Quaderni 8/2010 (6ª ed.)  [ Catastrofi del 'politico' ]
Parte quarta
MOVIMENTI E BR
CAP. 11
IL TEATRO DELLA GLOBALIZZAZIONE

1. La nuova scena della mobilitazione collettiva

Il salto alla globalizzazione, convenzionalmente datato alla caduta del muro di Berlino del 1989, per un verso, si dispone in una relazione di continuità con i meccanismi deregolatori della "controrivoluzione reaganiana", per l'altro, li frantuma e disloca delle vere e proprie discontinuità culturali, storiche e geopolitiche (1). Per quello che ci riguarda più da vicino, dobbiamo osservare che la globalizzazione dei poteri (politici, economici e finanziari) e dei processi informativo-comunicativi ridetermina, in toto, la scena e gli attori della mobilitazione collettiva. Una pietra tombale cala sui movimenti degli anni '70, dei quali rimane desto solo il ricordo della crisi e delle sue ragioni.

Nelle nuove condizioni, prendono progressivamente corpo nuovi movimenti: i movimenti planetari, la cui nascita si è soliti far coincidere con Seattle nel 1999. Ma, altrettanto unanimemente, si fa risalire il processo di lenta maturazione che ad essi conduce alle campagne che: (i) nel 1995, collegano le politiche commerciali alla difesa dei diritti umani; (ii) successivamente - e fino al 1999 - si estendono alle tematiche della difesa della biodiversità e della valorizzazione delle diversità culturali. Questi temi ed i loro intrecci, però, dovremo riprenderli in considerazione altrove, con un maggiore e più articolato sforzo di riflessione. Torniamo al nostro oggetto di indagine. 

Se i movimenti del '77 segnano l'affermazione dell'identità oltre i movimenti, i movimenti planetari ratificano la morte dei soggetti sociali. Essi sono multidimensione vivente che allarga alla vita intera del pianeta il senso del proprio essere ed agire. Il pianeta è ora il teatro; aggregati umani multiformi sono ora gli attori. L'umanità delle differenze in azione: ecco il nuovo avvio. 

In quanto multidimensione vivente, i movimenti planetari si raccontano come testo ed evento autorganizzati. Le loro identità plurime e stratificate si rielaborano e riarticolano perennemente in un mosaico mobile, entro cui si incrociano e confliggono appartenenze disomogenee e non declinabili da linguaggi lineari ed eurocentrici. Essi sono la gestante caotica ed energetica dei linguaggi delle differenze e delle differenze messe in linguaggio. 

In quanto multidimensione vivente, inoltre, i movimenti planetari sono costitutivamente oltre confine; vale a dire: (i) abbracciano il mondo nella sua onniglobalità biofisica, antropologica e tematica; (ii) ridisegnano nell'ora le frontiere del possibile. Si può, perciò, dire: non è il sovrastorico e nemmeno il post-storico, bensì l'infrastorico della valorizzazione del vivente (umano e non umano) e del naturale cosmico il loro orizzonte di senso, di impegno ed esperienza. 

Le culture di formazione ed educazione dei movimenti degli anni '60 e '70, come è sin troppo facile arguire, sono qui delle reliquie imbalsamate: richiamano mondi storici e universi simbolici che non esistono più. Quando, per effetto di sussulti pulsionali del rimosso, tentano la "presa della parola", assumono l'aspetto delle figure larva della replicazione e dell'evacuazione. La replicazione e/o la riproduzione forzosa è segno di stupidità e simbolo di morte. Come ben sa la replicante Priss dello splendido "Blade Runner" di Ridley Scott, allorché conclude: "Siamo stupidi, moriremo". 

La differenza, non da poco, con il contesto tratteggiato in "Blade Runner" è che le culture dei movimenti della fine del secolo scorso sono intanto già morte. La situazione della replicante Priss, in un certo senso, si capovolge. Quelle culture possono solo dire: "Siamo morte e possiamo rivivere solo come stupidità". Ma la condizione di sopravvivenza della stupidità è una sola: il potere. Solo il potere consente la riproduzione della stupidità; anzi, si serve della diffusione della stupidità. La stupidità, finché è al potere, non muore; muoiono i replicanti (appunto) e tutti coloro che, con "tragica stupidità", finiscono in pasto alle logiche del potere.

2. Riesumazione della parabola brigatista e responsabilità etica

Ma morte non sono soltanto le culture dei movimenti degli anni '60 e '70: gli anni '80 vedono decomporsi la parabola brigatista. Il decennio si apre con la dispersione dell'universo Br, frantumato in tre tronconi principali: "Partito comunista combattente", "Partito guerriglia" e colonna "Walter Alasia" di Milano. Le Br-Pg e le Br-Walter Alasia concludono la loro corsa già nel 1982. Le Br-Pcc restano l'ultimo erede della storia delle Br: danno, a loro volta, luogo a ulteriori scissioni, fino a raggiungere il terminale con l'"azione Ruffilli" del 16 aprile 1988. 

La storia delle Br finisce, dunque, prima della caduta del muro di Berlino (2). Nessuna relazione di empatia può stabilirsi tra i movimenti planetari e le Br: lo impediscono fratture temporali incolmabili e  insormontabili barriere storiche. La società degli anni '90, in tutte le sue forme di espressione, è totalmente diversa da quella degli anni '60, '70 e anche '80: alcuna contiguità culturale, simbolica e politica è dato reperire. Il dileguamento definitivo di quelle forme storiche comporta l'estinzione dei contesti entro cui conflittualità sociale e Br, negli anni '60 e '70, sono andate maturando congiuntamente, pur rimanendo divaricate dall'inizio alla fine. Morti i movimenti degli anni '60 e '70, alle Br non può che toccar in sorte il declino irrimediabile: di quei movimenti si erano, difatti, proposte come alter ego demiurgico. All'altezza degli anni '80, il verdetto della storia è fin troppo chiaro: il progetto di lotta armata pianificato dalle Br era tanto impercorribile per il passato quanto è improponibile per il presente.

Nondimeno, il 20 maggio 1999, lo spettro delle Br si abbatte sulla storia, con l'"azione D'Antona"; il 19 marzo 2002, la rappresentazione viene replicata con l'"azione Biagi". Una neo-formazione armata procede all'autoinvestitura di sé come "Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente", emulandone e simulandone l'esistenza, con le tecniche reificanti della riesumazione. Poco importa che quella esperienza sia conclusa e dichiarata espressamente defunta; ne viene egualmente estratto e rimesso in circolo il "logo" (3). Nasce il post-brigatismo: vale a dire, una cristallizzazione ideologica estraniata che, ancora più accentuatamente delle Br storiche, della realtà non coglie i dati di attualità e i quadri di complessità e differenza. 

Il post-brigatismo si propone come belligeranza nelle forme della mimesi della guerra. Inconsapevolmente, si autotrasforma in un clone attivo che mima l'esperienza delle Br storiche in forme allucinate e derealizzate. Esso non ha la consapevolezza della replicante Priss; anzi, nemmeno ha cognizione della condizione di replicante che lo contraddistingue. Non sa di essere "stupido" e, quindi, nemmeno può sapere di dover morire. Muore, distribuendo morte. Ha il deserto intorno a sé e desertifica l'ambiente vitale che aggredisce. Il post-brigatismo è l'esatta antitesi dei movimenti planetari: tanto elargitori di vita questi quanto dispensatore di morte quello.

Chiarito che alcuna relazione di contaminazione e contatto, nemmeno a livello epidermico, può insinuarsi tra movimenti planetari e post-brigatismo, resta da prendere in esame la questione della violenza (4).

Come si estroflette sul tema della violenza la morte delle culture dei movimenti degli anni '60 e '70? Questa, la domanda da cui dobbiamo ripartire.

Riassumiamo sinteticamente:

a) le culture dei movimenti massa affermano identità politiche di gruppo che coniugano problematiche pubbliche e private sotto il primato del pubblico, attraverso cui procede la socializzazione del mutamento;

b) le culture dei nuovi movimenti sociali rompono il primato del pubblico sul privato e affermano identità fondate sui bisogni, attraverso cui la socializzazione del mutamento si riverbera nelle coscienze;

c) le culture dei movimenti del '77 approfondiscono il fossato tra privato e pubblico e affermano identità desideranti, fondate sull'individualismo libertario-consumistico e votate all'appropriazione delle chances di vita messe a disposizione dal mutamento.

La condizione culturale dei movimenti planetari stabilisce una netta linea di frattura con tutti e tre i tipi di queste culture, essendo caratterizzata dalla responsabilità etica collettiva (5). Per essi, non è più in questione il rapporto con il mutamento sociale, i suoi effetti virtuosi, i suoi paradossi e le sue conseguenze viziose. Il mutamento sociale "inserito" dai modelli di accumulazione sviluppisti ha reso "insostenibile" la vita e i diritti del pianeta e di tutte le sue specie, a partire da quella umana. L'approccio sistemico-gruppuscolare e quello asistemico individualista mostrano la corda. È dalla ridefinizione del rapporto ecosistemico ed ecoresponsabile con il mondo, la natura e le specie viventi (umane e non umane) che nascono e partono i movimenti planetari. Il nesso tra la mobilitazione collettiva e la violenza (ed i suoi linguaggi), da ora in avanti, muta profondamente.

L'esigenza primaria qui avvertita non è quella di evitare di cadere nelle trappole del passato; al contrario, urge schivare le insidie del presente. E porsi quesiti nuovi.

In quali modi inediti le responsabilità etiche collettive possono ritradurre il prolungamento maledetto della metafisica e dell'ontologia in violenza? Quali i modi e i linguaggi mediante cui scongiurare questo esito terribile? Sta qui il banco di prova più serio e difficile che attende i movimenti  planetari. Quanto meno sapranno procedere in queste direzioni, tanto più essi saranno esposti al rischio di essere parlati dalla violenza-linguaggio

3. L'asimmetria delle identità

Ma, a questa angolazione del tempo, la violenza-linguaggio non è più data dal post-brigatismo replicante e nemmeno dalla rabbiosa disperazione dei movimenti del '77. Non è dalle sopravvivenze che ci si deve guardare; bensì dalle persistenze. E la persistenza più esiziale è quella di non rompere le sedimentazioni con cui il linguaggio fascia e nasconde la violenza. Quanto più questa persistenza resta, tanto più in essa nuotano le sopravvivenze.

Dopo le Twin Towers, per i movimenti planetari, questo cimento si è fatto ancora più severo. Ma intanto, si possono già trovare prime risposte soddisfacenti, la più importante delle quali è, certamente, data dalla eccezionale giornata di mobilitazione planetaria contro la guerra del 14 febbraio del 2003. Un primo mattone è stato lì posto. Partendo da questo livello, si possono sciogliere i nodi della violenza che sempre offusca e pesa sul comportamento umano. Focalizzare il dibattito sul "perimetro nazionale" è riduttivo e rischia di essere fuorviante. I nodi contradditori possono essere risolti, soltanto partendo dall'alto: dalla condizione di planetarità dei movimenti; non già dall'"area nazionale". 

Proiettare la discussione verso la sua dimensione più propria, ovviamente, non significa cancellare le specificità del "perimetro nazionale". Piuttosto, ha: (i) un significato strutturale, perché non isola le specificità nazionali dal contesto planetario; (ii) un significato contingente, perché non cade nel tranello della società politica e del mass media system, tendente ad emarginare e screditare i movimenti. Lo stesso discorso sulla non-violenza va recuperato a tale ambito. Di nuovo, siamo condotti al tema cruciale del rapporto linguaggio/violenza. Qui dobbiamo limitarci ad alcune stringate osservazioni. 

L'insidia più grande che si para innanzi alla responsabilità etica collettiva è che essa non si apra alla asimmetria delle identità in gioco, limitandosi alla comunicazione delle differenze. Reperiamo qui un atto violento ed un linguaggio violento, a misura in cui il riconoscimento dell'altro non si prolunga in responsabilità verso l'altro, finalmente non più sentito e rappresentato come "essenza oggettiva". Sta qui, d'altronde, uno dei motivi cardini della critica levinasiana all'ontologia di Heidegger (6). Se l'attenzione è puntata sempre sull'altro, il discorso non si chiude mai (sull'essere) e rimane sempre aperto. La responsabilità etica collettiva, così, schiva il linguaggio della violenza; o meglio: la decontaminazione del tasso di violenza del linguaggio "produce" eventi di libertà significativi. Si apre qui un varco che conduce oltre la comunicazione; e questo oltre si qualifica come comunione delle differenze. Gli eventi-linguaggi si fanno finalmente discorsi, perché il Sé e l'Altro sono il comune.

Quali le indicazioni politiche derivabili da questo passaggio? Tra le tante possibili, una essenziale: la consapevolezza che i movimenti planetari hanno come impegno precipuo dell'ora il superamento della responsabilità ontologica (responsabilità dell'essere del pianeta). Molte delle loro possibilità di crescita e sviluppo si legano alle loro capacità di coniugare il principio responsabilità non tanto con l'alfabeto della sopravvivenza, quanto con i linguaggi della supervivenza. La sopravvivenza è ripiegamento sul noto; la supervivenza, invece, apertura all'ignoto e alle sue infinite possibilità di vita. La supervivenza è plusvita non dedotta da alcun sfruttamento o dominio; bensì espressa direttamente dal puro e semplice rispetto della sua dignità, ricchezza, oscurità e indeterminatezza.

La supervivenza non chiude sul Sé del pianeta e delle infinite specie che in comunione lo differenziano; bensì apre il pianeta all'Altro ed espone alle infinite responsabilità che in confronto all'Altro occorre assumersi. Il Sé è sopravvivente e nella sopravvivenza agisce e patisce violenza; l'Altro è supervivente e nella supervivenza scioglie il nodo gordiano della violenza. L'Altro è supervivenza; l'essere, sopravvivenza. La sopravvivenza è rivoluzione sotterranea che manca lo scopo, destinata come è a insediare un nuovo ordine di violenza con nuovi linguaggi violenti. La supervivenza è rivoluzione manifesta che spezza il linguaggio della violenza e, senza indugio, si avvia allo scopo che la fonda e trasforma: l'Altro. 

Note

(1) Per una visione del fenomeno, secondo le chiavi di ricerca qui applicate, sia consentito rinviare a A. Chiocchi, Dismisure. Poteri, conflitto e globalizzazione, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2002. 

(2) Questa consapevolezza è, del resto, ampiamente diffusa nei militanti imprigionati delle Br, già da qualche anno. Coloro che non avevano, a titolo individuale, optato per la scelta della dissociazione, si vanno progressivamente riconoscendo nelle posizioni sostenute da R. Curcio, M. Moretti, P. Bertolazzi e M. Iannelli che, in una lettera-documento del marzo 1987, propongono una "battaglia di libertà" per la "soluzione politica". Con ciò, di fatto, essi dichiarano la fine dell'esperienza storica delle Br. Nell'estate del 1987, alla proposta aderiscono anche B. Balzerani, L. Novelli,  M. Petrella e via via un numero crescente di ex militanti, fino ad investire sostanzialmente l'intero corpo delle Br. Tutti i documenti in questione sono pubblicati da "il manifesto" che promuove anche un  dibattito ad hoc che si prolunga fino al 1989. Le Br chiudono la loro storia facendo ricorso a questo  metodo informale. L'informalità del metodo e la sua inadeguatezza politica hanno fatto legittimamente discutere; ma rimane indubbio che, a partire dal cd. "nucleo storico", da qui in avanti le Br riconoscono,  di fatto,  conclusa la loro storia. Contestualizzeremo meglio questo processo e le sue implicazioni nel cap. 15. 

(3) Innegabilmente, l'operazione è stata agevolata dal modo informale con cui le Br hanno posto fine alla loro storia; la responsabilità primaria, in ogni caso, resta a carico di chi si è indebitamente appropriato quel nome. Nei capp. 14 e 15 ritorneremo pił diffusamente sull'argomento.

(4) Da questa prospettiva di analisi, le questioni nodali implicate dal tema sono state discuse in A. Chiocchi, Il labirinto della violenza. Esercizi di analisi, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2004. Sul rapporto specifico tra "movimenti globali" e violenza, considerazioni interessanti propone P. Ceri, Movimenti globali. La protesta nel XXI secolo, Roma-Bari, Laterza, 2001; il testo, a dire il vero, si segnala per essere un piccolo gran bel libro sul tema complessivo dei "movimenti globali" (e dintorni), a prescindere dalla condivisione o meno dei suoi contenuti. 

(5) Sull'argomento, acute osservazioni svolge P. Ceri, op. cit., pp. 52-56, 144-145. Più in generale, Ceri propone l'abbozzo di un modello ciclico di lettura dell'azione dei movimenti sociali che cerca di fissarne, sul lungo periodo, le linee di transizione e le regolarità.

(6) Illuminante, in proposito, è l'intervista di Lévinas,  Filosofia, giustizia e amore, "aut aut", n. 209-210, 1985; ma i testi levinasiani chiave, sull'argomento, rimangono: Totalità e infinito, Milano, Jaka Book, 1977; Altrimenti che essere, Milano, Jaka Book, 1983. Sull'insieme di queste tematiche, secondo il piano di indagine qui approssimato, si rimanda ad A. Chiocchi, L'Altro. Del vivente e del morente, Avellino, Associazione culturale, 2010.

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