1. Dalla mediazione alla scissione
La Risoluzione della Direzione Strategica del 1980 rappresentò un punto di mediazione provvisorio che consentiva a tutte le anime brigatiste di rimanere unite nell'organizzazione. Essa ebbe successo nell'immediato, perché di fatto non si pronunciava sulle "questioni calde", dopo gli scontri interni dell'ultimo anno e mezzo e le pesanti sconfitte esterne intanto maturate.
Sul concetto di "sistema di potere rosso", sulla "forma partito", sul rapporto col "proletariato metropolitano", sul "giudizio di fase" ecc. ecc. diceva cose generiche su cui tutte le "frazioni" in competizione potevano riconoscersi. Essa fu l'estremo tentativo fatto dagli organismi dirigenti di tenere unita l'organizzazione, facendo delle concessioni poco più che formali. D'altro canto, quelle concessioni furono bene accette dagli altri, perché ricucivano la tela intanto lacerata e lasciavano aperta la possibilità/speranza, per ogni "frazione", di recuperare l'intera organizzazione alle proprie posizioni. "L'Ape e il comunista" spoglia dei contenuti più densi e problematici: ecco cos'era la Risoluzione Strategica '80.
Ma la mediazione fallì, anche perché tutte le componenti delle Br avevano in mente un altro percorso che di lì a poco sperimentarono. Un percorso che:
a) per le componenti delle future Br-Pg si collocava più
avanti ancora dell'"Ape";
b) per le future Br-Pcc arretrava rispetto alla prospettiva indicata
dall'"Ape".
Basta ricordare che mentre per le Br-Pg la fase si caratterizzava per il passaggio dalla "propaganda armata alla guerra civile dispiegata", per le Br-Pcc si era, invece, nella fase della "propaganda armata del programma".
Nella prima metà del 1980, la "questione pentiti" (effetto domino originato da Peci) e la cattura del nucleo di azione a Napoli (19 maggio, azione Amato) avevano ulteriormente indebolito gli organismi dirigenti. Le brigate di campo imputavano quelle sconfitte proprio alla linea "soggettivistica" e "militarista" che aveva guidato l'organizzazione dal 1976-77 in avanti. La delegittimazione degli organismi dirigenti era forte. Per contro, le brigate di campo tendevano a legittimarsi sempre più come la vera leadership dell'organizzazione.
Si trattava, in quella fase, di procedere alla riorganizzazione di quasi tutte le colonne, falcidiate dalla "valanga pentiti". Su questa ricostruzione scommettevano le diverse componenti, nel tentativo di far affermare la propria linea. Si sviluppò un sottile gioco politico di mediazioni e lacerazioni, attraverso cui ogni "frazione" cercava di affermare la leadership della linea politica di cui era il sostenitore. Vista la situazione di oggettiva debolezza, gli organismi dirigenti dovettero fare, come si suol dire, di "necessità virtù".
L'azione D'Urso (dicembre 1980), da questo punto di vista, rappresentò una vittoria della linea sostenuta dalle brigate di campo. Se si prova a paragonare quest'azione con l'operazione Moro, si notano subito delle differenze rimarchevoli. Senza qui entrare nel dettaglio politico, il piano che sorreggeva la prima, a differenza della seconda, era flessibile ed articolato. Soprattutto, tendeva a strappare degli obiettivi immediati concreti, non votandosi semplicemente alla disarticolazione politico-militare dell'avversario.
In proposito, è utile ricordare che "il sistema del potere rosso" delineato dall'"Ape" prevedeva non solo una relazione dialettica tra partito e organismi di massa rivoluzionari, ma anche e soprattutto la pratica di un "programma immediato". Per l'operazione D'Urso, il punto di programma (immediato) qualificante era la "chiusura dell'Asinara"; per l'operazione Cirillo, in quest'ottica, il punto qualificante era la "requisizione delle case sfitte".
Con D'Urso, le Br intendevano agire ad un doppio livello: sul piano delle strutture politiche dell'avversario; sul piano del rafforzamento del lavoro di massa e della linea di massa dell'organizzazione. Per loro, ottenere dei risultati concreti a favore dei proletari indeboliva ulteriormente il nemico, perché rendeva più forte e credibile la prospettiva della lotta armata ai loro occhi: ecco, in soldoni, la filosofia dell'operazione D'Urso.
La continuità della strategia delle BR-Pcc è, invece, riscontrabile nella linea di sviluppo che va dall'operazione Moro (1978) alle azioni Taliercio (1980) e Dozier (1981). E consiste nel privilegiamento dell'attacco alle strutture alte del potere, senza porlo in dialettica con i movimenti di lotta. Si trattava, secondo la colonna, il fronte carceri e le brigate di campo, di una linea chiusa su se stessa e dall'esito fallimentare predeterminato, assolutamente incapace di incidere nello "scontro di classe" e di spostare il "rapporto di forza" a favore del proletariato metropolitano: polarmente lontana dai movimenti di lotta e niente affatto disarticolante della "catena di comando" Stato/impresa.
Tale strategia era agli antipodi di quella delle Br-Pg. Assumiamo, di nuovo, per esempio programmatico l'operazione Cirillo: lì l'attacco alle strutture di potere aveva un doppio fuoco:
a) disarticolare le strutture di potere dello
Stato;
b) conquistare e organizzare le masse sul terreno della lotta armata.
L'elemento di saldatura tra "disarticolazione" e "organizzazione" delle masse mancava nella linea proposta dalle Br-Pcc, con la giustificazione che quella era una fase di "resistenza" e non già di "offensiva".
Leggendo a posteriori la storia delle Br, non si può non osservare che l'operazione d'Urso sia in una relazione funzionale con l'"Ape" e con la successiva operazione Cirillo ed in un rapporto disfunzionale con la Risoluzione Strategica '80 e la linea fino ad allora espressa dagli organismi dirigenti. L'operazione D'Urso rimase un "episodio", dalla cui linea gli organismi dirigenti prontamente arretrarono. Ma essa esplicitò che, ormai, la contraddizione si era pericolosamente insinuata nelle strutture di direzione centrali dell'organizzazione. Conseguentemente, gli organismi dirigenti si arroccarono ancora più nella difesa della loro linea politica. Di lì ad un anno, la Direzione Strategica e tutte le altre strutture di direzione periferica si frantumarono. Le Br si disaggregarono secondo tre tronconi: Br-Walter Alasia, Br-Pcc e Br-Pg. Le brigate di campo, in gran parte, si divisero tra Br-Pg e Br-Pcc; in minima parte, aderirono alle Br-Walter Alasia.
2. L'oggetto del contendere
Il dissenso tra organismi dirigenti esterni e brigate di campo anticipò quello tra Br-Pcc e Br-Pg. "L'Ape e il comunista" lo conteneva già: sia nel senso che ne "delineava" gli sviluppi che in quello che lo "tratteneva". Con il venir meno della mediazione della Risoluzione Strategica del 1980, il dissenso non fu più "trattenuto" e, quindi, esplose.
Sostanzialmente, la divergenza verteva sulla concezione del "sistema del potere rosso" e sul ruolo che in esso occupava "il partito". Le Br-Pg si richiameranno sempre più all'"Ape"; le Br-Pcc sempre meno. Per queste ultime, nell'opera di progressiva presa di distanza dall'"Ape", il riferimento teorico principale divenne "Politica e rivoluzione", anche questa frutto dell'elaborazione di militanti prigionieri (1).
Per le Br-Pg, il "sistema del potere rosso" si incardinava sugli "Organismi di massa rivoluzionari" (Omr) e il Partito guerriglia. Per le Br-pcc, invece, sui "Nuclei di resistenza proletaria" (Ncr) e sul Partito combattente. Le differenze non erano semplicemente lessicali, ma rinviavano a progetti ed analisi politiche discordanti, che riguardavano sia le "forme" che i "soggetti" dell'"agire rivoluzionario".
Al centro di tutto stava il ruolo che si attribuiva alla "metropoli". Per chiarire meglio la questione, occorre fare un "passo indietro".
Per le Br-Pg, la metropoli era il luogo di ricomposizione di tutte le "pratiche" e i "saperi" sociali e, per questo, la forma partito era obbligata a mutare: da "combattente" doveva trasformarsi in "guerriglia". Per le Br-Pcc, la metropoli rimaneva dimensione a "dominante operaia" e, dunque, non era la guerriglia a "ricomporre" le pratiche sociali, ma l'azione di avanguardia del partito combattente. Ne discendeva che, mentre per le Br-Pg il proletariato metropolitano era un "soggetto sociale collettivo", ricomposto dalle pratiche della guerriglia (per essere più precisi: l'azione del Partito guerriglia), per le Br-Pcc il proletariato metropolitano era un aggregato di classe stratificato, ricomponibile solo dall'egemonia operaia affermata dall'azione cosciente del Partito combattente.
Dietro al tutto, come è agevole comprendere, si nasconde anche un "giudizio di fase" nettamente diverso. Per le Br-Pg, la fase storica era caratterizzata dalla crescita ed espansione dei movimenti di massa. Per le Br-Pcc, al contrario, i movimenti erano in una situazione di crisi e la "fase" vedeva l'offensiva del "nemico di classe". Per questo, le prime parlano di "Organismi di massa rivoluzionari" e costruzione del "sistema di potere rosso" e le seconde di "Nuclei di resistenza" e "ritirata strategica" (2).
Anche per le Br-Pg si dava una funzione di avanguardia propria al partito concepito leninisticamente. Il Partito guerriglia rimaneva l'avanguardia del proletariato metropolitano: solo che ora l'avanguardia collocava le sue linee di azione "ai punti più alti" della mobilitazione di massa, a partire da cui elaborava e "verificava" i suoi progetti. Essa continuava a procedere "per linee esterne" alla moblitazione di massa, ma cercava di essere con essa in "sintonia politica": l'esternità dell'avanguardia era qui depositaria di una "internità politica". In un certo senso, si trattava di una forma di post-leninismo; oppure di un leninismo corretto con chiavi di lettura maoiste e guerrigliere. Al contrario, le Br-Pcc rimanevano fedeli all'impianto leninista classico: la dominanza delle funzioni di avanguardia del partito era il prolungamento della dominanza operaia.
3. La proiezione del dissenso
Certamente, la fase più accesa della discussione politica all'interno delle Br inizia con "l'Ape", nel 1979-1980. Ma quest'orizzonte risultò essere, ben presto, squarciato e superato dall'esperienza. La proiezione costitutiva del Partito guerriglia oltrepassò l'orizzonte dell'"Ape", da tutti i punti di vista. Anche per questo, la mediazione della Risoluzione Strategica del 1980 saltò.
Da un'analisi comparativa dell'"Ape" e della Risoluzione Strategica delle Br-Pg si può individuare con nettezza la frattura e al suo punto di massima espressione. Di ciò erano consapevoli la colonna, il fronte e le brigate di campo. Il Partito guerriglia si costituì come una sorta di "eresia interna" che traeva giustificazione da alcuni fondamenti brigatisti, ma che delle Br intendeva "rifondare" storia ed esperienza.
Le strutture di direzione del tempo (che, poi, si identificavano col gruppo dirigente delle Br-Pcc) contrastarono questo progetto proiettivo con tutte le loro forze e ne proposero uno contrario e conservativo. Il conflitto interno alle Br del tempo nasceva da qui. Trovava, poi, conferma e verifica, sul piano dell'intervento, nell'analisi che ogni colonna forniva del polo metropolitano di competenza.
Le diversità socio-politiche dei poli metropolitani e la differente lettura che le varie colonne ne davano costituirono esclusivamente il contesto, non il motore del conflitto interno alle Br. Non era tanto il livello locale a impiantare il fuoco principale del contrasto quanto la combinazione della realtà locale con analisi e progetti globali/locali. Intorno a questi nodi andò emergendo un dato politico di fondo: le "coalizioni" in competizione agivano ognuna come gruppo dirigente globale che intendeva stabilire la propria egemonia su tutta intera l'organizzazione. Una volta che questo disegno egemonico fallì, le Br si sbriciolarono e le singole "frazioni" si rappresentarono ognuna come l'erede autentico della tradizione brigatista, con il corollario delle scomuniche incrociate di rito.
Per quello che riguarda più da vicino l'evoluzione della storia delle Br-Pcc, forse, l'intransigenza e l'obsolescenza dei suoi modelli ha funzionato come "frenante" della crisi, ritardandone il compimento finale. La decisione di "camminare piano" e "interamente all'esterno" della mobilitazione di massa, in un certo senso, attutì i colpi, prolungando l'agonia in un quadro di insieme sempre più iper-reale. Ma più lentamente procedeva la crisi, più implosivi diventavano gli effetti.
4. In cammino verso il silenzio
Tanto l'esperienza delle Br-Pcc che quella delle Br-Pg vanno fatte rientrare nella storia complessiva delle Br, con cui non hanno saputo, certamente, fare i conti collettivamente, proponendo un bilancio storico-politico dirimente. Ovviamente, le responsabilità politiche maggiori vanno ai vari "gruppi dirigenti" che si sono succeduti alla guida delle Br. Siffatta inottemperanza ha, tra l'altro, indirettamente alimentato (al minimo: non ha adeguatamente contrastato) le "teorie cospirative" che sono andate moltiplicandosi - e tuttora si moltiplicano - intorno alla loro storia.
Ora, le "teorie cospirative" non possono essere liquidate come un puro e semplice tentativo di riduzione e strumentalizzazione del fenomeno della lotta armata. Più al fondo, palesano in superficie un deficit culturale di fondo. Si tratta dell'incapacità da parte del sistema politico italiano (comprensivo qui di classe politica di governo e di opposizione) e del variegato circuito intellettuale che gli corrisponde di leggere adeguatamente il nesso società/conflitto, per cui ogni comportamento politico "violento" viene sprigativamente stigmatizato come deviante e bollato con una dichiarazione di incompatibilità col circuito democratico.
Dietro ai teoremi dell'"eterodirezione", del "grande vecchio" del "convitato di pietra", della "tela del ragno" e via discorrendo non c'era e non c'è soltanto la volontà di non riconoscere la dimensione politica della lotta armata (con tutto quel che ne consegue), ma anche e soprattutto l'ossessione di delegittimare i movimenti di contestazione sociale, politica e culturale del potere vigente. La lotta armata, del resto, è stata usata - e si è fatta usare - per quasi un ventennio per criminalizzare movimenti e dissenso sociale: stava qui una delle chiavi di volta dell'emergenza. Ed è, questa, una delle più pesanti responsabilità delle organizzazioni combattenti.
Va anche precisato, però, che la proliferazione delle "teorie cospirative" non è esclusivamente riconducibile a fattori, elementi ed attori esogeni alle Br; va anche - e rilevantemente - ricondotta alla loro mancata presa in carico della loro propria storia. Aver omesso di assumere una cogente responsabilità collettiva ha loro impedito, per tempo, di dichiarare pubblicamente ed inequivocamente estinta una esperienza politica costellata di errori ed eventi cruenti. Con la conseguenza, veramente letale, che la stragrande maggioranza dei militanti delle Br non ha potuto, saputo e voluto porre in tema il salvataggio dell'universo valoriale della "società giusta", attraverso una sua radicale rielaborazione critica.
Che una incontrovertibile assunzione pubblica di responsabilità fosse ampiamente possibile, oltre che necessaria, è dimostrato da Prima linea che ad una responsabilità siffatta non si è sottratta, pur proponendo "percorsi di uscita" dalla lotta armata non sempre condivisibili. Tanto più la responsabilità incombeva in capo alle Br, a cui andava e va imputato l'insediamento originario e l'implementazione apicale della lotta armata in Italia.
Risiede anche in questo inadempimento collettivo una delle cause che ha visto rispuntare fuori il nome delle Br-Pcc, dopo anni di ibernazione e di oblio, con le azioni D'Antona e Biagi. Quel "marchio" sarebbe stato improponibile, se l'esperienza delle Br fosse stata, a tempo debito, dichiarata politicamente defunta dai suoi "gruppi dirigenti" e dai suoi militanti. Invece, le Br (tutte le "frazioni" delle Br), in linea grandemente maggioritaria, preferirono lasciarsi progressivamente assorbire e seppellire dal silenzio. Ma nei gironi del silenzio si è supremamente esposti al rischio di essere parlati tendenziosamente dagli altri: nel caso, dagli ermeneuti del sospetto (le "teorie cospirative") e/o dai riesumatori di spoglie (il post-brigatismo).
Di tutto questo si tenterà di dire meglio nel prossimo capitolo.
(1) A. Coi-P. Gallinari-F. Piccioni-B. Seghetti, Politica e rivoluzione, Milano, G. Maj Ed., 1983.
(2) Dopo la sconfitta conseguita alla liberazione del generale Dozier (gennaio 1981), le Br-Pcc lanciarono la linea della "ritirata strategica" che può legittimamente essere considerata operante fino al 1988, anno che vale come termine conclusivo della loro storia (e delle Br, in generale). La sequenza caratterizzante della "ritirata strategica" è scandita dalle azioni Giugni (1983), Tarantelli (1985) e Ruffilli (1988).