DALL’OTTOCENTO AL SECONDO DOPOGUERRA

  

 

F. Cossentino

RELAZIONI SOCIALI E RELAZIONI ECONOMICHE: L'IMPRENDITORIA SOCIALE.

IL CASO DELLA SICILIA ORIENTALE,

"cds documentazione", n. 1-4, 1986.

 

Cfr. al riguardo: 1) Terence K. Hopkins, La sociologia e la concezione sostanziale dell'economia, in K. Polany (a cura di), Traffici e mercati degli antichi imperi, Torino, Einaudi, 1978; 2) E. Grendi, Polany, dall'antropologia economica all'analisi storica, Milano, Etas, 1978; N. Elias, What is Sociology?, London, Utchison & C., 1978.

Sui mediatori, cfr.: 1) E. R. Wolf, Kinship, Friendship and patron-client relations in complex societies, in M. Banton (a cura di), The Social Antropology of complex societies, London, Tavistock Publication, 1986; 2) F. Barth, Introduction a The Role of the Entrepreneur in Social Change in Northern Norway, Oslo, Scandinavian University Books, 1963; 3) J. Boissevain, Friends of Friends. Networks, Manipulators and Coalitions, Oxford, Basil Blackwell, 1974; 4) G. Gribaudi, Mediatori, Torino, Rosenberg & Sellier, 1980.

 

 

 G. Acocella-P. Barucci-E. Nocifora- F. Pignatone

IL MEZZOGIORNO NELLA RICOSTRUZIONE

(a cura di E. Nocifora)

Roma, Edizioni Lavoro, 1983

 

 

 

Il ciclo 1943-1963 racchiude un periodo di significativi cambiamenti nella struttura sociale, economica, politica e civile dell'Italia; ancora di più questo è vero per il Mezzogiorno. Ricordiamone, in sintesi, i principali: la ripresa della vita democratica dopo la dittatura fascista; l'elezione dell'Assemblea Costituente; la promulgazione della Costituzione; la formazione della repubblica; le prime elezioni su base nazionale. Sul piano politico, il ventennio è segnato da tre eventi di politici rilievo: (i) la rottura dei governi di "solidarietà nazionale" del maggio 1947, cui fanno seguito i "governi centristi" della fase 1948-1953; (ii) il tentativo di riaggiustamento della legge elettorale del 1953 attraverso la cd. "legge truffa" del 1953; (iii) la gestazione, il varo e la precoce crisi del centrosinistra. Sul piano economico, la questione della ricostruzione procede affiancata a quella della riconversione industriale, in un ambito e secondo modalità di espressione profondamente diverse da quelle che fanno da cornice e sostanza alla ristrutturazione degli anni '70. Parimenti assistiamo ai primi, non riusciti, tentativi di programmazione economica, a cui fa da contraltare positivo l'integrazione dell'Italia nel circuito delle economie sviluppate. Osserva Barucci: "Dal punto di vista del Meridione, nell'arco di tempo in esame, si manifesta quella che viene chiamata l'eredità del vecchio meridionalismo (all'incirca 1944-45, e forse 1946); quindi la nascita del nuovo meridionalismo (1947-48), dell'intervento straordinario (1950) e delle sue prime revisioni (all'incirca 1955-57). È da segnalare, infine, la rifondazione della seconda fase del meridionalismo databile approssimativamente dalla famosa relazione di Pastore al Parlamento sul Mezzogiorno, del 1960" (p. 17). La periodizzazione proposta da Barucci è la seguente: "Primo periodo: 1943-45. Per il Mezzogiorno significa soprattutto una ripresa della vita politica e sociale. È un aspetto sul quale si sa ben poco e in chiave tendenzialmente piagnucolosa. Secondo periodo: 1946-49. È quello che chiamerei, in senso lato, della ricostruzione. Il periodo successivo (1950-56), usando un'espressione di De Gasperi, si potrebbe definire il primo tempo della politica meridionalistica. Il quarto e ultimo periodo (1957-63), infine, si colloca tra il secondo tempo della politica meridionalistica e gli albori del centrosinistra" (ibidem). Come si sa, all'atto della liberazione, nell'aprile del 1945, le truppe alleate sono presenti in Sicilia già da quasi due anni. Altri eventi di rilievo: "C'è il regno del Sud e la riorganizzazione della vita politica e sindacale. Si manifestano il fenomeno del separatismo siciliano e le prime dure lotte sociali; lotte classiche nella storia del movimento operaio, che registrano anche i primi morti. Si ha un'eccezionale fioritura di giornali, riviste, periodici" (p. 18). Inoltre, nel Sud "i danni economici causati dalla guerra erano stati particolarmente rilevanti"; ciò si inseriva in un quadro economico fortemente inflattivo, tipico di una situazione di belligeranza (pp. 18-19). Ma "più di tutto, nel Mezzogiorno, per effetto della guerra, si era verificata una vera e propria falcidia dell'apparato produttivo, del patrimonio abitativo e del sistema dei trasporti" (p. 19). Al riguardo, il governo italiano unitamente alla commissione alleata di controllo (nel settembre 1944) dispone un censimento dei danni di guerra nel Sud d'Italia. Il censimento viene coordinato da Alessandro Molinare (direttore generale dell'Istat) e da un professore americano di statistica membro della commissione alleata di controllo; i risultati del censimento non furono mai pubblicati (ibidem). Studi recenti fanno emergere una situazione ancora più grave di quella del censimento appena menzionato: "… su 4.397 imprese con più di dieci addetti, al 15 settembre 1944, 1.769 erano fuori uso. Il valore distrutto degli stabilimenti industriali nel Sud era attorno al 35% (si include anche Perugia e Terni). In alcune classi di industria, come la metallurgica, la meccanica e l'edilizia, il cuoio e il tessile, la distruzione superava il 40% … Nell'insieme, le materie prime, i semilavorati, i prodotti finiti risultavano distrutti per oltre il 40%. Le macchine, gli impianti, i motori, gli utensili per oil 48%. I fabbricati per il 18%. … In Campania … era distrutto il 59,9% del valore degli impianti. In Abruzzo, che aveva pochissime strutture produttive, il 50,6%. In Umbria il 35,2%, Terni compresa ovviamente. Nel Lazio il 33,4%. In Calabria il 26,2%. In Sicilia il 17% e via via fino alla Puglia che accusava soltanto il 5,5%. Per la Campania, la percentuale di distruzione al 60% voleva dire praticamente un'economia in ginocchio" (ibidem). Per quanto concerne gli altri aspetti delle distruzioni arrecate dalla guerra la situazione non è meno grave. "Quanto alle abitazioni, il Mezzogiorno aveva all'incirca 500 mila vani distrutti, 150 mila gravemente danneggiati, 436 mila leggermente danneggiati. La Sicilia era la seconda regione in termini di edifici danneggiati con 132 mila vani distrutti, preceduta solo dal Lazio (145 mila); mentre la Campania si trovava in posizione arretrata, perché i bombardamenti avevano riguardato prevalentemente il porto, Bagnoli e i settori produttivi" (p. 20). In Abruzzo e in Campania, le strade statali e provinciali distrutte raggiungevano il 72% del totale, mentre in Italia la percentuale era rispettivamente del 45 e 46% ; in Sicilia la percentuale raggiunge addirittura l'88% (ibidem). Inoltre, la guerra aveva distrutto l'80% dei locomotori e delle carrozze; il parco automezzi era ridotto almeno del 5o% e molti dei mezzi non danneggiati non era utilizzabile per la mancanza dei pneumatici (ibidem). I primi aiuti alleati, "almeno quanto a fabbisogno dell'industria, cominciarono ad arrivare soltanto nel settembre del 1945" (p. 21). La conseguenza è così riassunta da Barucci: "Tutto questo condusse il Mezzogiorno verso una grave paralisi industriale" (ibidem). Ed è proprio in tema di ripartizione degli aiuti degli alleati che si cominciano a sviluppare le prime nette contrapposizioni tra Nord e Sud: "Schematizzando, si può dire che le posizioni erano le seguenti: il Sud chiedeva prevalentemente strutture produttive, macchine per far partire le industrie, pezzi di ricambio, materie prime: cioè quei mezzi che potevano diventare complementari sa ciò che era rimasto a dopo il passaggio della guerra. Il Nord, che aveva avuto la grande avventura di vedersi liberato improvvisamente, salvando così la gran parte degli apparati industriali, domandava soltanto materie prime e prodotto energetici, assicurando che, fornito di tali beni, avrebbe potuto al più presto produrre prodotti finiti. In questo scontro il Nord ebbe facile vittoria. Furono infatti importati prevalentemente materie prime e prodotti energetici. L'Italia, nel maggio 1946, tornava ad essere esportatrice di prodotti sul mercato internazionale" (pp. 23-24). Questa scelta, indipendentemente da un giudizio di valore sulla sua correttezza e giustezza, fu di fatto una "scelta di tipo antimeridionalistico" (p. 24); spiegabile anche con la carenza dell'elaborazione meridionalistica di quel tempo (ibidem). Ecco come Barucci dipinge il quadro storico dell'epoca: "Il Mezzogiorno, in quegli anni, compie scelte politiche, culturali e sindacali che lo pongono sempre a rimorchio; accentua le tendenze giacobine esistenti all'interno del paese, senza assumere una posizione autonoma. E finisce così per restare sempre fuori dal grande dibattito che si sta svolgendo. È infatti nei mesi che vanno dal giugno 1946 alla fine dello stesso anno che matura una svolta significativa. I giochi vengono fatti in quel breve lasso di tempo, come si può dimostrare partendo da due angoli visuali diversi" (ibidem). Vediamo i due angoli visuali della svolta di cui parla Barucci: 1) I lavori dell'Assemblea costituente: Nelle discussioni sul progetto di costituzione, presentato poi alla fine del gennaio 1947, "le linee del quadro economico vengono delineate dai cattolici e dalle sinistre. La corrente liberista non esiste, non ha, direi, nemmeno il coraggio fisico di intervenire … Quando il testo della Costituzione viene presentato in aula e cominciano le discussioni — che avvengono quasi in coincidenza con la drammatica crisi del maggio del 1947 — il clima è improvvisamente cambiato. La corrente liberista, capeggiata da Einaudi, è particolarmente attiva e gli emendamenti approvati, sebbene non tragicamente decisivi, rappresentano quasi emblematicamente lo spostamento di equilibrio che si è verificato nell'Assemblea, dove le forze di sinistra si pongono in una posizione di sostanziale acquiescenza" (p. 25); 2) La prima rottura dell'unità all'interno della Cgil (luglio 1946): Nel direttivo del luglio 1946 avviene uno scontro sul tema del controllo dell'inflazione (ibidem). Di Vittorio proponeva "una sorta di liberalizzazione dell'azione sindacale da parte delle categorie, le quali potevano rivendicare quei tassi di crescita dei salari che il mercato loro consentiva"; Grandi, invece, "a fronte di un'inflazione definita massiccia e di un'elevata disoccupazione, richiedeva la difesa di un minimo salariale, l'introduzione della scala mobile e l'impegno del sindacato per aumentare il livello di occupazione"; alla fine si votarono due diverse mozioni (ibidem). Il nucleo della posizione (vincente) del liberismo è, così, riassunta da Barucci: "ricostruiamo quanto più e quanto prima possibile, recuperiamo il livelli del 1938, aboliamo i controlli, tutti i controlli che lo Stato corporativista s'è dato. In una linea di questo tipo si arrivava a chiedere la riprivatizzazione dell'Iri, che viene salvato prevalentemente per l'impegno aperto delle forze di sinistra. L'Iri era una creatura fascista e per questo doveva essere smantellato: il proposito era di tornare all'Italia del 1914-15" (p. 27). Il nuovo meridionalismo, osserva Barucci, nasce "in questa situazione di totale sconfitta delle istanze rinnovatrici del paese" (ibidem). Ecco come egli lo caratterizza: 1) Traduzione tassonomica della questione meridionale: "mettiamo accanto a ogni problema un numero" (Giordani, cit. da Barucci, p. 27). Cioè: questione meridionale come questione del divario tra Nord e Sud (ibidem). Precedenti: Nitti (ineguale distribuzione tributaria tra Nord e Sud); Bresciani Turroni (analisi dettagliata dei divari fra le diverse zone del Mezzogiorno. Osserva Barucci: "Però questo tipo di approccio, così tendenzialmente tecnocratico, era stato abbandonato durante il grande dibattito sul vecchio meridionalismo. Se si eccettua il libro di Dorso non si trova un numero, un dato" (ibidem). 2) La soluzione della questione meridionale è data unicamente da un "accelerato processo di industrializzazione" (ibidem). 3) La realizzazione dello sviluppo industriale del Mezzogiorno richiede necessariamente uno "strumento straordinario" (ibidem). Rispetto al merito di questo dibattito una delle poche forze che risulta assente è il sindacato (ibidem). Questa è la cornice storica entro cui prende dispiegamento l'intervento straordinario, varato nel 1950 con la costituzione della Cassa. Nasce quello che Barucci definisce il "primo tempo della politica meridionalista" (1950-56) che egli ritiene basato su due presupposti: 1) creazione di un sistema di economie esterne, per rendere efficiente e produttivo lo sviluppo economico; 2) attivazione di meccanismi autodeterminati per conseguire quella liquidità atta a: (i) aumentare il reddito locale; (ii) garantire la domanda all'industria locale; (iii) creare piccoli poli di sviluppo industriale, in specie nel settore agricolo-alimentare (p. 29). Questa l'impalcatura che regge l'istituzione della Cassa, sulla votazione della cui legge si creano delle divergenze all'interno del movimento operaio, con Di Vittorio favorevole e Grieco e Amendola contrari (p. 30). Nel 1953, al II Convegno della Cassa, P. Saraceno tenne la famosa relazione in cui auspica la svolta industrialistica dell'Ente, sostenendo l'esigenza di passare ad una fase di industrializzazione del Mezzogiorno; Pastore, che intervenne subito dopo, e Di Vittorio, che intervenne dopo Pastore, condivisero le tesi di Saraceno (ibidem).

 

Il luogo comune di partenza (da confutare): identificazione tra società meridionale e latifondismo; in ulteriore determinazione, sottoluogo comune (da confutare): latifondo come unità stagnante e monocentrica (cfr., inizialmente al riguardo, la scheda del lavoro di Cossentino). La tesi che Nocifora intende argomentare è la seguente: nel Mezzogiorno anteguerra convivono "formazioni sociali notevolmente differenti, ed notevolmente arduo stabilire quale di esse aveva caratteristiche dominante rispetto alle altre" (p. 43). Nocifora prende spunto, per approfondire il suo discorso, da due lavori: a) P. Arlacchi, Mafia, contadini e latifondo nella Calabria tradizionale, Bologna, Il Mulino, 1980; b) F. Piselli, Famiglia ed emigrazione, Torino, Einaudi, 1981. Nel far questo, egli parte da una aperta riconsiderazione di alcune sue tesi, secondo le quali, in campagna come in città, nella Sicilia anteguerra prevalenti erano i rapporti sociali del latifondo (cfr. Note per l'analisi della struttura di classe nella teoria marxista, "Incontri meridionali", n. 1-2, 1979; Dal latifondo all'assistenza, Milano, Giuffrè, 1981).