IL MERIDIONALISMO DI GOVERNO: FRA ANNI ’40 E ‘50

 

 

Referente principale dell’analisi sarà l’ormai classico lavoro di Gabriella Gribaudi in box.

Gabriella Gribaudi

MEDIATORI.

ANTROPOLOGIA DEL POTERE DEMOCRISTIANO NEL MEZZOGIORNO

Torino, Rosenberg & Sellier, 1980

 

  

1. INTRODUZIONE

DIVARICAZIONE E VUOTO NEGLI STUDI MERIDIONALISTI (italiani). Queste le direzioni lungo le quali si è andata articolando l'indagine meridionalista: a) analisi dell'intervento economico e dell'evoluzione della struttura produttiva; b) analisi dei fenomeni culturali circoscritti e/o di comunità isolate nel tempo e nello spazio (p. 19). Nessuna possibilità di mediazione v'è stata tra l'economia (riferimento: pragmatismo anglosassone) e le scienze umane (storia, antropologia, ecc.), finite sotto l'influenza idealista (ibidem). "In questo modo esse seguivano strade parallele: l'una prendendo in considerazione i grandi processi macroeconomici e la loro influenza sulle strutture della società, le altre analizzando i microfenomeni culturali, l'antropologia, o l'evolversi del pensiero, la storia. Il campo del dei fenomeni sociali è rimasto pressoché sconosciuto" (ibidem). In queste condizioni, l'economia "ha svolto la funzione di unica fonte di conoscenza dei fenomeni sociali. In questo quadro dunque la storia contemporanea del Mezzogiorno si è trasformata in storia dell'intervento economico che, quasi atto autonomo ed esterno, sconvolge la realtà sociale ed economica e determina i destini collettivi e individuali" (ibidem).

 

MODELLO DI ANALISI E MODELLO DI INTERVENTO. Due, fondamentalmente, i modelli di analisi.

1) La concezione dell'intervento pubblico come atto razionalizzatore e, in quanto tale, portatore di civiltà, promanante dallo Stato, al fine di innescare una spirale virtuosa di sviluppo economico nel Mezzogiorno d'Italia. I criteri della razionalità economica, nell'analisi come nella realtà, fanno primato su tutti gli altri e la soccombenza e/ o il fallimento dell'intervento dello Stato con fini di sviluppo, non di rado, viene causalizzata all'opposizione di forze e gruppi settentrionali verso il progettato sviluppo del Mezzogiorno (p. 20). Fanno particolarmente spicco, sotto quest'ultimo riguardo, il "meridionalismo governativo" e le analisi e le posizioni della Svimez e dei ricercatori ad essa vicini(1).

2) La concezione del ritardo meridionale causato dall'intervento esterno e, in quanto tale, determinante un quadro da sviluppo dipendente, in relazione di subalternità agli interessi dei settori del capitalismo avanzato, secondo la logica funzionale sviluppo/sottosviluppo (ibidem)(2).

 

IL PUNTO DI PARTENZA RIDUTTIVO: LA MACROANALISI ECONOMICA E LE MICROANALISI ANTROPOLOGICO-CULTURALI

1) L'assunzione del momento/movente economico quale principale fattore del mutamento sociale; con la conseguente sottovalutazione del ruolo degli elementi culturali "nell'analisi del divenire storico" (p. 20). Il mutamento sociale è stato, così, concepito come condizionamento delle strutture economiche sulle sovrastrutture culturali, negando ogni dignità storica e autonomia alla "volontà degli individui", non considerati quali "soggetti storici attivi" (ibidem).

2) Altrettanto insoddisfacente e paralizzante è l’approccio al Mezzogiorno di quei ricercatori (italiani e anglosassoni) che hanno privilegiato le microindagini sulla cultura, il folklore, le reti di scambio e di relazioni sociali a livello locale (p. 21). Se è vero che la microanalisi consente di ricostruire le strutture delle azioni e le loro reti motivazionali e sociali per, poi, proporre modelli e livelli scientificamente plausibili di generalizzazione, è altrettanto vero che l'approccio microanalitico, "costruendo complicati modelli di relazioni sociali e descrivendo nei minimi particolari le caratteristiche di una società locale", "rischia di ridurre la comunità a momenti isolati e statici, nascondendone le relazioni con le strutture allargate e con i processi storici e politici in atto" (ibidem; corsivo nostro).

3) Da qui rimonta la necessità di impiegare nell'indagine strumenti sia storici che antropologici, prendendo come riferimento più maturi filoni di ricerca antropologica (Boissevain, Friedl, J. e P. Schneider, Blok), i quali hanno posto in connessione lo studio delle comunità con: a) la formazione degli stati nazionali in Europa, b) i processi di centralizzazione del potere (ibidem). Osserva suggestivamente J. Boissevain: "… Importante è la consapevolezza che l'antropologia è lo studio di tutta l'umanità, non soltanto dell'uomo primitivo, tropicale e non-occidentale. Ciò riflette uno dei più importanti processi a lungo termine: la crescente interdipendenza degli stati-nazione, delle organizzazioni internazionali e dei continenti. Formatisi su una letteratura che tratta di società non occidentali che mutano abbastanza lentamente, isolate e indifferenziate, gli antropologi sono spesso mal equipaggiati per la complessità dell'Europa. Questa complessità […] non può essere adeguatamente trattata con tradizionali concetti antropologici come equilibrio, corporazioni, opposizione bilanciata, reciprocità e consenso, per esempio. La tradizionale ricerca tecnica dell'osservazione partecipante non è più sufficiente. L'alto livello di centralizzazione, le interrelazioni fra vari livelli di integrazione, l'impianti di multipli processi di lungo termine, i rapidi mutamenti che possono essere documentati attraverso i secoli turbano ancora molti antropologi. Conseguentemente molti hanno cercato rifugio nei villaggi, che hanno trattato come entità isolate. Essi hanno tribalizzato l'Europa. Tuttavia, la complessità dell'Europa è proprio quella che fa sì che essa sia un'affascinante e importante area di ricerca"(3).

 

L'IPOTESI GUIDA (della Gribaudi)

1) L'intervento economico dello Stato è stato fortemente determinato dalle caratteristiche della società meridionale, a cui esso non ha potuto fare a meni di adeguarsi;

2) L'intervento economico dello Stato va messo in correlazione con le questioni del controllo e del potere che il partito di governo concentra nelle proprie mani, attraverso la gestazione e l'attivazione di una particolare modalità di sviluppo economico;

3) Tale è la cornice entro cui hanno operato e preso piede tutte le ideologie e le teorie a sostegno dello sviluppo del Mezzogiorno (p. 23).

COROLLARI.

1) L'intervento pubblico in funzione di sviluppo, nel Mezzogiorno d'Italia, risponde, "in prima istanza a criteri di controllo sociale";

2) Già a livello di approssimazione teorica, l'intervento dello Stato nel Mezzogiorno è elaborato da un'élite che si è posizionata come anello di mediazione fra Stato e società;

3) La società periferica è, dunque, il riferimento attivo del modello (della Gribaudi): nel senso che ad essa sono attribuite le facoltà di opporsi e/o condizionare i programmi e le iniziative del centro (ibidem).

 

RELAZIONE FONDAMENTALE DELL'INDAGINE: MODELLO TEORICO E REALTÀ MERIDIONALE.

1) Quella esistente fra Stato e società: "essa viene rappresentata come una relazione conflittuale e simmetrica in cui si possono inserire di volta in volta, monopolizzando la comunicazione fra i due momenti, determinate forze sociali con funzioni mediatorie" (ibidem; corsivo nostro).

2) Il riferimento teorico principale per questo tipo di approccio relazionale è dato dall'opera di K. Polany(4). Per Polany, difatti, la storia europea degli ultimi secoli è la storia del conflitto inesausto fra società e mercato, in virtù del ruolo esterno ed alienante esercitato dal processo economico. Con ciò, egli restituisce agi uomini e alla società la possibilità di opporsi all'autorità, alla valenza e all'evoluzione dei meccanismi economici. In questo modo, ancora, viene palesemente alla luce la contraddizione ineliminabile tra uomini e relazioni sociali, da un lato, e sviluppo economico, dall'altro. Tuttavia, la Gribaudi tende a differenziare la sua posizione da quella di Polany su un punto cruciale: il ruolo esercitato dallo Stato (p. 24). Polany ritiene che lo Stato svolga una funzione di mediazione (tra l'economico e il sociale), in funzione della protezione della società: o per democratizzarla e regolamentare de-mocraticamente il mercato (protezione progressista); oppure per congelare le sue strutture gerarchiche di contro al mutamento (protezione reazionaria). Conseguentemente, qui lo Stato è il supremo mediatore, il garante dell'integrità sociale.

3) Diversamente, per la Gribaudi, lo Stato è da intendersi, accanto al mercato, come un elemento di centralizzazione del potere che svolge una funzione di protezione solo perché costretto da rapporti sociali o in quanto costretto da mediatori che interpretano le esigenza della comunità (ibidem). Il campo dei rapporti tra Stato, mercato e comunità locali nel Mezzogiorno d'Italia è, perciò, meritevole di una particolare attenzione. Ciò anche in virtù della considerazione che, diversamente dai paesi del Nord-Europa, nel lungo processo che ha condotto ala formazione e allo sviluppo dello Stato nazione, in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno, "lo stato si sovrappone alla società locale senza integrare le comunità, che mantengono all'incirca fino alla seconda guerra mondiale proprie forme di controllo e di organizzazione del potere. Ciò provoca uno spiccato dualismo nelle strutture sociali e produttive dando spazio a fenomeni di mediazione politica ed economica" (ibidem; corsivo nostro).

4) Conseguenza (ma anche presupposto) dell'approccio della Gribaudi è che i conflitti tra società e mercato e sull'azione dello Stato sono da inquadrare sulla lunga durata della modernità (progressiva affermazione e stabilizzazione degli Stati nazione), durante la quale in Europa si va consolidando il processo di esautoramento delle comunità, per effetto dei processi di centralizzazione del potere (ibidem).

5) I precedenti di questo approccio sono dati dalle indagini sulla Sicilia occidentale di Cane e Petra Schneider e di Anton Blok. In particolare, gli Schneider fanno rilevare come in Sicilia, sin dall'epoca angioina, il potere centrale è mediato da una potente élite che controlla le strutture locali: "l'organizzazione economica cresciuta intorno all'esportazione del grano assume caratteristiche fortemente dualistiche e i rapporti di mediazione e di controllo vengono quasi istituzionalizzati in una forma di organizzazione violenta del potere, la mafia, che si sostituisce allo stato e sfrutta, distorcendoli e ideologizzandoli, i codici culturali locali" (Gribaudi, p. 24, corsivo nostro)(5).

 

L'IPOTESI STORICA.

1) Dal secondo dopoguerra lo Stato nazionale manifesta la volontà di una più forte centralizzazione dei poteri e di una più stringente unificazione economica;

2) Siffatta volontà si collega ad una specifica fase dello sviluppo economico (a scala internazionale e nazionale;

3) In tale fase si vanno affermando con prepotenza i (nuovi) bisogni di mercato del sistema industriale, i quali vanno connessi al problema cruciale dell'organizzazione del consenso politico nel nuovo contesto così determinatosi;

4) Il complesso di queste tendenze centralistiche ed accentratrici trovano un'adeguata risposta locale, articolata e differenziata, muovendo dal secolare conflitto storico con lo Stato (Gribaudi, pp. 24-25).

5) Sicché: "La storia di questi ultimi trent'anni appare quindi come un processo accelerato e doloroso, in cui il mercato e lo stato integrano una società che aveva in un certo senso resistito al suo assorbimento. Il mercato copre rapidamente tutto il Mezzogiorno; lo stato in una complessa opera di mediazione e di intervento gestisce questa penetrazione … Nella capacità di adeguamento e ideologizzazione dei codici culturali della società meridionale è da vedere la forza del potere del partito di governo nel Mezzogiorno, nell'opposizione delle comunità a farsi integrare, l'origine di quei comportamenti etichettati come tradizionali" (p. 25; corsivo nostro).

6) La relazione Nord/Sud è, dunque, una relazione di scontro fra due culture e due sistemi economici; lo scontro passa per il centro politico ed ha nella Dc il momento della mediazione (ibidem). L'unificazione politica mette in contatto due contesti culturali differenti; dal 1861 a tutto il secondo conflitto mondiale, questi due mondi alteri vennero mantenuti in una relazione di sostanziale isolamento/separazione da una modalità politica di mediazione gerarchica, muovente dal centro verso la periferia, attraverso le élites locali, a cui lo Stato delegava per intero le forme e i ruoli del controllo sociale (ibidem). Osserva la Gribaudi: "… la mancanza di comunicazione fece sì che si mantenesse al suo interno [del Mezzogiorno] un sistema culturale ed economico, non sussunto nelle regole del mercato, un sistema in un certo senso omogeneo, coesistente ma diviso dalla sfera del mercato e delle istituzioni, cui si poteva accedere attraverso la mediazione di ceti ristretti" (ibidem; corsivo nostro).

7) Il vero processo di unificazione comincia col secondo dopoguerra; col che i diversi contesti culturali (prima incomunicanti) vengono direttamente a contatto (pp. 25-26). Ora: "L'azione del centro politico assume essa stessa, attraverso la sua mediazione, la funzione di veicolo di penetrazione di modi di vita e valori culturali differenti" (p. 26; corsivo nostro). Dall’interpretazione distorcente e riduttiva di questo dato storico deriva il paradigma, insieme, statalista e industrialista del (nuovo) meridionalismo (soprattutto quello di marca governativa e Svimez) germinato nel secondo dopoguerra, per il quale lo Stato è un ente astratto che si sovrappone ai singoli, apportando civiltà e sviluppo (ibidem).

8) Il soggetto dell'opera di mediazione statalista e mercatista svolta nelle comunità locali del Mezzogiorno è l'elite meridionale, organizzata in gran parte dalla Dc: essa ha saputo parlare di tecnica e sviluppo industriale col linguaggio delle comunità locali (pp. 26-27); con ciò ha saputo manipolare i codici culturali locali per una tripla legittimazione: a) quella dello Stato; b) quella del mercato; c) quella di se stessa, entro lo Stato e il mercato. Da soggetto di mediazione politica si è trasformata in soggetto di ricomposizione sociale, in un duplice senso: a) ricomposizione dei tessuti locali; b) ricomposizione tra ambito nazionale e ambiti locali. Ciò spiega perché, come è stato fatto notare dalla stessa Gribaudi (p. 27), non ha mai appoggiato uno sviluppo locale autopropulsivo; ma ha inteso sempre mediare e ricomporre lo sviluppo locale in stretta dipendenza dal "centro". Ricomponendo e riconnettendo la "periferia" al "centro", essa realizza e consolida tutti e due i livelli di legittimazione del suo potere: dal "centro" riceve il potere che, poi, redistribuisce e consolida in "periferia", rendendosi, così, sempre più indispensabile all'opera di mediazione delle élites nazionali. Come è lontana dai suoi orizzonti un'effettiva crescita dei poteri delle autonomie locali, così non rientra nelle sue strategie di sopravvivenza e crescita il mero appiattimento sui "poteri centrali".

 

 

2 LA PREINDUSTRIALIZZAZIONE: OVVERO LA PROTEZIONE E IL CONTROLLO DELLA SOCIETÀ: 1948-1957 (cap. I)

LE FINALITÀ SOCIOPOLITICHE DELL'INTERVENTO DELLO STATO NELL'ECONOMIA E NELLA SOCIETÀ DEL MEZZOGIORNO.

1) Attutire l'impatto del mercato;

2) Difendere la società; vale a dire: a) rinsaldare i legami di comunità; b) riaffermare i codici di comportamenti comunitari; c) enfatizzare le gerarchie dell'ordine sociale (p. 31).

 

LE MODALITÀ DELL'INTERVENTO.

1) Politiche di sussidiamento dello Stato;

2) Connessione ideologica con i codici di comportamento delle "classi popolari";

3) Conferma del senso di appartenenza alla comunità e delle sue modalità di relazione con lo Stato (ibidem).

 

LA POLITICA MERIDIONALISTA.

1) È l'azione dello Stato,

2) che si delinea come opera di apprestamento dell'ambiente locale e della distribuzione del reddito,

3) per il tramite della spesa pubblica,

4) finalizzata al sostegno di un ampio settore di sussistenza: dalla piccolissima azienda contadina nelle campagne al piccolo artigianato nelle città (ibidem).

 

GLI EFFETTI DELLA GUERRA

1) Scongelamento del mercato del lavoro;

2) Trasformazione dell'eccesso di offerta in eccedenza di domanda;

3) Vanificazione del controllo sui salari;

4) Mutamento del rapporto di forza fra salariati e padroni;

5) Miglioramento delle condizioni di contrattazione dei salariati;

6) Crisi irreversibile del sistema della sussistenza e dell'autoconsumo;

7) Restringimento ulteriore dei margini di resistenza degli strati popolari;

8) Crisi del settore contadino;

9) Conseguente calo della produzione agricola e accresciuta dipendenza dall'approvigionamento esterno; risultato: crollo dei meccanismo di controllo dei prezzi (p. 33);

10) In sintesi: "Ci troviamo dunque di fronte alla rottura degli argini di protezione fascisti in concomitanza con un aggravamento della situazione economica di quasi tutti gli strati sociali nel Mezzogiorno. La fine della guerra, che aggiunge a ciò una situazione di relativa precarietà politica, rende manifesto il disagio, acutizza le tensioni e rende possibile l'apertura di un periodo di instabilità sociale e una prova di forza fra strati popolari e vecchie élite dirigenti, che, fra alterne vicende, durerà fino agli inizi degli anni '50" (ibidem).

 

IL DIBATTITO POLITICO E L’OBLIO DEL MEZZOGIORNO

1) Tra il 1943 e il 1948, nessuna concreta misura fu presa a favore del Mezzogiorno: tutto il progetto della ricostruzione ruotò esclusivamente sulla rimessa in moto dei meccanismi industriali del Centro-nord distrutti e/o inceppati dalla guerra. Il Mezzogiorno appare qui come una situazione residuale da affrontare dopo aver riattivato la struttura del sistema economico-industriale. Spia di questo vuoto d'analisi e di intervento è il dibattito della Costituente, assolutamente carente(6).

2) Il governo di unità nazionale:

a) adottò ben poche misure a favore del Mezzogiorno, tra queste il decreto Gullo (ottobre 1944): concessione ai contadini di rimanere sulle terre incolte occupate, con l'indicazione di formare cooperative per la loro lavorazione(7); tuttavia, dopo il decreto "gli occupanti furono abbandonati in balia della violenza dei grandi proprietari, i quali con il consenso tacito del governo alleato, organizzarono bande armate e in molti casi riuscirono a prevenire occupazioni e addirittura a far sgombrare dalle terre occupate e coltivate i contadini ribelli" (Gribaudi, p. 61, nota n. 2);

b) smantellò importanti impianti di base: l'Ilva di Torre Annunziata; la Navalmeccanica di Baia; l'Ansaldo; le Manifatture Cotoniere, i cantieri navali di Napoli, Taranto e Palermo, ecc (Gribaudi, p. 34)(8).

c) effettuò il pagamento dei danni di guerra al Nord prima che al Sud (come prima);

d) distribuì i fondi ERP ("Piano Marshall") a netto svantaggio del Sud, per il fatto che il programma elaborato nel 1948 richiedeva materie e macchinari che, ovviamente, vennero indirizzati verso le industrie settentrionali(9);

e) In sintesi: "La politica liberista si risolse nei fatti nella protezione delle industrie del Nord e nell'abbandono della struttura produttiva del Sud" (Gribaudi, p. 34)(10).

 

IL CAOS MERIDIONALE E LA NUOVA RICOMPOSIZIONE SOCIALE

1) Scontri fra diverse élites dominanti;

2) Crisi della forza e del potere della grande proprietà terriera quale alleata organica del grande capitale del Nord;

3) Attacco, da parte della grande proprietà terriera, alle lotte condotte dai movimenti dei contadini e dei braccianti;

4) Separatismo siciliano;

5) 1945: inizio dell'affermazione di un nuovo ceto locale dirigente che si va costituendo come "tramite tra intervento dello stato e potere locale, parallelo alla elaborazione a livello nazionale di una linea teorica e politica di intervento nel Mezzogiorno" (Gribaudi, p. 34);

6) Il fatto è che: "l'affermazione di una linea "meridionalista" nei governi degli anni '50 è legata all'affermazione di questa nuova élite, variamente composta, ma la cui caratteristica dominante sarà il legame con l'intervento dello Stato e quindi con la Democrazia Cristiana e, a livello locale, il ruolo di intermediazione fra stato e classi popolari" (pp. 34-35).

 

IL QUADRO DELLA PROTEZIONE

1) Quella della Dc, agli inizi degli anni '50, è un'azione di protezione della società tradizionale, di cui vengono difesi i rapporti sociali contro l'azione disgregatrice delle forze di mercato (Gribaudi, p. 35). La chiave di lettura, come è chiaro, è il modello apprestato da Polany nel 1944.

2) Le forze di sinistra sono incapaci di interpretare le esigenze, le culture, le tradizioni, i rapporti e le relazioni delle comunità locali meridionali. Di fronte a questa omissione, le forze della conservazione, esemplarmente rappresentate dalla Dc, assumono la difesa della società tradizionale meridionale. Da un lato, vengono congelate le forme storiche e le culture della società meridionale; dall'altro, per contro, vengono esposte all'invasività del mercato (p. 35). Nell'intervento dello Stato si può cogliere questo profilo contraddittorio: mediare attivamente tra queste due polarità è stata la chiave di volta del successo e del potere della Dc nel Mezzogiorno (e non solo).

3) Su queste basi alligna una politica di controllo sociale paternalistico, le cui radici profonde si estendono in quella parte di "società non dominata dai rapporti di scambio: essa assunse la forma di un sussidiamento non legato al lavoro produttivo, che facesse un po' da argine alle spinte della distruzione della società tradizionale" (ibidem).

4) In questo quadro: "La riforma agraria e l'istituzione della Cassa del Mezzogiorno possono essere rappresentate come tentativo di protezione del lavoro e della terra, e la politica dei sussidi, sapientemente dosati, come un modo per frenare la proletarizzazione e per fondare un apparato di controllo che sostituisse l'antico in crisi. Negli anni '50 si veniva formando un settore dell'economia e vasti strati sociali basati sul sussidiamento pubblico su una società ancora congelata nelle strutture fondamentali veniva sparsa una massa di danaro, che, in assenza di sviluppo industriale, sarebbe stata spesa in consumi" (pp. 35-36; corsivo nostro)

 

L'IDEOLOGIA POPULISTA DELLA DIFESA DEI DEBOLI CONTRO I POTENTI E DEI POVERI CONTRO I RICCHI

1) Camera Dei Deputati, Atti della Commissione Parlamentare di Inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla. Inchiesta a carattere comunitario, Grassona di Matera, vol. XIV, I, 1954: "Ecco perché, a nostro modo di vedere, se oggi la maggiore mobilità del vicinato è segno di maggiore coscienza e autonomia psicologica dei suoi abitanti che, avendo acquistato attraverso l'istruzione o i più frequenti contatti con il mondo esterno capacità più alte di introspezione e maggiori poteri critici, hanno la possibilità, anzi l'esigenza di una scelta nel rapporto affettivo, in tutto questo esiste anche il pericolo grave che il rapporto umano perda le sue qualità di spontaneità, di naturalezza, di sincerità. Il senso di fraternità umana che ancora esiste nei vecchi quartieri delle città, e che nelle ampie e monotone strade dei lampioni, rinnova specie per i suoi abitanti più giovani, il miracolo di una comunità senza barriere, sembra destinato ad essere travolto — se non vi si pone rimedio in tempo — nelle crisi generale del mondo contadino. Qualora si accentui l'isolamento delle famiglie, anche qui le relazioni umane acquisteranno quella tragica maschera che è il "rapporto sociale" nel senso deteriore della parola; ed allora potremo dire veramente che la civiltà contadina è finita" (pp. 114-115; cit. p. 36);

2) S. Gava, Mezzogiorno impegno d'onore della Democrazia cristiana, Napoli, 1947: nella comunità agro-pastorale "la "funzione sociale" resta vinta e sopraffatta dall'interesse individuale del proprietario, e finora non è stato possibile stabilire il necessario equilibrio, sia per la mancata esecuzione di una vasta bonifica (spesse volte osteggiata dai proprietari) che avviasse ala trasformazione fondiaria — come direbbe il Dorso — per il carattere immobile della classe dirigente meridionale. Classe fatta di una borghesia paga del reddito stabile e aliena da ogni ardita innovazione e di una borghesia professionista, intellettuale, burocratica, subordinata agli interessi fondamentali di quella agraria, cui si accontenta di prestare i suoi servigi" (p. 133; cit. pp. 36-37);

3) G. Paratore, Sul problema operaio nella provincia di Napoli, Relazione all'Unione Industriali di Napoli, 1940(11): "Naturalmente noi insistiamo sull'idea che occorrerebbe rialzare l'artigianato, facilitarne lo sviluppo, dargli maggiore fibra e vigore. Le regole corporative dovrebbero aderire più plasticamente allo stato del mestiere indipendente, il quale esige, almeno al principio, un maggiore rispetto delle consuetudini e delle norme tradizionali. Un risveglio dell'artigianato, ricondotto alle sue esigenze di autonomia, di iniziativa e di disposizioni personali, potrebbero concorrere ad evitare quell'afflusso di forze e di lavoro inadatte verso la grande industria, che è la causa prima dell'inferiorità produttiva del lavoratore di queste parti";

4) Don Sturzo (1947): "Bisogna secondare questi filoni di ricchezza [lavoro dipendente] che serve a cementare i nuclei familiari tradizionali e liberi dei nostri artigiani" (cit. p. 37).

 

LA SVIMEZ

1) Autorappresentazione, fin dall'inizio (1946): ente sostenitore dello sviluppo industriale del Mezzogiorno;

2) Innovazione: superamento del vecchio meridionalismo e anticipazione dell’azione legislativa e interventistica degli anni '50; il principio innovatore: l'intervento statale (appunto);

3) Espressione "più compiuta dell'azione dello stato nel Mezzogiorno" e della "influenza dell'industria pubblica e dell'apparato politico" (p. 43);

4) Traduzione del principio innovatore in prassi: "formazione di un meccanismo di trasferimento autoperpetuantesi regolato dal partito di governo" (ibidem).

5) Disfunzioni: a) confusione del quadro delle formulazioni teoriche, troppo legate al contingente; b) stortura delle applicazioni pratiche (ibi-dem).

6) Esiti: "Così poté succedere che alla fine degli anni '40 le teorie della Svimez, nonostante gli spunti critici che pure ci furono, fossero usate per giustificare uno sviluppo subalterno, come vedremo, a quello del Nord e negli anni '60, quello sviluppo parziale e non autonomo che consisteva nella industrializzazione per grandi investimenti e per poli" (ibidem; corsivo nostro).

7) Gli elaborati teorici: periodo 1947-50:

a) periodo 1947-50: vale a dire, la costruzione dei prerequisiti dell'industrializzazione;

b) inizio anni '50: tentennamenti e spunti critici; si va affermando il dubbio che l’intervento dello Stato, così come impostato nella fase 1946-50, favorisse le industrie del settentrione (creazione della domanda di prodotti), danneggiando il Sud (impossibilità del Mezzogiorno di fronteggiare autonomamente e direttamente tale eccesso)(12); l'esigenza avvertita è quella di creare un apparato industriale al Sud in grado di assorbire immediatamente la domanda addizionale prodotta (Gribaudi, p. 44)(13);

c) primi anni '50: il dibattito tra la posizione dei "due tempi" (prima l'infrastrutturazione e dopo l'industrializzazione) e quella dell'"indu-strializzazione immediata" caratterizza lo stallo teorico della Svimez e le sue frequenti oscillazioni in un senso o nell'altro; addirittura singoli autori ondeggiano ora verso una posizione e ora verso l'altra: "si veda ad esempio Saraceno, che, dopo essere stato uno dei più attivi sostenitori della teoria dei prerequisiti, già nel '52 critica la politica dei due tempi e dal '53 diventa il sostenitore ufficiale della necessità dell'industrializzazione subito" Gribaudi, p. 62, nota n. 10);

8) Trasformazione della questione meridionale in un problema tecnico "di adeguamento dei livelli di vita, di progresso delle condizioni materiali. La misura dello sviluppo veniva rappresentata attraverso indici di depressione, in cui il reddito era la variabile fondamentale (il benessere materiale inteso come accrescimento di consumi privati di massa sarebbe stata una delle arme ideologiche della DC negli anni futuri)" (p. 47; corsivo nostro).

8a) Il mito della tecnica, come approccio alla soluzione della questione meridionale, taglia non solo l'intera area culturale delle Svimez, ma tutto intero il composito schieramento politico, con ricadute anche a sinistra. Si veda, per es., il CEIM (Centro Economico Italiano per il Mezzogiorno), sorto a Napoli il 6 luglio 1946 come espressione diretta del fronte delle sinistre (Gribaudi, p. 61, nota n. 8). Ecco cosa possiamo leggere: "La soluzione del problema (meridionale) è esclusivamente tecnica: nei termini finanziari, nei riguardi agronomici, nella necessità di una organica politica dei lavori pubblici connessi allo sviluppo industriale"(14).

9) Le posizioni appena passate in rassegna, nonostante i loro limiti e la loro moderazione politica e conservazione culturale, hanno il pregio di essere le prime proposte organiche avanzate intorno al problema del Mezzogiorno, nelle nuove condizioni storiche determinatesi (Gribaudi, p. 48).. Inoltre, esse erano portate avanti da uno "strato particolare di politici legati all'industria pubblica e ad una serie di interessi nel Mezzogiorno, e nello stesso tempo esprimevano le nuove linee che a livello internazionale stavano emergendo sulla funzione dello stato e sulle politiche di sviluppo" (ibidem, p. 48, corsivo nostro)(15).

9a) Questa interpretazione (Ferrari Bravo-Serafini/Gribaudi) assume, correttamente, che la politica elaborata e praticata negli anni '50 non rappresenta un ritorno al passato" (la continuazione lineare delle politiche dello Stato liberale), ma invece realizza un’innovazione del modo d'essere dello Stato nel meccanismo economico (tanto nello sviluppo che nel sottosviluppo). In particolare, l'innovazione attiene al rapporto Stato/mercato nel sottosviluppo. C'è, però, una differenziazione tra le posizioni di Ferrari Bravo-Serafini e della Gribaudi, intorno alla questione del "piano". Come sostiene la stessa Gribaudo: "Per Ferrari Bravo si tratta di preveggenza del capitalismo, che prova i suoi strumenti in una situazione di sottosviluppo, rendendola congeniale ai suoi disegni generali. Qui invece, quella che può apparire capacità di pianificazione, è rappresentata come capacità di adeguamento e di mediazione con la situazione sociale. La politica procede, più che attraverso un piano generale preveggente, attraverso successivi aggiustamenti che vengono operati a partire anche da spinte della società" (p. 62, nota n. 62).

9b) Al contrario, le sinistre furono incapaci di vedere queste novità, le quali, sul piano strettamente politico, erano l'espressione di un nuovo blocco sociale dominante (ibidem)(16). Come dice la Gribaudi: " … le sinistre non seppero cogliere la rottura del vecchio blocco dominante, gli elementi di novità che si esprimevano nella politica per il Sud, come nei metodi di dominazione e di intervento nei paesi "arretrati" a livello mondiale; per cui gli obiettivi antifeudali, arretrati rispetto al momento, del tutto inadeguati al tono della loro opposizione (riforma agraria e allargamento del mercato interno … A questo si aggiunga la concezione dello sviluppo storico come un processo unilineare (si veda la concezione dell'arretratezza applicata al Mezzogiorno), lo stile dell'intervento politico, esterno e ideologizzato(17), lo scarsissimo rispetto per la soggettività delle masse e quindi la considerazione delle masse meridionali come arretrate, confuse, ribellistiche, incapaci di esprimere una politicità nella lotta e negli obiettivi (politicità che avrebbe potuto soltanto infondere il partito quale rappresentante della classe operaia avanzata), la sottovalutazione e l'incomprensione degli elementi di cultura autonoma nella società meridionale (si veda la polemica del PCI con Ernesto De Martino e con Carlo Levi)" (p. 63, nota n. 16). Indicative, al riguardo, le posizioni espresse in:

- G. Napolitano (Il dibattito meridionale dopo la liberazione "Società", n. 1, 1952): per il quale la "rottura" dell'esperienza dei governi democratici di unità nazionale significa il riconsolidamento al governo del vecchio blocco industriale-agrario contro il Mezzogiorno;

- Risoluzione dell'Assemblea del popolo del Mezzogiorno: Bari, 19 maggio 1951;

- Congresso dei consigli di gestione dell'industria napoletana: Napoli, 12-13 maggio 1951.

 

IL CONCETTO DI IMPRENDITORE-MEDIATORE: IL BROKER CAPITALIST

1) Per solito, come ricorda la Gribaudi, il concetto di imprenditore ha una connotazione semantica positiva, legata alla categorizzazione formulata da Schumpeter di imprenditore-innovatore (p. 63, nota n. 17). Questo tipo di concettualizzazione è riduttivo, in quanto l'imprenditore non espleta mere funzioni di innovazione e, inoltre, la struttura della sua azione sociale e delle sue motivazioni non sempre è in funzione del mutamento, ma può ben essere (anzi, spesso lo è) una funzione della conservazione degli equilibri sociali e politici esistenti. Premessa per una ricategorizzazione del concetto, è l’assume-re l'imprenditore come figura sociale; in quanto tale, poliedrica e depositaria di una molteplicità di funzioni tra di loro interconnesse. Concettualizzato come figura sociale, l'imprenditore è colto in azione, nel suo svolgere una mediazione sociale tra settori e/o parti della società tra cui esiste una relazione di disgiunzione. Più esattamente: "… egli trae profitto mediando tra due sfere economiche e culturali, tra due entità separate come le società locali e lo stato" (ibidem; corsivo nostro). Dunque: "la sua forza sta nella capacità di monopolizzare le relazioni fra due ambiti non comunicanti e di usare ciò ai fini di profitto economico e prestigio sociale. Egli media l'intervento esterno adattandolo alle norme culturali ed economiche della comunità, è in questo senso è un fattore di mutamento" (ibidem; corsivo nostro). Su questa base si innesta l'altra faccia della medaglia: "Ma egli ha interesse, per le caratteristiche della sua funzione mediatoria, a che la separatezza si perpetui e che la sfera locale rimanga nell'immobilità e sotto il suo rigido controllo. Una parte della sua forza infatti si basa sulla capacità di usare una serie di relazioni, di costruire alleanze all'interno della comunità di garantirne il controllo sociale" (ibidem; corsivo nostro). Si può qui approssimare uno sviluppo di analisi: nel senso appena indicato, l'imprenditore è fattore di conservazione.

2) Avverte la Gribaudi: "Questa definizione di mediatore-imprenditore [broker] è stata sviluppata dagli antropologi che elaboravano modelli dinamici per interpretare il mutamento sociale. Essa può essere applicata a qualsiasi tipo di società , poiché le risorse dell'imprenditore consistono sempre oltre che in risorse economiche, in relazioni sociali e personali, nella monopolizzazione di un rapporto con le istituzioni o con lo stato. Con ancora maggiore efficacia essa si adatta all'interpretazione di una imprenditorialità connessa con il sistema economico che si forma storicamente alla "periferia", che viene definito broker capitalism (capitalismo di intermediazione)" (ibidem)(18).

3) J. e P. Schneider (1976) "Il broker capitalism fiorisce alla periferia poiché gli interessi del centro non sono in grado o non scelgono di monopolizzare e amministrare il livello locale delle attività connesse con la produzione, il mercato e l'esportazione dei prodotti primari. Per questa ragione esso promuove ogni sorta di investimenti speculativi, riflette le incertezze per cui il controllo ultimo sul mercato è nelle mani di imprevedibili stranieri. Esso sceglie per coloro che ne sono in grado, per posizione strutturale e personalità, di scegliere le opportunità, di ingaggiare in ciò azioni creative, di mobilitare amici e amici di amici […] infine, il broker capitalism avanza attraverso mezzi di breve periodo, fluide, eccentriche coalizioni, rafforzate da legami di amicizia, piuttosto che da associazioni organizzate [corporate] di lungo periodo che organizzano il commercio, l'industria e le finanze nelle metropoli […] Il concetto di broker capitalism sussume i concetti di broker (intermediatore commerciale), di middleman (intermediario politico) e di mediatore (semplice mediatore). Spesso questi termini sono stati usati per caratterizzare chi lega le strutture politiche locali a quelle extra locali [vedi A. Blok, 1969, p. 369]. Sebbene questo uso non precluda il fatto di fare profitti, noi abbiamo voluto usare un concetto che enfatizzasse sul fare profitti […] Il broker capitalist, come un imprenditore, si organizza politicamente quando persegue i suoi obiettivi. a questo punto di vista il concetto comprende un significato sia politico sia economico" (p. 11; cit. pp. 63-64, nota n. 17).

 

FILOSOFIA E POLITICA DELL'APPROCCIO DEI "DUE TEMPI".

PREPARAZIONE AMBIENTALE ATTRAVERSO LE OPERE PUBBLICHE:

OVVERO L'ACUIZIONE DELLA SUBALTERNITÀ DEL SUD

1) La sottovalutazione dell'esigenza dell'industrializzazione immediata del Mezzogiorno deriva da un errato approccio storico ed economico. Il problema essenziale che, da questa postazione, si reputa urgente risolvere è l'allargamento del mercato interno: è, questa, particolarmente la posizione di Saraceno e della Svimez (Gribaudi, p. 48 ss.). In questo modo, il mercato interno (nazionale) viene reputato essenzialmente come sbocco dei prodotti industriali del Nord: allargamento del mercato interno significa apertura dei mercati meridionali ai prodotti industriali settentrionali.

2) La giustificazione teorico-ideologica è che si dovesse superare la condizione di sottocnsumo forzato in cui versavano le regioni meridionali(19). Particolarmente, la Svimez avverte l’esigenza di addivenire ad un incremento diffuso del reddito delle popolazioni meridionali, in modo tale spingere efficacemente all'attivazione del mercato(20).

3) L'allargamento del mercato interno passa, come si vede, attraverso l'enfasi dei consumi, anziché l'allargamento della base produttiva-industriale; ciò spiega anche perché venisse recisamente avversato un processo di decentramento delle industrie settentrionali. La Gribaudi riporta, sul punto, delle affermazioni inequivocabili di Cenzato e Guidotti: "Sembra a chi scrive che, quantunque non sussista nei riguardi dell'industria meridionale nessuna causa permanente di inferiorità riguardo ai componenti fondamentali dei costi di produzione, il futuro sviluppo industriale dovrà tenere conto della già esistente attrezzatura produttiva italiana e non dovrà rivolgersi verso quei rami di attività industriale che già presentano nell'attuale situazione italiana, un eccesso di capacità produttiva non utilizzata; né dovrà orientarsi verso quelle industrie che avrebbero in tutto o in parte il loro mercato di sbocco nelle regioni settentrionali"(21). Ricordiamo che Cenzato e Guidotti, in quel periodo, erano consulenti della Sme; successivamente, Cenzato sarà uno dei più rappresentativi esponenti del "sistema di potere" che i Gava costruiranno a Napoli e in Campania(22).

4) La linea industrialista si sposa, fin dall’inizio, con il privilegiamento delle problematiche industrialiste del Nord. Su questa linea, si schiera compattamente la Svimez, dalla data della sua costituzione al 1950; come abbiamo visto, i primi ripensamenti si danno nei primi anni '50. La linea viene recepita esemplarmente nei seguenti elaborati teorici:

a) G. Cenzato, Relazione al Convegno di Ingegneri e Tecnici, Napoli, ottobre 1949;

b) Svimez, Gli indirizzi dell'attività svolta nel 1947 e i problemi generali affrontati, Relazione del consiglio di amministrazione, "Informazioni Svimez", n. 10, 1948;

c) Svimez, Il problema industriale del Mezzogiorno nel momento attuale, Relazione del Consiglio di Amministrazione, "Informazioni Svimez", n. 77-78, 1949;

d) G. Ceriani Sebregondi, Lo sviluppo equilibrato tra industria e agricoltura e tra Nord e Sud Italia (1951), in Sullo sviluppo della società italiana, Torino, Boringhieri, 1965; nel volume compare un altro importante scritto teorico del Ceriani Sebregondi: Teoria delle aree depresse (1950);

e) P. Campilli, Relazione conclusiva, in Cassa per il Mezzogiorno, Atti del Convegno di Napoli, 13-14 ottobre 1952;

f) Cassa per il Mezzogiorno, La Cassa per il Mezzogiorno. Primo quinquennio 1950-55, Roma, Istituto Poligrafico dello Stato, 1955.

4a) Più in particolare:

- Ceriani Sebregondi: "La modesta quota riservata all'industria non deve stupire se si considera, da un lato, che nel nostro paese esiste un apparato industriale considerevolmente sviluppato che può in buona sopperire alle esigenze della prima fase dello sviluppo meridionale; d'altro lato, che lo sviluppo industriale vero e proprio delle regioni meridionali, connesso a un nuovo ritmo di vita economica locale, dovrà essere necessariamente dilazionato negli anni, quando le opere di bonifica e di sistemazione ambientale potranno cominciare a produrre i loro frutti" (1951, in 1965, p. 109; cit. p. 49);

- Campilli: "L'industrializzazione del Mezzogiorno non può portare alla creazione di doppioni delle industrie che già esistono da tempo nelle province del Centro Nord; occorre che la scelta cada su attività industriali che abbiano una base nelle risorse locali o possano contare su possibilità effettive di una vita sana e solida in quanto indirizzate a produzioni che presentino prospettive favorevoli sul mercato interno e su quello nazionale" (1952; cit. pp. 49-50).

5) Sicché il primo impatto con il preesistente apparato industriale del Mezzogiorno procede attraverso:

a) l'incentivazione delle industrie tradizionali (alimentari, trasformazione dei prodotti agricoli, miniere) e dell’artigianato;

b) la smobilitazione delle industrie pesanti, giustificata dalla sovrabbondanza di manodopera improduttiva; questa, in particolare, la posizione di Paratore, presidente dell'Iri dal '45(23); Cenzato(24); contro lo smantellamento si esprime il solo Fiore, presidente della Camera di Commercio e Industria di Napoli(25).

 

 

LE FINALITÀ POLITICHE DELLA CASSA PER IL MEZZOGIORNO

1) Il nome: "Sottolineava Menichella come il Presidente De Gasperi, nella fase preparatoria della legge discorrendo con Campilli e con lui stesso del nome da dare alla nuova istituzione, inventasse il termine "Cassa" non sottovalutando i pericoli di siffatta denominazione, per dare agli italiani e soprattutto ai meridionali, la sensazione quasi fisica che ci sarebbero stati cospicui fondi riservati realmente al Mezzogiorno, erogabili secondo un flusso consistente e costante; per modo che dallo stesso nome dell'ente fosse ben chiaro che non si trattava più di piccole somme per opere scaglionate nel tempo, ma di "grosse cose" da portare a sicuro compimento"(26).

2) Gli intrecci politico-sociali: "La Cassa nasce da una complessa crisi di governo che ha profonde radici nella situazione nazionale; scaturisce da un periodo di aspre lotte per il lavoro, che hanno mostrato insieme l'insostenibilità delle condizioni esistenti e la vitalità e la volontà di affermazione civile delle popolazioni meridionali. Né sarebbe possibile che la Cassa non recasse i segni di queste sia pur mediate origini"(27).

3) Il modello: "Si è scelta una terza via: uno sviluppo su larga scala delle risorse agrarie e del capitale sociale pro capite, tale da creare un mercato addizionale, una diversa struttura economica tale da provocare un flusso di capitale privato sufficiente a determinare un più alto tenore di vita nel Meridione e un'economia più equilibrata in generale nel paese. L'aumento dell'output troverà mercati già consolidati in patria e mercati esteri per l'esportazione in cui il vantaggio relativo è chiaramente a favore dell'Italia. Si tratta di un programma di preindustrializzazione che provvede profitti più sicuri sul lungo periodo. Occorre tenere conto dei profitti diretti e indiretti derivanti dall'investimento, così come delle nuove opportunità di investimento che si creano, benché queste ultime possano emergere solo una volta che la prima fase del programma sia stata felicemente portata a termine"(28); come si sa, il Rosenstein Rodan fu consigliere della Svimez.

4) Il commento critico della Gribaudi: "In realtà i primi due obiettivi, il congelamento delle forze di lavoro e il controllo sociale, e la creazione di domanda per le industrie del Nord, sembrano essere stati predominanti, se si bada ai risultati. Infatti non si può dire che sia stati fatto un piano di opere razionalmente predisposto per un futuro assetto industriale; soprattutto, come disse lo stesso Rodan, mancò una programmazione che considerasse la complementarità e l'integrazione economica. Ciò venne imputata alla mancanza di coordinamento e alle contraddizioni fra teorici e operatori: "una programmazione e una iniziale preparazione di 'punti di crescita', 'zone di sviluppo', e chiari criteri per l'allocazione regionale degli investimenti nel Sud erano stati delineati dagli economisti ma non coscientemente applicati dagli operatori"(29).

 

I PRINCIPALI RIFERIMENTI TEORICI.

LE TEORIE DELLO SVILUPPO

1) Il quadro storico generale: a) il mondo occidentale e il sistema economico capitalistico all'uscita dopo la crisi del '29 e all'uscita del secondo conflitto mondiale; b) il contrasto del sistema sovietico (p. 55).

2) La crisi degli anni '30: a) caduta del mito dell'autoregolazione del libero mercato; b) crisi del modello di imperialismo (conquista e drenaggio delle risorse del terzo mondo da parte del "centro") (ibidem).

3) il nuovo problema: a) sviluppare nuovi mercati di consumi; b) per assorbire le capacità produttive del "centro" (ibidem).

4) Da qui, dopo il secondo conflitto mondiale: a) politica di assistenza ai paesi in via di sviluppo; b) sotto il patrocinio degli Usa (ibidem).

4a) Discorso di insediamento di Truman (20 gennaio 1949): "Il vecchio imperialismo — sfruttamento a beneficio di stranieri — non trova posto nei nostri piani; ciò che noi abbiamo in mente è un programma di progresso basato sulla concezione di un ordine equo e democratico […] L'esperienza insegna che il nostro commercio con le altre nazioni si accresce allorché esse progrediscono industrialmente ed economicamente. Una maggior produzione è la chiave della prosperità e della pace, e la chiave di una maggiore produzione è l'applicazione più energica e più vasta delle moderne conoscenze scientifiche e tecniche. Soltanto aiutando i meno fortunati dei propri membri a rimettersi in piedi con le loro forze, la famiglia umana può conseguire quel tenore di vita equo e soddisfacente che è diritto di tutti i popoli" (cit. p. 55).

4b) Il discorso di Paratore alla Costituente (1946): "I consumi indigeni aumentano di giorno in giorno. Prendete i tessili. In sostanza la civiltà dell'Africa si può fare con un diagramma semplice. Primo momento della civiltà: consumo di colorati. Terzo grado: consumo di stampati. Ultimo consumo: seta. C'è un continuo sviluppo. Gli indigeni sono in progresso. Il problema delle colonie non è un problema di dominio diretto … Io ho molta fiducia in una politica coloniale senza dominio diretto" (cit. p. 64, nota n. 21).

5) Da questa elaborazione teorico-politica ("democratica") nascono i piani di aiuto (sviluppo + innalzamento del reddito = allargamento del mercato):

a) nel dopoguerra, in Gran Bretagna, viene emanato l'Overseas Resources Act: costituzione di enti per prestiti alle colonie;

b) successivamente, viene elaborato un piano per lo sviluppo dei territori dell'Africa Centrale;

c) nel 1950, alla Conferenza del Commonwealth tenuta a Colombo, fu presentato il Colombo plan: sviluppo dell'Asia meridionale e sudorientale(30).

6) Passaggio: da a) una politica di sfruttamento del lavoro (con conseguente depressione del livello di sussistenza e il congelamento dei rapporti sociali) ad b) una politica di innalzamento dei livelli di vita (alimentazione delle aspettative e induzione di nuovi bisogni) (Gribaudi, pp. 55-56)

7) Omogeneizzazione culturale (a livello mondiale): assunzione, su scala planetaria, dei codici sviluppisti occidentali come (unici) codici di riferimento (p. 56).

7a) Processo di mimetizzazione ideologica: "Tutto era mascherato dalla lotta per il progresso delle condizioni materiali e l'aggressione si velava di indici di depressione e di misure del reddito. Così sorgeva tutta la letteratura economica sulle "aree depresse", che misurava con studi comparati il livello dell'"arretratezza" coprendo con questo culture differenti, conflitti politici e sociali, sfruttamento del lavoro e delle materie prime di questi paesi" (ibidem).

8) Le maggiori implicazioni innovative della teoria economica:

a) assunzione di dignità concettuale e culturale delle teorie dello sviluppo (development); crisi di sovrapproduzione degli anni '30 e crisi del liberismo; critica keynesiana alle teorie e politiche economiche liberiste e deflazioniste; analisi degli squilibri interni al sistema e critica del "laissez faire" e della teoria dei costi comparati: l'azione "libera" dei meccanismi di mercato non avrebbe potuto mai portare all’equilibrio dei redditi e dello sviluppo; da qui: le teorie dello sviluppo equilibrato: Nurske e Rosenstein Rodan;

b) messa in secondo piano delle teorie della crescita (growth): analisi di un sistema industriale avanzato; estensione della teoria classica e liberista alla analisi degli scambi internazionali: sviluppo della teoria dei costi comparati di Ricardo; attraverso la concorrenza si sarebbe via via affermata la specializzazione internazionale delle produzioni; il che avrebbe dato origine ad uno scambio eguale fra prodotti e livellato redditi e sistemi produttivi; conclude la Gribaudi: "Dunque una politica di "laissez faire" che non escludeva, anzi si basava su una pratica reale di violenza quotidiana, di aggressione armata, di occupazione militare che, vanificando l'opposizione dei popoli conquistati, rendevano possibile il "libero" scambio" (p. 56).

8a) Myrdal e Nurske:

a) G. Myrdal: la spirale discendente. L'intervento sviluppista e le relative teorie/pratiche dei costi comparati non avrebbero portato al livellamento delle economie internazionali; ma, piuttosto, ad una acuizione dei fattori di dipendenza e arretratezza delle economie deboli: lo squilibrio cumulativo (internazionale), unitamente alle politiche dei paesi avanzati, era fattore di sottosviluppo(31); in questo senso, il sistema economico è assunto come generatore di sottosviluppo e l'Occidente come centro di oppressione economica e culturale(32);

b) R. Nurske: il circolo vizioso. La povertà è generata dagli squilibri del mercato che, a loro volta, provocano altra povertà; da cui altri squilibri e altra povertà, in un circolo vizioso che si replica all'infinito. Qui l'arretratezza è essa stessa causa di se stessa; pertanto, è possibile romperla, soltanto attraverso una politica di intervento (esterno) di correzione delle strozzature e rigidità che fanno da contesto all'arretratezza. In altri termini: il sistema arretrato deve essere ricondotto alle condizioni di equilibrio prescritte dalla teoria economica neoclassica: crescita equilibrata di domanda e offerta, di risparmio e investimento e dipendenza dell'investimento da risparmio (Gribaudi, p. 57)(33). ò ò ò

8b) Nurske e Rosenstein Rodan: lo sviluppo equilibrato. Da qui l'esigenza dell'azione dello Stato, attraverso la stimolazione dei meccanismi congelati della domanda, estendendo il mercato dei prodotti. Con ciò si superava la maggiore rigidità del sistema locale (arretrato), in quanto si rimuovevano alcuni degli impedimenti originari ritenuti di ostacolo per la localizzazione degli investimenti industriali (ibidem)(34). Nel testo, Rodan sviluppa la categoria di economie esterne di Allyn Young(35). Successivamente, la categoria fu sviluppata da R. Nurske nelle due opere avanti citate(36). In Italia, fu soprattutto la Svimez che pubblicizzò l'insieme di queste teorie, attraverso il suo bollettino mensile "Studi Svimez".

 

POSTILLA

LO STUDIO DI C. NAPOLEONI SUL PENSIERO ECONOMICO DEL '900

1) Dagli anni '40 ai primi anni '60, prende origine un filone di pensiero economico che ad oggetto delle proprie indagine pone la questione storica del sottosviluppo e dell'arretratezza. Dalla seconda guerra mondiale, "la letteratura sulle economie sottosviluppate si è venuta accrescendo in maniera imponente"(37).

2) Le teorie del sottosviluppo come criterio identificativo principale dell'esistenza dell'economia arretrata (e/o sottosviluppata) assumono il reddito pro capite; cosicché il sottosviluppo viene determinato quantitativamente. Osserva Napoleoni: " … si assume generalmente che il grado di sviluppo di una certa economia sia identificabile mediante il livello del reddito pro capite"(38).

3) I limiti del criterio identificativo quantitativo (reddito pro capite):

a) non è possibile pervenire ad una quantificazione esaustiva delle stime del reddito pro capite, per il fatto empirico che i paesi sottosviluppati "sono poverissimi di statistiche sul reddito e sulla produzione"(39);

b) per quanto esatte possano essere, le stime sul reddito attengono a quella parte della produzione che, in quanto "passante per il mercato", riceve "dal mercato stesso un prezzo"(40); inoltre. nelle economie sottosviluppate una parte rilevante della produzione non passa per il mercato, ristretta come è nell'economia della mera sussistenza(41); in questo caso, il produttore non fa ricorso al mercato "né per l'acquisto dei mezzi di produzione né per la vendita del suo prodotto"(42); col che una parte, più o meno considerevole, di reddito sfugge ad ogni possibilità di rilevazione e/o campionatura(43);

c) "se il reddito pro capite è utilizzato per effettuare dei confronti internazionali, si va incontro all'inconveniente che la riduzione dei dati nazionali ad un metro monetario comune presenta difficoltà spesso gravissime. I rapporti di cambio tra le varie monte non corrispondono quasi mai ai rapporti tra i rispettivi poteri di acquisto … Va infine tenuto presente che quando ci si limita a considerare il reddito pro capite, tutto un complesso di differenze qualitative tra i vari paesi sfugge completamente ad ogni possibilità di considerazione, giacché ad un medesimo livello del reddito pro capite possono corrispondere strutture economiche anche profondamente diverse"(44).

4) La causa immediata del basso reddito pro capite: bassa produttività del lavoro, associata all'arretratezza dei mezzi tecnici, attraverso i quali il lavoro viene sussunto nel processo produttivo (p. 169). Per superare il deficit, sarebbe necessario un rilevante (nel tempo, nello spazio e nel volume) processo di accumulazione di capitale, sulla base della formazione di crescenti eccedenze produttive(45). Ma ciò non fa altro che definire i termini di un perfetto "circolo chiuso", essendo proprio la carente formazione di surplus il problema strutturale delle economie sottosviluppate. La letteratura economica ha designato il fenomeno "come "circolo chiuso" della povertà: l'aumento del reddito pro capite richiede l'aumento della produttività, che a sua volta dipende dalla formazione di capitale e quindi dall'eccedenza della produzione sul consumo necessario; ma tale eccedenza è estremamente esigua appunto perché il reddito pro capite è basso"(46). La situazione di stagnazione appena descritta è resa ancora più intensa da quella circostanza che vede l'esigua eccedenza essere destinata al "consumo di lusso delle classi proprietarie"(47).

5) Queste tendenze non sono soltanto alla base del sottosviluppo, ma del crescente dislivello tra paesi industrializzati e paesi arretrati: "Come è stato assai bene illustrato dal Myrdal, recentissimamente, la storia economica mondiale presenta non una tendenza a un generale equilibrio, ma una tendenza all'approfondimento degli squilibri"(48).

6) le spiegazioni della mancata realizzazione dell'equilibrio mondiale: i fattori agglomerativi. "La spiegazione più generalmente accettata dagli odierni teorici del sottosviluppo è quella che fa riferimento all'esistenza dei così detti fattori agglomerativi, ossia di fattori che, una volta nato uno squilibrio, sia pur lieve, tra diverse regioni, agiscono nel senso di approfondire sempre di più tale squilibrio per il solo fatto che esso è nato. Questi fattori agglomerativi vengono classificati in due categorie, secondo che essi agiscano dal lato dell'offerta ovvero dal lato della domanda"(49).

6a) La critica della teoria dei "fattori agglomerativi". "La spiegazione del sottosviluppo basata sulla esistenza di fattori agglomerativi, sebbene indichi alcuni elementi essenziali del problema, non può tuttavia essere considerata pienamente sufficiente. Essa infatti parte dalla considerazione di uno squilibrio, sia pure lieve, già esistente, e spiega quale sia il meccanismo che dà luogo al suo allargamento. Non spiega tuttavia come questo squilibrio iniziale sia nato"(50). Il fatto è che: "Al riguardo è indispensabile tener presente che la spiegazione dell'origine di questo squilibrio non può essere data rimanendo sul terreno strettamente economico, giacché sono qui in gioco tutte le ragioni storiche che hanno promosso lo sviluppo della borghesia in certi luoghi piuttosto che in certi altri. E si tratta, come è evidente, di ragioni non solo economiche, ma anche di cultura, di religione, di civiltà in genere. Su tali ragioni non possiamo soffermarci, sebbene sia molto importante tenere presente la loro esistenza"(51).

7) Il problema dello sviluppo finisce col coincidere con il problema dell'industrializzazione; vale a dire: "espansione di quel tipo di attività produttiva nella quale più rapido può essere l'incremento della produttività del lavoro, e che perciò fornisce il massimo contributo all'elevazione del reddito pro capite"(52). Ora: "Il pensiero economico contemporaneo ha messo in evidenza come l'industrializzazione dei paesi arretrati non può essere contestata sulla base della teoria classica del commercio internazionale, la quale sosteneva l’economicità della divisione internazionale del lavoro, e dalla quale quindi, ad una riflessione superficiale, potrebbe farsi derivare l'opportunità della divisione dell'economia mondiale tra paesi industriali e paesi agricoli. Si è messo in evidenza, a questo riguardo, che la tesi classica sulla divisione internazionale del lavoro parte dal presupposto che la dotazione di risorse produttive nei vari paesi sia un dato non modificabile; d'altra parte l'industrializzazione dei paesi arretrati incide proprio sulla distribuzione internazionale delle risorse produttive (tra le quali è ovviamente compreso il capitale) e quindi muta gli stessi dati di partenza in riferimento ai quali l'opportunità della divisione del lavoro tra paesi industriali e paesi agricoli è stata tradizionalmente affermata"(53).

7a) Il dissidio tra forma tecnica e forma istituzionale dello sviluppo dei paesi arretrati. Le teorie innanzi passate in rassegna critica concordano sulla forma tecnica che lo sviluppo delle aeree arretrate debbono assumere; non altrettanto può dirsi per le forme istituzionali(54). In primo luogo, "… è ben difficile pensare alla possibilità che nei paesi in questione l'industria si sviluppi sulla base di un meccanismo di mercato analogo a quello che promosse lo sviluppo industriale dei paesi capitalistici. Infatti in questi ultimi l'industrializzazione si svolse in maniera graduale, in modo che l'integrazione tra le varie parti del sistema industriale avvenne per aggiunte, aggiustamenti e adattamenti successivi, attraverso un passaggio a gradi sempre maggiori di complessità"(55). In secondo luogo, nelle economie arretrate il "processo di industrializzazione non può non avere un carattere diverso. Si tratta infatti, in questo caso, di superare uno squilibrio storico profondo con i paesi sviluppati, di raggiungere cioè, entro un periodo di tempo ragionevole, una situazione che sia in qualche modo in grado di sostenere il confronto con i sistemi industriali già presenti sul mercato mondiale"(56).

8) La funzione dello Stato di "volano" dei programmi di sviluppo economico nei paesi sottosviluppati(57) rientra proprio nelle mutate forme tecniche appena accennate. Tre i compiti principali affidati qui allo Stato:

a) responsabilità imprenditiva globale del processo di sviluppo: (i) determinazione degli obiettivi di sviluppo generale del paese, specificati in termini di reddito e occupazione; (ii) indicazione dell'ammontare e della composizione della formazione di capitale coerenti con gli obiettivi messi in piano; (iii) garanzia del finanziamento degli investimenti, mantenendo il saggio di incremento dei consumi al di sotto del saggio di incremento del reddito: rottura del "circolo vizioso della povertà"(58);

b) eliminazione delle strutture istituzionali di ostacolo allo svolgersi lineare del processo di sviluppo(59);

c) responsabilità diretta nella formazione di capitale industriale: creazione delle industrie di base, agite come "economia esterna" atta a modificare la "convenienza privata" all'investimento(60).

 

Note

 

(1) Cfr. P. Saraceno, Lo sviluppo economico del Mezzogiorno, in P. Barucci (a cura di), Il meridionalismo dopo la ricostruzione, Roma, Giuffrè, 1974; Idem, Il Sud nel sistema economico italiano ed europeo, "Nord e Sud", n. 151-152, 1972; Idem, Il Mezzogiorno tra congiuntura e riforme, "Informazioni Svimez", n. 18-19, 1972; Idem, Il mezzogiorno nella politica di risanamento e di sviluppo dell'economia italiana, "Informazioni Svimez", n. 18, 1974; P. Barucci (a cura di), Il Mezzogiorno alla Costituente, Milano, Giuffrè, 1975; Idem, Ricostruzione, pianificazione, Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 1978; Svimez, Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 1974, Roma, Documenti Svimez, 1975; Idem, Rapporto sull'economia del Mezzogiorno 1975, Roma, Documenti Svimez, 1976; Idem, Rapporto sul Mezzogiorno 1976, Napoli, Banco di Napoli/Isveimer, 1977. Per una critica dell'approccio: A. Graziani, Introduzione a A. Graziani-E. Pugliese (a cura di), Investimenti e disoccupazione nel Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 1979.

(2) La categoria sviluppo dipendente si deve a A. G. Frank, Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, Torino, Einaudi, 1969 (ma 1967). Essa è stata criticata dagli stessi economisti del sottosviluppo: S. Amin, L'accumulazione su scala mondiale, Milano, Jaka Book, 1971 (ma 1970); G. Arrighi, Struttura di classe e struttura coloniale nell'analisi del sottosviluppo, "Giovane critica", n. 22-23, 1970; A. Cordova, Il capitalismo sottosviluppato di G. A. Frank, "Problemi del socialismo", 1972. Il fatto è, come nota la Gribaudi, che la categoria "se è stata utile per descrivere la relazione fra sistemi capitalistici e sistemi non capitalistici, il rapporto di ineguaglianza e di sfruttamento dei primi sui secondi, risente ancora di un forte etnocentrismo, nella misura in cui fa dipendere soltanto da un impulso esterno le trasformazioni del "sistema periferico" e ne cancella le specificità culturali ed economiche … L'approccio da noi utilizzato descrive il rapporto centro-periferia (stato-società locale) come conflitto fra due momenti separati, non come semplice sovrapposizione del centro. In questo modo si mette in risalto la capacità di autonoma elaborazione culturale e di risposta della periferia rispetto al centro" (p. 30, nota n. 2; corsivo nostro)

(3) J. Boissevain, Introduction a Beyond the Community: social process in Europe, in J. Boissevain-J. Friedl (a cura di), Beyond the Community: social process in Europe, pubblicazione a cura dell'European Mediterranean Study Group dell'Università di Amsterdam e del Department of Education Science of the Netherlands, The Hague, 1975, p. 11; cit. dalla Gribaudi, pp. 21-22.

(4) K. Polany, La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 1974; ma 1944.

(5) Vedere organicamente: J. e P. Schneider, Urbanization in Sicily: two contrasting models in city and peasant, in City an peasant: A study in socio-cultural dynamics, New York, Academic of Science, 1974; Idem, Culture and Political Economy in Western Sicily, New York, San Francisco, London, Academic Press, 1976; ma anche A. Blok, La mafia in un villaggio siciliano, Torino, Einaudi, 1986.

(6) Cfr. P. Barucci (a cura di), Il Mezzogiorno alla costituente, Milano, Giuffrè, 1975.

(7) Cr. G. E. Marciani, L'esperienza di riforma agraria in Italia, a cura della Svimez, Roma, Giuffrè, 1966, p. 25.

(8) Cfr. "Informazioni Svimez", annata 1949.

(9) Cr. il Convegno "L'ERP e il Mezzogiorno" (Bari: 14-16 settembre 1948): in particolare, la relazione di S. Guidotti, I rifornimenti ERP in relazione alle esigenze e alle prospettive dell'Italia meridionale; A. Molinari, Il Mezzogiorno d'Italia, "Moneta e credito", n. 4, 1948, pp. 496-497; Svimez, Il problema industriale del Mezzogiorno nel momento attuale, Relazione del Consiglio di Amministrazione, "Informazioni Svimez", n. 77-78, 1949.

(10) Ma organicamente C. Daneo, La politica economica della ricostruzione, 1945-1949, Einaudi, Torino, 1975; E. De Cecco, La politica economica durante la ricostruzione, in S. J, Woolf (a cura di), Italia 1943-1950 — La ricostruzione, Bari, Laterza, 1974.

(11) Ora in G. Paratore, Scritti e discorsi, Napoli, 1958, p. 399; citato dalla Gribaudi, p. 37.

(12) Si distinguono, in particolare: Svimez, Effetti economici di un programma di investimenti nel Mezzogiorno, Roma, Giuffrè, 1951; Idem, Studi preliminari per un programma di investimenti pubblici nel Mezzogiorno, Roma, Giuffrè, 1951.

(13) In tal senso, cfr. F. Pillotton, Effetti moltiplicativi degli investimenti della Cassa del Mezzogiorno nel periodo 1951-55, Roma, Svimez, 1968; comunque, nel 1948, A. Molinari aveva già espresso una tale posizione, affermando il convincimento che fosse necessario procedere alla creazione di un sistema industriale meridionale, per assorbire in loco l'eccesso di domanda derivante dall'intervento dello Stato (Il Mezzogiorno d'Italia, "Moneta e credito", n. 4, 1948.

(14) Ceim, Convegno per i lavori pubblici nell'Italia meridionale e insulare, Napoli, 1947, p. 4; cit. dalla Gribaudi, p. 47.

(15) Ma già L. Ferrari Bravo-S. Serafini, Stato e sottosviluppo, Milano, Feltrinelli, 1972.

(16) Sulla debolezza e arretratezza delle posizioni delle sinistre sull’argomento, cfr. S. Tarrow, Partito Comunista e contadini nel Mezzogiorno, Torino, Einaudi, 1972 (ma 1967); C. Daneo, La politica economica della ricostruzione, 1945-1949, Torino, Einaudi, 1975.

(17) Cfr. Daneo, op. ult. cit., p. 324.

(18) Cfr. F. Barth, Introduction a Role of the Entrepreneur in Social Change in Northern Norway, Oslo, Scandinavian University Books, 1963; E. R. Wolf, Kinship, Friendship and patron-client relations in complex societies, in M. Banton (a cura di), The social antropology of complex societies, London, Tavistock Pubblications, 1966; A. Blok, Mafia and peasant rebellions as contrasting factors in Sicilian Latifundism, "Archives Européennes de Sociologie", X, 1969; A. Blok, La mafia in un villaggio siciliano, Torino, Einaudi, 1986 (ma 1974); J. e P. Schneider, Culture and Political Economy in Western Sicily, New York, San Francisco, London, Academic Press, 1976; J. Boissevain, Friends of Friends. Networks, Manipulators and Coalitions, Oxford, Basil Blackwell 1974.

(19) Cfr. C. Rossi, Il mercato interno di consumo nell'Italia meridionale, Relazione al Convegno: "L'ERP e il Mezzogiorno", Bari: 14-15-16 settembre 1948.

(20) Svimez, Il problema industriale del Mezzogiorno nel momento attuale, Relazione del Consiglio di Amministrazione, "Informazioni Svimez", n. 77-78, 1949, p. 1010.

(21) G. Cenzato-S. Guidotti, Il problema industriale del Mezzogiorno, Roma, 1946, p. 63; cit. dalla Gribaudi, p. 49.

(22) Cfr. M. Caprara, I Gava, Milano, Feltrinelli, 1975.

(23) Paratore, Interrogatori dell'on. Paratore, Presidente dell'Iri, presso il Ministero della Costituente, 13 aprile 1946, in Scritti e discorsi, Napoli, 1958.

(24) Cenzato, Relazione al Convegno di Ingegneri e tecnici, Napoli, 1949.

(25) Fiore, Industria e necessità del Mezzogiorno, in Democrazia Cristiana, Mezzogiorno impegno d'onore della Democrazia Cristiana, Napoli, 1947.

(26) G. Pescatore, Dai complessi organici ai progetti speciali, "Notiziario Irfis", n. 29, 1971; cit. dalla Gribaudi, p. 52.

(27) G. Ceriani Sebregondi, Teoria delle aree depresse (1950), in Sullo sviluppo della società italiana, Torino, Boringhieri, 1965, p. 37.

(28) P. Rosenstein Rodan, Programming in theory and in Italian pratice, in Center for International Studies, (Massachussetts Institute of Tecnology), Investment Criteria and Economic Growth, Cambridge (Mass.), 1954, p. 2; cit. dalla Gribaudi, p. 53.

(29) P. Rosenstein Rodan, 1954, pp. 29-30; citato dalla Gribaudi, pp. 53-54.

(30) G. Ceriani Sebregondi, Teoria delle aree depresse (1950), in Sullo sviluppo della società italiana, cit., p. 64.

(31) G. Myrdal, The American Dilemma, New York, Harper Brothers, 1944; Id., Teoria economica e paesi sottosviluppati, Milano, Feltrinelli, 1959, ma 1955.

(32) Id., Saggio sulla povertà di undici paesi asiatici, Milano, Il Saggiatore, 1971, ma 1968.

(33) Di R. Nurske rilevano: Some International Aspects of the Problem of Economic development, "American Economic Rewiew", maggio 1952 (trad. it.: Problemi della formazione di capitale nei paesi sottosviluppati, "Studi Svimez", nn. 4/1953, 5/1953, 25/1954); La formazione del capitale nei paesi sottosviluppati (1953), Torino, Einaudi, 1965.

(34) Sul punto, di P. Rosenstein Rodan rilevano: Problems of Industrialization of Eastern an South-Eastern Europe (trad. it.: Problemi dell'industrializzazione nell'Europa orientale e sud-orientale, "Studi Svimez", n. 17,1954 , ma anche in A. N. Agarwala-P. S. Singh (a cura di), L'economia dei paesi sottosviluppati, Milano, Feltrinelli, 1972.

(35) Allyn Young Increasing Returns and economic progress, "Economic Journal", dicembre 1928.

(36) Per un'analisi organica delle teorie dello sviluppo equilibrato e del sottosviluppo che andavano maturando in quegli anni, cfr. B. Jossa (a cura di), Economia del sottosviluppo, Bologna, Il Mulino, 1973; S. Holland, Capitalismo e squilibri regionali, Bari, Laterza, 1976.

(37) C. Napoleoni, Il pensiero economico del '900, Torino, Einaudi, 1963, p. 166.

(38) Ibidem, p. 167.

(39) Ibidem.

(40) Ibidem, pp. 167-168.

(41) Ibidem, p. 168.

(42) Ibidem.

(43) Ibidem.

(44) Ibidem.

(45) Ibidem.

(46) Ibidem.

(47) Ibidem.

(48) Ibidem, p. 172.

(49) Ibidem.

(50) Ibidem, pp. 174-175.

(51) Ibidem.

(52) Ibidem, p. 176.

(53) Ibidem.

(54) Ibidem.

(55) Ibidem.

(56) Ibidem, p. 177.

(57) Cfr. P. Saraceno, Iniziativa privata e azione pubblica nei piani di sviluppo economico, Roma, Giuffrè, 1959.

(58) Ibidem, p. 179.

(59) Ibidem, pp. 179-180.

(60) Ibidem, p. 180.