|
|
L’EMARGINAZIONE SOCIALE |
|
A
nche quando colpisce singole persone e/o singole famiglie, l'emarginazione è componente aliquota di un processo socialmente più vasto e complesso. Per una congrua analisi del fenomeno, è a questo processo sociale, pertanto, che occorre puntualmente riferirsi. Ciò è tanto più necessario, se l’obiettivo è quello di elaborare strategie efficaci di contrasto e risoluzione del problema.Ora, tutto questo non implica il disconoscimento di fenomeni di emarginazione individuale e/o settoriale e specifica; al contrario. Vuole soltanto porre l'accento sull'esigenza di ricercare e verificare l’ampio spettro delle dinamiche sociali che stanno alla base della produzione dei differenti processi di emarginazione. In altri termini, la "ricerca delle cause di fondo è necessariamente preliminare a qualsiasi sforzo di comprensione e decisione di intervento" (Sarpellon, 1988, p. 7).
S
ulla base di questa premessa, ben si può comprendere come siano state le "teorie della disuguaglianza" a dedicare un’attenzione tutta particolare ai temi dell’emarginazione.Partiamo dall’approccio comparativo.
Nell’albero genealogico di tale indirizzo, un posto di rilievo spetta a Rousseau, per il quale, come è noto, la diseguaglianza è di origine sociale; essendo gli uomini tutti eguali in natura. Registriamo qui una singolare confluenza col pensiero di Hobbes, per il quale, come è parimenti noto, le condizioni di civilizzazione sociale sono portatrici di grandi diseguaglianze. Ne discende che lo stato di diseguaglianza è uno status sociale; mentre lo stato di natura è lo status dell'eguaglianza.
Spostandoci in epoca contemporanea, un’influenza di rilievo è stata, certamente, esercitata dai lavori A. Béteille (Béteille, 1969). Con Béteille, l’emarginazione è affiancata alla stratificazione sociale. Ciò consente di leggere più puntualmente le gerarchie di status. Il che ci immette nella zone centrali dell’organizzazione/distribuzione del potere. Da qui possiamo investigare, con maggiore cognizione di causa, l’azione e gli effetti delle decisioni e azioni del potere sulle variabili di classe e di razza.
Ecco perché, su questa linea di indagine, registriamo: a) il recupero del concetto di rappresentazioni collettive di Durkheim; b) il richiamo al concetto di valutazione di Parsons.
Diventa, pertanto, congruo concludere: gli uomini discriminano fra le cose e le persone, assoggettando le une e le altre alla valutazione.
Come ricorda, pertinentemente Sarpellon: il principio di valutazione "è una caratteristica peculiare di quel complesso di rappresentazioni collettive
che costituisce la cultura (attributo proprio ad ogni società umana); ogni processo di valutazione comporta un giudizio discriminatorio e pone, di conseguenza, le basi della disuguaglianza" (Sarpellon, 1988, p. 8).
Se il principio di valutazione costituisce la prima caratteristica di ogni società, l’organizzazione ne costituisce la seconda. Vediamone le implicazioni.
Il principio di organizzazione implica che la titolarità dell’esercizio del potere e delle funzioni di dominio sia imputata a pochi. Mentre le decisioni vincolanti si riverberano su tutti, il potere di decidere si concentra nelle mani di pochi. Ciò, come è facilmente intuibile, introduce forti elementi di discriminazione e, dunque, crea strutture organizzative specializzate nella creazione di disuguaglianza. Sicché, conclude correttamente Sarpellon: a) se il principio di valutazione e b) il principio di organizzazione sono coessenziali all'esistenza delle società umane, ne consegue che essi c) sono il fondamento dell'ordine e della coesione sociale (p. 8). Resta da aggiungere che ordine e coesione sociale si riverberano nel loro opposto: diseguaglianza e discriminazione sociale. Ogni modello di ordine e di coesione, pertanto, non solo è risoluzione del "caos" e del "disordine"; bensì anche e soprattutto si regge su gerarchie valutative e strutture organizzative che riproducono relazioni diseguali e discriminanti.
Ne segue, ancora, che al potere (valutazione) e alla posizione sociale (organizzazione) corrispondono degli status di carattere simbolico, gerarchico, politico ed economico che ruotano attorno a mappe di valori. Ora, tali valori sono diffusi dalla valutazione e cristallizzati dall'organizzazione. I meccanismi di comando/obbedienza (sociale e intraindividuale) sono regolati da questi inputs e outputs.
Béteille può, così, realisticamente ed onestamente concludere che, fino a quando la vita sociale sarà imperniata sul principio della valutazione e sul principio dell’organizzazione, il problema della diseguaglianza si porrà come un rompicapo insolubile.
D
Come ben si sa, per il funzionalismo la società è retta da un sistema di disuguaglianze, le quali hanno, però, una funzione positiva. La conseguenza immediata rilevante è la seguente: il problema non è eliminare la diseguaglianza, ma farla funzionare correttamente e razionalmente.
Alcuni correttivi a questo asserto teorico di fondo, sono apportati dalle "teorie della stratificazione" (Bendix-Lipset, 1969). Secondo alcuni studiosi appartenenti a questo filone (Davis, Moore, Tumin et alt. in Bendix-Lipset, 1969), ogni società ha un suo funzionamento specifico; ma, per poter funzionare, deve assicurarsi che i compiti su cui si impernia vengano svolti adeguatamente e razionalmente. A tal fine, è necessario: a) distribuire razionalmente i membri della società; b) motivarli a svolgere bene i compiti loro affidati.
Ogni posizione articola dei compiti; attorno ai compiti si sviluppa una raggiera di motivazioni sufficienti. Le persone (più) capaci debbono, dunque, svolgere i compiti (più) importanti. Ecco, in sintesi, il sillogismo cognitivo e metodologico su cui si regge l’indirizzo qui in esame.
Ne discende che differenziato non è soltanto il sistema delle motivazioni; ma anche il sistema delle ricompense. In questo modo, la diseguaglianza viene individuata e fatta fungere quale meccanismo di ottimizzazione permanente dell’equilibrio sociale. Essa viene assunta e metabolizzata come un automatismo funzionale agente a livello non consapevolizzato. Attraverso questo automatismo, l’ordine sociale si assicurerebbe che le posizioni più importanti siano ricondotte sotto la responsabilità delle persone più qualificate.
Come si può vedere, l’istanza meritocratica, combinandosi con quella efficientistica, va saldandosi con forti pulsioni tecnicistiche. In questo approccio, la diseguaglianza viene assunta come un selettore di efficienza tecnica, qualora si ponga la società intera sotto il controllo posizionale delle responsabilità più meritevoli ed efficienti.
Ma i processi di selezione e stratificazione non sono semplificabili in questo modo.
Innanzitutto, risulta ben chiaro che una diseguaglianza sociale, così, istituzionalizzata ha degli effetti controintenzionali che ne minano la razionalità interna e gli schemi teleologici.
L’istituzionalizzazione della diseguaglianza, difatti, finisce con il fungere come un meccanismo bloccato che ostacola la mobilità sociale (all’interno di ogni funzione e competenza e tra le varie funzioni e competenze), disfunzionandola. L’istituzionalizzazione della diseguaglianza funge, come ben avverte Sarpellon, quale ostacolo alla libera circolazione delle persone tra le varie posizioni sociali (p. 9). Si ingenera, dunque, una struttura di relazioni sociali squilibrate. Intanto, viene meno la garanzia della mobilità razionale tra una posizione/funzione e l’altra. Inoltre, la distribuzione dei vantaggi/benefici avviene secondo una scala sperequativa. Tutte e due le risultanze retroagiscono proprio contro quel meccanismo di allocazione dei più capaci nelle posizioni a maggior coefficiente di responsabilità, da cui il modello fa muovere le sue analisi e le sue proposte operative.
G
li approcci conflittualisti partono dalla crisi e dalla critica dei modelli delle "teorie della diseguaglianza" e delle "teorie funzionali", per cercare di approssimare soluzioni a più alto tasso di credibilità e fattibilità.Il primo approccio conflittualista organico è, certamente, costituito dalla teoria della lotta di classe marxista.
Come è largamente noto, per questa teoria, gli effetti della diseguaglianza sono rimuovibili unicamente eliminandone la causa; vale a dire: la struttura economica, sociale e politica capitalistica. Lo schema cognitivo e argomentativo di base è il seguente: a) se dalla struttura derivano conflitti sociali; b) se tale struttura è strategicamente immodificabile per linee interne; c) la risoluzione dei conflitti sociali e, dunque, della diseguaglianza e dell’emarginazione può avvenire soltanto eliminando la struttura, costruendone un’altra di segno e senso alternativo.
Come fa notare Marx e non dimenticano i suoi migliori eredi, i conflitti sociali e politici hanno come posta (anche) l'appropriazione e la distribuzione delle risorse, per un superamento della situazione di diseguaglianza sociale provocata dal capitalismo (Parkin, 1976).
Nella posta in gioco del conflitto va, dunque, inserita anche la conquista delle istituzioni che presiedono all'assegnazione dei vantaggi e dei benefici (non solo materiali, ma anche simbolici).
Osserva pertinentemente Parkin che tali sistemi istituzionali non comprendono unicamente organismi politici e strutture governative formali, ma anche sottosistemi produttivi, culturali, educativi e formativi, intorno cui si incardinano le agenzie della socializzazione. I quali sottosistemi sono strettamente interrelati alle agenzie istituzionali (amministrative, giuridiche e normative) che elaborano/impongono le leggi dello Stato e, con questo, la sua autorità, legalità e legittimità.
A
ssolutamente altero a quello conflittuale (e, in specie, a quello marxiano) è l'approccio weberiano.È largamente noto che Weber parte dalla distinzione tra a) potere politico, b) classe economica e c) status sociale.
Vediamo lo schema che è implicito a questa tripartizione:
1) l’ordine economico comprende le classi;
2) l’ordine sociale comprende gli status;
3) l’ordine politico comprende i partiti.
In Weber, la stratificazione sociale ha una scala tridimensionale, poiché è la risultante complessa delle interazioni e variazioni che si danno tra ordine economico, ordine sociale ed ordine politico. I soggetti entrano in conflitto, si differenziano e cooperano, a seconda delle modalità attraverso cui potere (politico), classe (economica) e status (sociale) interagiscono.
Se la scala della stratificazione ha questa interattività tridimensionale, ne consegue, come fa acutamente rilevare Sarpellon, che l’emarginazione rappresenta il fondo della scala (p. 10).
Il conflitto, ora, ammette una pluralità di soggetti e una pluralità di temi posizionali: si distribuisce lungo tutta quanta la scala della stratificazione sociale, non più, come nella teoria marxista, ai due poli dello schieramento di classe (borghesia/proletariato).
Il modello di Weber è stato complessificato per linee interne dalle "teorie della stratificazione sociale". Seguiamone il percorso, partendo dai punti di comunanza.
Come già in Weber, si ritiene che una società non è semplicemente differenziata; essa è anche stratificata. Cioè: le differenze sociali e individuali esprimono anche diseguaglianze ingenerate dalla diversificazione dei processi di appropriazione e gestione delle risorse, a loro volta, regolati da una catena di interessi conflittuali.
Va ricordato che, in Weber, il "gruppo di status" si forma intorno alle reti di relazione delimitate dall'identità, dall'appartenenza, della coscienza sociale, degli stili di vita, dei valori condivisi, ecc. Per dirla marxianamente, il gruppo di status weberiano costituisce un caso di "classe per sé". Dal punto di vista weberiano, ancora, sarebbe il gruppo di status, non già la classe (e/o la sua avanguardia organizzata), ad essere portatore della leniniana "coscienza di classe".
Ora, le teorie della stratificazione sociale hanno, in prevalenza, il limite di descrivere, attraverso il ricorso alle categorie, piuttosto che esplicare, attraverso la precisazione socio-empirico delle condizioni dei diversi tipi e gradi di diseguaglianza (Collins, 1992). Due sono i modelli principali:
1) il modello pionieristico (Lensky, 1966).
2) l'analisi multidimensionale (Turner, 1984).
Cominciamo con Turner, il cui approccio è definibile come teoria del possesso delle risorse. Egli elabora un modello articolato su sei dimensioni, in luogo di quello tridimensionale di Weber. Vediamolo in schema:
1) concentrazione della ricchezza materiale;
2) formazione di gruppi culturali;
3) distribuzione del prestigio;
4) formazione di gruppi culturali omogenei;
5) classificazione in base allo status dei gruppi culturali;
6) mobilità sociale (Collins, p. 196).
Per parte sua, Lensky elabora una teoria della distribuzione della ricchezza a mezzo del potere. Secondo Lensky, la ripartizione generale della ricchezza si articola in due filoni principali:
1) la ricchezza necessaria per mantenere in vita la popolazione, distribuita secondo il bisogno; il che garantisce la vita di una quota della popolazione che altrimenti morirebbe;
2) il surplus che eccede la quantità minima necessaria: quanto maggiore è il surplus tanto più ampia è la stratificazione sociale (Collins, p. 198).
Attribuzione, appropriazione e redistribuzione del surplus rientrano direttamente nelle sfere di attribuzione ed esercizio del potere. Come sostiene Collins, nel modello comparativo di Lensky, l’ineguaglianza è determinata da due fattori: a) la dimensione del surplus economico; b) la concentrazione del potere (p. 198). Le società che maggiormente stratificano diseguaglianza sono quelle che, attraverso tecnologie produttive via via più avanzate, estraggono quote crescenti di surplus. La civilizzazione, da questo punto di vista, è stata la transizione progressiva da società meno stratificate e diseguali a società più stratificate e diseguali; ma non è questa la conclusione di Lensky.
Considerando la "lunga durata" storica, Lensky configura il passaggio tra "formazioni sociali" così idealtipicizzate: a) caccia e pesca; b) orticoltura; c) agricoltura; d) industria. Secondo lui, nella transizione da una formazione sociale all'altra il surplus economico, la diseguaglianza della ricchezza e la concentrazione del potere procederebbero secondo tre curve diverse. Nel dettaglio:
1) la curva del surplus economico andrebbe crescendo costantemente;
2) quella della diseguaglianza della ricchezza si incrementa nelle fasi che vanno dalla "caccia e pesca" all'"orticoltura" ed "agricoltura"; mentre tenderebbe a scendere nel passaggio dall'"agricoltura" all'industria";
3) quella della concentrazione del potere tocca i suoi valori massimi nel passaggio dall'orticoltura all'agricoltura, mentre si va assestando verso il basso nel passaggio successivo dall'"agricoltura" all'"industria".
Meno rigido ed "ottimista" il modello di Turner, per il quale la concentrazione del potere cresce anche nella fase industriale (Collins, pp. 200-209).
Alcune teorie del conflitto, hanno cercato di metabolizzare l’insegnamento weberiano, applicando Weber a Marx e Marx a Weber. Si distingue, in particolare, Dahrendorf per il quale nelle società post-capitalistiche si perviene alla istituzionalizzazione della mobilità sociale (Chiocchi, 1993). Ne consegue che lo status del proletariato passa dalla deprivazione assoluta alla deprivazione relativa delle risorse.
Ma per tutti gli approcci conflittualisti la questione centrale è quella del potere (Crespi, 1966). Difatti, i rapporti di potere disvelano i contesti istituzionali basali della stratificazione: tutte le situazioni di diseguaglianza traducono una relazione politica di controllo e di comando di alcuni gruppi sociali su altri e di alcune persone su altre.
Q
uesta veloce panoramica sui modelli teorici, ci consente di approssimare meglio un tema di centrale rilevanza: la morfologia dell’emarginazione. Il che permette di mettere meglio a fuoco il legame di coappartenenza tra emarginazione e diseguaglianza.Ogni area in cui insiste un rapporto di discriminazione e dominio è un’area che produce e conferma emarginazione/diseguaglianza.
Esiste un territorio diffuso di microrelazioni sociali e interpersonali, in cui i livelli di emarginazione e discriminazione raggiungono vette impensate e, tuttavia (o, forse, proprio per questo), sono assimilati e razionalizzati come comportamenti assolutamente normali. Descriviamo, con Sarpellon, questo campo:
1) diverso fisico (handicappato, minorato, il malato...);
2) diverso razziale (negro, ebreo, emigrante, immigrato);
3) diverso sessuale (donne, omosessuali);
4) diverso mentale (psicopatico);
5) diverso generazionale (anziani, bambini);
6) diverso territoriale (meridionale, contadino, straniero);
7) diverso professionale (professioni umili e/o basse);
8) diverso espressivo (analfabeta, straniero) [p. 16].
Ma il tema dell’emarginazione investe un altro campo: quello del sistema di sicurezza sociale.
Nei paesi capitalistici avanzati il sistema di Welfare ha funzionato come garanzia contro la: a) disoccupazione; b) la malattia; c) la vecchiaia.
Su quest’asse, abbiamo conosciuto due crisi del Welfare.
La prima si è risolta nell’impossibilità della risoluzione dei problemi storici della sicurezza e dell’assistenza, in quanto si è verificato un ingorgo nella struttura delle istituzioni pubbliche, gravate da una domanda di soddisfacimento di bisogni e di consumi in eccesso rispetto alle possibilità dell’offerta.
La seconda si è risolta nel fallimento dell’obiettivo della perequazione e dell’equità sociale. Si è storicamente verificato che la redistribuzione della ricchezza sia rimasta, prevalentemente, ristretta all’interno dei ceti medi, così rivelandosi una causa addizionale di sperequazione e diseguaglianza.
L’emarginazione è l’altra faccia della rivoluzione tecnologica , esattamente nella misura in cui le "nuove povertà" sono l’altra faccia dello Stato del benessere. La combinazione industrializzazione/produzione di massa/Stato del benessere collega l’emarginazione ai "bisogni post-materialisti", non semplicemente a quelli "materialisti". Temi essenziali della mobilitazione collettiva e delle aspettative del singolo diventano: il Sé, l’Altro, la solitudine, l’amore, la frustrazione, il tempo libero, la dipendenza culturale, ecc.
P
ossiamo, a questo punto, procedere alla disamina delle determinanti concettuali dell’emarginazione.Sono stati, allo scopo, definiti degli indicatori generali di riferimento. Vediamoli:
1) precarietà dei ruoli;
2) mancata o insufficiente interiorizzazione delle norme culturali societarie e/delle norme subculturali tipiche di una classe, di un ceto, di un ruolo;
3) lontananza dal centro della società; o meglio: da ciascuno dei suoi centri concentrici che elaborano, delimitano e istituzionalizzano stabilità strutturali, ruoli, culture e gerarchie;
4) percezione della mancanza di:
a) tutela istituzionale (sindacato);
b) canalizzazione espressiva (partiti, sindacati, gruppi di pressione);
5) consapevolezza della:
a) totale o parziale rilevanza del ruolo svolto;
b) mancata acquisizione di un ruolo sociale (Statera, 1980).
L’emarginazione, quale risultante di questo complesso processo, finisce con l’essere quell’area e quell’insieme di soggettualità che rimangono senza riconoscimento politico-istituzionale e senza canalizzazione espressiva. Su siffatta modalità di concettualizzazione Statera innesta una rilevazione empirica di questo tipo: le aree dell'emarginazione "sono presenti in diverse classi sociali e sono particolarmente stese in quelle che si potrebbero forse definire "classi sociali sommerse", o "formazioni sociali sommerse" che si configurano come un vero e proprio terreno di coltura di guerriglia diffusa" (p. 8). L’analisi di Statera trasforma l’emergenza del sommerso (leggi: la canalizzazione espressiva dell’emarginazione) in un problema di ordine pubblico. Conseguentemente, i problemi dell’emarginazione vengono causalizzati al disadattamento (sociale e psichico), senza essere individuati quali: a) agenti disvelatori della crisi sociale; b) elementi allusivi di una nuova e diversa organizzazione sia delle relazioni sociali che del rapporto Stato/mercato/soggetti sociali. Se è vero, come assume Statera, che l’emarginazione ha una dimensione ruolizzante/valoriale, è altrettanto vero che ruoli e valori emarginati ed esclusi dalle agenzie ufficiali e dai networks simbolico-comunicativi istituzionalizzati non possono essere liquidati in termini di pura e semplice sovversione sociale, di ideologia estremista.
C
on Crespi, ci avviciniamo all’analisi strutturale del problema.Il sistema marginale si costruisce:
1) "intorno all'asse del modo di produzione prevalente";
2) "accanto alla persistenza di forme arcaiche o comunque precedenti, e non riconducibili al modo di produzione dominante" (crespi, in Statera, 1980, p. 43).
Va, pertanto, dislocandosi una disseminazione di forme sociali non riconducibili alle dominanti: "Quindi in ogni tipo di società è possibile trovare un modo di produzione dominante -l'industria nella nostra società- e altre forme che non rientrano in questo tipo di organizzazione produttiva" (ivi, p. 43).
L’analisi ha l’urgenza di sventagliare il suo sguardo verso tutte le relazioni tra la centralità del sistema e le altre fasce/forme sociali. Il rapporto centri/margini, così, concettualizzato ammette due forme generali:
1) la "dipendenza in senso strettamente funzionale o produttivo";
2) oppure il "sistema di gratificazioni": servizi, prestazioni, ecc.; vale a dire: il clientelismo (ivi, p. 43).
Fissate queste coordinate generali di indagine, Crespi procede all’analisi del processo storico di formazione della marginalità italiana, suddividendolo in due periodi.
Il primo periodo coincide con gli anni ‘60. Esso si caratterizza per la peculiare circostanza che la marginalità è il prodotto dello sviluppo. Lo sviluppo industrialista degli anni ‘60 crea nuove forme di marginalità che si riverberano particolarmente sulle categorie operaie, sulle donne, sui giovani e sugli anziani. In questo periodo, sostiene Crespi, "emergono tutti gli elementi culturali di trasformazione, di contro-cultura, di crisi di ideologie totalizzanti, di crisi di legittimazione della democrazia, di crisi della società del benessere, dei modelli di consumo e di competitività" (ivi, p. 44). Ancora: in questo periodo si registra la "fine dell'etica del lavoro" e si afferma la "critica al principio della realtà" (ivi, p. 44).
Il secondo periodo principia con gli anni ‘70 e si qualifica per l’impossibilità dell'"assorbimento della marginalità da parte del sistema; ed è in questo momento che viene messo anche in evidenza il carattere funzionale della marginalità per il funzionamento del sistema o della centralità" ( ivi, p. 44). La crisi economica, in sostanza, "mette in evidenza un fatto che esisteva sin dall'inizio, cioè che il sistema della centralità per funzionare deve aver la possibilità di queste riserve di mano d'opera" (ivi, p. 44). Da ora in avanti: la marginalità non è più marginalità "di categorie, ma è marginalità da sottoccupazione, occupazione nell'economia sommersa, disoccupazione" (ivi, p. 44). Il sistema centrale:
1) espelle forza-lavoro;
2) è interessato da un vasto processo di decentramento produttivo.
Ne consegue l'allargamento del lavoro illegale (il "lavoro nero") e dell'economia sommersa, su cui, negli anni ‘80, faranno le loro effimere fortune i paradigmi del "piccolo è bello". Da qui, conclude Crespi, nasce "una nuova forma di antagonismo che ha la sua punta estrema nel terrorismo, che possiamo considerare come una manifestazione limite della marginalità che a mio avviso nasce proprio dal punto di scontro tra questi due momenti (quello dello sviluppo e delle grandi speranze del '68 e quello successivo della crisi, in una situazione in cui, essendo giunte a consumazione tutte le ideologie totalizzanti, vi è un disperato bisogno di certezze, di identità e di appartenenza" (ivi, pp. 44-45).
P
randstraller, invece, ci permette di prendere di petto alcuni assunti della teoria classica che fanno dipendere la marginalità dai processi di "valorizzazione del centro".Queste dimensioni del discorso sono state sviluppate eminentemente dalla sociologia americana dei processi di immigrazione (negli Usa). I processi presi in esame sono quelli relativi alla transizione dalla posizione di sfavore alla posizione di centralità. Il che non fa che esprimere una visione centripeta della marginalità. Osserva Prandstraller: "questa concezione della marginalità non è altro che l'invidia della centralità, cioè colui che si trova al di fuori della zona centrale dove con tutte le sue forze collocarsi al centro, possibilmente spiazzando quelli che ci sono oppure trovando dei compromessi con loro" ( in statera, 1980, p. 48).
Ma alla concezione centripeta della marginalità è possibile, rileva Prandstraller, ricondurre anche il marxismo: "la classe operaia, che si trova ai margini, fa di tutto per arrivare al centro, per sostituirsi alla classe che sta al centro, cioè alla borghesia. Di fatto è un discorso di desiderio di centralità" (ivi, p. 48).
Il "discorso del ‘68" come si inserisce in tali contesti storici e quadri teorici?
Uno dei caratteri distintivi del ‘68 è il suo approccio alla marginalità. Come coglie Prandstraller, il ‘68 non vive la marginalità come "condizione negativa" (ivi, p. 48), per il preciso motivo che il centro non è vissuto come "condizione positiva" (ivi, p. 49).
La marginalità è ora "gradita come una nuova forma di civiltà, come un nuovo modo di essere che rinnega la centralità in quanto espressione del potere strutturato gerarchico, autoritario. In questi termini la marginalità non diventa più una condizione da trascendere ma piuttosto una condizione da estendere in quanto ha dei suoi contenuti validi, positivi, che sarebbero importanti di per sé stessi e degni di essere vissuti. Quindi la marginalità non è altro che la condizione che consente il pieno adempimento del sé in quanto non sottopone l'individuo al controllo burocratico, al controllo dell'organizzazione dell'impresa, a tutte quelle forme che praticamente impediscono l'estrinsecazione piena e completa del sé" (ivi, p. 49).
Questa nuova concezione della marginalità "contiene i germi di un rinnovamento culturale che indubbiamente si svolgerà nel futuro" (ivi, p. 49). Il processo politico che Prandstraller auspica è il "processo di svuotamento del potere", in luogo della conquista e della sostituzione di una classe (dirigente) con un'altra (ivi, p. 50).
La verifica storica della mancata realizzazione di queste premesse (e promesse) e l’individuazione parallela dei loro limiti e delle inadeguatezze delle forze politiche nominalmente agenti nel segno del cambiamento è ancora ben lungi dall’essere stata fatta dalle forze della sinistra italiana.
I limiti del presente politico della sinistra italiana partono anche da qui; come anche da qui parte lo scacco politico-elettorale che hanno dovuto subire da Berlusconi, al quale è bastato mimare il "nuovo" ed effondere la virtualità del "cambiamento", per scompaginare il campo e tentare la conquista del "centro" del sistema politico, su posizioni di ultradestra modernizzante.
M
a i problemi collegati all’emarginazione importano anche pratiche e rituali di recupero e addomesticamento simbolico dell’esclusione sociale. Siamo condotti da Bonazzi nel vivo di tale problematica.L’urgenza che risalta, nota Bonazzi, è l’istituzionalizzazione di certi "pro-cessi catartici" (cfr. Girard), per evitare che nella società si "scatenino meccanismi di violenza diffusa" (in Statera, 1980, p. 65).
Ora, le condizioni generali che rendono possibile l’esistenza di processi catartici sono così sintetizzabili:
1) il soggetto dev'essere percepito nell'area del potere ;
2) vale a dire: la credibilità del soggetto è emanazione diretta della sua appartenenza all'area del potere (ivi, p. 65).
Possiamo congruamente dire che, affinché "vi sia efficacia nel meccanismo di espiazione catartica, occorre che questa non sia posta e percepita come una vendetta, cioè non può essere una faida ... La faida porta sempre nella sua logica interna ad una catena senza fine di rappresaglie continue. L’espressione catartica, invece, è l'ultimo atto che trascende e supera la logica della faida" (ivi, p. 65).
In ultima analisi, il processo catartico assicura il trascendimento della logica della faida. Richiede la "legittimazione di una partecipazione corale ritualizzata, cioè occorrono forme istituzionali legittimate da un consenso più largo possibile" (ivi, p. 65). Non a caso, l’uso del codice catartico è stato assai intenso da parte dei teorici della restaurazione e della conservazione: p. es., guerra come elemento purificatore (ivi, p. 65).
È possibile un uso diverso, di sinistra, dei codici catartici? Bonazzi ritiene di sì. Nella rivoluzione, comunque essa sia orientata, il "momento catartico è compresente ad un uso alternativo delle risorse, ad un'imposizione di valore, di norme di istituzioni differenti da quelle del passato" (ivi, p. 66). La contropartita è data dall’espiazione catartica, dalla progettualità storica (ivi, pp. 66-67).
Ciò che, insomma, avviene è un processo di transfert. Le operazioni di transfert canalizzano punizioni esemplari (più o meno cruente), le quali mettono in codice e in espressione comunicativa processi di colpevolizzazione simbolica (ivi, p. 67). Il problema della società italiana, conclude Bonazzi, è che essa è "come un corpo che non sa espellere le proprie tossine, le esprime a livello di riflusso e di terrorismo" (ivi, p. 68).
Ma, ora, il peso preponderante assegnato alle operazioni di transfert e ai codici di espiazione catartica è in ragione diretta del "blocco" egemonico dei circuiti politici di decisione e azione, nonché della chiusura istituzionale delle condotte di espressione e comunicazione. Allora, la "questione delle questioni" non è tanto l’espulsione delle tossine sociali prodotte, quanto la riapertura dei canali della partecipazione politica e della comunicazione simbolica. Si tratta di liberare i codici politici e quelli della comunicazione simbolica dalla sindrome del dualismo amico/nemico. Il che non può non ripartire da una profonda riconsiderazione delle relazioni tra il Sé e l’Altro, tra l’Identico e il Diverso. In questo senso, la mappa e la morfologia dell’emarginazione che abbiamo precedentemente approssimato vanno assunte quali elementi indicatori e apportatori: a) di una sfida simbolica ai codici della politica ufficiale; b) di una sfida politica ai codici della comunicazione simbolica ufficiale. L’analisi, se non si limita alla mera registrazione del dato, deve interpretare queste sfide, le quali non sono né latenti e nemmeno virtuali, ma si addensano in aree sociali e tematiche di forte sofferenza e malessere, il cui raggio di estensione e profondità va progressivamente crescendo. Ove lo sguardo critico e analitico manca questo "ancoraggio visuale", di fronte ai fenomeni dell’emarginazione sociale e individuale non rimangono aperte che due strade: a) la rimozione e l’invisibilizzazione; b) la criminalizzazione. Soluzioni che, sovente, si combinano tra di loro ad un alto livello di integrazione e densità.
C
on tutta chiarezza, siamo venuti evocando una questione politica assai dibattuta e, in linea di massima, risolta schematicamente, se non strumentalmente. L’emarginazione e la marginalità si convertono automaticamente in atteggiamenti culturali, sociali e politici estremisti? In generale, la cultura e la politica ufficiali hanno risposto affermativamente al quesito. Il che ha retroagito sull’arena delle decisioni politiche, con effetti di verificazione, conferma.Negli anni ‘70, da questo punto di vista, l’Italia è stato un osservatorio privilegiato, sia per la qualità e la quantità dei cicli di lotta sociale che per l’emersione di nuovi soggetti della mobilitazione collettiva. All’interno di tale contesto, il soggetto sociale che meglio si presta alle verifiche prospettate è, certamente, l’Autonomia Operaia Organizzata.
S. Acquaviva è stato tra i pochi a tentare un’analisi "laica" del tema e del soggetto, senza indulgere in tentazioni ideologico-giudiziarie.
Egli parte dalla individuazione della posizione ideologico-culturale dell'Autonomia, nella quale fa spicco la concezione multidimensionale dell’emarginazione e dello sfruttamento. Qui l’emarginazione non è un fatto residuale e/o periferico, ma, assieme al lavoro intellettuale, occupa un ruolo centrale. Rispetto ai tradizionali paradigmi marxiani v’è un nesso di continuità e di rottura, poiché si distingue tra produzione di plusvalore materiale e produzione di plusvalore sociale. Quest’ultima, rileva Acquaviva, "è la capacità di un individuo di capitalizzare le sue capacità, di esercitare violenza e di avere potere nel senso lato sugli altri" (in Statera, 1980, p. 72).
Ma Acquaviva provvede anche alla identificazione delle articolazioni teorico-pratiche del discorso di Autonomia che, così, riassume: a) il sistema dei bisogni; b) l'operaio diffuso; c) l’orizzontalizzazione dello sfruttamento e la sua somatizzazione nella psiche e nei corpi (non più solo nella struttura produttiva: fabbrica + classe operaia); d) l’asservimento delle tecniche e dei saperi sotto la "microfisica di poteri" (ivi, pp. 70-71).
Una rilettura della produzione teorica e dei comportamenti di Autonomia negli anni ‘70, non falsata dall’ideologia e serrata sul piano critico, non può che confermare la "ricostruzione" sul punto svolta da Acquaviva. Si deve rimandare ad altra occasione una esplorazione di questo tipo. Quello che si vuole qui sottolineare è che l’emarginazione e la marginalità, da figure periferiche e negative, divengono condizioni, figure e comportamenti "centrali" non solo nel vissuto relazionale, ma nei meccanismi di produzione e riproduzione sociale. In proposito, emblematiche sono le posizioni di Toni Negri, per il quale la condizione di marginalità costituisce una universalità, il costituirsi di quell’individuo sociale proletario (pronosticato da Marx) che incarna la soggettività imputata del salto al comunismo (Negri, 1978, 1979, 1988). Non è qui in questione la fondatezza o meno delle tesi di Negri; quello che preme rilevare è che sono esistite, non solo in Italia, una concezione ed un’esperienza positive dell’emarginazione. Valgano, per tutte, due testimonianze:
1) "Una cosa è subire l’emarginazione, altra è costruire la nostra marginalità, estraneità alla loro cittadella. Una cosa è essere disoccupato forzato, altra è decidere di essere inoccupabile per loro (...) Siamo fuori da questo gioco. Ne stiamo costruendo un altro, di cui non sapete le regole" ("Re nudo", n. 52, 1977);
2) "Io non mi incazzo, non mi spavento se mi definiscono emarginata, è stata una mia scelta, una alternativa a tutto; nel fumo ci vivo bene (...) Quello che voglio dire è che ormai si è formato il ghetto degli sbandati, con tutte le contraddizioni e le paranoie che il ghetto comporta. Per i nuovi iniziati (come me) l’erba porta con sé, e in sé, una nuova ideologia; non è uno strumento politico di unione per rafforzare la lotta; è solo una realtà nuova, più intima e personale, che riesce finalmente a distaccare (nel limite del possibile) dalla società, perché è questo che vogliamo: rimanere fuori dalla società" (lettera a "Re nudo", n. 58, 1977).
(A.C.)
Testi richiamati
R. Bendix-S. M. Lipset (eds.), Classe, potere, status, vol. I, Teorie sulla struttura di classe, Padova, Marsilio, 1969.
A. Béteille (ed.), Social Inequality - Selected Readings, Harmondsworth, 1969.
A. Chiocchi, Trame del conflitto. Tra libertà, rivoluzione e mutamento, "Società e conflitto", n. 7/8, 1993.
R. Collins, Teorie sociologiche, Bologna, Il Mulino, 1992 (ma 1988).
F. Crespi, La stratificazione sociale, in AA.VV., Questioni di sociologia, vol. II, Brescia, Editrice La Scuola, 1966.
G. Lensky, Power and Privilege: A Theory of Stratification, New York, McGraw-Hill, 1966.
A. Negri, Il dominio e il sabotaggio, Milano, Feltrinelli, 1978.
Idem, Dall’operaio massa all’operaio sociale, Milano, Multhipla, 1979.
Idem, Fine secolo. Un manifesto per l’operaio sociale, Milano, SugarCo, 1988.
F. Parkin, Diseguaglianza di classe e ordinamento politico - La stratificazione sociale nelle società capitalistiche e comuniste, Torino, Einaudi, 1976 (ma 1971).
G. Sarpellon, Emarginazione e dinamiche sociali, "Animazione sociale", n. 1, 1988 (Il testo in questione è stato preparato per il 14° colloquio europeo su "Emarginazione sociale e strategie per combatterla"", organizzato dall’ICCW (International council of social welfare), Roma: 20-25 settembre 1987).
G. Statera (a cura di), Emarginazione e sovversione sociale, Roma, Edizioni Politecnico, 1980 (Atti del Seminario del CREL, "Emarginazione sociale e le possibilità di risposta del sindacato", Roma, maggio 1979).
J. Turner, Societal Stratification: A Theoretical Analysis, New York, Columbia Univ. Press, 1984.