1. Un veloce tracollo
Nel periodo che intercorse da marzo 2002 a febbraio 2003, media e sistema politico sovradimensionarono simbolicamente il fenomeno del post-brigatismo che, di per sé, aveva un'incidenza qualitativa e quantitava assai trascurabile (1). L'enfatizzazione, al solito, era funzionale alla lettura allarmastico-cospirativa del fenomeno.
Si agitarono gli spettri della lotta armata, sostanzialmente, per due motivi: (i) per creare un clima di panico e delegittimare il conflitto sociale e (ii) per strumentali scopi di lotta politica tra gli schieramenti in contrapposizione (2). Del pari, si reimmisero in circolo le teorie cospirative, in particolare la tesi secondo cui le menti e gli strateghi veri delle Br non erano mai stati identificati e non coincidevano con i gruppi dirigenti brigatisti progressivamente catturati e incarcerati nel corso del tempo (3).
Lo scontro a fuoco del 3 marzo 2003, in cui rimasero uccisi l'agente della polizia ferroviaria E. Petri e il militante delle "nuove Br-Pcc "M. Galesi ed arrestata Nadia Desdemona Lioce, al contrario, portò in luce la debolezza e l'isolamento estremo in cui versava l'organizzazione. Debolezza e isolamento, del resto, ampiamente prevedibili e registrabili da analisi politiche disinteressate e, appena un poco, più attente (4). La catena degli arresti successivi, la cui prima ondata scattò il 24 ottobre 2003 in concomitanza dello sciopero generale, lo certificò definitivamente. Nel giro di poche settimane, le nuove Br-Pcc non esistevano più.
In sede di bilancio dell'esperienza delle nuove Br, non si possono non rilevare tre fattori:
a) i tempi lunghi di accumulo del potenziale offensivo:
tra l'ultima azione delle Br-Pcc e la prima del post-brigatismo
passano ben 11 anni;
b) la sequenza temporale a bassa densità della iniziativa
politico-militare: in quattro anni, il post-brigatismo ha prodotto solo
due azioni;
c) i tempi iperveloci di dissolvenza: un arco
temporale strettissimo, tra ottobre e novembre del 2003.
I fattori appena indicati contestualizzano un fenomeno allo stato terminale, ai cui tempi medio-lunghi di incubazione sono generalmente associati limitate esplosioni virulente, in prossimità del tracollo finale. Da questo punto di vista, consideriamo la parabola del post-brigatismo strutturalmente di tipo patologico. Pił precisamente ancora, essa può essere definita come la patologia di una patologia.
Quale figura archetipica tra le pił rilevanti della catastrofe del 'politico', la lotta armata è assumbile come una patologia politica. Il rilancio del suo progetto, ben 11 anni dopo la sua sconfitta, è la versione cancerogena di questa patologia. Il rapido tracollo della parabola del post-brigatismo è la metafora perfetta di un'autodisgregazione annunciata che, per compiersi (ed estinguersi), si costringe ad appiccare il fuoco devastatore intorno a sé.
2. Un amplesso fatale
Considerato come metafora di una patologia distruttiva, il post-brigatismo non è che un soggetto/oggetto periferico e autistico della rievocazione della morte come spettacolo. Non è tanto realizzazione negativa del vivente; quanto (e soprattutto) celebrazione diretta dello spettacolo della morte. Esso si presenta come una delle facce più luciferine e devastatrici del potere.
Dal punto di vista del suo funzionamento interno, il post-brigatismo è un ecosistema reificato che vive essiccando se stesso, fino ala disidratazione finale. Dal punto di vista del suo rapporto con il sistema e l'ambiente esterno, invece, è una cristallizzazione di impotenza oggettivata che cerca di coniugarsi come forza. Nell'epoca degli spazi assoluti in tempo reale e del tempo assoluto in spazi reali, il post-brigatismo non può che essere bruciato come una particella intangibile: dromologicamente irrilevante e topograficamente insignificante. Alcun tempo e spazio di rilievo gli possono essere riservati:
a) nella dimensione temporale, agisce con una lentezza
pachidermica;
b) nella dimensione spaziale, è stordito dal rumore e dai
significati del flusso caleidoscopico di transazioni,
informazioni, conoscenze, simboli, culture ecc. che costituisce
oggi la seconda pelle dell'esserci del pianeta.
Esso consuma la adulterazione simbolica di se stesso: si puntella come figura viva; invece, non è che una sopravvivenza di forme morte. Se le Br storiche soggiacevano sotto la signoria assoluta delle forme simboliche (5), il post-brigatismo perde tutte le tracce del simbolo e, con ciò, smarrisce i contrassegni specifici della "condizione post-moderna": suo è lo status di forma desimbolizzante, a misura in cui fa coincidere simbolo e morte (6).
La morte, nel post-brigatismo, comincia come morte del simbolo e della sua pluralità differenziata. Le metafore sono deprivate di significati vivi e viventi; i significati sono ridotti a metafore funerarie: narrazione della morte e morte della narrazione diventano un tutt'unico. Lo spazio dello "scambio simbolico" è qui annullato. Meglio ancora: combacia con la morte; è la morte.
Diversamente da quanto rinveniamo nelle avveniristiche suggestioni marxiane elaborate nei "Grundrisse" e nella dromologia di P. Virilio intorno alle forme estreme e più avanzate del "dominio del capitale" (7), il post-brigatismo non intende annullare lo spazio attraverso il tempo; piuttosto, si "funzionalizza" al dissolvimento del tempo attraverso lo spazio. Questa operazione desimbolizzante preliminare gli consente di annettersi coattivamente la memoria, l'identità e il nome delle Br storiche, un'esperienza ormai defunta e non resuscitabile. Simbolo della morte e morte del simbolo si stringono, così, in un amplesso fatale (8).
3. Un infinito negativo
L'assorbimento nella simbolica della morte e la proiezione simbolica della morte fanno del post-brigatismo un'esperienza che capovolge l'itinerario esistenzialista e nichilista: dall'essere per il nulla transitiamo qui al nulla dell'essere. Questo essere nullificato deve aver bisogno, evidentemente, di una divinità pagana, sull'altare della quale genuflettersi. Se le Br storiche trasformavano la rivoluzione in tradizione, il post-brigatismo riconverte la rivoluzione armata nel Dio sconosciuto ma ritrovato, a cui viene sovrimposta artificialmente una volontà corrispondente ai codici macchinici della "guerra per il comunismo".
L'ideazione del Dio sconosciuto è qui l'invenzione di un mito che recupera la sconfitta della lotta armata degli anni '80: promana anche da qui l'esigenza di annettersi surrettiziamente il nome delle Br. Si tratta anche di una esigenza di ordine mitico e di una sotterranea pulsione alla mitizzazione, a cui la neonarrazione combattente non può sottrarsi e dentro cui, anzi, affila le lame della sua identità.
Producendo e riproducendo uno spazio che non è né percettivo e né comunicativo, né esplorativo e né osservativo, il post-brigatismo omologa ai suoi codici desimbolizzatori le realtà esterne, inconsapevole del tutto che la sua propria esperienza identitaria è il simulacro di un simulacro, totalmente polverizzata, soppiantata e superata dagli ordini simbolici, culturali e materiali ingenerati e trasfusi dalla globalizzazione. La sua presenza è il risultato di una fuga; la sua fuga è il risultato di una sconfitta; la sua sconfitta è il risultato della fantasmaticità delle sue radici.
Il post-brigatismo è, così, avviato all'implosione di se stesso non in un'energia nuova e vitale (come nel più audace futurismo italiano: Boccioni, soprattutto), bensì nel risucchio in un oltretomba arcaico che pretende di farsi vita. L'atto belligerante qui non crea i significati dell'evento; ma si configura come evento da cui germinano i significati, preordinati dalla mitopoietica delle armi. Qui non v'è mai creazione; ma solo e sempre ripetizione del codice simbolico della morte. Non si dà mai, in questo universo dell'iterazione, una proiezione del presente verso il futuro; è il futuro che, anzi, arretra verso il passato. Se le Br storiche avevano scommesso sul futuro, puntando sul passato, il post-brigatismo punta sul presente, scommettendo sul passato. Qui il futuro è cancellato, nell'universale presente del passato.
I limiti dello spazio/tempo sono valicati all'indietro e nessun percorso verso "rotture in avanti" è qui contemplato. Identità smorte monopolizzatrici gettate nell'universale ripetitivitą dello spazio/tempo: ecco come si può pregnantemente definire il teatro scenico allestito dal post-brigatismo. Il risultato è un infinito negativo popolato esclusivamente da materia smorta e soggetti esangui.
(1) Cfr., in proposito, gli accenni critici di G. Galli, Piombo rosso, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, pp. 371-410. Si rinvia a questa opera per i richiami ai corsivi e/o agli articoli che, nell'epoca in questione, comparsero su "l'Unità", il "Corriere della Sera" e "la Repubblica". Pur in disaccordo con la sostanza dei discorsi enfatizzanti, Galli rimane fermo alla sue teorie, affermando che: "le Br non fanno se non le si lascia fare" (p. 374).
(2) Ci siamo soffermati sull'argomento nel cap. 8, § 1.
(3) Abbiamo sottoposto schematicamente a critica le teorie cospirative nel cap. 12, § 13.
(4) Eloquenti, sul punto, le osservazioni di G. Galli sull'amara circostanza che nessun familiare di Galesi si presentò a riconoscerne e "rivendicarne" il corpo: " ... si pensi al confronto con Walter Alasia: pur in un momento di difficoltà per le vecchie Br, cinquecento compagni vanno al funerale, la mamma che gli mette al collo il rosso fazzoletto partigiano mentre viene intonata l'Internazionale. L'isolamento dei nuovi brigatisti è di tutta evidenza, così come la tolleranza nei loro confronti" (op. cit., p. 399).
(5) Questo processo lo abbiamo esaminato diffusamente nei capp. 1-2.
(6) Su questo asse tematico, continua a rimanere un ineludibile riferimento critico J. Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, Milano, Feltrinelli, 1979. Sulla "condizione post-moderna", il richiamo di rito è a J.-F. Lyotard, La condizione postmoderna, Milano, Feltrinelli, 1981.
(7) Cfr. K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, 2 voll., Torino, Einaudi, 1976; P. Virilio,Velocità e politica. Saggio di dromologia, Milano, Multhipla, 1977.
(8) Per una disamina più attenta delle "funzioni simboliche" nella globalizzazione, secondo le linee di indagine qui approssimativamente esemplificate, si rinvia a A. Chiocchi, L'intercampo globalizzazione. Stratificazioni concettuali e realtà dello spazio globale, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2005; in part., rileva il cap. 2: "Archetipi e codici simbolici".