IL DIBATTITO NEGLI ANNI ‘80

 

  

 

 

Ä Ä Ä DIPENDENZA e FUNZIONALITÀ DELLO SVILUPPO

Ä Ä Ä SVILUPPO AUTOPROPULSIVO E NUOVE CAPACITÀ IMPRENDITORIALI NEL MEZZOGIORNO

Censis, La nuova geografia socio-economica del Mezzogiorno in relazione ai modelli diffusivi di imprenditoria locale, Roma, 1981.

Viene, in particolare, preso in esame lo "sviluppo del Mezzogiorno" negli anni '70. I differenziali fra area e area, in termini di crescita economica, assunti come articolazione topologica di uno sviluppo industriale a pelle di leopardo. L'analisi meridionalista deve, quindi, puntualizzarsi, seguendo punto a punto le allocazioni a grappolo degli insediamenti industriali. Se questo attiene alla descrizione del dato, resta da chiedersi "il perché" di una siffatta fenomenologia. Il Censis individua quattro principali ordini di fattori oggettivi, in base ai quali si è potuto determinare un modello di sviluppo industriale a pelle di leopardo. Essi sono:

1) il differenziale morfologico che dicotomizza il territorio in aree interne e aree costiere;

2) il differenziale dei sistemi di comunicazione, a breve e lungo raggio;

3) gli effetti di "irradiamento per propagazione" dalle aree emergenti del Centro;

4) l'armatura urbana preesistente.

Accanto ad essi opererebbero tre principali ordini di fattori soggettivi:

1) intervento pubblico per l'industrializzazione;

2) ripresa di produttività in alcune aree agricole;

3) sviluppo dell'innovazione terziaria in molte aree urbane intermedie.

Il Censis, inoltre, individua 7 tipologie di comuni (più una residuale), applicando la metodologia della cluster analysis:

1) centri di vitalità economica;

2) centri emergenti;

3) centri intermedi;

4) centri intermedi statici;

5) centri marginali dinamici;

6) centri marginali dinamici;

7) centri periferici.

Il "versante adriatico" è quello che presenta i maggiori indici di sviluppo.

E. Pontarollo, Tendenze della nuova imprenditoria nel Mezzogiorno degli anni '70, Milano, Angeli, 1982.

Considerato già in Associazione culturale Relazioni, Dall'emergenza allo sviluppo?, 1990.

G. Lizzeri (a cura di), Il Mezzogiorno possibile, dati per un altro sviluppo, Milano, Angeli, 1983.

Nuova concezione dell'intervento straordinario, rispondente a nuovi criteri e azionante nuovi strumenti di politica industriale, diversificati e attenti alle caratteristiche endogene dello sviluppo.

Lizzeri (Un altro sviluppo è possibile) sostiene che per superare il ritardo storico del Mezzogiorno occorre individuare tematiche su giocare d'anticipo, al di fuori degli schemi classici dell'intervento straordinario e con proposte precise e delimitate. Il modello proposto da Lizzeri è lo sviluppo neoprogrammato. In sintesi, le regioni meridionali dovrebbero parzialmente ripercorrere le prospettive che hanno consentito il decollo delle regioni centrali e settentrionali, attraverso una puntuale manovra di intervento pubblico. Il che richiede una ridefinizione dell'intervento straordinario, strumentato diversamente rispetto al passato, anche facendo ricorso alla deregulation di tutte le iniziative passibili di generare innovazione. Da qui l'urgenza di estendere l'intervento straordinario all'agricoltura, alla forestazione, allo sviluppo, al turismo e al patrimonio artistico, ai beni e servizi a supporto del vivere civile e dell’habitat produttivo. Infine, si reclama la necessità di costituire una nuova classe amministrativa competente e onesta.

Pontarollo (Una politica industriale per il Mezzogiorno), analizzando la situazione industriale del Mezzogiorno agli inizi degli anni '80, richiamandosi ai dati del censimento e ai consumi di energia elettrica, sostiene che lo sviluppo industriale del Mezzogiorno troverà modo di realizzarsi storicamente solo copiando, con modalità e fisionomie nuove, le metodologie dello sviluppo della "Terza Italia"; fuori da questa prospettiva, nessuno forma di sviluppo meridionale è, per lui, ipotizzabile.

De Brabant (Telematica e Mezzogiorno: rischio di distacco o opportunità di sviluppo?), esaminando la situazione della telematica nel Mezzogiorno, sostiene che la diffusione dei servizi telematici azzera uno degli svantaggi storici del Mezzogiorno: la sua eccentricità geografica. In questo senso, può costituire il motore possibile dello sviluppo futuro del Mezzogiorno.

F. Testa (a cura di), Tipologie aziendali e settori industriali nel Mezzogiorno, Milano, Angeli, 1984.

Il volume è il frutto delle analisi del gruppo di lavoro del Cesan di Napoli che, congiuntamente allo Iasm, raccoglie dati sugli insediamenti industriali nel Mezzogiorno.

R. Mercurio dimostra che, dall'inizio dell'intervento straordinario, le imprese a capitale locale hanno usufruito di una quota di finanziamenti inferiore, in termini percentuali, al loro peso sull'occupazione. Ciò è dovuto alla loro minore intensità di capitale rispetto agli impianti appartenenti ai gruppi esterni; nel contempo, però, è indicativo del rischio di un limitato effetto propulsivo sulll'imprenditorialità locale delle politiche economiche basate essenzialmente sulle leve finanziarie.

F. Testa esamina in dettaglio le specializzazioni produttive regionali e le relative aggregazioni industriali nei poli di accentramento industriale. Egli fa rilevare che i poli di iniziative industriali endogene assai raramente presentano caratteristiche di integrazione produttiva; in linea generale, difatti, essi appaiono non funzionalmente diversificati, scarsamente omogenei e, perciò, poco suscettibili di creare economie esterne che favoriscano l'insediamento di nuove imprese. A loro volta, i poli di insediamento esterno presentano la caratteristica di poli di concentrazione occupazionale; il che spiega come essi non siano stati capaci di suscitare la fertilizzazione industriale dei contesti locali entro i quali sono dislocati. Le strutture produttive realizzate, conclusivamente, non possono rappresentare opportunità per nuovi sviluppi e investimenti.

Nel panorama generale non esaltante gli unici elementi positivi vengono dalle province emergenti: Chieti, Pescara, Frosinone, Latina, Caserta.

G. Garofoli, Squilibri regionali e sviluppo del Mezzogiorno, "Atti della V Conferenza italiana di Scienze Regionali", Bari, 22-25 novembre 1984.

Diversamente da quanto suggerito dalla Svimez (con le posizioni della quale tutti gli approcci qui riassunti sono in esplicita polemica), Garofoli sostiene il principale problema dello sviluppo del Mezzogiorno non va derivato dal rapporto con le regioni più avanzate, ma sta nella insufficienza dell'intervento sulla formazione di nuova capacità produttiva; vale a dire, nel basso ritmo di crescita degli investimenti industriali. Si sostiene qui che i trasferimenti dello Stato supportano principalmente la crescita dei consumi, secondo un'ottica assistenziale, anziché stimolare la creazione di nuove condizioni di sviluppo. Il punto di risoluzione, avverte Garofoli, sta nel potenziamento dell'offerta locale, onde poter innescare il circolo virtuoso: sviluppo della produzione, sviluppo del reddito, sviluppo della domanda. Con ciò Garofoli si colloca in una linea mediana tra la posizione di Lizzeri/Pontarollo e quella della Svimez; comunque, fa rimarcare il ruolo strategico che può/deve essere giocato dalla nuova imprenditoria locale.

M. D'Antonio/I.TER., Il Mezzogiorno degli anni '80: dallo sviluppo imitativo allo sviluppo autocentrato, Milano, Angeli, 1985.

Già considerato in Associazione culturale Relazioni, Dall'emergenza allo sviluppo?, 1990.

Svimez, Rapporto 1987 sull'economia del Mezzogiorno, Napoli, 1987.

Il concetto chiave: il divario tra il rapporto pro capite nel Mezzogiorno e nel Centro-nord. L'analisi empirica mostra che, nel decennio 1978-1987, il divario non è diminuito. Nel 1986, il Pil pro capite è aumentato del 3,3% nel Centro-nord e dell'1,1% nel Mezzogiorno. Ciò soprattutto a causa della scarsa ripresa industriale, evidenziata dal modesto incremento degli investimenti fissi (soprattutto di quelli industriali): + 1,5% nel Centro-nord, + 0,7% nel Mezzogiorno. La disoccupazione, tra il 1984 e il 1986, è aumentata del 4,1% nel Centro-nord e del 9,3% nel Mezzogiorno. Sono aumentati anche i differenziali di produttività, la quale è addirittura diminuita nel Mezzogiorno. Il divario si va approfondendo anche in relazione alla competitività e all'occupazione. Rispetto al periodo 1978-1980, l'intervento straordinario fa registrare una netta caduta negli anni '80. La Svimez confida che la nuova legge 64/86 recuperi anche questo ritardo, in quanto la soluzione dei problemi del Mezzogiorno si trova nelle mani della politica economica del governo, non già nelle mani degli imprenditori locali. Il filone è quello del meridionalismo classico, in cui "pessimismo" e "industrialismo" si incastrano perfettamente

 

AA.VV. [ISVET]

CRISI INDUSTRIALE E SISTEMI LOCALI

NEL MEZZOGIORNO

Milano, Angeli, 1985

(Intervento di Musacchio)

  

  1. I FENOMENI CONGIUNTURALI: a) "nuova soggettualità"; b) "mutamento dell'assetto territoriale"; c) efflorescenza dei "sistemi economici locali". La CONGIUNTURA MERIDIONALE è così definita da Musacchio: "… l'insieme delle emergenze, che senza determinare una svolta epocale nella compagine meridionale, ne contrassegnano variazioni e avvenimenti forse limitati nel tempo e negli effetti, ma comunque fortemente sintomatici dell'evoluzione dei processi in atto" (p. 21).
  2. I FENOMENI DI LUNGO PERIODO: ovvero il mutamento da tradizionale a moderna della formazione sociale ed economica del Mezzogiorno (ibidem). Il contesto globale: fenomeni di transizione che definiscono la successione degli stadi evolutivi propri della vicenda storica dei sistemi occidentali (ibidem). Il contesto locale: fenomeni che determinano la transizione di vaste aree del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Puglia, basso Lazio, Campania) dalla marginalità alla dipendenza periferica (ibidem, pp. 21-22).

LA MOSSA INIZIALE

Si rende necessaria l'istituzione della Cassa, perché lo strumento ordinario non è in grado di intervenire nella straordinarietà del sottosviluppo meridionale. È, quindi, la teoria dello sviluppo che detta i modi e i tempi dell'intervento straordinario: quest'ultimo è (appunto) formula e strumento istituzionale (svelata) della "teoria dello sviluppo". Musacchio: "La scoperta della categoria dello straordinario, infatti, altro non fu se non il prodotto dell'impossibilità tecnica di affrontare a livello politico-amministrativo il sottosviluppo attraverso la forma ordinaria (p. 23).

LE MOSSE SUPPLEMENTARI

Integrazioni e correzioni: 1) legge nel "secondo tempo": 634/57; 2) teoria dei poli di sviluppo industriale, 1962; 3) implementazioni fino alla l. 717/1965.

Il disegno: precisazione del ruolo della cassa quale ente di promozione, progettazione, esecuzione di "interventi in agricoltura e nel settore delle infrastrutture di rete" (p. 23).

L'IMPULSO ALL'INDUSTRIALIZZAZIONE (1965-1974)

Grandi impianti localizzati soprattutto nei settori di base. Il che attribuisce alle PP.SS. un ruolo egemone all'interno delle strategie dello sviluppo del Mezzogiorno. Ciò, però, provoca un progressivo declino del ruolo della Cassa e degli enti collegati, "i quali subiscono una crisi di identità istituzionale che perdura tuttora" (p. 23).

CONCLUSIONE DEL GRANDE PROGETTO MERIDIONALISTA DEL 1950.

LINEA DI CONFINE: 1975.

"AVVENIMENTI" (per ordine).

1) Regressione dall'idea di Stato-piano elaborata negli anni '60:

1a) Abbandono della prassi della programmazione quale leva e forma del governo dell'economia;

1b) Rinuncia alla "centralità" della questione meridionale, all'interno dello "equilibrio complessivo del sistema nazionale" (p. 23);

2) Avvento delle Regioni (1970):

2a) Entrata in campo di un nuovo soggetto nell'area di direzione delle politiche per il Mezzogiorno;

2b) Crisi dell'intervento straordinario quale "soggetto generale dello sviluppo" (p. 23);

3) Crisi dell'economia mondiale (1972-73):

3a) Le ripercussioni più gravi si scaricano sul sistema delle PP.SS., il cui disegno di industrializzazione del Mezzogiorno subisce una caduta verticale (p. 23);

4) Confluenze:

4a) Combinazione della crisi istituzionale e della crisi economica del Mezzogiorno;

4b) Il ristagno dello sviluppo del Mezzogiorno riconduce "a fattori di crisi che dal Mezzogiorno risalgono alla dimensione nazionale ed internazionale" (p. 24);

4c) Paralisi, a far inizio dagli anni '70, della legislazione (ergo: politica) meridionalista;

4d) Blocco, senza soluzioni all'orizzonte, dell'intervento pubblico nel Mezzogiorno;

5) Depotenziamento delle politiche meridionaliste:

5a) Loro riduzione, per effetto della crisi, ad una mera ridistribuzione di risorse;

5b) Trasferimento di risorse verso settori produttivi e aree sociali all'interno di cui i bisogni si presentano o (i) più acuti oppure (ii) politicamente protetti;

5c) Il che fa venire meno, ad un livello di ulteriore approfondimento, l'originario carattere unitario che l'intervento straordinario aveva; anzi: la funzionalità del modello originario del meridionalismo della Cassa diventa "alla lunga inutilizzabile rispetto agli stessi obiettivi di sviluppo per cui era stato creato" (p. 24; corsivo nostro).

6) Gli anni '80; ovvero l'eredità di un carico di problemi rimasti insoluti;

6a) Nonostante gli elementi di novità apportati dalla l. 183/76, significato e presenza dell'intervento straordinario non mutano rispetto ai criteri ispiratori del 1950 (Cassa = agente primario dello sviluppo economico meridionale);

6b) Nondimeno, viene rotto il paradigma unitario (e/o centralistico), attraverso l'istituzionalizzazione della domanda locale; difatti, le attività degli enti dell'intervento straordinario "sono state sempre più orientate verso funzioni di servizio alle Regioni" (p. 24);

7) In conclusione, si può dire:

7a) La crisi dell'intervento meridionalistico "non è problema di ingegneria legislativa e/o istituzionale",

7b) quanto "problema di riflessione sulle possibilità di riconnettere in nesso unitario Stato, società ed economia nel Mezzogiorno, entro un contesto internazionale nel quale — però — la stessa idea di sviluppo attraversa una delicata fase di transizione, gli assetti sociali paiono sottrarsi ai moduli classici di riferimento" (p. 25);

8) IL (VECCHIO) CENTRO DI UNITÀ DELL'INTERVENTO STRAORDINARIO (DEFINITO NEL '50) imperniato su una funzionalità ternaria dello Stato:

8a) Stato quale operatore politico super partes;

8b) Stato quale attore economico;

8c) Stato quale soggetto sociale (p. 25).

 

 

 

STATO

 

 GOVERNO DELL'ECONOMIA

 

 INTERVENTO SUL MERCATO

 

AMMINISTRAZIONI SEPARATE

 

 INTERESSI LOCALISTICI

 

 POTERE DI GESTIONE

 

IL LIVELLO MACRO

Le leggi del 1971 e del 1976 non sono riuscite a dare una soluzione razionale al complesso delle competenze direzionali dell'intervento straordinario. Il che ma mandato in crisi (irreversibile) quella funzione di regolatore generale dello sviluppo che lo Stato, attraverso l'intervento straordinario, si era cucito addosso. Qui registriamo la perdita di senso delle funzioni di comando dello Stato come operatore macroeconomico nel Mezzogiorno (p. 27).

IL LIVELLO MICRO

A fungere quale operatore di mercato è stato il sistema delle PP.SS., soprattutto dalla fine degli anni '60 ai primi '70. Ciò è avvenuto soprattutto nei settori industriali di base; ma gestendo, comunque, una pluralità assai differenziata di attività imprenditoriali, in regime di concorrenza interna e internazionale: "Non a caso la crisi dell'intervento meridionalistico, a partire dal 1974-75, coincide con una profonda crisi di identità del sistema delle PP.SS.: in effetti, era stato il Mezzogiorno il territorio di espansione privilegiato dell'impresa pubblica alla fine degli anni '60 per l'affermazione del suo ruolo attivo nel sistema industriale italiano attraverso la scelta dei settori di base indispensabili ad allargare la base di sviluppo del paese. All'avvento della crisi petrolifera le PP.SS. si sono trovate nel Sud "intrappolate" nei meccanismi di mercato alla stessa stregua di altri soggetti economici, ed anzi molto di più della maggior parte di essi sia perché finanziariamente più impegnate, sia perché costrette a salvataggi (azioni di supplenza dello Stato), sia infine perché, in quanto grandi imprese, condizionate da minore flessibilità aziendali. Ciò ha depotenziato i progetti e la stessa incidenza materiale dell'intervento microeconomico dello Stato nel Sud" (p. 28).

 

  1. CRISI DEL MERCATO
  2. CRISI DELLO STATO
  3. CRISI DELLE FORME DI INTERVENTO DELLO STATO (nel mercato)
  4. DIMENSIONE INTERNAZIONALE

1) Forma di governo: Stato-piano. Stato come operatore macroeconomico;

2) Forma di mercato: Stato imprenditore. Stato come operatore microeconomico;

3) Anticipo del mutamento sociale e degli stili di vita sullo sviluppo economico;

4) Endemizzazione dei conflitti: (i) crescita smisurata della domanda sociale; (ii) vuoto di autorità e di organizzazione, al centro e in periferia; (iii) risposta politico-istituzionale "concepita essenzialmente in termini d trasferimento di redditi a sfondo assistenziale" (p. 28);

5) Le linee di confine della legalità. In una prima fase, le società locali, nelle aree metropolitane, trovano soluzioni informali al bisogno di occupazione e di reddito, attraverso attività interstiziali; successivamente, col premere dei processi di crisi, col ricorso "sempre più diffuso a forme di organizzazione illegali, se non criminali ... Oggi come oggi lo Stato nel Sud non è più in grado di regolare il mercato del lavoro; né di fornire codici di azione sociale capaci di generare comportamenti e scelte razionali; né di approvvigionare il sistema socio-culturale di un numero sufficiente di motivazioni collettive ed individuali" (p. 29).

 

  1. ECONOMIA E MUTAMENTO. La funzione e il merito principali che possono essere riconosciuti all'intervento straordinario nei suoi primi trent'anni di attività sono state quelle di aver promosso e, in un certo senso, guidato la transizione della formazione economico-sociale del Mezzogiorno dallo stadio tradizionale a quello moderno-concorrenziale. Tuttavia, "il Mezzogiorno come "grande area unitariamente sottosviluppata" è ormai una realtà del passato, ciò non vuol dire, però, che essa sia divenuta in ogni sua parte un'area capitalisticamente avanzata (p. 30). Ciò intenziona una sorta di dilemma dell'identità. Da un lato, si assiste ad una progressiva "perdita di identità del Mezzogiorno tradizionale"; dall'altro, largamente insufficiente appare "l'affermazione di un Mezzogiorno moderno" (p. 30). Problematica è, pertanto, la transizione meridionale verso il moderno. Col che apertamente in discussione è la formazione sociale meridionale, "intesa come unità e corrispondenza di "forme e modi di produzione" e di "strutture del costume e della coscienza sociale"" (p. 30). I "modi di produzione" della formazione sociale meridionale appartengono, ormai, alla contemporaneità; sebbene lo sviluppo dei rapporti di produzione dimostri scarsa omogeneità nell'ambito di uno stesso settore produttivo e nel campo delle relazioni fra i vari settori, con forti scarti tra zone e zone del territorio meridionale, fra strati e strati della società locale" (p. 30). Gli stessi scarti si registrano a livello della coscienza sociale, dove "accanto ai fattori di modernizzazione coesistono i residui delle idee sociali, dei costumi e degli stili di vita della società tradizionale" (p. 30). La transizione incompleta (dal tradizionale al moderno) produce delle diacronie, imputabili ai salti di evoluzione fra le varie realtà del Mezzogiorno. Siffatte diacronie, pur espressione caratteristica del mutamento sociale, sono il sintomo di "un disagio della società meridionale nell'affrontare il passaggio a forme industriali moderne" (p. 31).
  2. CICLO MARGINALE VERSO CICLO PERIFERICO. Passaggio dalla marginalità alla perifericità. Ciò vale per: (i) la linea adriatica dell'Abbruzzo, del Molise e della Puglia; (ii) la dorsale laziale, ai confini con la Campania; (iii) la linea di sviluppo industriale che, pur con qualche discontinuità, si estende da Caserta a Salerno (p. 31). La periferia è qui assunta come parametro. Ecco come procede l'analisi definitoria di Musacchio: "Il parametro perifericità misura, entro uno stadio non omogeneo di avanzamento storico del sistema capitalistico, la presenza di una gerarchia dei valori, dove il centro non è costituito tanto da fattori e processi di centralizzazione in senso stretto, quanto da un complesso giuoco di relazioni socioeconomiche e politiche che si stabiliscono per effetto dell'interazione fra il sistema internazionale e quello nazionale o, come nel caso del Mezzogiorno, tra il sistema nazionale e quello "regionale". In altri termini la perifericità è la manifestazione del ruolo assegnato o guadagnato da un certo sistema — nel suo insieme — anzitutto sul mercato interno e secondariamente, nel quadro di una economia tendente verso processi sempre più vasti di integrazione, sul mercato esterno" (p. 31). La perifericità designa, quindi,. un grado di dipendenza. Essa si appalesa come fattore di conversione di una specificazione di ordine spaziale in una specificazione di ordine politico, "in quanto determina, più che la distanza, il grado di dipendenza di un determinato sistema dal centro" (p. 31). Il processo di periferizzazione è, dunque, un processo di regolazione sistemica degli equilibri micro e macroeconomici e loro funzionalizzazione agli equilibri politici dati. Sul piano socio-economico, avverte Musacchio, l'equilibrio periferico, del Mezzogiorno è avvenuto seconde quelle forme proprie della cosiddetta terza Italia: "integrazione fra industrializzazione per microimprese e persistenza della comunità familiare in agricoltura, tessuti di subfornitura, part-time pressoché generalizzato, e così via" (p. 31). Il passaggio dalla marginalità alla perifericità induce nel Mezzogiorno, pertanto, profondi dualismi e disarticolazioni economico-territoriali che non possono non riverberarsi sul progetto unitario istitutivo della Cassa. Soprattutto, nota Musacchio, a lato dell'esigenza, sul piano territoriale, di elaborare strategie differenziate: "La marginalità (che tuttora incombe su gran parte delle aree interne del Sud e su intere regioni come ad esempio la Calabria) non è certo trattabile come la perifericità, e non lo è né sotto il profilo politico, né sotto quello economico, né sotto quello socio-culturale e neppure — infine — sotto quello vastamente territoriale" (pp. 31-32).
  3. SURPLUS DI MUTAMENTO E LACERAZIONE SOCIALE. La crisi del Mezzogiorno va ricondotta ad un eccesso di mutamento. Vediamo meglio. "La "crisi" del Mezzogiorno, dunque, non è vuoto di vitalità o di soggettualità. Nel suo assetto economico, nei suoi attori sociali, nei suoi livelli di organizzazione istituzionale, nella variegata articolazione dei suoi linguaggi, infatti, il Mezzogiorno ha assunto (a volte in forme e con modalità perfino d'avanguardia) i caratteri della contemporaneità: ma questo eccesso di mutamento, proprio perché sganciatosi a partire dalla seconda parte degli anni '70 da un sincronico avanzamento dello sviluppo economico, è venuto configurandosi come una sorta di "variabile indipendente", che come può produrre esiti di modernizzazione in tutti gli ambiti della vita sociale, così può provocare un surplus di domanda non soddisfacibile da parte di un sistema di governo politicamente, socialmente ed economicamente debole qual è tuttora quello del Mezzogiorno. L'incompiutezza, l'instabilità, la precarietà solcano e pervadono il quadro sociale meridionale: il Mezzogiorno non è ancora riuscito a determinare un nuovo equilibrio fra leggi di trasformazione e codici di comportamento idonei a reintegrare gli squilibri di una società, lacerata dalla diversità e molteplicità delle situazione economiche, sociali e territoriali" (p. 33).
  4. CRISI (SOCIALE) DEI SISTEMI GESTIONALI E CRISI (POLITICA) DI AUTORITÀ. Esiste, dunque, un mancato controllo dell'eccesso di mutamento del Mezzogiorno, causato dal "formidabile" processo di accelerazione della storia. Il processo di accelerazione consta nella seguente circostanza: i mutamenti realizzatisi altrove in circa un secolo, nel Mezzogiorno si realizzano in poco più di un trentennio. Ciò intenziona la caduta di tutti i grandi sistemi gestionali (Stato, Regioni, PP.SS., Pubblica Amministrazione). Con l'aggravante che: "La crisi dello Stato, nel Mezzogiorno d'oggi, è anche crisi di autorità (p. 33). Riprova: le società parallele delle attività illegali, ricettacolo di aggregazioni sociali marginali (p. 33).
  5. DEFICIT E DEBOLEZZA DELL'INTEGRAZIONE SOCIALE. Le carenze delle strutture politico-amministrative e del sistema delle autonomie locali producono nel Mezzogiorno l'indebolimento dei meccanismi di integrazione sociale; allentano i vincoli e le norme di comportamento; labilizzano la stabilità dell'ordine democratico (p. 33). Ciò rende estremamente vulnerabili gli apparati pubblici nei confronti delle azioni illegittime e di quelle corporative di ampi gruppi sociali (p.33). Il fatto è che, nel Mezzogiorno, il sociale si autonomizza e sopravanza l'economico e il politico; il che mette a repentaglio la società, per il fatto che "le parti in causa assumono le risorse ed i fattori disponibili (lo Stato, le Regioni ed il sistema politico-rappresentativo in genere, ma analogamente il sistema produttivo, il sistema finanziario, le organizzazioni di categoria, le centrali sindacali e così via) come loro specifico ed esclusivo strumento di pressione" (p. 34).
  6. LA NOZIONE DI "CRISI DEL MEZZOGIORNO" ENTRA IN CRISI: LA DIPENDENZA PERIFERICA. Dal Mezzogiorno come unità di sottosviluppo al Mezzogiorno come pluralità di Sud (p. 35). Per effetto dei processi di discontinuità causati dall'accelerazione della storia, ne Mezzogiorno, a fronte della crisi della nozione di crisi si afferma la categoria della discontinuità, la quale agisce a tutti i livelli ed è come visualizzata dall'emergenza di un "insieme di sistemi locali, caratterizzati dalla presenza di tessuti di piccola e media industria (non di rado attestatisi attorno ai grandi impianti delle imprese pubbliche), che stabiliscono la nuova forma della "dipendenza periferica" di una certa parte del Mezzogiorno odierno" (p. 35).
  7. IL CARATTERE SISTEMICO. Le nuove emergenze meridionali assumono un assetto sistemico, entro cui sono coinvolti: (i) il sottosistema politico-amministrativo (fa capo agli Enti locali e alle loro articolazioni); (ii) il sottosistema della grande imprese pubblica (i grandi centri produttivi ubicati nelle aree industriali); (iii) il sottosistema degli altri interlocutori locali (il complesso delle forze produttive e sociali, sindacati, associazioni industriali, camere di commercio, banche, strutture cooperative, ecc.) in grado di incidere sui meccanismi di sviluppo (pp. 35-36).

 

  

AA.VV. [ISVET]

CRISI INDUSTRIALE E SISTEMI

PLURALI LOCALI NEL MEZZOGIORNO

Milano, Angeli, 1985

(Intervento di A. Giannola)

 

  

  1. DIPENDENZA FISIOLOGICA. Essa è implicita in ogni politica di sviluppo regionale (ibidem). In quanto portato immanente delle politiche di sviluppo regionale, il profilo della dipendenza non è necessariamente negativo (ibidem). Dunque: "Fisiologica sarà perciò una dipendenza che si manifesta in flussi di spese volte a finanziare interventi strutturali (investimenti in infrastrutture, politiche di incentivazione, localizzazione contrattata di investimenti produttivi pubblici o privati). Tutto ciò si manifesta in un flusso di trasferimenti netti verso la regione costituiti, appunto, da risorse destinate al finanziamento dello sviluppo. Flusso inteso prevalentemente diretto all'allargamento della base produttiva, del patrimonio infrastrutturale e, generalmente, del capitale sociale della regione. L'esito ottimale (in tal senso fisiologico di questa forma di trasferimento), sarà quello di sviluppare direttamente o indirettamente il prodotto lordo pro-capite ad un tasso tale da rendere via via minori le differenze regionali e, quindi, via via anche meno rilevante e necessario il ruolo riequilibratore dei trasferimenti" (ibidem).
  2. DIPENDENZA PATOLOGICA. Si manifesta allorché il flusso dei trasferimenti si dimostra funzionale, più o meno esclusivamente, al sostegno dei redditi, degli standards di vita delle popolazioni (pp. 46-47). In tal modo, i divari di reddito disponibile vengono contenuti e tenuti sotto controllo; nel contempo, però, non si concorre allo sviluppo dello stock di capitale dell'area e del suo potenziale produttivo: cioè, la sua capacità di generare internamente valore aggiunto (p. 47). Il che favorisce la penetrazione nel Mezzogiorno di imprese settentrionali che spiazzano, a livelli crescenti di profondità, le produzioni tradizionali locali (ibidem). Prendono da qui luogo due sottospecie di dipendenza: (i) la dipendenza quantitativa: macroeconomica e (ii) la dipendenza qualitativa: microeconomica (p. 48).

Livello nazionale (%) Livello meridionale (%)

UNITÀ + 33 + 2,7

ADDETTI + 11 + 29,0

 

I LIMITI DELLO SVILUPPO AUTOPROPULSIVO. Il rallentamento del processo di accumulazione, a scala nazionale e a scala meridionale, sospinge i meccanismi della dipendenza meridionale verso gli ambiti della dipendenza patologica (p. 55). I livelli di sviluppo autopropulsivo fatti registrare nel Mezzogiorno non sono in grado di contrastare tale tendenza: "Per le caratteristiche attuali, questa ipotesi di sviluppo [quella dello sviluppo autopropulsivo] , a nostro avviso, è in grado di assicurare una crescita che farebbe segnare al Mezzogiorno una stagnazione relativa rispetto alla dinamica delle altre aree" (p. 55). Da qui rimonta la necessità di una politica attiva di sviluppo, sostenendo fortemente le risorse imprenditoriali locali (ibidem).

 

 

P. Sylos Labini

INTERVISTA SU SOTTOSVILUPPO E MEZZOGIORNO

"Rivista economica del Mezzogiorno", n. 1, 1988

  

  1. LA NATURA COMPLESSA DEL SOTTOSVILUPPO. L'approccio alla nozione di sottosviluppo è riconducibile alla sovranità delle scienze sociali. Occorre, dunque (sulla scia di A. Smith e contrariamente a quanto stabilito dalla teoria economica che si sviluppa da Walras in avanti), sempre storicizzare la nozione di ricchezza e le categorie della scienza economica (pp. 7-8). La lezione di Smith è, sul punto, più avanzata di quella dello stesso Riccardo, il quale "è pressoché privo di cultura storica" (p. 8). Conseguentemente, le radici del sottosviluppo non vanno tanto ricercate "nell'economia nel senso corrente, limitato della parola, ma in un senso più storico e istituzionale … Aggiungerei che è più importante quello che sta prima dell'economia che quello che sta nell'economia" (p. 8). Sylos medesimo ricorda che questa è la tesi principale del suo libro "Il sottosviluppo e l'economia contemporanea" (Bari, Laterza, 1983). I fenomeni economici sono, dunque, storicamente condizionati: la stessa disoccupazione non sfugge a questa "legge" (Sylos rimanda, sul punto, ad un suo saggio "Anche la teoria della disoccupazione è storicamente condizionata", in corso di pubblicazione su "Moneta e Credito"). La generalizzazione è, dunque, applicabile solo a patto di rammentare che il "condizionamento storico limita la generalizzabilità, e che questa è possibile solo dove ci sono condizioni se non identiche — cosa impossibile — almeno simili e temporaneamente stabili" (p. 9).
  2. L'ORIGINE DEL SOTTOSVILUPPO. Due, grosso modo, le teorie principali. La prima, secondo cui il sottosviluppo è il risultato necessario dello sviluppo e, quindi, della soggettività politica di chi detiene le leve di comando nelle nazioni sviluppate. La seconda che mette in risalto la presenza di condizioni storico-istituzionali che rendono possibile, sul lungo periodo, processi di crescita. La posizione di Sylos è più vicina alla prima che alla seconda teoria: "Non credo affatto che il sottosviluppo sia il risultato necessario dello sviluppo altrui. È vero soltanto che lo sviluppo altrui può, in certi casi e in certi rami, costituire un ostacolo per lo sviluppo di determinati paesi, un ostacolo non necessariamente doloso. In alcuni casi anche doloso … Altre volte c'è stato un ostacolo obiettivo ma non doloso" (p. 9).
  3. IL POSTO E IL RUOLO DEI SALARI. "C'è un capitolo del mio libro sulle Forze del declino [Forze del declino e forze dello sviluppo, Bari, Laterza, 1984] n cui dico: attenzione, c'è un optimum di aumento dei salari. Se i salari crescono troppo poco, il mercato interno cresce troppo poco, ma se crescono troppo, riducono la competitività internazionale e comprimono i profitti. Questo è il meccanismo per cui i salari non devono crescere troppo rapidamente, e se lo fanno lo fanno a danno della collettività, perché i profitti schiacciati inaridiscono lo stimolo agli investimenti e il loro autofinanziamenti, e lo sviluppo rallenta. I profitti non sono l'unica determinante degli investimenti, ma sicuramente sono una determinante e, in base all'idea sui composti della chimica organica a cui ho accennato, il loro ruolo risulta fondamentale. Allora, c'è un optimum. Io lo vedrei non tanti con i salri che crescono come la produttività, ma con una crescita sia pure di poco maggiore. Poco, però, perché allora si ferma lo sviluppo … (sia chiaro che il discorso non riguarda solo i salari: per dirla in due parole, anche quando i profitti sono eccessivi vengono fuori speculazioni selvagge che possono finire con la Grande Depressione). C'è quindi un problema di optimum dinamico, non statico. Per essere più precisi, feci anche stimare questo optimum per l'industria italiana per capire a che punto l'"effetto salario" diventava negativo: nel 1970 risultava che con un aumento della produttività del 7% l'optimum per i salari era del 10%" (p. 18).
  4. SUL MEZZOGIORNO.

Ä Ä La tesi antica: la prosperità economica del Mezzogiorno è stata danneggiata dal contatto con le industrie del Nord. Per Sylos, la tesi "sostanzialmente non ha fondamento. Questo caso è come una cartina di tornasole per far vedere che lo sviluppo economico dipende da fattori che abitualmente si considerano extra-economici. Se si vanno a vedere le quantità — anche se i dati sono pochissimi e terribilmente frammentari —, si può anche sostenere che il divario economico era modesto (probabilmente oscillava intorno al 15%), ma il divario più grosso era "nei livelli di civiltà" delle due aree: a parte la rete stradale che nel Sud era minima, c'era soprattutto il tasso di analfabetismo, schiacciante nel Sud (90%), molto più basso nel Nord (intorno al 50%); anche il numero di medici, infermieri, insegnanti per mille abitanti era nettamente inferiore nel Mezzogiorno, e così via. Questo per dire che il divario, che economicamente era certamente minore di quello che si sarebbe avuto in seguito, era già forte in senso civile. Allora, in quell'idea, che, sia pure con importanti qualificazioni, è stata avallata anche da Saraceno e da Eckaus, io ci vedo di vero solo questo: sarebbe stato più saggio attuare l'unificazione seguendo i consigli di Ricardo sui dazi per il grano, cioè gradualmente (corsivo nostro), perché in questo modo sarebbe diventato uno stimolo quello che invece è diventato un disastro. Questo è l'unico punto valido; per il resto, la relativa arretratezza economica era già netta e, comunque, l'asino casca sul piano civile, non sul piano strettamente economico" (p. 19).

Ä Ä Il ruolo del mercato e della concorrenza. Sylos dà torto alle tesi pessimiste, secondo cui le industrie del Mezzogiorno sarebbero state strangolate dall'inserimento nel mercato nazionale e dalla concorrenza con le industrie del Nord: "In realtà ci sono stati, in quegli anni, anche nel Sud importanti sviluppi, non solo di grandi imprese, soprattutto a partecipazione statale, ma anche piccole e medie imprese" (p. 20). Il dibattito su "pessimisti" e "ottimisti" è più puntualmente ricostruito da A. Graziani, nel numero 1/1987 di "Meridiana", a cui lo stesso Sylos rinvia e che riassumeremo in una scheda successiva. Sylos informa, altresì, che dati non dissimili da quelli forniti da Graziani sono reperibili in: a) P. Sylos Labini, L'evoluzione economica del Mezzogiorno negli ultimi trent'anni, "Studi Svimez", n. 1, 1985; b) Siracusano-Tresoldi-Zen, in "Temi di discussione", Banca d’Italia, n. 83, 1986.

Ä Ä La crescita insufficiente e la ripresa del divario. Nonostante il netto miglioramento del Mezzogiorno, nei due decenni successivi al secondo conflitto mondiale, introno alla prima metà degli anni '80, gli investimenti tendono a cadere (cfr. Sylos Labini, op. ult. cit.). Il fatto è che: "… penso anche che la recente riapertura del divario sia un fatto preoccupante e che bisogna stare molto attenti" (Intervista, p. 20).

Ä Ä I tre livelli del divario: economico, sociale e civile. Nell'Intervista, Sylos ai due elementi della fenomenologia del divario illustrata nell'articolo del 1985: economico e civile (L'evoluzione economica del Mezzogiorno, cit.), ne aggiunge un terzo: il "sociale". L'aspetto sociale del divario "riguarda i posti-letto negli ospedali, i posti-alunno, i telefoni ed altri indicatori quantitativi di questo tipo. Quello civile riguarda il problema di come funzionano i posti-letto, i posti-alunno, la giustizia e così via. Riguarda quindi la qualità dei servizi collettivi, civili. È chiaro che il divario civile è il meno semplice da quantificare, ma i problemi più difficili da superare sono lì" (p. 21). Se non si dà coincidenza tra sviluppo economico e sviluppo civile, "… sbaglia chi ritiene che la soluzione del problema civile dipende soltanto dallo sviluppo economico: … si parla troppo di sviluppo economico, perché si pensa forse che lo sviluppo civile si accompagni automaticamente allo sviluppo economico. Invece, ci può essere un divorzio completo tra i due aspetti …" (p. 23).

Ä Ä Le priorità di un nuovo meridionalismo. "In termini di politica economica io, nei piani di sviluppo del Mezzogiorno, oggi darei un'altra priorità alla riorganizzazione delle istituzioni, cominciando dagli organi rappresentativi e andando poi alla pubblica amministrazione, alla giustizia, alle scuole, perché sono tutti elementi essenziali, e questa priorità la metterei in testa ai progetti di intervento, non come una cosa che, genericamente, s'ha da fare, ma proprio come fondamentale (p. 22; corsivo nostro). Collegato a questo c'è il problema della burocrazia e delle classi politiche locali. Nell'articolo del 1985 … sostengo che bisogna dare l'assoluta priorità ai servizi reali alle imprese rispetto agli incentivi finanziari. Fra l'altro, i servizi reali si prestano molto meno dei quattrini al clientelismo e alla corruzione" (pp. 22-23). Per Sylos, difatti, nel Mezzogiorno il potere politico diventa potere economico; esattamente al contrario di quello che accade nel Nord (lo ricorda opportunamente l'intervistatore, introducendo la domanda sui problemi principali di una politica economica a favore del Mezzogiorno; p. 23). Allora l'accento maggiore va posto non tanto su quello che c'è già; piuttosto su quello che manca (p. 23). Per conseguire questa finalità, Sylos individua tre linee: "Una è quella degli investimenti pubblici in senso stretto: bisogna studiare con attenzione il ruolo che possono svolgere, anche fuori dalle aree consuete. Per esempio, c'è il problema di individuare e utilizzare le acque sotterranee del Mezzogiorno … Si potrebbe poi parlare della riforestazione … Un altro modo per far nascere quello che non c'è è rappresentato dagli investimenti delle partecipazioni statali, un terreno visto oggi con sospetto dopo le esperienze negative della chimica e della siderurgia (p. 23) … Terza via da seguire, dopo quella degli investimenti pubblici e degli investimenti delle partecipazioni statali, gli incentivi per nuove imprese. Qui l'armamentario esiste già: incentivi creditizi, incentivi fiscali" (p. 24).

 

S. Cafiero

LE DIFFICILI PROSPETTIVE

DELLA POLITICA MERIDIONALISTICA

"Rivista economica del Mezzogiorno", n. 1, 1988

 

  1. LA REALTÀ

a) saggio medio annuo del Pil (a prezzi costanti): + 3% al Nord; + 1,7% Sud;

b) investimenti fissi lordi: + 4,1% medio annuo Nord; + 3,1% Sud;

c) disoccupazione: + 4% medio annuo Nord; + 9,3% Sud;

d) produttività per addetto:

- agricoltura: + 3,4% Nord; + 0,6% Sud;

- industria: + 5,3% Nord; + 3% Sud;

- servizi vendibili: + 0,4% Centro.nord; - 0,9% Sud (p. 124)

2. LA PROSPETTIVA

a) tendenza all'aumento delle forze-lavoro solo nel Mezzogiorno;

b) nel Nord, le forze di lavoro, in assenza di immigrazione, faranno segnare un modesto aumento ancora per qualche anno, per diminuire all'inizio degli anni '90; in tutto il decennio 1987-1996, "sulla base dell'attuale struttura per età della popolazione e nell'ipotesi che i tassi di attività (in particolare i tassi di attività femminili) si allineino a quelli oggi rilevati per il Nord, si calcola che le forze di lavoro meridionali aumenterebbero, in assenza, di emigrazione, di 1,3-1,4 milioni di unità. Di queste, nell'ipotesi che il prodotto lordo del Mezzogiorno cresca ad un tasso annuo del 2,5% (che è sensibilmente maggiore di quello tendenziale: 1,6% per il biennio 1984-1986 e 2,2% per il decennio 1977-1986) e che il rapporto tra tasso di aumento del Pil e tasso di aumento dell'occupazione sia quello mediamente rilevato per l'ultimo decennio, solo 380.000 troverebbero occupazione, mentre i rimanenti andrebbero quasi a raddoppiare l'attuale numero dei disoccupati, che raggiungerebbe i 2.250.000, pari Ad un quarto delle forze di lavoro dell'area" (p. 124). Commenta Cafiero: "Una simile prospettiva sarebbe sconvolgente non solo per il Mezzogiorno, ma per l'intera società nazionale" (p. 125).

3. LA RICETTA: "LO SVILUPPO POSSIBILE"

a) modificare le condizioni ambientali, allo scopo di "ridurre le condizioni di relativo svantaggio per l'esercizio di attività competitive, svantaggio che il Mezzogiorno, proprio per il suo insufficiente e troppo recente sviluppo, presenta tuttora … (p. 126);

b) compensare con incentivi di natura fiscale e creditizia il minor rendimento dei fattori di produzione imputabile alla svantaggio ambientale che non sia stato possibile rimuovere con il primo ordine di misure" (p. 126);

c) poiché non è pensabile di estendere ulteriormente la politica di incentivazione in vigore nel Mezzogiorno, anche in virtù dei "sospetti" di turbativa della concorrenza nutriti in ambito Cee, ne discende che il capitolo principale delle politiche meridionaliste dovrebbe incentrarsi sulle "azioni dirette a modificare le condizioni ambientali …" (p. 126).

 

L. Bruni

L'INDUSTRIALIZZAZIONE DEL MEZZOGIORNO:

TENDENZE DI LUNGO PERIODO

"Rivista economica del Mezzogiorno", n. 1, 1988

   

Ä Elaborazione disaggregata per 167 categorie industriali

Aumento dell'occupazione industriale trentennio 1951-1981:

Mezzogiorno 84,2%

Centro-nord 77,3%

Media nazionale 78,5%

 

Aumento dell'occupazione industriale decennio 1951-1961:

Mezzogiorno 17,9%

Centro-nord 35,2%

Aumento dell'occupazione industriale decennio 1961-1971:

Mezzogiorno 17,0%

Centro-nord 16,3%

Aumento dell'occupazione industriale decennio 1971-1981:

Mezzogiorno 33,5%

Centro-nord 12,7% (p. 150)

a) rallentamento della dinamica occupazionale nel Centro-nord;

b) sviluppo pieno delle incentivazioni alle nuove industrie e all'opera di infrastrutturazione;

c) sviluppo dell'edilizia civile;

d) maggiori investimenti delle partecipazioni statali (p. 150).

a) in primo luogo, "mettendo in evidenza il grande squilibrio delle posizioni di partenza: in termini assoluti l'occupazione industriale è aumentata di sole 617.000 unità nel Mezzogiorno, pari al 18,5% dell'aumento totale nazionale, mentre la popolazione meridionale era nel 1951 il 37,2% di tale totale e il 35,5% nel 1981" (p. 154);

b) in secondo luogo, facendo notare che nel "Centro-nord l'aumento assoluto degli addetti all'industria è stato di 2 milioni e 711.000 unità, pari all'81,5% dell'aumento totale nazionale, mentre la popolazione centro-settentrionale era il 62,8% di tale totale nel 1951 e il 64,5% nel 1981" (p. 154);

c) in terzo luogo, disaggregando la lettura dei dati a livello regionale:

- "in tre regioni meridionali l'aumento percentuale è stato inferiore alla media nazionale (risultata pari, nel trentennio, al 78,5%) e cioè in Calabria (28%), Sicilia (53%) e Sardegna (74%), tre regioni queste che hanno dovuto subire un grave ed assai preoccupante processo di deindustrializzazione relativamente anche alle altre regioni meridionali, con probabili effetti moltiplicativi negli anni avvenire" (p. 154);

- "in Campania l'aumento è stato di poco superiore alla media nazionale; nelle altre tre regioni meridionali assai superiore (Basilicata, 109%; Puglia, 124%; Abruzzo, 142%) [p. 154];

  1. si può conclusivamente affermare che "il maggiore sviluppo si è avuto nelle regioni "adriatiche", le quali si avvicinano così, pur restandone a distanza, al grado di industrializzazione (rapporto addetti/abitanti) medio nazionale, che nel 1981 è risultato pari a 13,4%: in Abruzzo 11,3; In Molise 8,2; in Basilicata 7,9; in Puglia 7,5. Ma nel complesso del Mezzogiorno il grado di industrializzazione risulta ancora nel 1981 molto al di sotto della metà del centro-nord (6,7 addetti all'industria per 100 abitanti contro 17,0)" [p. 155].