In primo piano
LA DEMOCRAZIA DELL'INSICUREZZA.
STATO, SOCIETÀ E IMMIGRAZIONE
di Antonio Chiocchi
[Il testo "In primo piano" è: A. Petrillo, Immigrazione e strategie dell'insicurezza. Genealogia di una politica. Duelli, razze, paure, rischi, febbri; di prossima pubblicazione in un volume collettaneo (sotto la direzione di L. D'Alessandro e A. Marino), per i tipi de L'Hammartan Italia. Si tratta della Relazione presentata al Convegno di Studi: Michel Foucault 1926-1996. Luoghi di una permanenza, Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa/Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli, Palazzo Serra di Cassano, 29-30 novembre 1996]
Il punto di partenza non espresso, ma autentico "motore" del testo di Petrillo che qui si discute, è quello di far parlare Foucault oltre la sua morte e da ben dentro il suo "ordine di discorso". Questo modo di far parlare Foucault, al di là di ogni celebrazione e mummificazione, non ci restituisce semplicemente un "Foucault vivo"; non recupera semplicemente il talento del Foucault supremo "manipolatore critico" di saperi e genealogie; non ci pone semplicemente all'ascolto del Foucault sensibile, raffinato e spietato critico delle strategie di asservimento dei corpi praticate dai poteri complessi delle società avanzate. Ancora più al fondo, con un movimento che ha in sé gli scatti e le movenze della vertigine, ci fa balzare nelle zone limite del non-detto foucaultiano, da cui gettare uno sguardo critico e compassionevole sul mondo e i suoi abitatori.
Il non-detto foucaultiano è esattamente dislocato nei territori dove massima è la sofferenza umana; massima l'ingiustizia; massima l'atrocità delle pratiche e delle strategie del potere. Ed oggi, dopo la sua morte, è un non-detto non per il mero motivo che Foucault non ha avuto il tempo di "vedere" i livelli di precipitazione attuale della sofferenza umana. E nemmeno per l'innegabile circostanza che Foucault ha sottovalutato alcuni elementi di catastrofe presenti nel rapporto tra poteri democratici e diritti inalienabili dei cittadini; come il testo di Petrillo pone bene in evidenza.
Il denso lavoro di Petrillo ci comunica che il non-detto è tra le primarie categorie foucaultiane. Intanto, perché Foucault fa partire tutti i suoi scavi genealogici da ciò che è stato condannato al silenzio e all'invisibilità. E, poi, l'indifferibile e inconcludibile "dire intorno al non-detto" non consente, in assoluto, che il discorso possa mai chiudersi. Il non-detto resta come categoria fondativa e ultimativa della ricerca genealogica e, forse, del pensare e del creare stessi.
Nel saggio di Petrillo, non-detto foucaultiano e non-detto sono il varco attraverso cui prende inizio il cammino e la messa in moto del pensiero. Col che la categoria wittgensteiniana del non-dire e del tacere, proprio non scomparendo dall'orizzonte di ricerca, diventa esperienza sensibile. Qui, come vuole Wittgenstein, su ciò di cui non si può dire occorre continuare a tacere. Ma, come scopre Petrillo, è proprio il tacere e il taciuto che, in Foucault, parlano. Il silenzio dei vinti, degli emarginati e degli oppressi, dei senza parola, dei senza terra e senza casa, dei senza patria e senza diritti diviene la mossa assordante giocata dal discorso già nel suo costituirsi. Questo particolare modo di intendere Foucault e la genealogia in generale consente a Petrillo di sondare le zone limite dell’umano, del sociale e del politico. A questo livello di profondità, in determinazione ulteriore, s'innervano i presupposti della critica da lui inoltrata tanto alle politiche del Welfare che alle strategie post-welfaristiche.
Seguendo le mosse che anticipano e sorreggono il discorso di Petrillo, siamo messi nelle condizioni di individuare la struttura microinfinitesimale del virus che infetta le democrazie avanzate. È il "bisogno di sicurezza" che partorisce le "strategie dell'insicurezza", dell'esclusione e della manipolazione escludente delle "tavole dei diritti". L'analisi di Petrillo ci mostra che queste due polarità sono geneticamente avvinte. In sovrappiù, ci fa cogliere come i due poli non siano in rapporto di semplice reciprocità. Al contrario, "bisogno di sicurezza" e "strategie dell'insicurezza" hanno ambedue la caratteristica di essere determinazioni positive e negative. Cioè (e foucaultianamente): da ognuna di queste determinazioni consegue: a) un'azione positiva di architettura e costruzione sociale e b) un'azione negativa di impedimento e costrizione sociale. Insomma: costruzione sociale come costrizione e costrizione come costruzione sociale. La "reciprocità" del legame si insedia a questo livello di complessità e "circolarità". Petrillo ci mostra che lo stesso architettare positivo è, nel contempo, un impedire e un costringere; allo stesso modo col quale il momento negativo della coercizione è, nel contempo, una modalità del costruire e del fare.
Ancora di più. Petrillo ci indica che l'origine virale che corrompe le democrazie avanzate sta esattamente nella rimozione da esse praticata del non-detto; nella insopportabilità del taciuto da parte dei loro cromosomi culturali; nella carica di isterismo collettivo con cui affrontano i territori e i temi del limite; nelle algide pulsioni di morte con cui fronteggiano l'altero e il diverso. Infine, Petrillo ci ricorda come questo cupo contrassegno delle democrazie avanzate sia anche il residuo rielaborato di quell'ossessione dell'ordine e di quella mania dell'esclusione che marchia ab origine la politica e la società moderne.
Da questa postazione, la critica delle democrazie avanzate si pone anche come superamento del politico moderno. Di nuovo, la ricerca genealogica di Petrillo ci pone di fronte alla coabitazione critica delle dislocazioni temporali, da cui nasce l'urgenza di uscire tanto dal passato quanto dal presente e dai futuri da loro messi in codice e in progetto.
Qui Petrillo, connettendo (ma non confondendo), passo dopo passo, le dimensioni del "sincronico" con quelle del "diacronico", incunea una "frattura epistemologica" nel cuore dell'universo discorsivo foucaultiano. E il suo non è un mero "andare oltre" Foucault. Muovendo dal non-detto foucaultiano, egli perviene al non-ancora; dal non-c'è stato, egli va muovendo verso il non-c'è. E non tanto e non solo verso quel "non-c'è" ridotto al silenzio, quanto e soprattutto verso quel "non-c'è" che manca ancora e attende un "soggetto", un osservatore e un interprete per essere e trasformarsi. La categoria foucaultiana dell'eterotopia è, così, fatta deflagrare per linee interne. Tutti i luoghi del limite e del non-detto sono possibili luoghi di nascita, oltre che territori dell'oppressione, della colonizzazione e della morte. E questo diventa vero già a partire dal fatto atomico elementare di far nascere la parola non-detta di Foucault ridotto al silenzio dalla morte, lasciando che essa viva, sia e si trasformi "oltre" e "contro" la vita di Foucault medesimo. Petrillo ci mostra concretamente come per questa ulteriorità di transito non sia sufficiente il "cuore freddo" della genealogia; ma occorra un "pensiero caldo" e pieno di "colore", come già indicato da Nietzsche, il maestro di genealogia di Foucault.
Ed è un "pensiero caldo" che qui reperiamo in azione. Dove il pensiero di Foucault esita e si va "raggelando", là scattano il "calore" e il "colore" della riflessione di Petrillo. Il teatro della scena e dei significati entro cui si va scrivendo il suo discorso procede per queste "stazioni mobili": duelli, razze, paure, rischi, febbri. Tali stazioni, diversamente dalla "via crucis", non sono percorse in maniera lineare-progressiva. Ognuna intreccia e intercetta l'altra, soprattutto quando più tende a far sembrare che solo di sé stia parlando. Innanzi ai nostri occhi mulinano vorticosamente scene cangianti che si compongono, scompongono e ricompongono: duelli tra razze e razze impaurite; duelli febbrili e febbri duellanti; febbri razzistiche e paure febbrili etc. Lo schema epistemologico che sorregge la ricerca ha il pregio di mettere in azione l'oggetto che si intende indagare in tutte le sue possibili composizioni, scomposizioni e movenze. È solo per l'impossibilità della scrittura di racchiudere in un segno unico il "concerto polifonico" dei fenomeni della vita sociale che viene stabilita una sequenza linguistica e discorsiva. Per questo, la scrittura si fa polifonica.
Ad una scrittura polifonica si accoppia un metodo che fa costantemente irrompere il referente testuale nel corpo del testo. Non tanto per fargli meglio testimoniare di sé, quanto per consentirgli di parlare dell'altro e all'altro in maniera più viva. Le frequenti citazioni con cui è intessuto il testo rendono vivo e sempre nuovo il dialogo con il referente critico-testuale: vi entrano nelle viscere, per mostrarne il cuore nei suoi palpiti più profondi. Non solo cercano di cogliere il referente testuale nella sua libertà sorgiva, ma tentano anche di "restituirlo" ai suoi atti liberatori, per non comprimerne il ciclo vitale. Da qui in avanti, accanto alla libertà dell'autore, viene anche rispettata la libertà dell'opera: la si lascia libera d'essere quello che è e vuole. Cioè: da questo punto in poi, la si coglie nel suo processo di distanziamento e liberazione dall'autore.
Lo schema epistemologico e il metodo appena illustrati permettono a Petrillo di farci approssimare sia a ciò che dice l'autore che a ciò che dice l'opera pro e contro l'autore. Ma ancora: il costruire un'opera è anche il dire dell'autore pro e contro di essa. Il dialogo e il "duello", dunque, si interposizionano preliminarmente tra autore e opera (e osservatore/interprete, si deve aggiungere). Infedeltà, contraddizioni, ambiguità dell'autore e dell'opera vanno sempre ricondotte a questo schema ermeneutico elastico e mai enfatizzate unilateralmente. È la presenza di questo schema che consente a Petrillo di far parlare Foucault e i suoi "prodotti intellettuali" uno pro e contro gli altri. È la presenza di questo schema che gli consente di essere così vicino a Foucault e, nello stesso tempo, così distante dalle sue conclusioni. Quanto più rispetta la libertà del referente testuale e dei suoi manufatti intellettuali, tanto più l'osservatore è e si rende libero.
Un punto chiaro è già in premessa: la "sfida" tra nomadismo migrante e apparati statuali-burocratici delle società avanzate ha per posta in gioco "l'assetto stesso, forse, degli ordinamenti democratici in Occidente". Tanto decisiva è la "posta in gioco", quanto nascosti sono i "luoghi" del gioco: "lontano dal cuore illuminato e pulsante della città e dei suoi commerci ufficiali, un po' fuori dalle procedure e dai discorsi sulle procedure".
Al riparo da occhi indiscreti, le regole della democrazia sono, ad un tempo, sospese, manipolate e agite ad personam, al di sotto di tutte le soglie minime del garantismo giuridico. Non ingannino l'arbitrarietà e la discrezionalità estreme con cui operatori istituzionali e attori politici fanno qui scempio delle procedure democratiche. Si tratta di atti intenzionali che obbediscono ad una concezione autoritaria, se non dispotica, del rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato e diversità etnico-culturale, tra Stato e minoranze interne ed esterne. Gli atti arbitrari e discrezionali, diversificandosi tra di loro, costruiscono, mettono in scena e proteggono delle vere e proprie regolarità di comportamento bellicoso. Queste si introiettano negli strati profondi del tessuto politico-amministrativo e nel magma agitato della società civile, spacciandosi come "difesa naturale", assolutamente necessitata e irrinunciabile, da agenti patogeni interni ed esterni.
Qui, come ci dimostra l'indagine di Petrillo, quanto più fertile e fantasiosa è l'intenzionalità dell'arbitrio e della discrezionalità, tanto più si diffondono e innovano "subculture di massa" che comprimono spaventosamente il menù dei diritti. Da qui poi riparte, più serrato che mai, l'attacco alle procedure democratiche. L'offensiva riprende avvio con l'assemblaggio delle nuove regolarità del comportamento bellicoso che passano a proceduralizzarsi sul piano amministrativo. Successivamente, debordando dal piano amministrativo, si pongono come "regole materiali" non scritte. Il fatto che esse rifuggano come "nemico" il piano della "scrittura formale", ci dice Petrillo, è segno e ragione del loro potere e non della loro vulnerabilità; della loro plurioffensività e non della loro inermità; della loro permanenza e non della loro caducità.
Si autogenerano, così, messa in opera e sperimentazione delle "strategie della sicurezza". Petrillo ci mostra come esse si facciano e siano discorso occulto e come questo discorso sia la messa in mora delle forme e delle procedure democratiche. Ancora: la sua analisi ci fa capire come l'occultamento dei luoghi di formazione e decisione delle strategie e delle pratiche della sicurezza sia l'anti-discorsività per eccellenza. La lettura che egli ne fornisce smaschera, con effetto immediato, i loro complessi e reiterati tentativi di svincolamento dalle verifiche democratiche e la loro perenne via di fuga dal confronto e dal dialogo. Infine: le sue piste investigative ci fanno impattare, ancora una volta, nella zona di confluenza tra "moderno" e "contemporaneo". Come è sin troppo agevole rilevare, oltre alla rielaborazione semantica delle ossessioni del Leviatano, siamo qui posti in faccia alla acre ridislocazione degli inputs e outputs degli arcana imperii.
Questa confluenza di "moderno" e "contemporaneo" fa particolarmente "rumore" nei passaggi in cui vengono demistificate le ambigue relazioni tra politica e guerra e tra pace e guerra. Il saggio di Petrillo, già nel suo primo sviluppo chiarisce un'evidenza palmare: il rapporto politica/guerra è assai più complicato e fitto di interconnessioni di quanto la polemologia clausewitziana (e post-clausewitziana) e la storiografia agiografica e apologetica siano disposte ad ammettere. Non solo la guerra è politica (con altri mezzi); ma anche la politica è guerra (con altri mezzi). Qui, come è fin troppo palese, il riferimento è al Foucault del "Corso al Collège del 1975-76". Qui, come fa osservare Petrillo: "la guerra è la cifra stessa della pace e, soprattutto … è nella filigrana della pace che bisogna leggere la guerra".
Come ci mostra Petrillo, in Foucault, la guerra tende a farsi "presupposto" del politico. Al contrario, dunque, di quanto avviene in Clausewitz e nello stesso Schmitt. Clausewitz, a dire il vero, ammette che la "tensione assoluta" riposa nella guerra; ma, poi, la destituisce di ogni autonomia, abbassandola a "continuazione" della politica (con altri mezzi). In Schmitt, all'opposto, la "tensione all'estremo" si localizza sempre e solo nel 'politico'. Come indica Petrillo, Foucault scopre, invece, che il "principio di ostilità" riposa tanto nella guerra quanto nella politica. Dunque: in Foucault, politica e guerra si coappartengono, sì, ma non si sovrappongono mai. Tanto che, ci mostra Petrillo, il "principio di ostilità" della politica vale quale "chiave di lettura" della guerra; come, all'inverso, il "principio di ostilità" della guerra funge quale "chiave di lettura" della politica.
Matura qui quel passo avanti del saggio, già visto, che spinge a cercare anche nei codici e nelle strategie della pace il senso, i percorsi e i codici della guerra. Sicché tutte le comode e pigri classificazioni politica = pace e crisi della politica = guerra vengono smontate e destituite di ogni fondamento. Solo partendo dall'acquisizione che la politica è anche guerra e che la guerra è anche politica, l'indagine può avere la speranza di penetrare e interrogare la dura corteccia della storia e, insieme, "chiederle il conto".
Sulla scorta di questi passaggi, siamo condotti in prossimità di un punto centrale: la "critica della storia dal punto di vista dei dominati". Come mostra Petrillo, il discorso su pace e guerra interagisce col discorso sulle razze ed entrambi incrociano i discorsi del/sul potere. Non solo. In tale contesto, il discorso sulle razze si autoriflette: scopre le sottoarticolazioni della razza e non si limita alla mera demarcazione della "linea di inimicizia" tra razze diverse. Cioè, come ci avverte Petrillo: all'interno della razza si danno sotto-razze, su cui viene esercitata una signoria assoluta. Meglio ancora: il discorso sulle due razze si disloca anche come discorso interno alla stessa razza. Il "principio di ostilità" qui è interno alla razza e prevede un rapporto di dominazione esercitato — dice Foucault — dalla razza posta come la vera e la sola razza, in quanto "detentrice del potere" e "titolare della norma". Il combattimento, la guerra, il duello, dunque, accompagnano l'esistenza stessa della razza, poiché è già questa ad essere penetrata dal rapporto di dominio, ancora prima che si profili lo scontro con la "razza altra". Nessuna meraviglia, dunque, che Foucault individui il razzismo sin nella fibra interiore dello Stato, delle istituzioni e della società civile. Da qui, ci indica Petrillo, montano il discorso e le prassi del razzismo di Stato, in tutte le tipologie fin qui conosciute e con tutti i conseguenti annichilimenti delle sotto-razze di volta in volta individuate. Da queste zone virali del politico e del sociale diparte l'offensiva contro l'immigrato. Come ci fa osservare Petrillo: "è evidente che in nessun luogo come in questa sotto-razza … l'immigrato possa trovare la sua compiuta e piena – per quanto sinistra – cittadinanza".
Per il razzismo di Stato, il concetto di diverso acquisisce (episte-mologicamente) uno statuto biologico. Conseguentemente, la nozione di pericolo arretra, dal campo dei significati sociali, alle sfere delle permanenze, emergenze ed escrescenze biologiche. Finalmente una "pista" di ricerca: "Le rade tracce degli inizi ci hanno condotto finalmente a una pista. Scorgiamo ora da un lato un'umanità i cui membri sono puntualmente classificabili in base al loro grado di pericolosità biologica, dall'altro un potere che si prende in carico la vita, la cui legittimità risiederà nell'assicurare la vita".
Nelle forme di governo delle società avanzate, come si vede, le nozioni e le prassi di "sicurezza" e "insicurezza" sono costitutivamente avvinte. Qui la sicurezza non è semplicemente designata come assenza di insicurezza. Più corposamente, è eliminazione autoritativa e coattiva dell'insicurezza. Allo stesso modo, qui l'insicurezza non è il mero ricalco negativo della sicurezza. Piuttosto, è pensata e patita come patogenesi aggressiva, minaccia della civiltà e del civile convivere: è tumore biologico da estirpare, non semplice pericolo sociale contro cui vigilare. Saltano, allora, i paradigmi del "sorvegliare e punire"; trionfano i paradigmi hobbesiani della sicurezza, riscritti saccheggiando codici e saperi biologici. Nasce in questi interstizi tumefatti l'esigenza inappagabile dell'ampliamento progressivo dell'esclusione dall'agorà. La democrazia, da sfera della discussione pubblica intorno ai diritti, la giustizia e le libertà, diviene la sorgente della disseminazione di territori trincerati, in cui i sentimenti prevalenti e contrapposti sono l'odio e la paura. L'ossessione della sicurezza genera la democrazia dell'insicurezza.
Che ne è, a questo punto, del Welfare State? Quale "sicurezza sociale" le politiche di welfare possono garantire nell'epoca dell'insicurezza dispiegata? Quale lotta all'insicurezza, a questo stadio, il Welfare può mai assicurare? E ancora: non stanno già scritte nel codice genetico del Welfare le premesse di quest'esito catastrofico?
Procediamo con Petrillo nel cercare risposte a queste domande.
Petrillo ci dice subito, rifacendosi ad un'importante opera di F. Ewald (L'Etat providence, 1986), che, nel passaggio allo "Stato sociale", proprio la "lotta all'insicurezza" diviene la "base del patto associativo". La "lotta all'insicurezza" è, insieme, obbiettivo immediato e motivo teleologico dell'esserci e del fare del Welfare. Il "benessere" della società finisce col dipendere dalle spese per la sicurezza sociale. Lo "Stato sociale" è, dunque, l'incarnazione perfetta dello Stato della sicurezza sociale. Ciò che resta fuori dalle sue sfere e dalle sue orbite acquisisce immediatamente lo status giuridico-politico di insicuro.
Come ci mostra Petrillo, il rischio di insicurezza è, quindi, il rovescio catastrofico del Welfare State. Gli obiettivi e i fini della sicurezza stessi, allora, possono essere smossi internamente dalle perturbazioni del rischio: "Se infatti il rischio diviene prodotto sociale, allora esso è suscettibile di una moltiplicazione infinita (più lo si circoscrive, più esso compare altrove, in un territorio non ancora conquistato alla "sicurezza sociale") e un paradosso beffardo prende a segnare il tempo del Welfare (un bisogno proporzionalmente maggiore di difenderli rincorre ad ogni passo i livelli di benessere conseguiti)".
L'anima dello "Stato sociale" appare corrosa dalle patologie del rischio. Fino a che, avverte Petrillo, la "sicurezza sociale" si prolunga in sicurezza dal crimine. Il che dà il via alla regolazione giuridico-normativa del sociale, con terribili effetti: "Ciò che le nuove dottrine giuridiche vengono via elaborando è il distacco del danno dalla colpa, la dissolvenza della responsabilità nel rischio". Del resto, ci ricorda Petrillo, quello di fondare un sistema di giustificazione-normazione giuridica che legittimasse e legalizzasse il principio della responsabilità senza colpa è un impegno già dei civilisti in epoca bismarckiana (prima) e weimariana (dopo).
Col Welfare e la sua crisi il processo si capovolge: dalla responsabilità senza colpa, transitiamo alla colpa senza responsabilità. La responsabilità del danno, cioè, tende ad essere completamente incorporata nel risarcimento, dal piano simbolico a quello materiale. La pratica assicurativa dell'indennizzazione del danno, in realtà, è una strategia di depenalizzazione del reato. Petrillo ci mostra come la depenalizzazione del reato sia la remissione della colpa, senza che di essa si debba rispondere in maniera cogente. Cioè: la società e lo Stato si difendono dal rischio, attraverso l'aggressione e la dissoluzione del principio di responsabilità. O meglio: la difesa attiva della società fa convergere unicamente e interamente nella forma-Stato il principio di responsabilità. In questa prospettiva, una società sottratta completamente al rischio è soltanto quella di cui può ultimativamente e integralmente rispondere lo Stato. Ma una società interamente occupata dallo Stato sarebbe una società della massima deresponsabilizzazione. Lo Stato qui non soltanto si approprierebbe il monopolio della violenza legittima, ma si annetterebbe in linea esclusiva il principio di responsabilità. Non casualmente, le dittature in opera nel XX secolo hanno teso a coniugare il principio della loro massima responsabilità con la massima deresponsabilità della società e delle masse. Non casualmente, come ci indica Petrillo, i soggetti e le pratiche del "securitarismo metropolitano" tendono esplicitamente a delegare allo Stato il monopolio della responsabilità.
Come ci fa cogliere Petrillo, una contraddizione catastrofica mina lo "Stato sociale" sin dal suo primo apparire. Se l'obiettivo teleologico delle strategie e delle pratiche di intervento statuale deve essere quello della sicurezza sociale; se la sicurezza sociale è conseguibile come rimozione autoritativa dei fattori del rischio; allora, Stato e società, per difendersi reciprocamente, debbono necessariamente colpire i "soggetti pericolosi", in quanto incarnazione minacciosa del rischio. Gli immigrati stanno, ovviamente, in cima alla lista.
Il percorso di analisi di Petrillo ci indica i passaggi e gli sconfinamenti vicendevoli tra sicurezza e insicurezza. Ci mostra come la, pur importante e innovatrice, dichiarazione di principio del Welfare intorno all'universalità dei diritti sociali rechi in sé il "lato oscuro" dell'esclusione dalla cittadinanza di tutti gli strati e le fasce sociali non raggiunti dalle strategie della sicurezza. Ancora: ci mostra come il tentativo di responsabilizzazione universalizzante operato dal Welfare State sia fatalmente destinato a rovesciarsi in deresponsabilizzazione universalizzante dello Stato, a misura in cui l'area di vigenza delle politiche di protezione e sicurezza sociale si va progressivamente restringendo. Veniamo resi edotti del come e del perché, sulla media-lunga durata: proprio quello Stato che vuole esercitare il monopolio della responsabilità si trasformi nello Stato della deresponsabilità; proprio la democrazia della sicurezza si trasformi in democrazia dell'insicurezza; proprio la società dei diritti si trasformi nella società delle esclusioni.
Quanto più il processo di deresponsabilizzazione rispetto ai diritti invade le strutture del comando statuale, tanto più monta e cresce la richiesta di sicurezza sociale nei suoi confronti, da parte di una società in preda al panico. Come ci dimostra Petrillo, il fatto è che tanto le politiche di deresponsabilizzazione passiva della società civile attivate dallo "Stato sociale", quanto le politiche di auto-responsabilizzazione sociale e securitaria incarnate nel Welfare convergono in un punto decisivo: la sottrazione dell'esercizio dei diritti ai legittimi titolari e ai potenziali destinatari. Il "grado zero" dei diritti degli immigrati è contestuale alla situazione del "meno diritti" per tutti che marchia la vita sociale e politica delle democrazie avanzate. Quasi che si debba percorrere a ritroso il cammino che ha condotto da sudditi a cittadini.
In termini concettuali, possiamo definire, con Petrillo, le linee mobili di questo cammino a ritroso come universalismo ristretto. Se l'ideologia securitaria si costituisce ed opera come innalzamento e difesa di confini razziali, politici, sociali, giuridici e simbolici, diventa chiaro, come ci indica Petrillo, che i meccanismi di inclusione/esclusione non sono dati una volta per tutte. Ciò in una duplice direzionalità: come non sappiamo in via definitiva chi sono gli esclusi, così non possiamo mai sapere in via definitiva chi sono gli inclusi. Le dinamiche di inclusione/esclusione sono arbitrarie e mutevoli sul piano politico e storico-sociale; mobili, sul terreno spazio-temporale. Ogni soggetto, strato, figura etc. dell'inclusione può divenire soggetto, strato, figura etc. dell'esclusione. L'universalismo ristretto definito da Petrillo qui significa che niente è garantito a nessuno e tutti sono esposti al rischio. Stato e democrazia dell'insicurezza, del resto, non possono che avere le caratteristiche somatiche della precarietà, dell'incertezza, dell'instabilità. Proprio a quest'altezza storica, un esito catastrofico si converte in un "nuovo inizio" devastante: "… sembra giunto il tempo in cui gli inclusi siano governati dagli stessi princìpi che permettono la creazione degli esclusi". Perché, come dice il Foucault citato da Petrillo in conclusione, non esiste più una "differenza di fondo" tra essere in pericolo e essere pericolosi.
(aprile 1997)