Quaderni 8/2010 (6ª ed.)  [ Catastrofi del 'politico' ]
Parte quarta
MOVIMENTI E BR
CAP. 8
IL PREGIUDIZIO

1. Cause strutturali di una ricorrente polemica strumentale

Perché sui movimenti degli anni '60 e '70 e sulla lotta armata le forze politiche, ancora oggi, si dividono e si fanno strumentalmente battaglia? Perché diversamente dalla Germania e dalla Francia, p. es., su questi temi non esiste ancora una cultura condivisa, ma unicamente una contrapposizione retrodatata che mima stancamente il copione cinque-seicentesco delle "guerre di religione"?

Gli interrogativi ci conducono a impattare il lato strutturale del problema, sepolto in un impenetrabile cono d'ombra proprio dalle polemiche strumentali della contingenza politica. Il dato di fondo è questo: la democrazia italiana non è mai riuscita a metabolizzare il conflitto culturale e sociale degli anni '60 e '70, divenendo, perciò, sempre più debole. Ha ricorsivamente mantenuto e rimodulato connotazioni anticonflittuali, incapace di tradurre coerentemente e rielaborare congruamente la domanda sociale e civico-politica in termini di innovazione politica e istituzionale. 

Il conflitto ed i suoi soggetti sono stati considerati solo e sempre degli avversari da sconfiggere con tutti i mezzi e tutte le armi, da P.zza Fontana in avanti. Le conquiste strappate dalle lotte sociali e politiche di quei decenni sono state considerate delle "concessioni a tempo", da rimangiarsi alle prime occasioni favorevoli; non già la tessitura di un nuovo e irreversibile reticolo di diritti democratici diffusi e partecipati. Da qui ha preso origine l'onda lunga che ha condotto all'attualità, senza che, sui temi in questione, siano state introdotte significative modifiche. Per i soggetti forti della debole democrazia italiana, l'insediamento neo-autoritario dell'esecutivo Berlusconi del 2001 ha rappresentato l'occasione esemplare, per fare tabula rasa di quanto rimasto in piedi di quelle lotte e di quei diritti, procedendo non solo al loro espianto storico, ma anche alla loro criminalizzazione politica definitiva. 

Se così stanno le cose, ieri e oggi, le responsabilità di questi esiti sconfortanti e palesemente distorsivi non vanno imputate soltanto alle forze di destra e di centro, ma anche a quelle di sinistra: oggi come ieri, riluttanti ad assegnare al conflitto sociale e culturale un ruolo nella definizione dell'assetto istituzionale e dell'agenda politica. Non si può non ricordare che le sinistre storiche italiane hanno costantemente teso a delegittimare culturalmente e criminalizzare politicamente la conflittualità sociale, da P.zza Statuto ai movimenti del '77.  

Alla contrarietà culturale del sistema politico al conflitto risalgono le strumentalizzazioni, a fini di supremazia politica, nelle interpretazioni storiche della lotta armata, dalla nascita delle Br al "caso Moro" e oltre. Strumentalizzazioni che, giova dirlo, non sono state prerogativa esclusiva della destra, ma anche patrimonio della sinistra. L'ipotesi dietrologico-cospirativa è stata organicamente e reiteratamente elaborata a sinistra; così come l'ipotesi delle contiguità sinistra/terrorismo, sindacato/terrorismo e movimenti/terrorismo è stata generata e rimessa a nuovo a destra.

Risulta quanto mai agevole comprendere come la pregiudiziale strutturale anti-conflitto abbia partorito e partorisca strumentalizzazioni cicliche, in fatto di analisi della lotta armata e dei movimenti. Il tono strumentale della discussione fa il paio con il profilo liquidazionista e superficiale dell'analisi che finisce col sovrapporre continuamente la lotta armata ai movimenti sociali e viceversa. Viene, così,  arbitrariamente costruita una relazione di coincidenza tra i due fenomeni che, in realtà, sono tra di loro polarmente distanti, già sul piano concettuale e, ancora più, su quello storico e politico. 

Il contingente oscura lo strutturale, per poi reinventarlo secondo le sue esigenze di comando e di lotta politica. Si trova abbarbicato a questo livello di profondità il "teorema dei teoremi", secondo cui il '68 sarebbe stata la "palestra del terrorismo" e i movimenti sarebbero stati e sono "il laboratorio sociale" dei terroristi. Certo, le forze del centrodestra si distinguono per coniugare in maniera ultrareazionaria questo "teorema"; occorre, però, riconoscere che le sinistre storiche ieri e il centrosinistra oggi non sono stati e non sono immuni dal suo virus letale.

Ora, l'incrociarsi continuo degli elementi contingenti con quelli strutturali alimenta l'eterno pregiudizio del sistema politico e mass-mediatico sulla presunta natura violenta dei movimenti e sulla parimenti presunta eterodirezione della lotta armata. Pregiudizio che si risolve in teorie cospirative e/o teorie onnicomprensive, a seconda degli obiettivi politici da conseguire e delle forze politiche in prima fila nell'innescare la polemica. Sia detto di passaggio: qui reperiamo in azione i sempiterni moduli indiziari e inquisitori delle culture dell'emergenza, a cui attingono a piene mani il mass media system e il sistema politico e secondo cui il sospetto è matrice di verità. Fino a che queste coordinate politiche e culturali prevarranno o permarranno semplicemente come residuo, la discussione pubblica su questi temi sarà viziata in radice e sarà impossibile elaborare opinioni condivise sull'argomento, oltre gli interessi di potere e di partito delle forze politiche di governo e di opposizione. 

A fronte del magma copiosamente distribuito dal pregiudizio, non è sperabile squarciare ultimativamente la tela delle falsità storiche, politiche e culturali su cui si reggono le strumentali analisi dei movimenti e le tendenziose interpretazioni della lotta armata. Questo, almeno, nel presente. Sulla lunga durata storica, il discorso può essere diverso. La parabola lunga della ricerca storica e politica può acquisire le marche caratteristiche che la grande Marguerite Yourcenar ha attribuito al tempo, inteso come un grande scultore (1). Sulla lunga durata, tutto può ritornare al suo proprio posto, là dove era stato scolpito; anche i falsi storici. Proprio per questo, è responsabilità etica e culturale, prima ancora che politica, testimoniare, elaborare e via via affinare un altro punto di vista, ben altrimenti rispettoso della verità storica. Un punto di vista critico-autocritico che, nella ricerca e nella difesa del vero, non tema di esporsi. 

2. Una contestualizzzazione storica 

Fatta questa doverosa premessa, passiamo ad approcciare i temi della discussione. Volendo esaminare i rapporti tra movimenti, violenza e Br, fa obbligo ricorrere a contestualizzazioni storiche puntuali, capaci di far risaltare le continuità e le discontinuità tra i periodi considerati, le differenze e le correlazioni tra i soggetti in causa (2).

Dobbiamo subito rilevare che le discrepanze di contesto e di senso tra i movimenti degli anni '60 e '70 e i movimenti sociali dell'attualità sono abissali. Per esigenze di sintesi, possiamo così schematizzare:

a) quelli degli anni '60 e, in generale, i movimenti del '68 possono essere definiti movimenti massa, caratterizzati da identità gruppuscolari ed equilibranti in cui si esprime la dialettica "movimenti verso identità";

b) quelli del ciclo 1974-76 possono essere identificati come nuovi movimenti sociali, caratterizzati da identità plurime in cui si esprime la dialettica "movimenti oltre il 'politico'"; 

c) i movimenti del '77 sono classificabili come movimenti pulviscolo, caratterizzati da identità atomizzate e squilibranti in cui viene alla luce la dialettica "identità oltre i movimenti";

d) quelli dell'attualità, a partire da Seattle nel 1999, si qualificano come movimenti planetari, caratterizzati dalla differenziazione dei progetti in cui si manifesta e comunica la dialettica della libertà delle differenze.

Conviene qui precisare che, quando parliamo di movimenti del '68 e, dunque, di movimenti massa, ci riferiamo a un prolungato e polivalente ciclo di lotte sociali (1962-1973) che: 

a) parte dalle tornate contrattuali dei metalmeccanici del '62 e '63 ed arriva all'autunno caldo del '69;

b) passa per l'insorgenza studentesca del '67-'68, le lotte per la casa e contro le istituzioni totali della fine degli anni '60 e l'inizio dei '70;

c) trabocca nelle mobilitazioni operaie del '71-'73.

Il progetto della lotta armata viene insediato dalle Br a cavallo degli anni '60 e '70; vale a dire, nella fase di maturazione finale dei movimenti massa. Raggiunge, inoltre, il suo culmine nel 1978, con l'"operazione Moro"; vale a dire, nella fase in cui vanno declinando i movimenti pulviscolo. Muore, infine, sul finire degli anni '80 ("azione Ruffilli", aprile 1988); vale a dire, ben prima della formazione dei movimenti planetari. 

Dobbiamo, ora, chiederci: quale, in sequenza, il rapporto tra la lotta armata e i movimenti massa, i nuovi movimenti sociali, i movimenti del '77 ed, infine, i movimenti planetari?. A questa domanda cercheremo di dare risposta in questa quarta parte del nostro lavoro. 

Note

(1)Si allude qui a Marguerite Yourcenar, Il tempo, grande scultore, Torino, Einaudi, 1985.

(2) Lo sviluppo del discorso si regge su due studi di taglio generale: A. Chiocchi, Il circolo vizioso. Meccanismi e rappresentazioni della crisi italiana 1945-1995, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 13, 1997; Id., Moto perpetuo. Dai movimenti del '68 ai movimenti planetari, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2003.

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