Quaderni 8/2010 (6ª ed.)  [ Catastrofi del 'politico' ]
Parte quarta
MOVIMENTI E BR
CAP. 10
GLI ANNI '70 E LE BR

1. Il discorso di potere

Gli anni '70 sono contrassegnati da enormi trasformazioni sociali e culturali che hanno profondamente modificato la composizione dei soggetti sociali e le forme della mobilitazione collettiva. Che cosa avviene in questi stessi anni nell'universo chiuso delle Br? Le abbiamo lasciate che avevano, da poco, attestato le ragioni del loro essere e le finalità dei loro progetti, con le due "Autointerviste" del 1971 e del 1973. 

In verità, gli anni  intercorrenti tra le due "Autointerviste" vedono le Br in grande difficoltà:

a) sul piano politico: la loro campagna contro il "blocco d'ordine" è messa in crisi, sul nascere, dai processi che vanno incubando il "compromesso storico"; difatti, alla fine del 1972, E. Berlinguer (neosegretario del Pci) lancia la strategia della "svolta democratica", poggiante sull'alleanza tra le forze di ispirazione comunista, cattolica e socialista; 

b) sul piano militare: tra aprile e maggio del 1972, sotto l'offensiva degli apparati di sicurezza, le Br vengono falcidiate nelle strutture e negli effettivi (1).

Nel 1973 e 1974 sono coerentemente impegnate a portare avanti il loro progetto di attacco al "fascismo in camicia bianca" e al neogollismo. E, dunque, non può sorprendere che approfondiscano l'"assestamento teorico", inaugurato dalle due "Autointerviste", con un documento del 1974, in cui è teorizzato l'"attacco al cuore dello Stato" (2).

Il ciclo 1971-73 segna la fine dei movimenti massa e quello 1974-76 tiene a battesimo i nuovi movimenti sociali. Questo passaggio, per le Br, non esiste. Per loro, la composizione sociale delle lotte continua ad essere a dominante operaia, con l'egemonia espressa dall'operaio (specializzato) delle grandi fabbriche sull'intero "fronte di classe". Per le Br, come non è esistito l'operaio massa, così non esistono i nuovi movimenti sociali. Il mutamento di composizione della mobilitazione collettiva e la trasformazione delle domande inoltrate dalla conflittualità sociale non le investe. Esse mantengono ferme l'architettura teorica originaria e le relative strategie; anzi, le implementano, combinando ora l'operaismo con lo statualismo (3).

Le Br assumono la crisi dei movimenti massa come "accerchiamento strategico delle lotte di fabbrica", inconsapevoli che quell'epoca della mobilitazione collettiva si è chiusa e se ne sta aprendo un'altra. La rottura dell'accerchiamento, conseguenzialmente, è da esse esposta nei termini della disarticolazione delle strutture di comando statuali. Il discorso di potere delle Br trova qui modo di perfezionarsi: colpire il "cuore dello Stato", per rompere l'accerchiamento e consentire alle lotte operaie di dipanarsi liberamente. In questo disegno, la lotta armata dovrebbe funzionare come elemento strategico che, da un lato, scardina le direttrici di sviluppo del potere statuale e, dall'altro, ricompone il fronte di lotta operaio al livello più alto. La ricombinazione di questi due elementi attiverebbe, per le Br, la sinergia tra lotta armata e lotte di massa. 

Che i nuovi movimenti sociali siano indisponibili a questi approcci culturali e a questi programmi appare subito chiaro. Essi sono protagonisti di una differenziazione molecolare della composizione sociale delle lotte ereditata dai movimenti massa, fatta di macrounità soggettive e sintesi politiche oggettivanti. Tanto più dichiarano la loro estraneità al progetto totalizzante e reificante della lotta armata. Soprattutto emerge un dato: mentre la caratteristica prioritaria dei nuovi movimenti sociali è il decentramento dal 'politico' e dalla politica, le Br centrano le loro pratiche e i loro progetti sul 'politico', coniugato con i codici della lotta armata. 

2. La marginalità

La residualità della posizione delle Br all'interno della composizione sociale delle lotte si accentua. In linea di fatto e teorica, esse si pongono come argine granitico contro lo sviluppo positivo e creativo della mobilitazione, di cui intendono invertire il senso di rotazione. Si oppongono al passaggio in avanti: movimenti massa verso nuovi movimenti sociali; ne fissano coattivamente uno ripiegato all'indietro: nuovi movimenti sociali verso movimento di lotta operaia. A tacere, poi, del successivo passaggio: nuovi movimenti sociali verso movimenti pulviscolo. Questi ultimi, dalle Br, sono classificati come una pura e semplice espressione piccolo-borghese di ribellismo decadente ed estetizzante. Se con la loro fondazione si erano poste al di fuori e al di sopra dei movimenti, ora dal di sopra dei movimenti intendono surdeterminare le forme e l'evoluzione della mobilitazione collettiva.

Depositarie di antiquate culture politiche, le Br risultano storicamente allocate come polo marginale della conflittualità sociale. E marginale in un duplice senso: (i) perché ai margini delle linee di sviluppo della complessità sociale; (ii) perché intercettano il distillato periferico della protesta sociale. In questa fase, le Br operano come attrattore periferico della mobilitazione collettiva. Fino a tutto il 1976, le figure e le soggettività che, per posizione sociale e/o opzione culturale, si trovano pendenti più verso il passato che il futuro costituiscono il serbatoio ristretto della militanza brigatista.

La base sociale all'interno di cui le Br nascono e da cui attingono militanti è quella peculiare che, nelle transizioni storiche, vede condensarsi subformazioni elitarie regressive, secondo codificazioni politiche multiformi. Le Br sono una élite regressiva con dichiarate e chiare connotazioni di sinistra che fanno della lotta armata il fulcro del passaggio alla società comunista. Tutte le élites regressive patiscono i processi di innovazione, di differenziazione e stratificazione comportati dalla complessità della transizione. Si oppongono, quindi, al flusso storico, assumendo la forma di cristallizzazioni sociali ostili al mutamento. 

Nel caso delle Br, l'ostilità si traduce e sublima nella palingenesi combattente. Esse non trovano posto in un sistema di società complesso; perciò, debbono ignorarlo teoricamente, rimuoverlo culturalmente e combatterlo politicamente. Agiscono il loro spazio/tempo elitario e regressivo di contro allo spazio/tempo storico effettivo. Forniscono, sì, delle vie di uscita dal dato; ma dalla porta che dà sul retro. La condizione di residualità è la condizione di vita delle Br; ma è anche la base della loro contemporaneità indigente, da cui prende origine il loro progressivo disfacimento (4).

La ridefinizione complessiva della struttura sociale della formazione capitalistica italiana, dei soggetti e degli attori che la solcano e trapassano colloca le Br sempre più fuori dal gioco. Nel quale, però, rientrano inopinatamente e in grande stile, di lì a qualche anno. In ciò agevolate dagli "errori di marcia" dei movimenti e dalle strozzature del sistema politico-istituzionale. L'esplosione dei movimenti del '77 vede attestate le Br in una posizione di contrarietà politica e contrapposizione culturale. Nondimeno, della sconfitta di quei movimenti esse sono il maggiore beneficiario. Cerchiamo di capirne le ragioni.

3. La razionalizzazione e le contraddizioni 

Intorno al 1975-76, le Br danno luogo ad una rilevante riorganizzazione interna, per far fronte alle "sconfitte" del 1972 e alle ricorrenti "perdite" registratesi negli anni successivi. Espressione teorica più compiuta di questo processo di assestamento è la "Risoluzione della Direzione Strategica" del 1975 (5). Già dal 1972, le Br cercano di conferire un migliore assetto al loro modello organizzativo, riarticolandolo e decentrandolo in orizzontale (le brigate) e in verticale (i fronti); ma è la "Risoluzione" del '75 che completa la razionalizzazione interna, fissando con chiarezza un nuovo "punto di partenza", non solo organizzativo, ma anche politico.

Ed è proprio qui che si registrano le prime e significative crepe. I princìpi organizzativi e la modellistica politica presenti nella "Risoluzione" del '75 trovano una applicazione, tutto sommato, rigorosa; non altrettanto può dirsi, per la linea politica e la strategia in essa sostenute. La "Risoluzione", infatti, stabilisce un imprescindibile punto di saldatura tra "disarticolazione dello Stato" e radicamento tra le masse della "proposta strategica della lotta armata". Secondo il lessico politico delle Br, l'"attacco al cuore dello Stato" deve preparare e assecondare la prospettiva strategica della "organizzazione delle masse sul terreno della lotta armata". Sul punto, ancora più sbilanciata è la successiva "Risoluzione della Direzione Strategica" del 1978 (6). Essa conferma la contestualità dei due fuochi del progetto brigatista, dilatandone l'ambito di vigenza: afferma, difatti, che il periodo storico attraversato è da definirsi come "congiuntura di transizione" dalla "propaganda armata" alla "guerra civile dispiegata". 

Ora, rimane da osservare che, dal 1976 in avanti, il doppio carattere (distruttivo-costruttivo) di questa proposta conosce una graduale disapplicazione: sempre più, le Br assumono la strategia della disarticolazione come baricentro principale, se non unico, della loro azione. Ciò è fonte di stridenti contraddizioni interne che si vanno stratificando nel tempo e, nel 1980-81, sfociano in delle vere e proprie scissioni.

Su questo punto specifico emerge un'incongruenza, più apparente che reale. L'affermarsi nelle Br, a partire dal '76, di una linea di direzione sostanzialmente organizzativistica consente loro di capitalizzare forza, garantendone la riproposizione offensiva. La linea sostenuta nella "Risoluzione" del '75 (e in quella del '78) di saldare movimenti e lotta armata avrebbe, certamente, collassato l'organizzazione in tempi brevi. Quella saldatura, difatti, era ed è impossibile: altra è la natura dei movimenti; altro il profilo della lotta armata. Certo, proprio quella linea organizzativistica, a misura in cui riproduce nel tempo le logiche della lotta armata, ha eretto ancora di più le Br come avversario dei movimenti.

4. Il vicolo cieco

Questa è la cornice storico-politica entro il seno della quale maturano le condizioni che conducono le Br all'"operazione Moro" (marzo 1978). Intanto, si sono accesi e rovinosamente spenti i movimenti del '77, rimasti isolati e impigliati nella ragnatela dell'"illegalità di massa" e della violenza. Intanto, il sistema politico-istituzionale compatto ha fatto quadrato contro i movimenti, affrontandoli "manu militari". Intanto, la legislazione dell'emergenza ha dichiarato fuori legge il conflitto sociale. Intanto, intanto ...

Quello che emerge con limpidezza è che la caduta dei movimenti nelle sacche della violenza favorisce il capillare gioco di pressione e assedio che la società politica va intessendo contro di loro. L'isolamento e la sconfitta dei movimenti lascia senza canalizzazione e rappresentatività la conflittualità sociale. È, così, che le Br, loro malgrado, si trovano ad essere il principale attrattore politico antisistemico. Tanto più dopo l'esibizione della "geometrica potenza" di via Fani. 

In questa fase, le Br diventano uno degli attori politici principali della scena italiana, per il concorso di circostanze contingenti (che abbiamo appena ricostruito) e di ragioni strutturali (che abbiamo delineato già in avvio del nostro discorso). E lo sono in una maniera distorta: più destabilizzano il sistema politico ("operazione Moro") e più ne inducono la coesione attorno a linee di stabilizzazione sociale e politica apertamente autoritarie (7). Dal canto suo, il sistema politico più si chiude su se stesso e stringe la camicia di forza sui movimenti e più finisce col proporre la lotta armata come principale collettore del conflitto sociale. Conseguentemente, più risultano inibite e interdette l'azione e l'esistenza stessa dei movimenti. 

È un circolo chiuso entro cui tutti gli attori (sistema politico, Br e movimenti) finiscono con lo stravolgere il loro ruolo. Tutti ne escono sconfitti; anche se vince l'emergenza e la classe politica (di governo e opposizione) da essa partorita. Ma è una vittoria di Pirro. In capo a qualche anno, "Tangentopoli" espone in bella mostra che quegli equilibri politici stavano intonando il loro canto funebre. Si avvera, così, anche la maledizione che Moro lancia dalla "prigione del popolo" contro il suo ex partito ed il sistema politico, in generale.

Le Br si trasformano in bacino di drenaggio delle cerchie della conflittualità sociale: le svuotano. Soltanto qualche anno prima, come abbiamo visto, ne erano il polo marginale. Le risorse residue e deboli del '77 fanno il grande balzo: dalla sconfitta disperante dei movimenti saltano alla euforia meccanica della lotta armata, trovando nelle Br e nelle altre organizzazioni armate l'approdo funzionale. La base di sviluppo del progetto di lotta armata portato avanti dalle Br ha una natura fittizia: nessuna crescita o maturazione può, evidentemente, derivare da figure simbolo della sconfitta. In maniera logicamente contraddittoria e, invece, politicamente esemplare, le Br restano impermeabili e avversano il meglio dei movimenti del '77, per accoglierne alla fine le parti usurate e più deprivate di senso vivo.

L'"operazione Moro" conferisce alle Br uno slancio che ha vita breve; e questo indipendentemente dalla sua conduzione politica e dalla sua gestione militare. L'operazione, più che rilanciarla al più alto livello, esaurisce la proposta delle Br. Al di là di quella frontiera, la linea organizzativistica delle Br non può spingersi. Nel momento storico in cui collocano più in alto il loro attacco allo Stato, esse si trovano in una relazione di divaricazione massima dai movimenti. Oltre quella linea le Br non possono avviarsi, indietro non possono tornare: ecco il vicolo cieco. Da qui a tutto il 1979, le Br vivono di ricadute di immagine: inquietano il sonno dei "potenti" e raccolgono per strada i depositi rabbiosi e disperati dei movimenti.

Che il processo di erosione interna alle Br sia galoppante lo dice, già nella primavera del 1980, il pentimento di Patrizio Peci che ingenera un effetto domino che mette in ginocchio l'intera organizzazione. "Perché i pentiti?", ci si chiederà poi, negli anni '80. Ma questa domanda le Br non l'hanno mai enunciata con la trasparenza necessaria ed il rigore adeguato. E tuttavia, per chi quel progetto ha imbracciato, un altro era ed è l'interrogativo secco da formulare e riformulare: "Perché la lotta armata?". 

Note

(1) Cfr., Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", La decisione armata. Il ruolo politico delle Brigate rosse negli anni '70, "Società e conflitto", n. 1, 1990, pp. 106-114; successivamente, il lavoro è stato recuperato in  Snodi. Percorsi di analisi sugli anni '60 e '70, cit.

(2) Brigate Rosse, Contro il neogollismo portare l'attacco al cuore dello Stato, "Il Giornale d'Italia", 13 maggio 1974. 

(3) "All'accerchiamento strategico delle lotte operaie si risponde estendendo l'iniziativa rivoluzionaria ai centri vitali dello Stato; questa non è una scelta facoltativa, ma una scelta indispensabile per mantenere l'offensiva anche nelle fabbriche" (Ibidem).

(4) Cfr.A. Chiocchi-C. Toffolo, Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, cit.; in part., il § 1.1. del Cap. III.

(5) Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica, aprile 1975, "Contro-Informazione", n. 7/8, 1976.

(6) Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica, febbraio 1978, in G. Bocca (a cura di), Moro. Una tragedia italiana, Milano, Bompiani, 1978.

(7) Cfr. Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", La decisione armata. Il ruolo politico delle Brigate rosse negli anni '70, cit; A. Chiocchi-C. Toffolo, Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, cit., cap. III.

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