Quaderni 8/2010 (6ª ed.)  [ Catastrofi del 'politico' ]
Parte seconda
CODICI DELLA VIOLENZA POLITICA
Cap. 5
IL CASO DI PRIMA LINEA

1. Al servizio dell’agire sociale rivoluzionario: la violenza strumento

Ritroviamo in Prima linea una declinazione particolare del codice della violenza strumento, da cui dipendono la natura associativa dell’organizzazione e le stesse finalizzazioni politico-progettuali.

Se la violenza politica è contemplata come mezzo di un “progetto di liberazione”, ne consegue che l’organizzazione che manipola lo strumento violenza assume la forma combattente solo in linea politica transitoria (1). In questa concezione, l’organizzazione armata medesima diviene uno “strumento”, per uscire dallo “stallo politico” in cui sarebbero precipitati i movimenti; per “riaprire spazi”, affinché “questi movimenti potessero esprimersi” (2). Proprio per questo, per Pl, il passaggio alla lotta armata ha una sua intima “naturalità”; non segna affatto una cesura con le forme politiche di organizzazione e lotta dei movimenti. Da qui un doppio postulato:

a) la reversibilitàdell’opzione combattente;
b) l’internità ai bisogni antagonisti dei movimenti di lotta.

Alla base del doppio postulato, sulle cui articolazioni insisteremo più avanti, v’è una particolare concezione della soggettività in generale; non solo e non tanto della soggettività rivoluzionaria e combattente.

Nel background teorico-culturale di Pl (3), la soggettività è sempre funzione della “liberazione dei bisogni”: l’azione soggettiva rivoluzionaria è quella che non semplicemente libera dalla schiavitù dei bisogni, ma che invera i “bisogni umani ricchi”, in un’ottica di emancipazione universale che ha il suo fulcro nella liberazione del e dal lavoro salariato.

Pl ha costantemente tenuto a precisare che i suoi referenti culturali erano il “marxismo critico” e l’“operaismo teorico”. Certamente, molti e di non lieve peso sono i discostamenti rispetto alla tradizione critica del marxismo occidentale e alle teorie operaiste italiane degli anni Sessanta e Settanta. Nondimeno, a ragione Pl può rivendicare questa appartenenza culturale e questa colleganza ambientale, grazie cui è possibile, con maggiore rigore e fedeltà storico-politica, ricostruire i percorsi della sua identità.

Su questo background Pl impianta un discorso e una pratica della  soggettività su cui si reggono le seguenti funzioni:

a) “servizio” reso al movimento;
b) “anticipazione” del movimento e dell’avversario;

c) “socializzazione” di un “sapere rivoluzionario”; d) “dilatazione” di “spazi sociali” ad uso del movimento e pro-liberazione (4)

Siffatto approccio culturale delinea i rudimenti di una “teoria politica” (mai, del resto, sistematizzata; a differenza di quanto, invece, fanno le Br) che non prevede affatto la “rottura della macchina statuale”; bensì la “disarticolazione dei processi aggregativi e decisionali di quello che individuavamo come blocco anti-operaio” (5). La linea di attacco si sdoppia in due funzioni principali:

a) la disarticolazione del blocco sociale avversario;
b) la supplenza dell’azione del movimento attraverso l’uso e la rappresentazione della forza (6).

Quanto più procede la linea di disarticolazione e si intensifica l’azione di supplenza, tanto più si mandano a segno le funzioni  poste in capo alla soggettività combattente. Cioè, tanto più si dilatano spazi per l’agire sociale dei movimenti e si comprimono quelli dell’avversario di classe. La funzione cardinale della lotta armata, in questo impianto, è quella di rendere progressivamente superflua se stessa, ricostituendo le condizioni di un’offensiva di massa generalizzata contro il capitale, lo Stato e le classi dominanti.

In altri termini, all’opposto delle Br, la lotta armata non è una strategia di offesa, bensì di difesa. Il codice della violenza strumento si coniuga intimamente col codice della violenza difesa in funzione dell’attacco, del quale sono titolari le masse  rivoluzionarie auto-organizzate, non già l’organizzazione combattente. Viene qui meglio in luce il nodo decisivo della “teoria politica” di Pl: ha rilievo non già la “conquista del potere”; bensì la delineazione di un contropotere sociale interstizialmente diffuso nelle “relazioni societarie”.

2. La violenza tattica e la violenza funzione

L’auto-organizzazione dell’antagonismo è la summa e, insieme, il veicolo soggettivo principale del contropotere sociale; la lotta armata è una funzione tattica di questa dinamica politica: un  supporto, non già una variabile strategica (7). Per Pl, la lotta armata non riveste affatto un carattere fondazionale; ma è uno strumento tattico a sostegno della ripresa dell’antagonismo rivoluzionario, i cui spazi di azione conoscono una contrazione storica e politica. La funzione tattica della lotta armata qui è esattamente quella di riconferire socialità al discorso e alla prassi della rivoluzione, per socializzare l’esperienza della liberazione fino alla realizzazione del comunismo, attraverso la riproduzione allargata del contropotere (8).

Se l’asse strategico è quello dell’auto-organizzazione rivoluzionaria in prospettiva comunista, l’azione armata non può essere che una componente della riproducibilità degli spazi sociali e delle condizioni  del contropotere. La violenza strumento, incarnandosi come violenza difesa, si codifica come violenza tattica e violenza funzione. Per meglio dire, qui la violenza politica è sempre: (i) tattica in funzione del contropotere sociale, (ii) collegamento inestirpabile all’antagonismo espresso dai cicli di lotta più maturi. Tra antagonismo rivoluzionario e lotta armata non v’è salto o rottura; ma un continuum: una complementarità logico-politica della seconda rispetto al primo.

“Uso della forza” e “organizzazione della violenza”, entro questi codici, diventano una “pratica fondamentalmente utile per la costruzione di un contropotere” (9). Ecco perché la scelta armata, in Pl, vive come un’opzione naturale, niente affatto separante a confronto dei movimenti di lotta e dei bisogni di cambiamento radicale da essi espressi. Nell’atto di fondazione di Pl si afferma una “naturalità nel passaggio alla lotta armata, che i più affrontavano nell’intima convinzione che fosse una forma reversibile  del conflitto, diretta a creare (e ad essere assorbita) nuovi assetti sociali e nuovi scenari politici e normativi” (10).

3. Il “circolo della reversibilità” e le sue contraddizioni

La violenza armata acquisisce il carattere di una sovraespressione della violenza di massa, laddove questa vive una situazione di crisi. Nel punto/luogo in cui la violenza di massa riacquista profilo, consistenza e tenuta, entra in crisi la violenza armata e decade la sua necessità storica. Sta qui il circuito della reversibilità  tra violenza di massa e violenza armata, il percorso di andata e ritorno tra i due poli del continuum. Su questo aspetto essenziale della posizione di Pl non si è riflettuto abbastanza, nonostante le numerose testimonianze che, in tal senso, da Pl sono venute (11).

  Il circolo della reversibilità ha le sue regole ferree: come impone il ritorno dissolvente nel seno del contropotere antagonista, così esige l’innesco soggettivo  dell’opzione combattente. Per un verso, è luogo avanzato della raccolta e dell’espressione dell’antagonismo sociale; per l’altro, forza costantemente gli orizzonti dati dell’antagonismo. Per un verso, segue e insegue l’antagonismo sociale; per l’altro, lo anticipa e costringe entro contesti linguistico-comunicativi che non gli sono propri.

Nel passaggio da un polo all’altro del continuum reversibile, si materializza un’aporia insuperabile, perché l’equilibrio della mediazione e della sintesi coi movimenti entra in rotta di collisione con la forzatura dell’anticipazione organizzativa. La prevalenza di una componente sull’altra mette in crisi alla radice la circolarità della reversibilità: sia nel caso in cui l’organizzazione armata si dissolva nell’antagonismo sociale; sia nel caso in cui l’organizzazione armata  forzi il movimento antagonista e lo pieghi alle sue necessità. L’elemento della forzatura (12) è qui ineliminabilmente interconnesso con quello della mediazione; meglio: è questa interconnessione a costituire l’assoluto specifico dell’universo di senso entro cui agisce e si muove Pl. Le oscillazioni delle pratiche, delle forme simboliche e delle espressioni politiche dell’esperienza di Pl nascono dalle modalità con cui, di volta in volta, si realizza l’interconnessione tra mediazione e forzatura.

Entro tali modalità  acquisisce forma storica ed esistenziale il circolo della reversibilità. Quest’ultimo esiste sempre ed è sempre in crisi. Esiste sempre, perché  Pl  si porta sempre con sé le sue origini di “movimento sociale” in miniatura, anche quando più se ne allontana e, in qualche modo, le tradisce. È sempre in crisi, perché nel momento stesso in cui Pl si pone  come movimento si nega come organizzazione armata; e viceversa (13). Le aporie interne alla reversibilità fanno sì che Pl sia destinata allo scacco sia nella veste di organizzazione di  movimento  che in quella di movimento  per l’organizzazione.

L’aporia appena individuata è destinata a produrre esiti ancora più dirompenti. Le funzioni sostitutivo-rappresentative  con cui viene investita e legittimata  caricano di senso l’opzione combattente in una maniera sempre più ridondante, a misura in cui i movimenti conoscono situazioni di stallo o di vera e propria crisi. L’azione armata, proprio in virtù del circolo della reversibilità, aumenta di peso specifico esattamente nella proporzione in cui l’azione collettiva ristagna o ripiega, attribuendosi una funzione di recupero rigenerante della crisi dei movimenti.

A livello analitico, la progressiva “erosione degli spazi di iniziativa” dei movimenti viene interamente ricondotta all’intensificazione dell’azione repressiva dello Stato e all’escalation del livello di scontro determinata dalle Br con l’operazione Moro. Ancora di più: siffatta “erosione” viene interpretata come accelerazione della “tendenza alla guerra” (14). In tal modo, effettivamente, l’“organizzazione combattente” va muovendosi verso l’“enfatizzazione” della “reale rilevanza” dell’azione armata, innescando un “meccanismo di autolegittimazione” (15). Per mantenere aperto il circuito della reversibilità, l’azione armata si carica del compito di sostegno dei movimenti e, nello stesso tempo, deve sostenere un livello più alto di scontro con lo Stato, dilatando  fino all’inverosimile il suo circolo chiuso. Ed è precisamente qui che si innesta un processo di avvitamento: “il “fine interno” della sopravvivenza e della legittimazione di sé, a partire dal proprio solo esistere ed operare, si sovrappone definitivamente a quello “esterno”, secondo il quale la propria esistenza trova ragione nell’essere “funzione” di uno schieramento antagonista” (16). L’avvitamento si porta con sé l’affermazione di un “principio “tecnologico” di funzionamento di regolazione di relazioni interne e di regolazione di quel poco di scambio con l’esterno che ancora sopravvive” (17). “Il predominio della tecnologia” comporta due conseguenze letali:

a) la “conservazione come unico fine”;
b) la “perdita di senso del proprio agire riscontrata soprattutto nel vuoto di valore, nella caduta e nella assenza di orizzonti trasformativi” (18).

4. La precipitazione nel linguaggio della guerra e il “progetto bipolare”

Tutti questi processi, interagendo e cumulandosi, danno luogo alla produzione del ceto combattente, per intero racchiuso e circonfuso nel linguaggio della guerra. È tale linguaggio che surroga i “bisogni antagonistici”, incaricandosi, anzi, di realizzarli, in sostituzione del movimento reale. La partecipazione comunicativa al linguaggio della guerra surroga i “bisogni della liberazione”, partecipando, per questa via, al “ciclo della guerra” (19). Il modello culturale sottostante coniuga “l’idea della liberazione dell’uomo con i linguaggi e strumenti della guerra” (20). In fase di bilancio autocritico, Pl legge in ciò un’“illusione” e un “errore”:

a) l’illusione di “piegare il linguaggio della guerra ai bisogni di liberazione”;
b) l’errore di ritenere che “la guerra potesse essere strumento utile alla liberazione” (21).

La realtà, a differenza dai miti alimentati dall’illusione e dalle speranze coltivate dall’errore, si risolve “nella nostra partecipazione alla riproduzione allargata del ciclo della guerra, perdendo progressivamente per strada quelle stesse aspirazioni da cui ci eravamo mossi”(22).

Se le aporie della reversibilità conducono alla partecipazione al ciclo della guerra, la teoria della bipolarità tende, in maniera spesso inconsapevolizzata, a dare soluzione sia alle contraddizioni presenti nel continuum  della reversibilità, sia ai problemi della pianificazione e gestione della guerra.

Il “progetto bipolare” si configura come variabile atta a governare il difficile passaggio comunicativo tra movimenti e gruppo armato, nella prospettiva della collocazione (i) dell’organizzazione sul terreno dei movimenti e (ii) dei movimenti sul terreno dell’azione armata, in una sorta di impossibile quadratura del cerchio. Nel progetto gioca un ruolo decisivo il “combattimento diffuso” che proprio intorno alla “bipolarità” deve acquisire un “connotato organizzativo” (23).

Secondo lo spirito originario del progetto, le “squadre” e le “ronde” sono, nel contempo, proiezione di Pl nei movimenti e dei movimenti in Pl, in modo tale che la dilatazione dell’azione armata sia consustanziale all’allargamento delle scale sociali del contropotere. Se è vero che la strutturazione dei due piani del progetto prevede (i) il “supporto nel cosiddetto combattimento proletario” e (ii) un “elemento di organizzazione” con una  “propria pratica autonoma” (24), è altrettanto vero che la bipolarità ha l’ambizione di ricondurre ad unità i due elementi di per sé alteri, determinando un superiore livello di sintesi; di più: socializzando e massificando questa sintesi.

In altri termini, la bipolarità ha l’aspirazione di fungere, di fatto, come (i) vettore strategico di organizzazione della  guerra di liberazione comunista e (ii) anello di congiunzione indissolubile tra movimenti di massa e azione armata: sia per dare coerenza organizzata ai “bisogni di liberazione” che per radicare massivamente gli strumenti belligeranti della liberazione. Diversamente dalle Br, non siamo davanti alla prefigurazione di un “sistema di potere”, perfettamente compiuto in sé e perfettamente alternativo a quello dominante; piuttosto, si intende privilegiare ed alimentare un rapporto sociale di conflittualità permanente che va estendendo e radicalizzando il contropotere come forma altra di “cooperazione sociale” e di “vita comunitaria”: la “guerra di liberazione” viene coniugata secondo questa particolare accezione (25).

Entro questo scenario, la violenza difesa si fa violenza senso: lo strumento di difesa della violenza acquisisce il senso del comunismo, esattamente attraverso una guerra di liberazione. Qui è la  sensatezza e la ricchezza di senso  della guerra di liberazione comunista che si oppone alla insensatezza e  alla  povertà di senso della realtà vigente (26).

L’“inagibilità della piazza” per i movimenti antagonisti, sulla base della “teoria della reversibilità” e del “progetto bipolare”, conseguenzialmente, non può che essere interpretata in funzione della massimizzazione dell’“interdizione armata”, la quale finisce con l’essere: (i) l’unica garanzia di fronte alla “minaccia autoritaria”; (ii) lo strumento di conversione sublime dei “bisogni di liberazione” dal terreno virtuale a quello effettuale (27). Così, l’incrementalità operazionale della interdizione armata si autoinveste di una rilevante funzione politica, calibrata ad hoc per le fasi di disgregazione, come quella che conduce all’operazione Moro e che da questa si approfondirà a dismisura: assicurare la “circolarità del dibattito”, il “confronto” e la “discussione” a quel “potenziale”  antagonista che altrimenti avrebbe perduto la sua “rappresentanza” e la sua “identificazione” (28).

5. Il “moto macchinico”: la violenza inerzia

Non siamo qui in presenza della teoria del “foco guerrigliero”, poiché l’azione armata non intende fungere da puro e semplice “detonatore” dell’azione di massa. Al contrario, essa si pone lo specifico obiettivo di ricostruire le condizioni della “circolazione” del rapporto sociale antagonista in tutte le sue componenti autonome, ponendosi il fine esplicito di riattivare l’interezza del flusso relazionale tra auto-organizzazione proletaria e transizione comunista. Proprio per questo, essa finisce col sostituirsi all’azione di massa, laddove questa attraversa difficoltà di manifestazione, oppure vive una stagione di crisi.

Anziché ripristinare l’integrità dell’habitat relazionale antagonista, l’azione armata finisce col supplire all’azione di massa, senza  formulare interrogativi pertinenti intorno alla crisi dei movimenti e alla mancanza di legittimazione della prassi combattente. Si verifica un lacerante paradosso: quanto più i fattori della reversibilità e della bipolarità tendono a rafforzare la dialogica combattimento/movimenti, tanto più  l’organizzazione armata si separa dai movimenti e si isola nell’agone belligerante che la contrappone alle “strutture di comando” dell’impresa e dello Stato.

L’esserci dell’organizzazione armata condensa in sé: (i) le funzioni di movimento; (ii) le funzioni di “disarticolazione del comando”. Ma nel primo caso, suo malgrado, si ritrova irreparabilmente separata dai movimenti e dalle loro condizioni di esistenza/riproduzione; nel secondo, si confronta con un potere smisurato con mezzi impropri ed inefficaci. In tutti e due, ciò che è rovinosamente occluso è proprio il passaggio di fluidificazione tra auto-organizzazione proletaria e transizione comunista, a cui, pure, si intende lavorare.

La precipitazione in tale automatismo organizzativo è attivata dall’operazione Moro e dai suoi effetti politico-sociali; ma il “moto macchinico” non ha solo questa causale esogena; più al fondo, e ancora prima, ha una causalità endogena che trova nei meccanismi della reversibilità e della bipolarità il suo motore mobile. Per effetto di questo meccanismo di causazione interna, con l’operazione Moro, Pl non entra in crisi e/o si dissolve, al pari di quasi tutti i gruppi armati minori; all’opposto, apre la sua breve, ma intensa “stagione di fuoco”. L’operazione Moro segna, sì, uno “spartiacque” (29), ma il mutamento di rotta delle strategie e delle forme organizzate di Pl trova proprio nel codice  genetico originario uno dei suoi motivi di innesco. È sulla scorta di tale codice, difatti, che avviene l’interpretazione della realtà e dei suoi mutati quadri storico-sociali.

Come abbiamo cercato di dimostrare, l’esaltazione del ruolo e delle funzioni dell’azione armata è tanto un paradosso quanto una risultanza razionale e coerente del dispositivo di fondazione funzionale di Pl. Siffatto dispositivo è, ad un tempo, causa e vittima degli effetti controintenzionali della prassi combattente. È il circolo chiuso della reversibilità e della bipolarità che qui si dilata e deflagra per vie interne, irrigidendo e parzializzando le condotte della decisione politica e dell’azione sociale. Stanno qui le ragioni primarie dell’enfatizzazione tragica delle funzioni della prassi combattente a cui Pl contribuisce nella fase 1979-1980; non già in un puro e semplice gioco competitivo con le Br, come, invece, è stato troppo spesso e troppo riduttivamente assunto.

Da un lato, l’omicidio politico e la morte appaiono come un “tremendo vincolo”; dall’altro, tutti i canali di formazione della decisione e dell’azione si sclerotizzano, dando vita a dei veri e propri automatismi inerziali: “In quel terribile vortice di pulsioni di morte, di vita impossibile, il nostro sarà essenzialmente un “andare avanti” in una consapevolezza sacrificale poiché incapaci di trovare vie d’uscita ... Ci era impossibile fermarci, impossibile ritirarci...” (30). Il codice della violenza senso, nella destrutturazione progressiva della teleologia simbolica assunta come riferimento etico-valoriale, slitta in violenza inerzia. L’automatismo interno al dispositivo combattente si salda perfettamente con gli automatismi sociali sprigionati dal dispositivo dell’emergenza, entro cui, a pieno titolo, rientrano le prassi dell’organizzazione armata. Quest’ultima, dall’intenzionalità di “soggetto della liberazione”, passa all’effettualità di soggetto dell’emergenza. A questo esito approda tanto il codice della violenza valore delle Br che il codice della violenza inerzia di Pl. Ed è, appunto, nel seno di questo contesto effettuale che trova piena collocazione e matura spiegazione quel “moto macchinico autolegittimante, inerziale che si affermerà come caratteristica dominante delle organizzazioni combattenti” (31).

6. Il gioco simbolico della minaccia: la tensione all’assoluto

Secondo il codice proprio alla violenza inerzia, l’azione armata finisce con l’acquisire il carattere della minaccia: meglio, diviene una variabile soggettiva che partecipa al gioco sociale della minaccia. La valenza dell’azione armata è quella di essere una minaccia virtuale elevata disperatamente avverso la contro-minaccia delle “strutture del comando”: una sorta di rivoluzione simbolico-preventiva contro la repressione e l’autoritarismo in atto.

La minaccia come surrogato di rivoluzione intende funzionare, di fatto, anche come destrutturazione psicologica dell’avversario e autostimolazione psico-politica. A sua volta, l’autostimolazione politica funge, in maniera altrettanto fattuale e inerziale, come strategia di offuscamento e rimozione della crisi di fondazione e legittimità dell’opzione armata; non solo e non tanto dei movimenti, poiché qui è proprio la “disgregazione” dei movimenti che l’ipotesi combattente intende recuperare. La complessità, la profondità  e l’opacità di questi processi attribuiscono un “valore simbolico terrificante” all’azione armata, in una sproporzione inaudita tra la valenza reale dell’azione e l’immagine simbolica che di essa viene veicolata dai media (32).

La dilatazione abnorme del valore simbolico dell’opzione armata conduce ad una messa in positivo, ad una vera e propria positivizzazione, dell’omicidio politico e dei sottostanti sistemi etico-normativi di giustificazione (33). Alle spalle di siffatta implosione di senso c’è una realtà drammatica: l’organizzazione armata si costituisce come comunità assoluta, partecipe, a metà, dei valori e delle culture dell’antagonismo sociale diffuso e, per l’altra metà, in posizione di comando autoritativo e destabilizzante rispetto a queste culture e questi valori. In virtù dell’esistenza assoluta (34) che conduce e/o crede di condurre, la comunità combattente si attribuisce il ruolo di legislatore universale del progetto di liberazione e di riproduttore artificiale dell’antagonismo diffuso.

La tensione all’assoluto vale anche come attivazione di una crescente e assoluta separatezza dai temi e dai problemi che divengono oggetto della mobilitazione collettiva. Ciò è già vero a confronto dei cicli di lotta operaia degli anni Sessanta e dell’autunno caldo; lo diventa ancora di più, e ancora più tragicamente, rispetto alle lotte dei “nuovi movimenti” intorno al senso e all’identità che si aprono nella prima metà degli anni Settanta.

Ragionando in termini di referenti sociali, se le Br male interpretano e destrutturano i contenuti e i messaggi delle lotte operaie degli anni Sessanta e del principio dei Settanta, Pl si approccia ai cicli delle lotte sociali degli anni Settanta con un’ ermeneutica altrettanto destrutturante, la quale legge il senso e l’identità esclusivamente attraverso i codici dell’immaginario bellico. Ora, questo percorso disegna un progressivo impoverimento di senso; per essere più precisi: carica l’opzione armata di una crescente povertà di senso, in contrapposizione alla pluralità e ricchezza di senso, non di rado contraddittoria e problematica, di cui sono portatori i movimenti sociali. All’impoverimento del senso è indissolubilmente correlato un non meno letale processo di indebolimento dei percorsi di costituzione dell’identità. Impoverimento del senso e indebolimento dell’identità rappresentano le due lame incrociate di una contraddizione catastrofica che agisce a livello individuale, più e prima che sul piano collettivo: la fredda razionalità del privilegiamento delle pulsioni della morte e dell’aggressività, di contro alle pulsioni della vita, dell’etica della comunicazione e della dialogica della libertà (35). Sono queste le condizioni strutturali e ambientali che condurranno Pl a quella “concentrazione spaventosa di fatti” (36), al “salto mostruoso” verso la “nemicità totale” (37), premessa del “crollo spirituale” e del “tramonto della speranza” (38), che data all’epoca successiva all’operazione Moro.

7. Verticalizzazione dello scontro e conseguenze etico-esistenziali

Nell’ultima fase, la battaglia politica interna tra “l’ipotesi espansiva” e quella tendente alla “centralizzazione” (39) viene superata dagli eventi e dai meccanismi interni al dispositivo della belligeranza. L’intera organizzazione si va progressivamente assestando sulla linea della verticalizzazione assoluta dello scontro, nel percorso politico-organizzativo che va dalla “Conferenza di Bordighera” del 1979 alla “Conferenza di Morbegno” del gennaio del 1980.

Sintomatiche sono, sul punto, le scelte di Pl intorno alla clandestinità. Fino ad allora, Pl ha sempre e recisamente rifiutato la scelta della clandestinità assoluta, optando per la semiclandestinità; ciò in ossequio sia alla teoria della reversibilità che all’habitat culturale e mentale tipico dell’ambiente e dei soggetti da cui trae la propria linfa. In un documento di organizzazione, la semiclandestinità viene così definita: “È opportuno spiegare il significato di semiclandestinità. Esso non vuol dire, come purtroppo pensano molti compagni, che sia consentito essere un po’ meno vigilanti dei clandestini e che il militante possa parlare con facilità in giro, cercare proseliti a suo criterio o partecipare a manifestazioni di strada ostentando una pistola come fosse una spranga. Il “semi” vuol dire soltanto che il militante ha un ambito di lavoro legale e uno illegale distinti tra di loro.  Naturalmente nell’ambito legale il militante può fare propaganda politica, cercare di capire quale consenso ha la lotta armata fra le masse, partecipare alle azioni di massa, ma sempre dando l’impressione di essere uno dei tanti che arrivano al corteo e alle spranghe e non alla rivoltella” (40). Nell’ibrido delle forme della reversibilità e della bipolarità, la semiclandestinità produce singolari figure di clandestino pubblico (41), in una soluzione di discontinuità eternamente irrisolta  tra l’assoluta illegalità e l’assoluta legalità, con le non lievi ripercussioni negative nel rapporto di comunicazione coi movimenti e nel confronto belligerante con il dispositivo di “comando sociale” che abbiamo esaminato nelle pagine che precedono. La teoria della semiclandestinità è una sorta di duplicazione esterna dell’esserci dell’organizzazione armata e dei suoi associati: essere scissi fuori di sé, nel territorio relazionale in cui si dimora e che si abita esistenzialmente e politicamente. Aderendo, nel dopo Moro, alla teoria della clandestinità assoluta, Pl introverte il meccanismo della scissione, dando luogo  – esattamente come le Br –  ad un processo di duplicazione schizoide interna.

L’organizzazione e il singolo militante gestiscono tale fenomeno interno di dimidamento solo in virtù dei vincoli morali e degli automatismi etici assorbiti, per il tramite dei modelli e delle forme simboliche della comunità radicale che – come abbiamo visto –  pone se stessa come tensione all’assoluto (42). Ma si tratta soltanto della gestione temporanea di un processo esplosivo che di lì a poco deflagrerà. Il fatto è che il meccanismo etico-simbolico e storico-politico di autolegittimazione della comunità combattente non è creativo, come si ritiene e spera, di  forme nuove di antagonismo sociale; né è portatore di nuovi e più ampi spazi di libertà e liberazione. L’iniziale accettazione della violenza strumento e i successivi passaggi alla violenza difesa, alla violenza tattica, alla violenza funzione, alla violenza senso e alla  violenza inerzia causano la devalorizzazione estrema proprio di quella soggettività sociale che Pl intende difendere e sviluppare.

Dall’estate del ‘79 in avanti, la “macchina del salto di qualità” toglie definitivamente prospettiva all’opzione armata di Pl che scade ad un atteggiamento comportamentista (43), governato dalla razionalità del servomeccanismo stimolo/risposta. La dimensione catartico-sacrificale di tale esito sta in quell’azzeramento dell’essere che compare come morte del tempo che, istantaneamente, si traduce in tempo morto e morte dell’esistenza; e tutto ciò a prescindere e ben prima dell’esito finale del carcere e/o della morte.

Lungo questi tornanti, la morte non compare semplicemente come futuro (44); bensì fa la sua irruzione in questo presente, da cui divora tutte le scansioni del tempo, non solo il futuro. La prospettiva della “guerra di liberazione comunista”, vissuta anche come “bisogno di vivere in un eterno presente(45), si rovescia nella pietrificazione del tempo e dei bisogni vitali. Il tempo ricco di occasioni dell’eterna militanza (46)è totalmente sospeso sul bilico della storia e non fa mai il suo ingresso nei mondi vitali; in sua vece, irrompono l’inarrestabile declino del tempo delle occasioni e la perdita irrimediabile dei tempi e delle forme della vita.

Note

(1) “... ci costruivamo per creare le condizioni del nostro scioglimento nelle forme dispiegate dell’auto-organizzazione rivoluzionaria” (Contributo per una ricerca su “Riformismo, sovversione e lotta armata negli anni Settanta”. Un intervento sulla storia di “Prima linea” (15 marzo 1985), in AA.VV., 1983-1985: Dallo scioglimento di “Prima linea” alle “Aree Omogenee”, ciclostilato, Torino, Carcere Le Nuove, 1985, p. 125.). Il contributo in questione reca le seguenti firme: Nico Solimano, Roberto Rosso, Sergio Segio, Susanna Ronconi, Guido Manina, Francesco D’Ursi, Marco Fagiano, Daniele Gatto, Enrico Galmozzi, Giulia Borrelli, Diego Forastieri, Ciro Longo, Sonia Benedetti, Rosetta D’Ursi, Loredana Biancamano, Claudio Waccher, Felice Maresca, Paolo Cornaglia, Liviana Tosi, Paolo Zambianchi, Maurice Bignami, Maria Teresa Conti, Marco Solimano, Alba Donata Magnani, Maria Grazia Grena, Gianni Maggi, Vito Biancorosso, Stefano Milanesi, Federico Alfieri.
Sul punto, rilevano anche le seguenti osservazioni di Susanna Ronconi: “Prima Linea si fonda per preparare la sua estinzione”, nella prospettiva della “massima valorizzazione dell’orizzontalità” e in funzione dichiaratamente critica dell’ipotesi di costruzione del Partito Comunista Combattente a cui lavorano le Br” (in N. Tranfaglia-D. Novelli (a cura di), Vite sospese. Le generazioni del terrorismo, Milano, Garzanti, 1988, p. 234).
Non a caso, sin dal primo volantino di rivendicazione (dicembre 1976), Pl si definisce la “prima linea del movimento”, come opportunamente ricorda B. Laronga (in L. Guicciardi (a cura di), Il tempo del furore, Milano, Rusconi, 1988, p. 168). A proposito del primo volantino, R. Rosso pertinentemente osserva: in esso “si dice  che non siamo una vecchia organizzazione, non siamo le B.R., siamo un aggregato di gruppi, di iniziative, di cose, e la prima definizione di P.L. assomiglia molto a quello che successivamente chiameremo “combattimento proletario”, che non a un’organizzazione” (ibidem, p. 101).

(2) Cfr. M. Bignami, in Il tempo del furore, cit., p. 219.

(3) Per una ricostruzione di questo background, si rinvia alle testimonianze di  aree significative della militanza piellina reperibili in:
- AA.VV., 1983-1985: Dallo scioglimento di “Prima linea” alle “Aree Omogenee”, cit.;
- L. Guicciardi (a cura di), Il tempo del furore, cit.;
- D. Novelli-N. Tranfaglia (a cura di) , Vite sospese..., cit.;
- S. Zavoli, La notte della Repubblica, Milano, Edizione CDE, 1992.

(4) Cfr. Contributo ....., cit., p. 126.

(5) Ibidem, p. 126. Molte le testimonianze in questa direzione. A titolo esemplificativo, citiamo la seguente di M. Costa: “... noi non vogliamo praticare  la lotta armata come attacco allo Stato, attacco al cuore dello Stato”, perché l’azione combattente deve avere il carattere della “denuncia” e la funzione dell’”aggregazione” (in  Il tempo del furore, cit., pp. 70, 71-72).

(6) Contributo, cit.,  p. 129.

(7) A ulteriore riprova di quanto argomentavamo in precedenza, registriamo un imparentamento, tanto evidente quanto distorcente,  con le posizioni di Mario Tronti (Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1966) e di “Classe Operaia”, secondo cui la “strategia” era già tutta depositata all’interno della classe; all’esterno, al partito, non rimaneva che la “tattica”. Quanto mai calzante e illuminante, in proposito, una considerazione di P. Zambianchi che, riferendosi a Pl e alle Fcc, parla  di organizzazione “vista con una funzione tattica“ (in Vite sospese, cit., p. 231; corsivo nostro).

(8) A buon diritto, Susanna Ronconi può affermare: “Siamo in linea con quella accezione che vedeva le lotte e i suoi momenti organizzati contenere una forte qualità politica, una capacità intrinseca di espressione di contropotere” (in  Vite sospese..., cit., p. 234). Resta fermo, ovviamente, lo scostamento a confronto della tradizione a cui legittimamente qu ci si richiama.

(9) Susanna Ronconi, in Il tempo del furore, cit., pp. 275-276.

(10) Contributo...,cit., p. 126; corsivi nostri.

(11) In particolare si segnalano:
- Susanna Ronconi: “Per quanto mi riguarda (queste sono anche valutazioni molto soggettive), in realtà è dal ‘79 che io sento chiudersi definitivamente una certa accezione che fino a quel momento avevo avuto della lotta armata e dello scontro armato in questo paese. E cioè, in realtà, fino a quel momento avevo pensato che fosse ipotizzabile una reversibilità di quanto noi stavamo impostando. Voglio dire: non mi apparteneva minimamente un’idea di crescita progressiva dello scontro finale, così come in realtà non mi era mai appartenuta un’idea di rottura della macchina statale secondo un modello più tradizionale, che è in realtà quello che poteva appartenere ad  un’organizzazione come le B.R.” (in Il tempo del furore, cit., p. 275; corsivo nostro);
- S. Segio: “P.L. per tutto un periodo - addirittura sin verso il ‘79-80 - aveva un’idea di reversibilità della pratica della lotta armata ...” (in Il tempo del furore, cit., p. 291; corsivo nostro);
- S. Segio: La scelta di Pl di “mantenere fino all’ultimo la militanza pubblica e il cordone ombelicale con le situazioni di movimento... trovava le sue radici nella nozione di reversibilità della pratica armata che ci aveva mosso in origine; ma progressivamente, ed in particolar modo nel ‘78, questa nozione va smarrendosi e diviene illusoria” (in Vite sospese ...., cit., p. 314; corsivo nostro).
Segio è successivamente tornato su questo punto-chiave della posizione di Pl: Le fonti aride della storia ufficiale. La violenza politica di sinistra secondo l’Istituto  Cattaneo, “il manifesto”, 3/10/1991.

(12) Intorno all’elemento della forzatura ha particolarmente insistito B. Laronga (in Il tempo del furore, cit., pp. 168-170).

(13) Di  questa contraddizione insuperabile è particolarmente consapevole S. Segio: “La scelta di Pl, di mantenere sino all’ultimo la militanza pubblica ed il cordone ombelicale con le situazioni concrete, al fine di non smarrire il controllo del polso della realtà sociale, era per me pericolosamente contraddittorio con la estensione della pratica combattente” (in Vite sospese, cit., p. 314; corsivo nostro). Come abbiamo già visto (cfr. supra nota n. 11), correttamente Segio individua come base di questa contraddizione la nozione di reversibilità della lotta armata.

(14) Contributo, cit., p. 128.

(15) Ibidem, p. 128.

(16) Intervento per il Convegno promosso dall’ARCI sui temi dell’emergenza e del pentimento (Roma 19 maggio 1984), in 1983-1985: Dallo scioglimento ..., cit., p. 18.

(17) Ibidem, p. 18.

(18) Ibidem, pp. 18-19.

(19) Documento allegato alla Consegna delle armi al cardinale Martini (giugno 1984), in 1983-1985: Dallo scioglimento..., cit., p. 50 ss.

(20) Un “Manifesto” dei detenuti politici sulla “riconciliazione”, in Dallo scioglimento..., cit., p. 83; il documento in questione fu pubblicato anche su “il manifesto” nel gennaio del 1985.

(21) Contributo..., cit., pp. 114-115.

(22) Ibidem, p. 114.

(23) Ibidem, p. 129.

(24) Silveira Russo, in Il tempo del furore, cit., p. 187. Utili osservazioni per una chiarificazione del concetto di “bipolarità” fanno anche Barbara Graglia e F. D’Ursi in Vite sospese, cit.; rispettivamente p. 270  e pp. 278-281.

(25) Particolarmente puntuali sono le osservazioni di Susanna Ronconi, secondo cui la “guerra di liberazione comunista” veniva interpretata e vissuta come “conflittualità permanente, al cui interno andavano formandosi nuove relazioni sociali e nuovi modi di vita comunitari e di cooperazione sociale, in cui si contavano vittorie e sconfitte, nessuna delle quali definitiva” (in Vite sospese, cit., p. 236).

(26) Cfr. ancora Susanna Ronconi: “Credevamo che la nostra violenza vissuta come dotata di senso, finalizzata e legittimata dai valori cui ci riferivamo, potesse contrapporsi a quell’altra violenza insensata, casuale, feroce ed arbitraria di cui vedevamo permeati i rapporti sociali della città” (ibidem, p. 238, corsivi nostri; la città cui si riferisce la Ronconi è Napoli).
Nella stessa direzione le osservazioni di R. Rosso, allorché  rileva il problema dalla postazione della detenzione: “L’andata in carcere è la continuità, a questo punto, di una duplice sensazione: dal punto di vista oggettivo, la realtà si è allargata (non è più un discorso nazionale, ma è europeo, mondiale, discutiamo di tutto: Londra, Berlino, della Spagna), nel senso che c’è una realtà enorme che nessuno governa: continua il senso della mancanza di un’umanità, di una giustizia, di un’etica unitaria; continua questo discorso, quindi, di sentirsi dentro una cosa; allora non chiamiamoci più compagni, cominciamo a chiamarci fratelli, per capire” (in Il tempo del furore, cit., p. 111; corsivo nostro).

(27) Contributo..., cit., pp. 129, 118 e passim.

(28) Ibidem, p. 131.

(29) Ibidem, p. 129.

(30) Ibidem, p. 131.

(31) Ibidem, p. 129.

(32) È particolarmente R. Rosso a riportare l’attenzione su queste componenti implosive dell’azione armata: “Se per mesi discutiamo del combattimento proletario, vuol dire che siamo una banda di dementi, nel senso che noi non riusciamo a discutere della complessità dello scontro politico, dentro cui le cose che noi facciamo hanno un valore simbolico terrificante. Non hanno un’effettiva..., cioè, non c’è proporzione tra valore simbolico, l’eco che hanno, l’immagine sui media... È il gioco della minaccia (in Il tempo del furore, cit., p. 106; corsivi nostri).
Ancora: “La pratica dell’omicidio politico nella lotta armata ha un che di astratto: l’esito concreto è come sublimato nel dibattito sul modello dell’azione e sulla sua dimensione politica progettata. La messa in gioco della propria vita e di quella degli altri è “rappresentata”, resa modello, proiettata su uno scenario che nasce forse dall’interazione tra le rappresentazioni forti interne a un gruppo e le rappresentazioni fornite dai media” (in Vite sospese, cit., p. 253).
A rilevare il “fortissimo carattere simbolico dell’omicidio politico” è anche Susanna Ronconi ( Il tempo del furore, cit., p. 280).

(33) Il fenomeno è individuato con precisione da Giulia Borrelli: “La cosa che mi lascia più sgomenta, a ripensarci oggi, con una maturità e mentalità diversa, è la naturalità con cui si arrivò (ed io personalmente arrivai) ad accettare l’idea dell’omicidio politico come forma di lotta, addirittura positiva, cioè addirittura come atto di giustizia, in un certo senso” (in Il tempo del furore, cit., p. 251; corsivi nostri).

(34) L’espressione è di R. Rosso: “Credo che ci si sentisse investiti di un ruolo che derivava dalla nostra storia e bisognerebbe indagare, come dire, la psicologia individuale, la storia di ognuno di noi. Però non eravamo dei single, eravamo un gruppo di persone e probabilmente in ogni città d’Italia, al di là dell’appartenenza ad organizzazioni, c’erano gruppi o più gruppi uniti da una storia, da un’esistenza comune. Un’esistenza nella quale la realizzazione delle proprie tensioni quotidiane passava per uno scontro. Questa era, se vogliamo, un’esistenza assoluta, e a mano a mano che diventava sempre più difficile unire la nostra militanza politica con la vita intera di settori di operai, di abitanti di quartieri, sempre più, credo, tendevamo a riassumere in noi stessi questo tipo di valori” (in La notte della repubblica, cit., p. 378; corsivo nostro).

(35) Di questa contraddizione è particolarmente conscia  Silveria Russo:
- “La cosa più pazzesca è questa: si tenta di introdurre elementi di riflessione sulla qualità della vita, che se portati fino in fondo e se ripresi, ad essere sincera con me stessa, avrei dovuto dire: “Smetto, perché il tipo di lavoro che sto facendo, la pratica che sto facendo è esattamente la negazione di questa vita e di una qualità diversa della vita”. Voglio dire: io voglio combattere la morte sui territori, e produco la morte” (in Il tempo del furore, cit., p. 192; corsivo nostro);
- “È molto difficile descrivere come si è affrontato il problema dell’uccidere. Riflettendoci oggi, sembra una cosa lontanissima e comunque impossibile a farsi. In quella fase invece il problema non sussisteva. Era nella logica delle cose la possibilità di dover affrontare anche l’omicidio, perciò veniva vissuto, e così l’ho vissuto anch’io, come una normale attività operativa. Mi rendo conto che sembra pazzesco dirlo, ma in realtà questo è come sono state vissute le cose” (in  La notte della Repubblica, cit., p. 374).

(36) L’espressione è di M. Bignami, in Il tempo del furore, cit., p. 209.

(37) Le espressioni sono di Susanna Ronconi, in Il tempo del furore, cit., pp. 279-280.

(38) Le espressioni sono di  L. Guicciardi, in Il tempo del furore, cit., p. 286.

(39) Le categorie definitorie sono di S. Segio, in Il tempo del furore, cit., p. 294.

(40) Cit. in G. Bocca, Gli anni del terrorismo. Storia della violenza politica in Italia dal ‘70 ad oggi, Roma, Curcio Editore, 1988, p. 177; corsivi nostri. Anche il Contributo..., a più riprese citato, tocca con puntualità il concetto di semiclandestinità (cfr. p. 128).

(41) La categoria è efficacemente formulata da F. D’Ursi (in Vite sospese, cit., p. 278) e attiene  alla sua personale militanza in Pl e nei movimenti giovanili torinesi.

(42) Particolare consapevolezza del fenomeno viene espressa da Liviana Tosi: “La clandestinità è essere a metà con se stessi e gli altri: solo un forte senso etico, morale, di possesso di sé, può sopperire alle mille “privazioni” che questa condizione comporta. L’ideologia in questo conta fino a un certo punto” (in Vite sospese, cit., p. 283; corsivo nostro).

(43) In tale direzione già S. Segio, in Vite sospese, cit., pp. 313-314.

(44) Sulla militanza clandestina come “salto nel futuro” e sull’approdo sacrificale al carcere e/o alla morte come futuro si è soffermato P. Cornaglia, in Vite sospese, cit., p. 308.

(45) Cfr. Barbara Graglia, in Vite sospese, cit.,  p. 269.

(46) L’espressione è di Susanna Ronconi, in Vite sospese,  ci., p. 236.

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