FILOSOFIA DEL RILEVAMENTO DELL’"OFFERTA CULTURALE"
1. Il modello di rilevamento prevalente
Molti sono stati i tentativi di "misurare" l’"offerta culturale" dei sistemi locali meridionali. Nelle pagine che precedono spesso abbiamo dato conto delle modalità prevalenti di tematizzazione del problema. Esemplificativa di siffatte modalità è una "proposta IARD" del 1985-86, recante il significativo titolo: "Introduzione alla "Indagine sull’offerta e sull’organizzazione dei servizi culturali sul territorio""
(1).Di detto documento qui analizziamo il § 3: "Metodologia della ricerca".
Il "metodo di rilevamento" si compone di due elementi centrali interagenti: a) l’analisi dell’offerta; b) l’analisi della domanda.
Per quanto concerne l’analisi dell’offerta, il momento fondante è dato dall’"analisi approfondita" dei territori-campione selezionati, per "ricavare un quadro dettagliato delle variabili strutturali che concorrono a determinare l’identità storica, economica e sociale (grado e livello di industrializzazione, flussi migratori, quantità e qualità delle infrastrutture socio-educative e così via)"
(2). Sull’inquadramento delle "variabili strutturali" viene articolata l’"analisi dell’offerta", le cui determinanti sono, nell’ordine: a) "rilevazione delle strutture culturali, pubbliche e private, esistenti sul territorio"; b) "rilevazione delle occasioni di iniziative culturali attuate in un quadrimestre"; c) "per le aree con polo di gravitazione, rilevazione anche delle strutture e delle iniziative dello stesso"(3).L’analisi della domanda prende cominciamento dalla "rilevazione quantitativa dell’effettiva fruizione delle strutture, delle occasioni e delle iniziative, basata su dati ufficiali o ufficiosi (quali, ad esempio, numero di presenze, di biglietti venduti, di libri dati in prestito, ecc.)"
(4). Dopodiché si dà il via alla "rilevazione quantitativa mediante testimoni privilegiati sulle problematiche riguardanti la fruizione delle risorse e delle iniziative culturali (modalità della fruizione, problemi ad essa relativi, e così via)"(5). Le interviste debbono avere un capillare "carattere esplorativo". In particolare, dovranno esplorare: a) "l’uso effettivo e potenziale delle strutture esistenti ed il grado di partecipazione ad iniziative già attuate"; b) "i bisogni di attività culturali, espliciti ed impliciti da parte della popolazione del territorio"(6).2. Per un approccio diverso
Ci limitiamo qui all’essenziale.
Il primo limite di fondo del "modello di rilevamento" che abbiamo appena esemplificato è di natura epistemologica e consiste nell’appiattire la "dinamica culturale" alla "dinamica economica", da cui vengono derivate categorie d’analisi e metodi di indagine. La cultura e le sue dinamiche vanno, sì, connesse all’economia, ma non possono essere scandagliate, interpretate e descritte con codici di lettura di derivazione economicista. La "dinamica culturale" è una dimensione perspicua dell’"evento storia", del "vivere associato", dell’esistenza singola e di tutte le forme di espressione e comunicazione cui queste "forme" danno luogo e a cui fanno capo. Essa è sempre articolata nella trama delle elaborazioni ideali e materiali della storia, della civiltà, della società e degli esseri umani in carne ed ossa, così come si vanno organizzando, aggregando, distaccando e contrapponendo. Come la storia, la società, la civiltà e l’individualità umana e sociale sono prodotti culturali, così la cultura è prodotto storico, sociale, civile e umano. Complesso è, dunque, il profilo della cultura, sia nella sua autonomia fondante che nelle sue altrettanto fondanti catene di concatenazioni relazionali, non di rado conflittuali.
In secondo luogo, dobbiamo rilevare che tanto l’attore culturale (titolare dell’offerta) quanto il fruitore culturale (depositario della domanda e del consumo) non sono concepibili come attori razionali. Nessuno dei due conosce e può mai conoscere gli scopi e i risultati della sua azione. E, dunque, una misurazione razional-econometrica dell’offerta e della domanda culturale non può darsi. Tutte le previsioni e le analisi non sono che delle approssimazioni destituite di fondamento logico-scientifico; inoltre, sono proposizioni linguisticamente insensate. Il sottosistema culturale (titolare delle competenze dell’offerta) non si è mai calibrato sui flussi della domanda; al contrario, ha costantemente teso a surdeterminare e organizzare la domanda. Qui, pur nella loro rilevante diversità, convergono le matrici della paidéa greca e della ragione illuministica, con l’attribuzione alla cultura di un profilo e di un senso eminentemente educativo-formativo che, in quanto tale, non può che essere "calato dall’alto". Con la "crisi degli universali" di inizio secolo e la successiva "crisi della razionalità scientifica", a fronte della proliferazione della "differenziazione" (prima) e della "complessità" (dopo), il sottosistema culturale è venuto progressivamente meno ai suoi compiti educativo-formativi. Qui tra domanda e offerta culturale, in luogo dell’antica dissimetria conflittuale, si è andato interposizionando uno iato. In quanto organizzazione e come organizzazione, allora, il sottosistema culturale ha inteso "organizzare" la propria autoreferenzialità, al riparo dalle turbolenze del "mutamento sociale" e della "complessità sociale". Sicché, posto anche che l’avessero voluto: come l’offerta (culturale) si è trovata nell’impossibilità di connettersi alla domanda (culturale), così la domanda si è trovata nell’impossibilità di connettersi all’offerta. Ci troviamo ad essere osservatori di una dialettica sorda tra "vasi incomunicanti". Il che rende vieppiù problematiche e fallibili le metodiche del "rilevamento razionale".
Il problema è risolvibile solo se si inserisce la dinamica culturale della domanda e dell’offerta entro una scala unitaria che non sia né quella del mercato e né quella dell’istituzione.
Note
(1) Il documento si trova in Formez (antologia a cura di Silvia Pertempi), Intervento culturale e Mezzogiorno, I — L’azione del Formez per il sostegno e la valorizzazione delle risorse culturali, cit., pp. 251-260.(2) Ibidem, p. 255.
(3) Ibidem.
(4) Ibidem.
(5) Ibidem.
(6) Ibidem.