1. L' ipoteca veteroperaista
Il progetto di edificazione di una colona brigatista a Napoli data alla seconda metà degli anni '70; ma i diversi tentativi di costituirla non sortirono effetti apprezzabili, fino a tutto il 1978-79. Molte le cause alla base delle difficoltà che le Br incontrarono nella costruzione della colonna. Le principali delle quali sono sicuramente riconducibili all'impianto veteroperaista che faceva loro trasferire al Sud e a Napoli le stesse logiche politiche sperimentate e collaudate al Nord. L'intervento e il radicamento dovevano ruotare intorno alle grandi fabbriche, sul presupposto che la "classe operaia" fosse il "soggetto centrale" del "processo rivoluzionario".
Solo che nel Sud e a Napoli, a fronte di una situazione classica di sviluppo industriale ritardato, questo impianto politico, già obsoleto nelle aree metropolitane del Nord-Ovest, non poteva trovare alcuna applicazione. La "struttura di classe" del polo napoletano era molto più complessa e articolata dei classici "poli industriali". Del tutto ovvio che, inseguendo il mito operaista, le Br trovassero insormontabili ostacoli nel loro sforzo di penetrazione territoriale e interpretazione delle stratificazioni della "struttura sociale".
Le Br mantenevano in essere un "paradigma sviluppista", secondo cui il "sottosviluppo" era semplicemente un effetto indotto dell'accumulazione capitalistica, non già un processo con delle determinanti sociali autonome che retroagivano fino al cuore del processo di accumulazione. Ora, senza questa retroazione, letteralmente inspiegabile diventava tutto il potere accumulato dalla Dc nel Sud e dalla Dc meridionale negli apparati centrali del partito e dello Stato.
L'impostazione sviluppista-operaista aveva impedito alle Br di analizzare nella giusta ottica la dialettica centro/periferia: sia per quel che concerneva il "caso globale" del capitalismo italiano; sia per quanto atteneva allo sviluppo locale per "poli di industrializzazione", tipico del Mezzogiorno italiano. In virtù di questa carenza di approccio, alle Br sfuggivano gli stessi processi di crisi/ristrutturazione che avevano ripetutamente caratterizzato la vita produttiva dell'Italsider e dell'Alfa Sud, negli anni '70.
Permanendo questi limiti, le Br concepivano l'intervento al Sud e a Napoli come una pura e semplice estensione di quello realizzato al Nord. Per esse, si trattava semplicemente di riempire un "vuoto politico". Nessuno sforzo serio di analisi del polo napoletano e della realtà del Sud era sino ad allora stato fatto dall'organizzazione. Gli stessi contributi (non molti, per la verità) che erano fino ad allora venuti dalle brigate di campo non rompevano il cordone ombelicale con l'impianto veteroperaista.
Le lotte dei disoccupati organizzati erano dalle Br lette come "lotte per il lavoro" e, quindi, assunte come una richiesta di "farsi classe operaia". La discussione sul Sud e sul polo napoletano aveva, nella colonna, questo carattere asfittico. Chi non era d'accordo con questa prospettiva politica e sollecitava analisi più attente era messo ai margini.
Fino alla primavera-estate del 1980, il "confronto politico" all'interno della colonna non brillava per vivacità. Tutti gli sforzi erano concentrati nell'ottimizzazione della trasmissione delle direttive degli organismi centrali, per accelerare i tempi di apertura dell'intervento. L'imperativo cruciale era così riassumibile: "aprire il più in fretta possibile". A tale imperativo, nel dopo Peci, se ne abbinò un altro: "rompere l'accerchiamento", per consentire all'organizzazione di "prendere respiro", dopo gli arresti in massa di suoi militanti e dirigenti. Inevitabilmente, al veteroperaismo dell'analisi doveva far riscontro l'organizzativismo sul piano dell'intervento politico.
La ristrutturazione dei processi produttivi degli anni '70, la "sconfitta operaia" dell'80, la crisi delle vecchie "figure produttive" e, con esse, della "centralità operaia" non vengono affatto lette. Gli organismi dirigenti delle Br continuano a muoversi nel vecchio solco veteroperaista degli esordi.
2. L'azione Amato e il dopo
Primi elementi di ripensamento di questo modello la colonna ha modo di formularli in sede di bilancio del fallimentare esito dell'azione Amato, avvenuta il 19 maggio 1980 e conclusasi con l'uccisione dell'assessore regionale e la cattura dell'intero "nucleo d'azione".
Ma come si arrivò ad Amato?
La colonna, a partire dalle sue istanze di direzione, era convinta che fosse in essere nella Dc napoletana un profondo processo di riconversione di linea politica e di leadership. In breve, essa riteneva che la mappa del comando della Dc fosse in grande e rapida ridefinizione, con lo spostamento delle gerarchie interne dal sistema gaviano verso quello andreottiano, il quale aveva in Scotti, Pomicino, Amato e Grippo i rappresentanti di punta. La colonna reputava, inoltre, che il cambiamento di leadership si accompagnasse ad una revisione profonda dei meccanismi del clientelismo politico attivati a Napoli. Il passaggio prefigurato era quello che conduceva dal clientelismo corrotto (dei Gava) al clientelismo efficientista e tecnocratico (del "rampantismo andreottiano").
Di questo nuovo clientelismo efficientistico e tecnocratico Amato era ritenuto l'interprete migliore e più esposto, ricoprendo il ruolo di assessore regionale al bilancio. Il passaggio, ancora, era dalla colonna ritenuto necessario, perché solo in quel modo la Dc napoletana poteva contrastare e controbilanciare la prolungata "presa di potere" sull'amministrazione della città da parte della giunta di sinistra. "Rinnovarsi per non morire": questo era l'asse intorno cui la colonna riteneva che la Dc napoletana si giocasse il suo futuro.
Dopo il fallimento dell'azione Amato, la colonna elaborò un documento critico-autocritico, col quale riaprì la discussione al suo interno e partecipò al dibattito che si era, intanto, aperto entro l'organizzazione a livello nazionale (1). Il documento partiva dal bilancio autocritico dell'azione, per estendere l'autocritica ai cardini politici e programmatici su cui era stato edificato il processo di costruzione della colonna. Da qui si passava ad inoltrare critiche di rilievo alla linea politica degli organismi dirigenti centrali. Nell'insieme, il documento concordava con alcune delle critiche avanzate dalle brigate di campo.
Il dopo Amato aprì un confronto conflittuale con gli organismi dirigenti nazionali che si andò progressivamente acutizzando, a fronte dell'approfondirsi della linea di ripensamento critico intanto attivata dalla colonna. In particolare, essa:
a) rimodulò la sua analisi sulla Dc napoletana e la redistribuzione del
potere nel polo metropolitano: ciò segnò il progressivo spostamento del suo interesse
dal "sistema andreottiano" (in costruzione) al "sistema gaviano"
(in rigenerazione);
b) analizzò più appropriatamente il rapporto sviluppo/sottosviluppo; ma non
riuscì mai a rompere il cordone ombelicale con una concezione lineare e
incrementale dello sviluppo;
c) tentò di focalizzare meglio la particolarità del "polo industriale" e del mercato del lavoro
napoletani; ma non riuscì mai a coglierne le determinazioni e le tensioni più
innovative.
Le nuove proiezioni di analisi definite dalla colonna trovarono spazio in un apposito opuscolo che, in teoria ed in fatto, pilotarono la colonna verso la "campagna Cirillo" (2), la quale condusse alla deflagrazione il conflitto con gli organismi dirigenti. La mediazione della Risoluzione Strategica del 1980 si sfaldò nel giro di pochi mesi.
3. Il sisma del 1980
Una "causale esterna" costrinse la colonna ad approfondire ulteriormente la revisione delle coordinate politiche: il terremoto del novembre '80. L'evento sismico sconquassò la vita economica, sociale e politica dell'intera regione, non solo di Napoli. La colonna fu obbligata, di nuovo, a rileggere la "struttura sociale" del polo napoletano e la specificità degli anelli di comando che il sistema di potere Dc aveva eretto nella città e nella regione. La "struttura sociale" e la "struttura di potere" del polo, sia nella loro autonomia relativa che (soprattutto) nella loro interdipendenza, furono dalla colonna collocate al centro della sua iniziativa politica. Circostanza che inasprì ulteriormente il conflitto in atto con gli organismi dirigenti nazionali, in quanto si andava con chiarezza delineando un'ipotesi di intervento non centrato né sulla classe operaia, né sulla mera disarticolazione degli apparati di potere.
La "campagna Cirillo", per la colonna, doveva stabilire un punto di sutura tra la "disarticolazione" delle strutture di potere e la "organizzazione delle masse sul terreno della lotta armata": insomma, la strategia della disarticolazione doveva associarsi invariabilmente a quella della ricomposizione del proletariato metropolitano secondo una prospettiva di potere. Dove erano più intense le contraddizioni tra lo Stato e le masse, là la guerriglia doveva colpire: questo, il principio ispirativo della "campagna Cirillo".
Con la individuazione di Cirillo (e del sistema di potere che gli corrispondeva) come "nemico principale", la colonna ritenne di aver portato a compimento l'autocritica iniziata nell'estate dell'anno precedente. Per essa, ora, mentre Amato rappresentava un anello del potere ad impatto zero sul proletariato metropolitano, grazie alle funzioni di potere esercitate, Cirillo (decisore politico principale delle strategie di intervento post-sismico nell'intera Campania) condensava, invece, i livelli di massima contraddizione col proletariato metropolitano.
Il sisma ebbe un'altra e non irrilevante conseguenza, nella ridefinizione delle linee di intervento della colonna: l'orientamento della sua attenzione verso il ruolo esercitato dalla giunta di sinistra, con la nomina di Valenzi a commissario straordinario. La linea di svolgimento principale della "campagna Cirillo" si canalizzò contro la Dc; ma non mancarono azioni contro le funzioni di potere dalla giunta Valenzi. Per la colonna, tali funzioni ruotavano intorno alla "deportazione" dei proletari fuori dalla cintura urbana. "Deportazione" che era ritenuta la faccia palese di un processo nascosto: la ristrutturazione in chiave finanziaria e speculativa del centro storico. Questa la chiave di lettura che condusse la colonna all'"azione Siola" (preside della facoltà di architettura, nonché assessore comunale), ritenuto il responsabile principale del progetto di espulsione dei proletari dal centro storico, in funzione della sua riconversione speculativo-immobiliare. Sempre in quest'ottica si inserirono, in piena "campagna Cirillo": a) la richiesta della smobilitazione della roulottopoli della Mostra d'Oltremare; b) la requisizione delle case sfitte nel comune di Napoli.
Tuttavia, nonostante il mutamento di rotta teorico-politico a cui si è fatto cenno, la colonna non riuscì allora - e non vi riuscì dopo - a svincolarsi del tutto dalla cultura politica sviluppista e centralistica delle Br.
In conclusione, il sisma rideterminò tutti gli assetti socio-politici del polo napoletano, producendo nuove "ricomposizioni sociali". Costituì, per tutti (non solo per le Br), la nuova "stella polare" dell'azione politica. Di fatto, l'azione post-sismica dello Stato e quella della colonna si posero entrambe nel solco classico del binomio sviluppo-sottosviluppo, seppure secondo prospettive divergenti e contrastanti. Nell'approccio al "sottosviluppo", lo Stato conservò un "modello sviluppista"; la colonna, un "modello regolativo". Da una parte, lo Stato tentò di fare del terremoto "un'occasione di sviluppo"; dall'altro, la colonna tese a trasformare il sisma in un evento regolativo, intorno cui ricomporre autoritativamente i soggetti delle lotte con le pratiche combattenti.
4. L'anomalia napoletana
In un qualche modo, l'esperienza della colonna napoletana delle Br può ritenersi "anomala". Ma si tratta di una anomalia dalle molte sfaccettature e dal profilo relativamente complesso. Dal che derivano rilevanti problemi di definizione che passiamo, rapidamente, a tratteggiare.
L'anomalia della colonna presenta, perlomeno, un doppio profilo: uno lineare e l'altro discontinuo. Vediamolo più chiaramente.
Domanda: poteva qui darsi la rottura con il punto
di origine?
Per meglio dire: poteva la colonna rompere con le Br (d'origine) e continuare
a rimanere Br?
A queste domande la colonna (assieme al fronte delle carceri e
alle brigate di campo) diede la seguente risposta: la lotta armata poteva/doveva
essere "rifondata". In questo senso, emblematiche sono le "Tesi
di fondazione" della Risoluzione Strategica delle Br-Pg del dicembre
1981, ma elaborate nell'estate dello stesso anno.
Le
risposte fornite dalla colonna erano all'altezza della situazione?
Certamente no.
In ballo qui erano e sono la giustificazione e la legittimazione storica e politica
della lotta armata: ferma rimanendo la vigenza dell'opzione armata, anche le risposte più
avanzate erano anacronistiche e invalidanti.
Quello che rimane "probabilmente certo" è che
l'orizzonte di esperienza definito dalla colonna rappresentò uno dei punti
estremi verso cui
si è spinta e poteva spingersi la lotta armata in Italia.
5. Sintonie e differenze
Pur esistendo una forte sintonia politica tra i soggetti che lavorarono alla costituzione delle Br-Pg, non si diede mai tra di loro una perfetta coincidenza di vedute e di posizioni. In particolare, sul tema del "proletariato extralegale" esistevano le differenze maggiori, segnatamente tra la colonna e il contributo delle brigate di campo; segnatamente, con "L'Albero del peccato" (4).
Prima e dopo la "campagna Cirillo", le analisi sulla stratificazione sociale e sulle varie componenti dell'esercito industriale di riserva prodotte dalla colonna ("Opuscolo n. 14") differivano notevolmente da quelle elaborate dalle brigate di campo; anche se non sempre la colonna espresse un atteggiamento univoco sulla materia. Quello che accomunava colonna e brigate era l'assunzione del proletariato extralegale come soggetto sociale a tutti gli effetti, salvo poi caratterizzarlo politicamente in maniera diversa.
Le analisi della colonna si distanziavano da quelle dell'"Albero" su un punto cruciale: di questo non condividevano l'assunzione del proletariato extralegale come soggetto centrale della "lotta di classe". La colonna, grazie alla chiave ermeneutica dell'extralegalità, pluralizzò positivamente la lettura della composizione sociale e politica delle lotte, spezzando in punti decisivi le rigidità veteroperaiste. Per contro, il concetto di extralegalità contribuì negativamente a trasfigurare in maniera estremizzante ed estetizzante il teatro della mobilitazione collettiva. Il tutto, combinandosi, estenuò l'azione della colonna, soffocandola nel cul di sacco della propria autoreferenzialità.
Ma sotto le sublimazioni della teoria e dell'ideologia, il centralismo sviluppista delle origini continuava a serpeggiare, presente come piattaforma di modelli di organizzazione, decisione e azione gerarchici e rigidamente autocentrati, ad un basso tasso di democrazia interna e ad un alto tasso di autismo sociale. Ciò rende meglio comprensibile come, nelle colonna, la compresenza di "vecchio" e "nuovo" diventò una miscela altamente esplosiva e "catastrofica".
6. Il contributo "teorico" della colonna alla nascita del Partito guerriglia
Nella discussione generale che porterà alla costruzione del Partito guerriglia, la colonna produsse due blocchi di elaborati politico-teorici.
Il primo costituirà le future "Tesi di fondazione" delle Br-Pg; soltanto l'ultima delle quali (sull'internazionalismo proletario) fu elaborata dalla brigata di campo di Palmi. Le "Tesi di fondazione" costituivano la prima parte della Risoluzione Strategica delle Br-Pg (dicembre 1981).
Il secondo blocco, risalente all'autunno 1981, concerneva l'analisi della "congiuntura" politica, economica e sindacale, con riferimento ai vari "strati di classe" che componevano il proletariato metropolitano; costituì in larga misura la parte restante della Risoluzione Strategica delle Br-Pg.
Ovviamente, la colonna produsse i suoi elaborati all'interno della "dialettica generale" che si andò sviluppando con il fronte delle carceri e le brigate di campo. Fuori da questa dialettica, il contributo della colonna non avrebbe avuto modo di originarsi in quelle forme e con quei contenuti.
Furono i contributi della brigata di campo di Palmi ad essere, per la colonna, lo stimolo più fecondo.
Da un'analisi comparata tra la Risoluzione Strategica delle Br-Pg e i contributi della brigata di Palmi si possono meglio apprezzare le differenze dei relativi quadri di analisi. Da questo punto di vista, come "antecedente remoto significativo" della Risoluzione Strategica delle Br-Pg occorre assumere l'"Opuscolo n. 15", firmato dalla colonna e dal fronte delle carceri, ma elaborato per intero dalla colonna (5). In esso, si trovano i primi embrioni sintomatici del progetto di costituzione del Partito guerriglia.
(1) Cfr. Colonna di Napoli, Invertire la tendenza, maggio 1980, dattiloscritto.
(2) Cfr. Colonna di Napoli, Sfondare la barriera del Sud, opuscolo n. 14, 1980-1981, ciclostilato; nell''opuscolo confluirono testi elaborati in un periodo di tempo compreso tra l'estate del 1980 e l'inverno 1980-81.
(3) Collettivo Prigionieri Comunisti delle Brigate Rosse, L’ape e il comunista, "Corrispondenza Internazionale", nn. 16/17, ottobre/dicembre 1980.
(4) Collettivo Prigionieri Comunisti delle Brigate Rosse, L’albero del peccato, Parigi, 1983, Edizione Rebelles.
(5) Cfr. Colonna di Napoli/Fronte delle carceri, 13 Tesi sulla sostanza dell'agire da partito nell'attuale congiuntura , opuscolo n. 15, giugno 1981, ciclostilato; l'opuscolo fu discusso, elaborato e distribuito nel pieno corso della "campagna Cirillo". Il "Quotidiano dei lavoratori" lo pubblicò sotto forma di "autointervista".