lavoro potrebbero essere evitati, utilizzando misure di lavoro appropriate. È una questione di rispetto di dignità attraverso la dignità del lavoro; di modellare politiche che riflettano il ruolo centrale del lavoro nella vita delle persone, nelle comunità pacifiche, nelle società stabili e nelle economie solide» [13].

Siamo di fronte a delle stragi globali; eppure, nella discussione pubblica e nell’immaginario collettivo vengono metabolizzate inerzialmente, senza una adeguata osservazione critica, come se si trattasse di un fenomeno naturale non riconducibile a nessuna responsabilità precisa. Con l’avvento della globalizzazione neoliberista, si è impiantata e diffusa la globalizzazione dei rischi, tanto nella società quanto nei processi lavorativi. Le implicazioni destrutturanti del fenomeno, tuttavia, o sono state coperte da una pesante coltre di silenzio, oppure spacciate come segno di innovazione. Proprio su questa complessa piattaforma storica e motivazionale si è consumato il sostanziale fallimento della strategia comunitaria 2007-2012 sulla salute che non ha arginato le disuguaglianze (anzi) e, al di là dei pronuciamenti verbali, ha finito col considerare la sicurezza sul lavoro come un gravame amministrativo incombente sui bilanci delle imprese [14].

Il processo di delega alle istituzioni e alle imprese delle decisioni sulla valutazione dei rischi da lavoro va incontro al pieno fallimento, anche in considerazione del fatto che gli attori politici, economici e finanziari codecidono in base a codici etici utilitaristici. Per questi codici, va ricordato, il rischio è una costante di processo, i cui effetti dannosi sono veicolati verso i lavoratori (in termini di morti, infortuni e malattie professionali) e le istituzioni (in termini di costi economici e sociali). E, dunque, il conflitto tra profitto e sicurezza si trova già annidato nella dimensione etica.

Rimanendo confinate in un’etica utilitaristica e in una deontologia aziendalista, istituzioni e imprese quanto più non vogliono mettere a rischio il profitto e quanto più vogliono tagliare gli investimenti in prevenzione e sicurezza, tanto più pongono a rischio la vita dei lavoratori su scale globali. Ed è a questo piano di arrivo che meglio si esplicita il piano di partenza: la subordinazione della vita dei lavoratori alla vita dell’impresa e ai vincoli di bilancio. In maniera tanto logica quanto destabilizzante, istituzioni e imprese, anziché investire in sicurezza e prevenzione, assecondano le dinamiche che fungono come agenti delle stragi globali sul lavoro. L’utilitarismo di impresa assoggetta le pratiche istituzionali e si trasforma nel regolatore di sistema della sicurezza sul lavoro, attraverso la destrutturazione capillare dei diritti; a cominciare da quello alla vita.

3. Crisi globale e accelerazione dell’insicurezza

La crisi finanziaria del 2011 ha accelerato i processi di vulnerazione dei diritti e delle garanzie del lavoro, rendendo più precari i sistemi vitali e relazionali entro cui sono calati i cittadini e i lavoratori. L’impatto sulla sicurezza sul lavoro è stato significativo, anche se è ancora troppo presto per approssimare un quadro previsionale delle tendenze che andranno maturando nel breve e nel lungo periodo [15]. Quello che si può già ora dire è che, per effetto della crisi, la competizione tra imprese e la ricerca perenne dell’ottimizzazione dei profitti stanno sgretolando gli assetti della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro [16]. La contrazione degli infortuni e delle morti sul lavoro, da questa angolazione, può essere comprensibilmente ricondotta alla riduzione dell’occupazione e delle ore lavorate causata dalla crisi [17].

Un sondaggio nell’UE a 27, ha mostrato che, a fronte della recessione e dei problemi finanziari, le imprese hanno tagliato gli investimenti in prevenzione e sicurezza sul lavoro [18]. Le istituzioni, dal loro canto, hanno compensato i disavanzi di bilancio, disinvestendo in sicurezza e prevenzione, col risultato perverso di restringere il volume delle ispezioni e depotenziare ulteriormente l’attività di vigilanza. In Italia, una logica istituzionale di questo tipo l’abbiamo reperita in azione nel caso del decreto legge n. 5 del 9 febbraio 2012 (Disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo), il cui art. 14 (Semplificazione dei controlli sulle imprese) si impegnava a:

  1. eliminare tutte le attività di controllo non necessarie alla tutela degli interessi pubblici;
  2. opprimere o ridurre i controlli sulle imprese in possesso della certificazione del sistema di gestione per la qualità (UNI EN ISO-9001) o di altra appropriata certificazione;
  3. raccomandare un principio di “collaborazione amichevole con i soggetti controllati al fine di prevenire rischi e situazioni di irregolarità”;
  4.  emanare i regolamenti attuativi disposti su proposta dei ministri competenti, acquisendo il parere delle associazioni datoriali, ma non delle organizzazioni sindacali [19].

Come è stato da più parti fatto osservare, quella caldeggiata non era una semplificazione, bensì una deregolazione lesiva di diritti costituzionali specialmente protetti [20]. E’ come se lo Stato avesse abdicato alle sue prerogative e ai suoi obblighi, concedendo una delega in bianco agli imprenditori, in materia di sicurezza sul lavoro, sicurezza alimentare e ambientale. Una cosa del genere nei paesi a cosiddetta democrazia avanzata non si era ancora vista.

Intorno al decreto legge n. 5/2012, si è sviluppata una vera e propria campagna sociale di critica che ha usato il web come canale di comunicazione principale, sfociando in una serie mirata di emendamenti abrogativi delle procedure incostituzionali previste dall’art. 14 [21]. Gli emendamenti sono stati proposti da un appello telematico inviato:

  1. al Presidente del Consiglio dei ministri, ai ministri del Lavoro, della Salute, dell’Ambiente, dello Sviluppo economico, della P.A. e Semplificazione;
  2. ai Presidenti, Relatori e Componenti delle Commissioni Lavoro, Ambiente, Attività produttive, Affari sociali e costituzionali della Camera;
  3. ai Presidenti delle Regioni e dei Comitati di coordinamento sicurezza sul lavoro;
  4.  ai Presidenti della Consulta Interassociativa Italiana per la Prevenzione (CIIP) e di Ambiente e lavoro [22].

Nella riunione del 6 marzo delle Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera, il governo ha presentato un emendamento che, nella sostanza, raccoglieva molti degli emendamenti proposti dall’appello[23]. Il Pdl e il Terzo polo hanno votato no all’emendamento, la Lega si è astenuta, mentre Pd e Italia dei valori hanno votato sì: il risultato è stato 27 voti favorevoli e 24 contrari [24].

Al di là degli esiti finali della vicenda collegata all’art. 14, comunque assai istruttiva riguardo alle impostazioni tardoliberiste del governo Monti, va osservato che il depotenziamento dei sistemi di sicurezza sul lavoro portato avanti dalle imprese non trova un adeguato argine istituzionale: non è solo tollerato; ma viene fiancheggiato e coperto. A rischio non sono soltanto i processi a valle del sistema di sicurezza, ma anche quelli a monte. Tra questi, quelli più esposti sono l’istruzione e la formazione, con il taglio degli impegni di spesa per le strutture di istruzione e formazione [25].

La combinazione di crisi occupazionale e crisi finanziaria è intervenuta su questi processi e li ha aggravati ulteriormente, poiché ha indotto una maggiore intensità dei ritmi di lavoro. Nella crisi, le imprese orientano una pressione maggiore verso le prestazioni lavorative, dalle quali tentano di estrarre surplus crescenti, a fronte di risorse e investimenti decrescenti. Ma si tratta di un tentativo votato allo scacco, poiché i surplus di produttività del lavoro si reggono sulla razionalizzazione, ottimizzazione e trasformazione dei processi produttivi, non già sulla mera riduzione del costo del lavoro. Ne è derivato, in linea ulteriore, il taglio del tempo concesso alla prevenzione, alla manutenzione e alla gestione della sicurezza, con conseguente esposizione crescente al rischio [26]. Catene di processi perversi si inanellano l’una con l’altra, deteriorando senza freno alcuno la sicurezza e la salute sul lavoro e moltiplicando all’eccesso i rischi e i danni ricadenti sui lavoratori.

4. Il Rapporto INAIL per il 2010

Secondo il Rapporto INAIL, nel 2010 si sono verificati 775mila infortuni rispetto ai 790mila del 2009 (-1,9%). In calo anche gli infortuni in itinere: passati dai 93.037 casi del 2009 agli 88.629 del 2010 (-4,7%) [27].

I casi di infortuni mortali nel 2009 sono stati 1.053; nel 2010 sono scesi a 980 (-6.9%) [28].

A livello di gestione assicurativa, gli infortuni si sono così distribuiti:

  1. Agricoltura: nel 2009 si sono verificati 52.665 casi; nel 2010 sono scesi a 50.121 (-4.8%);
  2. Industria e Servizi: nel 2009 sono stati registrati 705.241 casi; nel 2010 sono calati a 692.795 (-1,8%);
  3. Dipendenti conto Stato: nel 2009 sono stati registrati 32.206 casi; nel 2010 sono saliti a 32.458 (+0,8%) [29].

Analizzando questi dati in un’ottica di genere, la situazione è la seguente:

  1. uomini: 545.744 casi di infortuni nel 2009; 529.986 casi nel 2010 (-2,9%);
  2. donne: 244.368 casi di infortuni nel 2009; 245.388 casi nel 2010 (+0,4%);
  3. casi mortali uomini: 981 nel 2009; 901 nel 2010 (- 8,2%);
  4.  casi mortali donne: 72 nel 2009; 79 nel 2010 (+9,7) [30].

In una dimensione di media durata, il ciclo decennale 2001-2010 degli infortuni ha evidenziato questo trend:

  1. 2001: 1.023.379 casi, di cui 1.546 mortali;
  2. 2002: 992.655 casi, di cui 1478 mortali;
  3. 2003: 977.192 casi, di cui 1.445 mortali;
  4. 4) 2004: 966.696 casi, di cui 1.328 mortali;
  5. 5) 2005: 940.013casi, di cui 1.280 mortali;
  6. 6) 2006: 928.140 casi, di cui 1.341 mortali;
  7. 7) 2007: 912.402 casi, di cui 1.207 mortali;
  8. 8) 2008: 875.144 casi, di cui 1.120 mortali;
  9. 9) 2009: 790.112 casi, di cui 1.053 mortali;
  10. 10) 2010: 775.374 casi, di cui 910 mortali;
  11. 11) differenziale infortuni 2010/2001: -24,2%;
  12. 12) differenziale casi mortali 2010/2001: -36,6% [31].

Come appena visto, sia per gli infortuni che per le morti sul lavoro, sulla media durata decennale, i dati ufficiali registrano un decremento significativo: -36,6% per le morti sul lavoro; -24,4% per gli infortuni.

5. Aggiornamento dati INAIL: i primi tre trimestri del 2011

Il 12 dicembre 2011, l’INAIL ha fornito gli aggiornamenti relativi al periodo gennaio-settembre 2011.

Mettiamo a confronto i primi tre trimestri del 2011 con lo stesso periodo del 2010.

1) Numero infortuni :

  1. nell’agricoltura nel 2011 si sono verificati 36.200 infortuni rispetto ai 38.081 del 2010 (-4,9%);
  2. nell’industria nel 2011 gli infortuni sono stati 196mila contro i 210.160 dell’anno precedente (-6,7%);
  3. nei servizi nel 2011 gli infortuni sono stati 321mila contro i 331.125 dell’anno precedente (-3,1%);
  4. il totale dei primi tre trimestri del 2011 è stato di 553.200 contro i 579.366 dell’anno precedente (-4,5%) [32].

2) Numero infortuni mortali :

  1. nell’agricoltura nel 2011 si sono verificati 89 casi rispetto agli 85 del 2010 (+4,7%%);
  2. nell’industria nel 2011 i casi sono stati 308 contro i 307 dell’anno precedente (0,3%);
  3. nei servizi nel 2011 i casi sono stati 294 contro i 305 dell’anno precedente (-3,6%%);
  4. il totale dei primi tre trimestri del 2011 è stato di 691 contro i 697 dell’anno precedente (-0,9%) [33] .

3) Numero infortuni per area geografica :

  1. al Nord nel 2011 gli infortuni sono stati 334.200 contro i 347.365 dell’anno precedente (-3,8%);
  2. al Centro nel 2011 gli infortuni sono stati 112mila contro i 117.727 del 2010 (-4,9%);
  3. nel Mezzogiorno nel 2011 gli infortuni sono stati 107mila contro i 114.274 del 2010 (-6,4%) [34].

4) Numero infortuni mortali per area geografica :

  1. al Nord nel 2011 i casi sono stati 340 contro i 319 del 2010 (+6,6%);
  2. al Centro nel 2011 i casi sono stati 146 contro i 140 del 2010 (+4,3%);
  3. nel Mezzogiorno nel 2011 i casi sono stati 205 contro i 238 del 2010 (-13,9%) [35].

6. A margine dei dati INAIL

I dati positivi registrati con soddisfazione dall’INAIL meritano alcune scarne puntualizzazioni.

Almeno a partire dal 2008-2009, bisogna mettere in conto il calo delle ore lavorate e dei livelli occupazionali causato dalla crisi globale che ha, evidentemente, ridotto l’ampiezza del fenomeno infortunistico. Inoltre e più in generale, va considerato che le cifre ufficiali dell’INAIL astraggono del tutto dal lavoro sommerso e dal lavoro informale, per i quali non si ha alcuna cognizione certa delle proporzioni degli infortuni e delle morti sul lavoro.

Pur volendo prescindere da questi due ultimi ordini di considerazione e apprezzando la flessione segnalata dai dati INAIL, rimane il fatto che sia il numero degli infortuni che quello delle morti sul lavoro rimangono attestati a valori esageratamente elevati.

Si può pertinentemente parlare, sotto quest’ultimo riguardo, di cronicizzazione dell’evento infortunistico ben dentro l’economia politica della produzione sociale, l’architettura dei processi lavorativi e la razionalità dell’economia di impresa. Le istituzioni, gli attori istituzionali e datoriali del sistema sicurezza, con le loro scelte di protezione unilaterale dell’utile aziendale, hanno concorso e concorrono attivamente a questa cronicizzazione.

Come abbiamo già sottolineato, nello snodarsi dei dispositivi intorno cui ruotano e si riproducono la formazione e la riproduzione del profitto un ruolo decisivo è giocato proprio dal fenomeno infortunistico, alle spalle del quale vi sono gli abbattimenti dei costi sul terreno della sicurezza sul lavoro e la liquidazione progressiva di un sistema di diritti e di tutele consolidatosi nel tempo.

Non possiamo dire che quella degli infortuni, delle morti sul lavoro e delle malattie professionali sia un’emergenza; al contrario, è una costante negativa che caratterizza lo scenario della vita del nostro paese. Una costante sempre più intollerabile, come da più parti è stato fatto rilevare. Ciò che stenta a decollare, tanto nel dibattito pubblico che nell’immaginario collettivo, è la consapevolezza che la salute e la sicurezza sul lavoro non possono essere considerati meri riflessi marginali dell’esercizio di impresa; all’opposto, rappresentano elementi ineliminabili e costitutivi dell’organizzazione del lavoro[36]. In quanto tali, vanno difese, tutelate e valorizzate in linea crescente.

7. Sicurezza sul lavoro: la messa in mora dell’Italia

Con il D.Lgs. n.106/2009 il governo Berlusconi attenuò la portata e l’efficacia del precedente D.Lgs. n. 81/2008 emanato dal governo Prodi. Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, oltre a manomettere l’assetto della sicurezza e della prevenzione sui luoghi di lavori, il D.Lgs. del 2009 non recepiva in maniera corretta le norme europee.

Marco Bazzoni, metalmeccanico di Firenze nonché RLS, il 27 settembre 2009 ha inoltrato una denuncia innanzi alla Commissione Europea, censurando la difformità del decreto correttivo nei confronti della normativa europea sulla sicurezza sul lavoro. In particolare, sotto accusa era il mancato recepimento da parte del governo italiano della direttiva 89/391/CEE, riguardante l’attuazione delle misure finalizzate a migliorare le condizioni della sicurezza e della salute sui luoghi di lavoro [37].

Il 13 ottobre 2011, la DG Occupazione e Affari Sociali della Commissione Europea, rispondendo al Bazzoni, comunicava l’approvazione del progetto di messa in mora dell’Italia (29 settembre 2011) e l’invio della relativa lettera di costituzione in mora alle autorità italiane (30 settembre 2011).

La messa in mora insisteva sui seguenti punti:

  1. deresponsabilizzazione del datore di lavoro in caso di delega e subdelega;
  2.  violazione dell’obbligo di disporre di una valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante il lavoro per i datori di lavoro che occupano fino a dieci lavoratori;
  3.  proroga dei termini impartiti per la redazione del documento di valutazione dei rischi per le nuove imprese o per modifiche sostanziali apportate a imprese esistenti;
  4.  posticipazione dell’obbligo della valutazione del rischio di stress legato al lavoro;
  5.  posticipazione dell’applicazione della legislazione in materia di protezione della salute e sicurezza sul luogo di lavoro per le persone appartenenti a delle cooperative sociali e a delle organizzazioni di volontariato della protezione civile;
  6.  proroga del termine per completare l’adeguamento alle disposizioni di prevenzione incendi per le strutture ricettive turistico-alberghiere con oltre 25 posti letto esistenti in data del nove aprile 1994 [38].

La risposta del ministero del Lavoro non ha tardato a farsi sentire. Lorenzo Fantini, responsabile della direzione generale delle Relazioni industriali e dei rapporti di lavoro del dicastero, ha ritenuto un errore l’intero procedimento di messa in mora e in particolare i suoi presupposti motivazionali e giuridici: «Riteniamo che si tratti di un insieme di censure fondato su un presupposto di fondo sbagliato: ovvero il ritenere che le parti del D.Lgs. 81/2008 eccepite - con particolare riferimento alle modifiche introdotte dal correttivo 106/2009 – siano volte a deresponsabilizzare il datore di lavoro. Quello che forse a Bruxelles sfugge con la dovuta attenzione è quanto l’assetto giuridico italiano sia complesso e, semmai, fortemente stringente in senso contrario a quanto contestato. A partire dall’art. 2087 del codice civile fino ai tanti passaggi normativi del sistema penale, infatti, il nostro è un assetto che impone in maniera molto rigorosa agli imprenditori di garantire la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. A parere del ministero, quindi, la normativa italiana – inclusi i due decreti legislativi citati – opera all’opposto rispetto a quanto obiettato dalla Commissione, considerando il datore di lavoro sempre responsabile di tutto ciò che accade in azienda. Questo è l’aspetto di fondo che cercheremo di spiegare all’Unione Europea» [39].

La difesa di Fantini non pare convincente e ha, inoltre, un profilo palesemente contraddittorio: da una parte, sorvola sulla sostanza delle obiezioni, semplificandole e svuotandole del loro senso originario; dall’altra, seppur involontariamente, le conferma. Sono proprio le sue argomentazioni a far emergere che le strategie del decreto correttivo posto sotto censura avevano l’obiettivo di restringere il campo delle tutele a favore dei lavoratori e delle responsabilità a carico del datore di lavoro, reputate troppo gravose, dal piano della responsabilità civile a quello della responsabilità penale. Il decreto correttivo ha operato una manomissione del sistema delle tutele dei lavoratori e un’attenuazione delle responsabilità del datore di lavoro: esattamente questo è il dato che la Commissione ha posto sotto censura e che lo stesso Fantini ha convalidato, suo malgrado.

Per rendere bene l’idea dell’opera di destrutturazione compiuta dal decreto correttivo, è sufficiente porre mente al profilo di irregolarità della criticatissima “salva manager”. tanto pertinacemente introdotta dall’ex ministro Maurizio Sacconi nel corpo del D.Lgs. 81/2008. I datori di lavoro possono delegare e subdelegare specifiche funzioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro, con l’obbligo di vigilare sul delegato (art. 18). Tale obbligo è considerato ottemperato, ove siano stati adottati efficaci modelli di verifica e di controllo (art. 16, comma 3). Ma a verificare la correttezza dei modelli di sicurezza adottati non sono chiamati soggetti istituzionali terzi (per es., la Direzione Provinciale del Lavoro), bensì attori privati: gli organismi paritetici, all’interno dei quali rilevante è la presenza condizionante delle organizzazioni datoriali (art. 51).

La procedura di messa in mora dell’Italia, tra l’altro, ha avuto il merito innegabile di riaccendere i riflettori sulla sicurezza sul lavoro in Italia. Le analisi e gli studi sul D.Lgs. n. 81/2008, anche alla luce delle modifiche peggiorative del decreto correttivo, hanno continuato a susseguirsi a ritmo incalzante [40]. Ma la tendenza prevalente è stata quella di confinare il dibattito nel campo ristretto degli “addetti al lavoro”.

La notizia così eclatante della messa in mora dell’Italia ha, di fatto, scosso la coscienza civile e posto la sicurezza sul lavoro come un tema ineludibile della discussione pubblica, in cui coinvolti a diverso titolo sono cittadini e istituzioni, operatori della sicurezza e persone comuni. È volata via la foglia di fico con cui istituzioni, attori politici ed economici intendevano coprire la vergogna delle loro responsabilità. Una buona condizione di partenza, per alimentare una migliore coscienza del problema; a partire dal principio base che l’obbligo alla sicurezza, principalmente posto in capo a istituzioni e datori di lavoro, deve contestualmente convertirsi in organizzazione della sicurezza [41].

8. Sentenze storiche e stragi esemplari: 1) il caso Thyssen

1) Il contesto

Vi sono eventi che segnano in maniera indelebile la storia delle comunità umane e la memoria collettiva. Uno di questi è, certamente, la strage avvenuta la notte del sei dicembre 2007 alla Thyssen di Torino, richiamata all’attualità nell’aprile del 2011 con la sentenza di primo grado di condanna di tutti gli imputati [42].

Ebbene, ripercorrendo le pagine della sentenza, vengono al pettine tutti i nodi irrisolti del sistema italiano della sicurezza sul lavoro. Stragi come quella della Thyssen fungono da paradigma perfetto delle carenze strutturali del sistema di sicurezza sul lavoro e delle ristrettezze culturali ed etiche degli approcci imprenditoriali e istituzionali alla materia. La sentenza si muove in un territorio che fa emergere il carattere perverso di quelle politiche aziendali che antepongono l’utile economico alla vita umana, facendo ricadere sui lavoratori rischi mortali. I mancati investimenti in prevenzione, manutenzione e sicurezza, da parte del management della Thyssen, hanno trasferito consapevolmente rischi immani sui lavoratori, pur di salvaguardare le economie di spesa dell’azienda. La malevola logica aziendale che, in applicazione della legislazione vigente, la sentenza ha censurato è stata quella di considerare la sicurezza un costo e non un investimento orientato alla salvaguardia di un diritto fondamentale. Il management aziendale non poteva esprimere il suo disprezzo per la vita umana in una maniera più esplicita.

Tuttavia, è sempre bene operare dei distinguo. Una sentenza rimane una sentenza e non può sostituirsi a decisioni e azioni che debbono promanare dagli attori pubblici e privati del sistema della sicurezza sul lavoro; né può surrogare le loro omissioni. Può avere, sì, il carattere di denuncia e perfino di deterrente, ma le condanne non sono sufficienti a ridurre i rischi, gli infortuni, le morti e le malattie sul lavoro. Fenomeno, questo, tragico e ampio che, però, va affrontato con politiche corrette ed efficaci che compensino il potere del datore di lavoro con un sistema di diritti a tutela dell’integrità, della salute e della sicurezza dei lavoratori. Le sentenze, inoltre, hanno sempre il volto rivolto alla colpa e rivestono, pur sempre, un carattere punitivo. Come in tutti gli altri domini dell’azione umana e sociale, l’intervento repressivo non è la panacea di tutti i mali; anzi, se viene pensato e agito come risoluzione miracolistica dei problemi sociali, diventa esso stesso problema, poiché non promuove autoconsapevolezza e autotrasformazione del sistema e dei soggetti dominanti che in esso agiscono.

La questione delle questioni è proprio questa: le imprese e i mercati globali hanno maciullato i sistemi di contrappesi che i diritti hanno storicamente opposto al potere datoriale. L’esaltazione dell’utile dell’impresa globale ha rotto tutti gli argini del controllo sindacale e della regolazione istituzionale. La sentenza della Thyssen può essere letta come denuncia dello straripamento indebito del potere di impresa e del suo svincolarsi dalla norma e dal dettato costituzionale; non già come elemento di critica sociale del sistema delle imprese. Una sentenza può essere giusta o ingiusta; ma non può mai essere chiamata a surrogare azioni politiche e/o sociali, pena il suo pervertimento. Che una sentenza debba essere giusta non significa, ovviamente, che debba fare giustizia sociale: quest’opera spetta alle istituzioni e agli attori che mediano il conflitto sociale.

2) Le novità storiche

Il carattere di innovazione storica della sentenza poggia sulla evidente circostanza che, per la prima volta in Italia, viene riconosciuto l’omicidio volontario per infortunio sul lavoro. Inoltre, nel corso del processo sono state applicate metodologie e procedure di indagine, estese all’analisi dell’organizzazione dell’azienda, alle sue politiche di bilancio e alle sue comunicazioni interne, per solito estranee a processi aventi per oggetto l’infrazione alle regole della sicurezza sul lavoro [43].

In sostanza, la sentenza ha riconosciuto che le violazioni della normativa anti-infortunistica e le gravi e colpevoli omissioni aziendali rivestivano un palese carattere economico, da cui derivavano interessi e vantaggi per l’impresa [44]. L’interesse è presto individuato ed è dato dalla trasformazione degli input di spesa in output economici espansivi. Altrettanto dicasi per il vantaggio: il mancato intervento manutentivo ha, di fatto, permesso che lo stabilimento di Torino rimanesse aperto, consentendo all’azienda di godere in entrata della continuità del flusso lavorativo e in uscita della continuità dell’afflusso dei profitti. In base alla coltivazione di questo interesse e al conseguimento di tale vantaggio, la colpevolezza dell’azienda e del suo management ha assunto, per così dire, la marca della consapevolezza e della scelta soggettiva. L’azienda, cioè, ha accettato il rischio che si compisse l’evento infortunistico, facendo scattare, così, a suo carico l’ipotesi penale del dolo eventuale [45].

La questione, però, non è così lineare, come a tutta prima potrebbe sembrare. Ricordiamo, in proposito, un passaggio dirimente di una recente sentenza della Cassazione: «Nel dolo eventuale il rischio deve essere accettato a seguito di una deliberazione con la quale l’agente subordina consapevolmente un bene ad un altro. L’autore del reato, che si prospetta chiaramente il fine da raggiungere e coglie la correlazione che può sussistere tra il soddisfacimento del fine perseguito e il sacrificio di un bene diverso, effettua in via preventiva una valutazione comparata tra tutti gli interessi in gioco – il suo e quelli altrui – e attribuisce prevalenza ad uno di essi» [46].

Un approccio corretto, dunque, deve sempre fattualmente e attentamente verificare l’ipotesi del dolo eventuale, altrimenti il diritto penale si veste di valori simbolici che gli sono estranei, tracimando dai suoi confini e dai suoi compiti istituzionali. La scelta dell’attore di correre consapevolmente il rischio di sacrificare un bene giuridico tutelato deve essere isolata, esplicitata e fatta emergere in concreto. L’effettiva ricorrenza dell’accettazione del rischio va accertata in maniera inequivoca, altrimenti salta il garantismo del processo penale: «Se responsabilità dolosa deve essere, è solo perché il soggetto ha realmente deciso contro il bene giuridico» [47].

Passiamo ora a un’altra (e non meno rilevante) problematica prospettata dalla sentenza: l’organizzazione e la gestione della sicurezza sul lavoro all’interno dell’azienda.

La sentenza si è affidata a una lettura intelligente del sistema della sicurezza della Thyssen, attraverso l’applicazione del D.Lgs. n. 231/2001 (Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prove di personalità giuridiche), il cui modello è stato estrapolato puntualmente [48]. Va, altresì, considerato che il D.Lgs. n. 231/2001, per quanto attiene alla problematica dei modelli di organizzazione e gestione della sicurezza sul lavoro, va integrato con l’art. 30 del D.Lgs. n. 81/2008 [49].

I modelli di organizzazione e gestione sono da considerarsi conformi a legge – e, dunque, esimenti – solo laddove consentono di scongiurare che i rischi potenziali si trasformino in danni attuali. Ora, il D.Lgs. n. 31/2001 (artt. 6 e 7), incardina la conformità ex ante dei modelli di organizzazione e gestione delle attività aziendali sulla loro capacità di evitare il danno potenziale e il reato potenziale [50]. Il D.Lgs. n. 31/2001 (art. 7) ritiene idoneo, adeguato ed efficace un modello se: 1) prevede misure in grado di garantire lo svolgimento delle attività aziendali nel pieno rispetto della legge; 2) individua ed elimina tempestivamente situazioni di rischio; 3) prevede una verifica periodica della sua correttezza e della sua efficacia; 4) programma la sua eventuale trasformazione, a fronte di emergenti e ricorrenti inadeguatezze.

Possiamo ritenere quella fin qui illustrata l’articolata piattaforma normativa su cui hanno attecchito gli atti decisionali della sentenza. Come è stato fatto autorevolmente osservare, il tema principale che la sentenza ha sollevato ha riguardato il rapporto tra libertà e sicurezza sul lavoro [51].

È chiaro che la libertà di impresa non può mettere a rischio la sicurezza sul lavoro, da considerare come un bene giuridico in sé. Solo l’accertata e inequivoca manomissione di questo bene giustifica l’ipotesi della responsabilità penale del management aziendale. Sembra proprio questo il caso della strage della Thyssen e in questo solco pare correttamente muoversi la sentenza che si sta qui commentando. Il carattere storico della sentenza appare, quindi, ben incardinato sia sulla norma che sui fatti.

Dobbiamo, però, essere consapevoli che la sentenza Thyssen, come nessun’altra sentenza, non può essere fatta assurgere a modello generale e generalizzabile, da applicare pedissequamente, se si vuole mantenere e sviluppare un approccio garantista ai problemi. Certo, da ora in avanti, del suo contributo rilevante e innovativo si dovrà tenere gran conto, a tutti i livelli. L’obiettivo di perseguire i reati rimane; ma lo scopo principe resta quello di rendere più sicure, civili e degne le condizioni di lavoro. Un compito, quest’ultimo, che non può essere delegato alla magistratura.

Proprio per la cifra storica che l’ha caratterizzata, la sentenza può essere, invece, assunta come un richiamo cogente al principio di responsabilità, affinché sia posto fine a quel diffuso clima di deresponsabilizzazione che, in materia di sicurezza sul lavoro, si trova allignato nelle viscere profonde della società politica, della società civile, delle organizzazioni economiche e dello stesso immaginario collettivo.

9. Sentenze storiche e stragi esemplari: 2) il caso Eternit

1) Il contesto

Con la sentenza Eternit entriamo in un campo che, sul piano simbolico, appare ancora più intensamente connotato di quello della sentenza Thyssen: precipitiamo in pieno nel girone planetario delle stragi causate dalle contaminazioni dell’amianto.

Dal 1966 a oggi, in Italia, i morti accertati delle stragi causate dal fibrocemento denominato Eternit sono stati circa 3.000, di cui circa 1.600 a Casale Monferrato [52]. L’inalazione di fibrocemento provoca tumori che interessano l’apparato respiratorio, dai bronchi alla pleura. È stato opportunamente fatto notare che l’amianto è da considerarsi il più grande agente cancerogeno del XX secolo [53], fino al punto da essere stato unanimemente denominato fibra killer.

Ha ricordato Umberto Veronesi: «Che l’amianto fosse causa di mesotelioma, una forma di tumore alla pleura molto aggressiva, si sapeva già dagli anni ’50. Addirittura negli anni ’60, l’International Agency for Cancer Research (IARC) organizzò una conferenza internazionale sul rischio amianto e il “New York Times” pubblicò una pagina sul caso Eternit, informando direttamente anche la popolazione Eppure una legge che vieta l’uso dell’amianto arriva soltanto nel 1992 – dopo che l’azienda, inaugurata nel 1906, aveva chiuso per auto fallimento nel 1987 – quando il materiale cancerogeno per 80 anni aveva già invaso il mondo. Ora è difficile andare a reperire tutti i siti contaminati. L’amianto, come materiale ignifugo, è stato ampiamente utilizzato nell’edilizia sia civile che industriale, per costruire navi, scuole, case, uffici, tettoie, magazzini etc. Con l’amianto erano fabbricate le pastiglie dei freni delle automobili e quindi ogni frenata provocava un’emissione nociva nell’aria» [54].

A Casale Monferrato, dalla chiusura dello stabilimento Eternit avvenuta nel 1986, si continua a morire, poiché l’incubazione delle patologie da amianto dura decenni [55]. Come si continua a morire a Cavagnolo, in provincia di Torino, sulla sponda sinistra del Po; a Rubiera, nei pressi di Reggio Emilia; a Bagnoli, nel cuore di Napoli. E si continuerà a morire nei prossimi anni: il picco delle morti per amianto è previsto intorno al 2040 [56].

Per rendersi conto del carattere letale della sua diffusione, è sufficiente ricordare che l’amianto è entrato nella composizione di oltre 3.000 prodotti, molti dei quali di uso comune. Limitiamoci a considerare un’abitazione privata oppure un ufficio pubblico: le fibre di amianto sono presenti nell’intonaco, nelle guarnizioni delle stufe, nei pannelli, nella coibentazione dei tubi, nel rivestimento dei camini, negli elettrodomestici, nelle tubazioni idriche, nei materiali isolanti, nelle lastre di copertura, nelle canne fumarie, nei serbatoi idrici) [57].

Secondo l’ISPESL, in Italia, dal dopoguerra fino al 1992 (anno di messa al bando dell’amianto), sono state prodotte 3.748.550 di tonnellate di amianto; nello stesso periodo, l’Italia ha importato 1.900.885 tonnellate di amianto [58]. Manca a tutt’oggi una mappatura sufficientemente precisa dell’estensione e della consistenza delle aree che richiedono interventi di bonifica. E il problema della bonifica ha assunto proporzioni gigantesche: «È necessaria un’analisi per capire con esattezza dove ci conviene rimuovere (con il rischio di diffusione delle polveri) e smaltire e dove isolare e sigillare il materiale perché non possa venire in contatto con le persone. La tragedia dell’amianto ci deve inoltre far riflettere sul fatto che è ora di riprendere gli studi sulla cancerogenesi ambientale» [59]. I ritardi accumulati dall’Italia nella bonifica sono spaventosi [60].

Dagli anni Novanta, le esportazioni di amianto si vanno orientando verso i paesi in via di sviluppo che ne vanno facendo un uso sempre più massiccio [61]. Nei prossimi decenni, esploderà lì la bomba amianto, visto che essi, secondo dati del 2007, fanno uso del 93% della produzione di amianto nel mondo [62]. Occorre, poi, considerare che Russia, Cina, Kazakistan, Brasile, Canada e Zimbabwe continuano a produrre amianto e Canada e USA continuano a non vietarne l’uso [63] .

Secondo gli ultimi dati sistematici forniti dall’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2006, nel mondo vi sono 125 milioni lavoratori esposti all’amianto e si stima che, nei prossimi 15 anni, in Europa vi saranno altre 500mila vittime[64]. Se questa pandemia non verrà arrestata, potrebbero rimanere vittime, tra il 2030 e il 2040, almeno dieci milioni di persone [65].

La portata della questione, come si vede, si estende da Casale Monferrato al mondo intero, aprendo la possibilità che il presente e il futuro siano ancora più funesti di un passato che è già stato terribile.

2) Il dispositivo

Quello Eternit è stato finora il più grande processo per disastro ambientale celebrato in Europa e nel mondo e la sua storia nasce, per caso, nel 2003, allorché il dottor Enzo Merler di Padova segnalò al procuratore Raffaele Guariniello il caso di un operaio che aveva lavorato all’Eternit svizzera e che, dopo molti anni, era morto di mesotelioma a Torino [66].

Alla fine del processo di primo grado, i due magnati Stefan Ernest Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne, l’asset proprietario dell’azienda, sono stati condannati a 16 anni e sei mesi di reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici, per disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. In più, sono stati condannati a numerosi risarcimenti. Vediamone i principali: 30mila euro per ognuna delle 2.191 vittime; 100mila euro per CGIL, USR CISL Piemonte, USR CISL Torino, FENEAL, UIL Regionale, UIL Provinciale di Alessandria e Associazione Esposti Amianto; 70mila euro WWF, Medicina Democratica; quattro milioni per il Comune di Cavagnolo; una provvisione all’INAIL di oltre 15 milioni di euro [67].

L’accusa si basava su due capi di imputazione principali: 1) omissione dolosa di cautele antinfortunistiche, aggravata da malattie professionali e decessi dei lavoratori (art. 437 c.p.); 2) disastro doloso, nella forma aggravata del disastro innominato, configurato come reato permanente (art. 434 c.p.). La sentenza ha riconosciuto la responsabilità penali degli imputati in ordine ad ambedue i titoli di reato contestati, restringendo, però, l’area della punibilità. Per quello che concerne il reato dell’omissione dolosa, gli imputati sono stati condannati per le condotte successive al 13 agosto 1999; per il reato di disastro innominato, invece, la condanna ha trovato applicazione soltanto per i fatti avvenuti negli stabilimenti di Casale Monferrato e Cavagnolo, essendo stati ritenuti prescritti quelli verificatisi a Rubiera e a Bagnoli.

L’impianto accusatorio, confermato dal dispositivo della sentenza, non si è esercitato sulle migliaia di casi luttuosi isolatamente considerati, ma li ha come fusi e giudicati in blocco non tanto come lesione di diritti individuali dei lavoratori, quanto come disastro causante un pericolo permanente e un danno irreparabile per la pubblica incolumità [68]. Conseguentemente, gli strumenti di indagine privilegiati sono stati quelli epidemiologici, come esplicitato dal Tribunale stesso nell’ordinanza del 12 aprile 2010, con cui aveva respinto la richiesta di esame testimoniale di tutte le parti civili: «nessuno dei due reati contestati richiede, ai fini della relativa integrazione la verificazione - e dunque l’accertamento - di lesioni personali o di morte delle persone … il danno non consiste nella lesione personale o nella morte di una o più persone, bensì nella verificazione del disastro… E, dunque, le lesioni personali e la morte non sono inerenti al concetto di disastro, ma sono effetti dannosi prodotti in conseguenza e dopo che il disastro si è verificato» [69]. Ancora: il disastro non è identificabile «con specifiche lesioni personali dai singoli operatori e ben può essere accertato in modo assolutamente impersonale, ad esempio anche attraverso accurate indagini epidemiologiche» [70].

Come già nel caso della Thyssen, il dispositivo della sentenza ha trasmigrato dal mero terreno della colpa a quello del dolo e, dunque, dal codice civile a quello penale. Non casualmente, in tutti e due i processi il pool dei magistrati dell’accusa è stato guidato da Raffaele Guariniello. Come nel caso del management della Thyssen, i due magnati proprietari dell’Eternit Schmidheiny e De Cartier De Marchienne, pur consapevoli dei danni provocati dall’amianto, non avevano interrotto la produzione, né avevano apprestato le necessarie misure di sicurezza, fino al punto di non far usare nemmeno le precauzioni più elementari (mascherine e guanti). Sulle consapevoli scelte omissive dell’asset proprietario si è incardinato il dolo [71].

Sino a questa linea di incolpazione, il dispositivo della sentenza, pur avendo un carattere giuridicamente innovativo, nella sostanza è rimasto calato nel solco aperto dalla sentenza Thyssen. Esso, però, ha continuato a tracciare la sua traiettoria, introducendo la novità giuridica storicamente più rilevante: la reiteratezza nel tempo del dolo e gli effetti di lungo periodo sull’ambiente hanno aperto e circoscritto il terreno specifico del disastro doloso, poiché espressamente violati erano l’art. 32 della Costituzione e l’art. 2087 del c.c.[72]. Quella dell’Eternit è stata una catastrofe ambientale e umanitaria che ancora non ha prodotto le sue conseguenze più esiziali.

Si dovrà, comunque, attendere il deposito della sentenza, per poter condurre un’analisi meglio argomentata dal punto di vista storico e giuridico.


(rielaborato a febbraio 2015)
Note

[1] SNOP - Società Nazionale Operatori della Prevenzione, Globalizzazione e salute, Relazione al seminario omonimo, in www.snop.it, Bologna, 4 maggio 2011.

[2] OISG - Osservatorio Italiano sulla Salute Globale, Salute globale. InFormAzione per cambiare, IV Rapporto, Pisa, Edizioni ETS, 2011; SNOP, op. cit.

[3] Giulia Mascagni, Salute e disuguaglianze in Europa, Firenze, University Press, 2010; OISG, op. cit.; WHO, Equity, social determinants and public health programmes, in www.who.int, 2010.

[4] ILO, OSH management system. A tool for continual improvement, in www.ilo.org, 31 marzo 2011.

[5] Ibidem.

[6] Ibidem.

[7] ILO, Global trends and challenges on occupational safety and health, in www.ilo.org, 11 settembre 2011; Maurizio Maliore, Questa terra dove lavorare è un rischio, “2087”, n. 10, ottobre 2011.

[8] ILO, op. ult. cit.

[9] ILO, op. ult. cit.

[10] ILO, op. ult. cit.

[11] ILO, op. ult. cit.

[12] ILO, Istanbul Declaration on safety and health at Work, in www.ilo.org, 15 settembre 2011.

[13] Juan Somavia, Messaggio del Direttore Generale per la giornata mondiale per la sicurezza e la salute sul lavoro, in www.ilo.org/rome, 28 aprile 2011.

[14] Laurent Vogel, Salute e sicurezza dei lavoratori in Europa, Relazione al seminario “Globalizzazione e salute”, in www.snop.it, Bologna, 4 maggio 2011.

[15] ILO, Global trends and challenges on occupational safety and health, in www.ilo.org, 11 settembre 2011.

[16] Ibidem.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem.

[19] Camera dei Deputati, Conversione in legge del decreto-legge 9 febbraio 2012, n. 5, recante disposizioni urgenti in materia di semplificazione e di sviluppo, in www.governo.it, 9 febbraio 2012.

[20] Marco Bazzoni, Art. 14: Monti opera un colpo di spugna sui controlli per la sicurezza sul lavoro, in www.quipunet.it, 29 febbraio 2012; Vincenzo Di Nucci, Controlli sicurezza nei luoghi di lavoro. Semplificazione o deregulation?, in www.diario-prevenzione.it, 26 febbraio 2012; Alessandro Marescotti, Mario Monti introduce una norma sospetta per i controlli ambientali, in www.peacelink.it, 23 febbraio 2012; Tiziano Menduto, Decreto semplificazione: soppressi i controlli sulla sicurezza?, in www.puntosicuto.it, 1 marzo 2012; Gino Rubini, C’è scritto semplificazione si legge deregulation, in www.diario-prevenzione.it, 3 marzo 2012.

[21] Ambiente e lavoro, Emendamenti all’art. 14 del Decreto legge n. 5/2012, in www.amblav.it, 2012.

[22] Ambiente e lavoro, Appello emendamenti all’art. 14 del Decreto legge n. 5/2012, in www.amblav.it, 2012.

[23] Ambiente e lavoro, La discussione finale alla Camera dei deputati (6 marzo 2012), in www.amblav.it, 2012; Francesca Gozzini, Sicurezza sul lavoro: approvato l’emendamento che salva i controlli, in www.puntosicuro.it, 9 marzo 2012.

[24] Redazione rassegna.it, Sicurezza sul lavoro, il governo si corregge, in www.rassegna.it, 6 marzo 2012.

[25] ILO, Global trends and challenges on occupational safety and health, cit.

[26] Ibidem.

[27] INAIL, OSH management system. A tool for continual improvement, cit.

[28] Ibidem.

[29] Ibidem.

[30] Ibidem.

[31] Ibidem.

[32] INAIL, Infortuni sul lavoro. I dati del terzo trimestre 2011, in www.inail.it, 12 dicembre 2011.

[33] Ibidem.

[34] Ibidem.

[35] Ibidem.

[36] Paolo Pascucci, La nuova disciplina della sicurezza sul lavoro del 2008/2009: una rapsodia su novità e conferme, Working Papers di Olympus, sul sito http://olympus.uniurb.it, n. 1/2011.

[37] Marco Bazzoni, Ecco perché l’UE ha messo in mora l’Italia, “Liberazione”, 16 ottobre 2011; Fabio Tonacci, Sicurezza sul lavoro. L’UE mette in mora l’Italia, “la Repubblica”, 16 ottobre 2011.

[38] Commissione Europea, Lettera al Sgr. Bazzoni Marco, in http://ec.europa.eu, 13 ottobre 2011.

[39] Lorenzo Fantini, Sicurezza. Il ministero: “Un errore mettere in mora l’Italia” (intervista), in www.inail.it, 19 ottobre 2011.

[40] Antonio Terracina e Stefano Massera (2012), Il sistema di gestione sulla sicurezza del lavoro, Roma, EPC Libri, 2012; Arduino Berra e Tommaso Prestipino (a cura di), Sicurezza del lavoro e promozione del benessere organizzativo. Dalla metodologia alle esperienze, Milano, Franco Angeli, 2011; Elena Cossu, Gestire la sicurezza sul lavoro, Milano, Hoepli, 2011; Italo Ghirigato,Comunicazione efficace per chi si occupa di salute e sicurezza sul lavoro, Roma, Edizioni lavoro, 2011; Raffaele Guariniello,Il T. U. sicurezza sul lavoro commentato con la giurisprudenza, Milano, Ipsoa, 2011; Bruno Maggi e Giovanni Rulli (a cura di), Decreto legislativo 81/2008. Quale prevenzione nei luoghi di lavoro?, in http://amsacta.cib.unibo.it, Bologna, TAO Digital Library, 2011; Andrea Pais (a cura di), Testo unico per la salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, Roma, EPC libri, 2011; Luigi Pelliccia,Il testo Unico di sicurezza sul lavoro, Sant’Arcangelo di Romagna (Rn), Maggioli, 2011; Andrea Rotella,Codice della sicurezza del lavoro, Milano, Ipsoa, 2011; Pierguido Soprani (a cura di),Codice della sicurezza. Disciplina della prevenzione e dell’igiene sui luoghi di lavoro, Milano, Il Sole-24 Ore, 2011; Rocchina Staiano,Tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, Sant’Arcangelo di Romagna (Rn), Maggioli, 2011; Chiara Trulli, La sicurezza sul lavoro nella Pubblica Amministrazione, Roma, DEI, 2011.

[41] Pascucci, op. cit.

[42] Tribunale Ordinario di Torino – Seconda Corte di Assise, Sentenza Thyssen, in www.sentenzathyssen.it, 15 aprile 2011.

[43] Gabriele Marra, Regolazione del rischio, dolo eventuale e sicurezza del lavoro. Note a margine del caso Thyssen, in http://olympus.uniurb.it, 14 maggio 2011.

[44] Giovanni Tretti, Sentenza Thyssen AST SpA e 231: una prima lettura, “La Responsabilità Amministrativa delle Società e degli Enti”, n. 1, gennaio-marzo 2012.

[45] Giovanni Fiandaca, Sul dolo eventuale nella giurisprudenza più recente, tra approccio oggettivizzante-probatorio e messaggio general-preventivo, “Diritto Penale Contemporaneo” (rivista on line), in www.penalecontemporaneo.it, 17 febbraio 2012; Marra, op. cit.

[46] Cassazione – Prima Sezione penale, Sentenza 15 marzo 2011, n. 10411, in www.altalex.it, 11 aprile 2011.

[47] Marra, op. cit.

[48] Rolando Dubini, Idoneità dei modelli 231 e sentenza Thyssen, in www.puntosicuro.it, 22 novembre 2011.

[49] Rolando Dubini, Riflessioni sul modello di Organizzazione e Gestione, in www.puntosicuro.it, 9 settembre 2011.

[50] Rolando Dubini, Idoneità dei modelli 231 e sentenza Thyssen, cit.

[51] Marra, op. cit.

[52] Rolando Dubini, Processo Eternit: tremila vittime dell’amianto. Chiesti vent’anni per i dirigenti, in www.amblav.it, 7 luglio 2011; Guido Iocca, Casale Monferrato: la polvere che uccide. Voci dalla Chernobyl italiana, Roma, Ediesse, 2011; Silvana Mossano, Processo Eternit: la sentenza è vicina, “Epidemiologia & Prevenzione”, n. 3-4, maggio-agosto 2010.

[53] Francesco Di Maso, Amianto. Il più grande cancerogeno del ‘900, Roma, Cangemi, 2011.

[54] Umberto Veronesi, Caso Eternit, le colpe dei governi, “la Stampa”, 15 febbraio 2012.

[55] Iocca, op. cit.; Silvana Mossano, Malapolvere. Una città si ribella ai signori dell’amianto, Casale Monferrato (Al), Sonda, 2010; Silvana Mossano e Michele Brambilla, Morire d’amianto. Il caso Eternit: la fabbrica, le vittime, la giustizia, Torino, La Stampa/40K, 2012.

[56] Rolando Dubini, Processo Eternit: tremila vittime dell’amianto. Chiesti vent’anni per i dirigenti, in www.amblav.it, 7 luglio 2011; Daniela Marsili, Salute e sviluppo: il caso dell’amianto nei paesi in via di sviluppo, Rapporti ISTISAN 07/20, in www.iss.it, marzo 2007.

[57] Mossano e Brambilla, op. cit.; Ezio Bonanni e Giancarlo Ugazio, Patologie ambientali e lavorative. MCS – Amianto e giustizia, Torino, Minerva Medica, 2011; Di Maso, op. cit.; Gea Ferraris e Assunta Prato, Eternit. Dissolvenza in bianco, Roma, Ediesse, 2011; Iocca, op. cit.; Corinna Michelin e Tiziano Pizzamiglio (a cura di), Io sono il cantiere! Amianto mai più, Canale Monterano (Rm), Fuorilinea, 2011.

[58] ISPESL, Il Registro Nazionale dei Mesoteliomi. Terzo Rapporto, in www.vdanet.it, maggio 2010.

[59] Veronesi, op. cit.

[60] Legambiente, I ritardi dei piani regionali per la bonifica dell’amianto, in www.legambiente.it, 27 aprile 2010.

[61] Franco Carnevale, L’amianto nei paesi in via di sviluppo, nel sito www.saluteinternazionale.info, 4 aprile 2011; Marsili, op. cit.; Matteo Zola, Sentenza Eternit, un punto di partenza, “Narcomafie”, in www.narcomafie.it, 22 febbraio 2011.

[62] Marsili, op. cit.

[63] Fabio Pipinato, Amianto: urge un bando universale, in www.unimondo.it, 15 febbraio 2012; Marsili, op. cit.; Zola, op. cit.

[64] Carnevali, op. cit.; WHO, Elimination of abestos-related diseases, in www.who.int, settembre 2006.

[65] Carnevali, op. cit.; Marsili, op. cit.

[66] Mossano, op. cit.

[67] Tribunale Ordinario di Torino – Prima Sezione Penale, Dispositivo sentenza Eternit, in www.diario-prevenzione.it, 13 febbraio 2012.

[68] Stefano Zirulia, Sentenza Eternit: qualche osservazione “a caldo” sul dispositivo, “Diritto Penale Contemporaneo”, in www.penalecontemporaneo.it, 17 febbraio 2012.

[69] Tribunale Ordinario di Torino – Prima Sezione Penale, Ordinanza, in www.penalecontemporaneo.it, 12 aprile 2010.

[70] Ibidem.

[71] Tribunale Ordinario di Torino – Prima Sezione Penale, Dispositivo sentenza Eternit, cit.

[72] Ibidem.