Quaderni 8/2010 (6ª ed.)  [ Catastrofi del 'politico' ]
Parte quinta
STRUTTURAZIONE E CRISI DEL MODELLO BRIGATISTA
CAP. 15
DAL PARTITO GUERRIGLIA ALLA GUERRIGLIA RIMOSSA

1. La fine del Partito guerriglia

Senza alcuna incertezza, la fine della storia delle Br-Pg è databile all'azione compiuta il 21 ottobre 1982 a Torino, in via Domodossola: nel corso di una rapina al Banco di Napoli, furono uccise a freddo due guardie giurate e lanciata una gratuita accusa di "tradimento" nei confronti di Natalia Ligas (1). Nell'azione convivevano due "motivazioni politiche": smascherare il presunto "tradimento" di N. Ligas ed effettuare un "esproprio" a fini di finanziamento. Quell'azione ha costituito - e costituisce - uno dei punti di massimo sprofondamento nell'abisso, per le modalità spietate della sua esecuzione e per il carico di delirio mortuario da cui è zavorrata.  Cercare di ricondurla a "logica normale" non è dato: nessuna spiegazione  logica e/o esclusivamente politica può sperare di interpretarne il precipizio di insensatezza. Anche perché, a seguito dell'arresto già sopravvenuto della Ligas, il "buon senso" suggeriva di non eseguire l'azione.

E tuttavia - o, forse, proprio per questo - l'azione ha avuto il "pregio" di restituire in superficie i fondali di devastazione e crudeltà scavati nel corso del tempo, al di là delle pure questioni di natura ideologica e di schieramento politico. Via Domodossola è stato un passo nel vuoto totale, schizzato fuori dal vuoto totale. Il suo carattere ripugnante ha celebrato il funerale di ciò che c'è di più prezioso: la vita, l'integrità e la compassione, polverizzate da una furia ottenebrata e ottenebrante.

Nessun orizzonte poteva profilarsi "oltre" via Domodossola. Da via Domodossola si poteva soltanto tentare di uscire fuori: non tornando indietro, ma cercando di andare avanti, per riprendere posto nel mondo, di nuovo ma diversamente dalla parte del giusto e del retto. La "logica", in tutto questo, occupava un ruolo modesto, se non insignificante; come modesta e insignificante era stata la parte da essa avuta nell'incubazione dell'esecrabile evento.

Intorno e dopo via Domodossola si svilupparono discussioni e critiche non sempre limpide e non sempre disinteressate; soprattutto, quelle di origine politica. Nelle Br-Pcc si alimentò la tendenza di ridurre l'intera esperienza del Partito guerriglia all'azione di via Domodossola; all'opposto, tra gli eredi delle Br-Pg si andò affermando la linea tendente a sancire l'estraneità dell'azione alla loro storia. Nel primo caso, il Partito guerriglia veniva espulso dalla storia delle Br; nel secondo, il reticolo di militanti che stava dietro e dentro via Domodossola veniva espulso dal Partito guerriglia; in tutti e due, si trattava di risposte chiaramente fuorvianti. 

Ma via Domodossola costringeva a interrogativi estremi, non tanto e non solo sulla politica e sull'ideologia;  bensì sul senso più profondo del vivere e del morire; sul come spendere rettamente il proprio tempo di vita, per il perseguimento della giustizia e della felicità. Solo partendo da qui tornava ad essere possibile un'opzione politica, rinnovando e rielaborando integralmente l'amore per il genere umano.  Di fronte a via Domodossola tutti si sono fermati e tutti sono ripartiti, ognuno per rimotivare le proprie scelte. E questo - dopo il collasso -  contò soprattutto per gli eredi del Partito guerriglia, dentro e fuori il carcere.

Ecco perché riveste una qualche importanza prendere in esame proprio le vie di uscita dal collasso, tentate all'interno dell'area di riferimento dell'ex Partito guerriglia. Ci occuperemo, a titolo paradigmatico, dei due percorsi che reputiamo più significativi. Vediamoli in rapida successione.

2. La complessificazione

Subito dopo via Domodossola, nel carcere di Palmi si formò un "collettivo" che prese le distanze dall'azione: a dicembre del 1982, elaborò un documento che rimarcava l'esigenza di una radicale ridefinizione della teoria e della prassi della guerriglia (2). Un mese dopo, il "collettivo" chiarì ulteriormente le sue linee di ricerca, con un'autointervista (3). Fu proprio questa autointervista ad esemplificare meglio tale posizione ed essa, quindi, prenderemo qui in considerazione. 

L'autointervista esordisce, sostenendo che si è "sostanzialmente concluso" il ciclo cominciato nel 1970; ma non per questo poteva ritenersi esaurita la necessità della lotta armata. Intanto, continua, si trattava di non disperdere i "fondamentali obiettivi" conseguiti:

a) "aver fatto vivere" un "bruciante desiderio di trasformazione rivoluzionaria", frustrato dalle "risposte repressive e assassine";
b) aver promosso, non solo nelle organizzazioni armate, ma in "intere aree proletarie",  la elaborazione di "nuovi linguaggi", in contrapposizione "ai padroni, allo Stato, alla cultura dominante";
c) aver fatto saltare in aria un "tabù": l'impossibilità di uno "sviluppo rivoluzionario e armato nella metropoli".

Di fronte a questa "grande vittoria",  l'eclisse delle "forme di organizzazione  politico-militari" storicamente date è ritenuta "ben misera cosa". L'atteggiamento di fondo che emerge, con estrema chiarezza, è quello di chi guarda "con ottimismo" alla "decomposizione degli impianti" che avevano sorretto la lotta armata. Si ritiene, difatti, che "l'idea-forza della necessità e possibilità storica di una trasformazione rivoluzionaria dei rapporti sociali" continui ad rimanere al centro delle "convinzioni e delle pratiche dell'avanguardia di massa proletaria". 

Il presupposto politico-culturale da cui muovono questi assunti è che la lotta armata (meglio: la propaganda armata) non abbia saputo reindirizzare e rielaborare le "speranze ed aspettative" che aveva suscitato. È rimasta vittima di un cortocircuito da essa stessa provocato, per il fatto di non essere stata capace di "produrre nuove progettazioni". Ciò la deprivava di un coerente e complesso "disegno", al di là dello "spettacolo" che di sé essa stessa e i media fornivano.

Ora, la capacità di elaborare "nuove progettazioni" doveva misurarsi con una problematica chiave, assolutamente trascurata da tutte le "organizzazioni combattenti": lo "scontro 24 ore su 24 e 365 giorni all'anno" con la controrivoluzione, "per modellizzare in modo rivoluzionario tutte le nostre pratiche". Conclude, sul punto, l'autointervista: "Questa è la battaglia che noi abbiamo perso è questa è la prima sconfitta che lo stato metropolitano ha strutturato". Da questo punto di osservazione, alla base della sconfitta del Partito guerriglia viene rinvenuta una "complessificazione degli schemi guerriglieri" ancora troppo inadeguata e parziale e, soprattutto, incapace di "operare la rottura definitiva con l'eredità terzinternazionalsita".

Dal culmine della crisi in atto, si sostiene, deve prendere avvio un "nuovo inizio". Per dare ad esso cominciamento, la "guerriglia degli anni '80 dovrà ricercare e far nascere con le sue pratiche i linguaggi metropolitani della transizione al comunismo" (4).

L'impostazione appena descritta pianifica la mutazione genetica delle forme e dei soggetti della guerriglia, non essendo ritenute sufficienti né la ricomposizione del politico col militare (Br storiche) e nemmeno la rifusione nella guerriglia di tutte le pratiche sociali (Partito guerriglia). Il concetto di rivoluzione, che nel Pg aveva assunto una connotazione eminentemente sociale, qui si vitalizza: si estende a tutto l'arco temporale e spaziale delle dimensioni dell'esistenza umana. Come dire: se la controrivoluzione e lo Stato metropolitano colonizzano la vita, è la vita che la rivoluzione e la "nuova guerriglia" debbono decolonizzare e liberare. Questa, la base pulsionale-motivazionale e, insieme, l'orizzonte del progetto alluso dall'autointervista. 

Con tutta evidenza, si tratta di una proposta scissa tra due determinazioni in aperta confliggenza: nel mentre si criticano i modelli teorici e politici della lotta armata, non si viene a capo dei suoi archetipi culturali e simbolici. Il che fa riprodurre la lotta armata come eterna invariante; anziché porla preliminarmente e apertamente in discussione. Ne consegue che la narrazione catastrofica del Partito guerriglia  non viene affatto superata; anzi, è sublimata fino all'apogeo: ora il progetto della guerriglia sconfina, addirittura, nella pretesa della liberazione della vita. In perfetta buona fede, viene qui configurato il contro-Moloch delle pratiche plurali diffuse in opposizione al Moloch della controrivoluzione e dello Stato metropolitano, in uno scenario di cupezza estrema. Ancora una volta, la guerriglia si mostra perfettamente inconsapevole degli effetti controintenzionali collegati ai suoi progetti e alla sue pratiche, rimanendo avvitata intorno alle sue inconclusioni e aporie originarie (5). Probabilmente, è proprio l'essersi affacciati sul bordo estremo dell'ipotesi guerrigliera che spiega il repentino silenzio di questa area di militanti della lotta armata, facendo sì che il "progetto di complessificazione" rimanesse lettera morta. 

3. La semplificazione regressiva

Un'altra consistente area delle ex Br-Pg ebbe un atteggiamento più minimalista rispetto all'impianto di origine. Più che sottoporlo a confutazione radicale, in parte, ne riprodusse nuclei significativi, continuando a qualificare la guerriglia metropolitana come "rivoluzione sociale"; per il resto, diede luogo a slittamenti politico-semantici regressivi, spostando l'orizzonte delle contraddizioni sociali in una non ben circoscritta dimensione internazionalista (6).

L'asse di scorrimento principale del discorso era quello della "ricollocazione dialettica" della guerriglia nello "sviluppo soggettivo e oggettivo" delle contraddizioni di classe intanto maturate a livello mondiale, dentro cui era necessario reinserire e riqualificare il progetto/processo della rivoluzione sociale, intesa come "ricomposizione e liberazione del proletariato internazionale" (7). Il limite di fondo che questa ipotesi imputava alle vecchie "organizzazioni combattenti" era la "parzialità nazionalistica" del loro intervento che ne avrebbe inficiato, in radice, tutte le possibilità propulsive. Da qui il richiamo alla costruzione di un "fronte rivoluzionario antimperialista" a livello europeo e mondiale, unica forma di organizzazione capace di rompere l'"accerchiamento imperialista", nell'epoca in cui il modo di produzione capitalistico si era fatto "sistema imperialista globale" (8).

Il punto decisivo, secondo questa posizione, era il seguente: "Il piano dello scontro classe/Stato in un singolo territorio e quello rivoluzione/imperialismo a livello europeo non possono rimanere separati" (9).  Da qui l'esigenza di "unirsi per contrastare" la formazione del "blocco europeo occidentale"; impedire che "esso si attui in un generale arretramento dell'iniziativa rivoluzionaria in ogni paese è compito della guerriglia e del movimento proletario". Pertanto: "Costruire uno scontro offensivo di dimensioni europee in unità con le lotte rivoluzionarie e di liberazione in Asia, Africa e America Latina è il terreno su cui può avanzare la coscienza rivoluzionaria e contemporaneamente approfondire la crisi economica e politica del sistema imperialista. Attaccare fin da oggi l'unificazione europea è la prospettiva strategica centrale attorno a cui la lotta proletaria in ogni paese, in ogni polo metropolitano, in ogni situazione sociale può esprimersi in termini di potere attorno alla guerriglia" (10).

A commento dello schema di ricostruzione appena delineato,  si può congruamente dire che questa area di discussione costruì un percorso dal profilo bifronte: (i)  su un versante, la progressiva "riduzione di complessità" dell'impianto teorico-politico del Partito guerriglia; (ii) sull'altro, la regressione verso i modelli guerriglieri della Raf che, già all'atto della loro nascita, le Br avevano, con tutta chiarezza, criticamente superato. Con la conseguenza, veramente esiziale, di stendere un velo sul "nucleo duro" della storia sia del Pg che delle Br. Nel tentativo di immettere e stabilizzare una improbabile relazione di equilibrio omeostatico tra storia delle Br e storia del Pg, quest'area rimuoveva l'evidenza palmare che il Partito guerriglia era stato il portatore di discontinuità che si erano incistate nella storia delle Br; discontinuità dalle quali non era dato operare un rientro.

Dalla seconda metà degli anni '90 in avanti, anche questa area finì nell'imbuto del silenzio

4. Dal silenzio alla rimozione attiva

Il ciclo letargico dei militanti imprigionati delle Br fu, per la prima volta, squarciato a marzo del 1987, con il "lancio pubblico" (al Moro-ter) della "battaglia di libertà" che perorava una "soluzione politica" a favore dei detenuti della lotta armata (11). "Battaglia" che, poi, fallì; così come era già fallita la "soluzione politica" proposta dal "movimento della dissociazione" negli anni che vanno dal 1982 al 1987. 

Nella "battaglia di libertà" lanciata nel 1987, il filo col passato fu irreparabilmente tranciato. La storia delle Br, anzi, fu rimossa dal panorama della discussione, con motivazioni più o meno plausibili, ma certamente elusive sul piano della responsabilità storica. 

Quella rimozione aveva due causali concomitanti: una di carattere remoto e l'altra di carattere contingente. 

La causale remota va spiegata con  la curvatura fortemente simbolica e ideologica della cultura delle Br: la rimozione è, difatti,  una delle "categorie forti" delle "forme simboliche" e delle "forme ideologiche".

La causale contingente va ricondotta a due punti di applicazione nevralgici:

(a) uno riguardava gli ex militanti delle Br-Pg che non avevano mantenuto, nemmeno a livello di "traccia", l'impegno alla "complessificazione" della guerriglia, annunciato in "Gocce di sole", "Non è che l'inizio" e "Domande-risposte-domande";
(b) l'altro concerneva l'abbandono silente della prospettiva rivoluzionaria autocentrata da parte degli ex militanti delle altre "frazioni" delle Br storiche. 

Le variabili del gioco interattivo appena descritto, combinandosi tra di loro, fecero sì che nella "battaglia di libertà" potessero convivere senza problemi tutte le varie "frazioni" che, nella storia delle Br, si erano divise e "combattute". Nessuna interrogava l'altra e tutte insieme non interrogavano le Br. Alla fine, nella "battaglia di libertà" e di quello che di essa rimase, tutte le componenti soggettive della complessa storia delle Br si ricompattarono nel nuovo elogio antropologico della clandestinità e della sua diversità genetica; queste, sì,  "complessificate" e riprodotte inerzialmente in maniera scalare. 

Come l'ingresso nella lotta armata era avvenuto attraverso la porta della clandestinità, così l'uscita dalla lotta armata, per le Br, alla fine si è compiuta ben dentro e ben al di sotto della soglia della clandestinità. Per la grammatica brigatista, il discorso politico non è mai discorso pubblico; pubblica, semmai, è l'azione con le sue strategie e i suoi effetti (12). Risiedono qui molte delle ragioni dell'uscita "personale" e "silenziosa" dalla lotta armata, con cui la grande maggioranza dei militanti delle Br (di tutte le "frazioni") ha rotto i ponti con il proprio passato politico e con la politica in generale.

Note

(1) Dell'azione si è già data notizia nel cap. 4, §. 5 , in cui si è cercato, del pari, di ricondurla alle sue "coordinate strutturali" più profonde. Non rimane che ricordare che chi scrive mantiene, in proposito, le maggiori responsabilità.

(2) Non è che l'inizio, carcere di Palmi, dicembre 1982; in "Contro-Informazione", dicembre 1982; ; principale animatore del "collettivo" era R. Curcio. 

(3) Domande-risposte-domande, carcere di Palmi, gennaio 1983; in  "Frigidaire Dossier", n. 4, 1983. Non casualmente, il collettivo di cui l'autointervista è espressione si denomina: "Collettivo dall'identità plurale". L'autointervista è ora rinvenibile anche sul web al seguente indirizzo:
  http://www.ilbolerodiravel.org/kattivi_maestri/frigidaire/armata_gg.htm.

(4) Sul problema dei linguaggi e delle problematiche connesse dell'identità, il testo di riferimento principale, per quest'area di militanti, rimane A. Curcio-A. Franceschini, Gocce di sole nella città degli spettri, Supplemento al n. 20/22 di "Corrispondenza Internazionale", Roma, 1982.

(5) Su questo arco di temi, si rinvia ai capp. 1-7.

(6) Le aree in questione raccolsero, per lo più, ex militanti del Pg. Per continuità e rilevanza, i "collettivi" più significativi sono, certamente due: i "Prigionieri/e comunisti/e per la Guerriglia Metropolitana" e il "Collettivo Comunisti Prigionieri, Wotta Sitta",  operanti tra la seconda metà degli anni '80 e la prima dei '90. Documenti significativi di queste due aree di discussione  possono rinvenirsi sul sito web del "Bollettino" dei "Comitati contro la repressione", all'indirizzo: http://utenti.lycos.it/mumiaa/bolletti/index.htm.

(7) Prigioniere comuniste per la Guerriglia Metropolitana, L'unico processo di liberazione possibile: rivoluzione sociale, carcere di Voghera, settembre 1987; firmatarie del documento sono: Aurora Betti, Ada Negroni, Teresa Romeo, Marina Sarnelli.

(8) Ibidem.  

(9) Alcuni compagni del "Collettivo Comunisti Prigionieri, Wotta Sitta", La lotta di classe è il motore della storia, carcere di Rebibbia, dicembre 1989; firmatari del documento sono: Susanna Berardi, Lorenzo Calzone, Anna Cotone, Davide Fadda, Luciano Farina, Giovanni Gentile Schiavone, Nicola Pellecchia, Stefano Scarabello, Caterina Spano, Aleramo Virgili. Occorre tenere presente che le tematiche del "fronte antimperialista" sono all'ordine del giorno anche per effetto delle iniziative della "Rotee Armee Fraktion" (Raf) che, tra l'altro, firma anche un comunicato  congiunto con le "Br- Per la costruzione del Partito Comunista Combattente", letto il 14 aprile 1989 al processo "per insurrezione" tenuto a Roma; il titolo della dichiarazione è estremamente esplicativo: "Costruire e consolidare il Fronte Combattente Antimperialista".

(10) Ibidem.

(11) Del fatto si è già data notizia nella nota n.  2 del cap. 11.

(12) Per un'analisi più circostanziata di queste "dinamiche brigatiste", si rimanda ai capp. 6-7.

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