CAP. I

LE AREE INTERNE DELLA CAMPANIA

(1860-1981)

 

 

 

     1. Profilo morfologico

 

     La caratteristica precipua delle aree interne del Mezzogiorno d'Italia è quella di avere una morfologia montano-collinare.  Nel caso specifico della Campania le caratterizzazioni montano-collinari convivono, con una prevalenza complessiva dell'elemento collinare.  Difatti, su 549 comuni, 314 sono classificati di collina, andando a costituire il 57,2% del totale regionale (Associazione Nazionale Bonifiche, Irrigazioni e Miglioramenti Fondiari, 1986). Disarticolando il dato regionale per province, abbiamo la seguente situazione (Associazione Nazionale Bonifiche, 1986):

 

Tab.  I. 1.

 

Province

Nr. Comuni di collina (%)

Avellino

54,6

Benevento

55,1

Caserta

47,1

Napoli

51,6

Salerno

70,1

 

     In virtù delle diverse caratterizzazioni orografiche e geo-pedologiche, la collina campana è stata suddivisa in tre zone omogenee (Associazione Nazionale Bonifiche, 1986):

 

Tab. I. 2.

 

Area

Superficie

(mq)

%  sulla

regione

A) Area collinare CE/BN

240.368

34,8

B) Litoranea NA/SA

153.518

22,2

C) Area collinare interna AV/SA

297.080

43,0

 

     L'area collinare interna AV/SA, nel periodo 1951-1981, è quella che ha registrato i più rilevanti fenomeni di esodo agricolo e di consunzione agraria, con una perdita secca della popolazione residente e con un forte decremento del numero di aziende agricole (Associazione Nazionale Bonifiche, 1986):

 

Tab. I. 3.

 

 

1951

1961

1970

1981

 

Pop. residente

536.451

 

 

508.779

Nr. aziende agricole

 

78.016

72.375

 

Sup. agraria utiliz.

 

285.357

273.484

 

 

 

     In questa area collinare interna la superficie interessata da usi civici ha la seguente configurazione (Associazione Nazionale Bonifiche, 1986):

 

Tab.  I. 4.

 

 

Superficie totale (ha)

 

143.606

Pascoli e boschi

141.832 (98%)

Seminativi

1.774  (1,2%)

Proprietà di enti:

 

                               a) numero

1.965

                               b) superficie (ha)

74.882

 

     Sempre nell'area, nel 1970, le terre abbandonate versano nella seguente situazione (Associazione Nazionale Bonifiche, 1986):

 

Tab.  I. 5.

 

 

Terre abbandonate (ha)

 

circa 4.000

% Superficie censita

1,5

 

 

     Se consideriamo la sola Area dell'Ofanto, ma al 1981, il quadro relativo alle terre soggette al demanio e al patrimonio comunale e alle terre abbandonate è cosi schematizzabile (Formez, 1981c; ma elaborazione nostra):

 

Tab.  I. 6.

 

 

Demanio e patrimonio comunale (ha)

 

16.778

Terre abbandonate (ha)

7.848

 

Dal che possiamo inferire una forte crescita, nel periodo 1970-1981, del fenomeno dell'abbandono delle terre; il quale, a sua volta, testimonia il precipitare dello stato di precarietà dell'agricoltura in quest'area.

Vediamo adesso gli indicatori di riferimento dell'aggregato omogeneo costituito dall'area collinare di Caserta e Benevento (Associazione Nazionale Bonifiche, 1986):

 

Tab. I. 7.

 

 

1951

1961

1970

1981

 

A) Pop. residente

418.634

 

 

414.039

B) Nr. az. agricole

 

57.388

51.072

 

C) Sup. usi civici

 

 

52.710

 

     Pascoli e boschi

 

 

51.655

 

     Seminativi

 

 

896

 

D) Superficie

abbandonata (ha)

 

 

 

8.000

 

 

     In realtà — e non soltanto ai fini di questa nostra sintetica escursione del profilo delle aree interne campane —, l'area collinare Caserta/Benevento presenta forti disomogeneità interne.  Mentre il versante casertano dà luogo a produzioni agricole e aziende agrarie attestate su standards efficienti e redditivi, il versante beneventano appare senz'altro depresso.  Quest'ultimo è assimilatile più alle aree interne dell'Irpinia e del Cilento.

     Soprattutto a livello di strutture socio-economiche e territoriali l'appena segnalata omogeneità emerge palesemente.

     Dovendo sottoporre a scandaglio la struttura delle zone interne del Mezzogiorno italiano, convincente pare, tanto sotto il profilo scientifico-metodologico che sotto quello storico-economico, la delineazione delle "aree pilota" elaborata dal Formez nel suo "Progetto Aree Interne" (Formez, 1981a, 1981b, 1981c). 

     Dal quale progetto emerge una questione storico-metodologica rilevante: la difficoltà di circoscrivere il

concetto e la situazione di area interna entro confini strettamente provinciali, insistendo sia il concetto che la situazione sul livello interregionale (Formez, 1981a). Le condizioni di omogeneità storico-sociale e antropologico-culturale rendono l'osso meridionale una unità con una identità sua propria e ben specifica.  I processi di costituzione delle identificazioni territoriali e culturali interessano un corpo di province meridionali inanellate, tra la Campania, il Molise, la Basilicata, la Calabria e le Puglie. Codesto corpo costituisce un sistema inanellato difficilmente scorporabile, contrassegnato da profondi elementi di unità e, nondimeno, solcato da non irrilevanti fratture.

     Per esigenze di sintesi e di esposizione, si può appropriatamente assumere come punto di partenza il modello del Formez, con le relative mappe sistemiche e intrasistemiche (Formez, 1981a, 1981b, 1981c).

     Il "Progetto Aree Interne" del Formez è addivenuto a questo schema campione generale:

 


Tab.  I. 8.

 

 

A) Livello

     interregionale

 

Area del Fortore (Fortore molisano - Fortore pugliese - Fortore campano)

B) Livello

     regionale

Area dell'Ofanto (Campania) - Area del Savuto (Calabria)

 

 

     Come si vede, la Campania si trova implicata tanto a livello interregionale che regionale.  Se consideriamo che lo stesso livello regionale qui esemplificato (Area dell'Ofanto) è fortemente proiettato verso la frontiera calabro-pugliese, ancora più giusto si rivela il discorso sulla consistenza e sulla valenza interregionale delle aree interne del Mezzogiorno italiano.

     Assunto lo schema campione del Formez come riferimento di abbrivio, possiamo agevolmente pervenire a campionature meglio capillarizzate e attualizzate, per il tramite dell'esame del nesso aree interne/cratere.

     A seguito del sisma del 23 novembre 1980, le aree del cratere camnpano sono state suddivise in tre circoscrizioni.  Come si vedrà in dettaglio nel secondo e nel tezo capitolo, due di queste circoscrizioni ("Alta lrpinia" e "San Mango sul Calore-Luogosano") si trovano nella provincia di Avellino e l'altra ("Oliveto Citra") in quella di Salerno. L'insieme territoriale, socio-economico e culturale rappresentato dal cratere costituisce, a sua volta, una unità sistemica; o meglio: un sottosistema delle aree interne della Campania e del Mezzogiorno. Si può dire, con un'espressione carica di significato non soltanto metaforico: il cratere costituisce "l'osso dell'osso".

     I livelli di trasversalità interna alle circoscrizioni del cratere sono molteplici e considerevoli.  Basti pensare che i comuni che compongono la circoscrizione "Alta lrpinia" appartengono a ben 4 Comunità Montane; due delle quali riuniscono in sé‚ comuni della provincia di Avellino e Salerno.

     Se conduciamo una comparazione mirata tra campione Formez (Area dell'Ofanto) e circoscrizione "Alta lrpinia", rileviamo che ben 23 comuni sui 24 che compongono l'Area dell'Ofanto rientrano nella circoscrizione "Alta Irpina"; rimane fuori da quest'ultima soltanto il Comune di Volturara lrpinia.

     Ma ecco i quadri completi:

 

Tab.  I. 9. - Circoscrizione Alta Irpinia

 

Comuni

Comunità Montane

 

 

Andretta

Alta Irpinia

Aquilonia

Alta Irpinia

Bagnoli Irpino

Terminio Cervialto (Av/Sa)

Bisaccia

Alta Irpinia

Cairano

Alto e Medio Sele (Av/Sa)

Calitri

Alta Irpinia

Caposele

Alto e Medio Sele

Carife

Ufita

 


Tab.  I. 9. - Circoscrizione Alta Irpinia (segue)

 

Comuni

Comunità Montane

 

 

Cassano Irpino

Terminio-Cervialto

Castelbaronia

Ufita

Castelfranci

Terminio-Cervialto

Conza della Campania

Alta Irpinia

Frigento

Ufita

Gesualdo

Ufita

Guardia dei Lombardi

Alta Irpinia

Lacedonia

Alta Irpinia

Lioni

Alta Irpinia

Montella

Terminio-Cervialto

Monteverde

Alta Irpinia

Morra De Sanctis

Alta Irpinia

Nusco

Terminio-Cervialto

Rocca San Felice

Alta Irpinia

S. Angelo dei Lombardi

Alta Irpinia

Scampitella

Ufita

Senerchia

Alto e Medio Sele

Teora

Alta Irpinia

Torella dei Lombardi

Alta Irpinia

Trevico

Ufita

Vallata

Ufita

Vallesaccarda

Ufita

Villamaina

Non Montano

 

 


Tab. I. 10. - Area Ofanto: campione Formez

 

Comuni

Comunità Montane

 

 

Andretta

Alta Irpinia

Aquilonia

Alta Irpinia

Bagnoli Irpino

Terminio Cervialto (Av/Sa)

Bisaccia

Alta Irpinia

Cairano

Alto e Medio Sele (Av/Sa)

Calabritto

Alta Irpinia

Calitri

Alta Irpinia

Caposele

Alto e Medio Sele

Conza della Campania

Alta Irpinia

Guardia dei Lombardi

Alta Irpinia

Lacedonia

Alta Irpinia

Lioni

Alta Irpinia

Montella

Terminio-Cervialto

Monteverde

Alta Irpinia

Morra De Sanctis

Alta Irpinia

Nusco

Terminio-Cervialto

Rocca San Felice

Alta Irpinia

S. Angelo dei Lombardi

Alta Irpinia

Senerchia

Alto e Medio Sele

Teora

Alta Irpinia

Torella dei Lombardi

Alta Irpinia

Volturara

Terminio-Cervialto

 

     Gran parte dei dati Formez relativi all'Area dell'Ofanto è possibile riversarla nella circoscrizione "Alta Irpinia"; e viceversa. Per quanto attiene al versante irpino del cratere, soltanto i seguenti comuni in tabella non riemtrano nell'aggregato comparato Area dell'Ofanto/Circoscrizione "Alta Irpinia" (si tratta dei comuni costituenti la circoscrizione "San Mango sul Calore-Luogosano"):

 

Tab.  I. 11.

 

Comuni

Comunità Montane

 

 

Castelevetere

Terminio-Cervialto

Chiusano S. Domenico

Terminio Cervialto

Fontanarosa

Non Montano

Lapio

NonMontano

Luogosano

NonMontano

Montemarano

Terminio-Cervialto

Paternopoli

Non Montano

S. Angelo all'Esca

Non Montano

S. Mango sul Calore

Terminio-Cervialto

Taurasi

NonMontano

 

     Per ultimare la ricognizione sul sistema del cratere campano, non rimane che elencare i comuni rientranti nella circoscrizione "Oliveto Citra", tutti situati nella provincia di Salerno:

    

Tab. I. 12.

 

Comuni

Comunità Montane

 

 

Auletta

Tanagro

Buccino

Tanagro

Caggiano

Tanagro

Campagna

Alto e Medio Sele

Castelnuovo di Conza

Alto e Medio Sele

Colliano

Alto e Medio Sele

Contursi

Alto e Medio Sele


Tab. I. 12. (segue)

 

Comuni

Comunità Montane

 

 

Laviano

Alto e Medio Sele

Oliveto Citra

Alto e Medio Sele

Palomonte

Tanagro

Pertosa

Non Montano

Ricigliano

Tanagro

Romagnano al Monte

Tanagro

Salvitelle

Tanagro

S. Gregorio Magno

Tanagro

Santomenna

Alto e Medio Sele

Valva

Alto e Medio Sele

 

     Attraverso la progressione cadenzata dalle tavole riportate, abbiamo potuto meglio approssimare il profilo storico-territoriale delle zone interne della Campania, nel più generale contesto delle zone interne del Mezzogiorno d'Italia. Non trascurando, altresì, di prendere in considerazione l'aggregato interno del cratere che, dopo il sisma del 23 novembre 1980, riveste grande rilievo sotto tutti i punti di vista.

     Se ora ci riferiamo alla giacitura in ettari rilevata dall'Istat per il 1980, possiamo adeguatamente aggregare e comparare i dati della suddivisione in Montagna, Collina e Pianura relativamente alla Campania, al Meridione e all'Italia:

         


Tab. I. 13.

 

 

Montagna

Collina

Pianura

Sup. Ter/le

 

 

 

 

 

Campania

469.857

691.196

198.480

1.359.533

Meridione

3.950.249

7.477.367

2.597.127

14.024.713

Italia

10.605.469

12.546.422

6.974.675

30.126.566

 

     Il quadro comparativo è più agevolmente intelligibile, se i valori vengono riversati in cifra percentuale:

    

Tab. I. 14.

 

 

Montagna

Collina

Pianura

 

 

 

 

Campania

34,56

50,84

14,59

Meridione

28,5

53,2

18,3

Italia

35,2

41,6

23,2

 

     Possiamo ulteriormente disaggregare il dato Istat, differenziando gli ettari di superficie collinare in "Collina interna" e "Collina litoranea":

    

Tab. I. 15.

 

 

Interna

Litoranea

Totale

 

 

 

 

Campania

536.325

154.871

691.196

Meridione

4.897.668

2.579.699

7.477.367

Italia

9.135.511

3.412.911

12.546.422

 

     Per la consueta esigenza di intelligibilità, riversiamo questi valori in cifra percentuale; evidentemente, con riguardo alle relative superfici territoriali complessive:

    

Tab. I. 16.

 

 

Interna

Litoranea

Totale

 

 

 

 

Campania

39,45

11,39

50,84

Meridione

34,92

18,40

53,32

Italia

30,32

11,33

41,65

 

     Come ben mostrano tutte le tavole in sequenza, la questione delle aree interne (collina + montagna) insiste particolarmente nel Mezzogiorno. Di siffatta questione, la Campania esemplifica tutte le caratteristiche principali: sia per quanto concerne la posizione geo-politica di frontiera e di trasversalità occupata; sia per quanto concerne la concentrazione delle zone di collina interna e delle aree montane. Particolarmente, il sistema del cratere condensa tutte queste peculiarità.

     Lo studio delle aree interne della Campania riveste, pertanto, un particolare valore esemplificativo.  Paradigmatica, addirittura, diviene l'indagine del sistema del cratere e della provincia di Avellino.  Stanno qui le ragioni storiche e metodologico-scientifiche che ci hanno indotto a insistere, da diverse angolazioni analitiche e prospettiche, sulla agricoltura dell'Irpinia e del cratere.

 

 

     2. La legislazione

 

     Uno degli indicatori più sintomatici delle tipologie delle politiche statuali italiane per le aree interne è, certamente, fornito dalla produzione legislativa sulla materia; produzione che qui ci proponiamo di passare sinteticamente in rassegna, sezionando tre cicli storici: a) il periodo postunitario; b) il periodo fascista; c) il periodo repubblicano, al limite del 1981.

 

          2.1. Il periodo post-unitatio: 1860-1922

 

     Il primo decennio di storia unitaria del Mezzogiorno italiano, è sostanzialmente caratterizzato dal fenomeno del brigantaggio e dalla corrispettiva repressione statuale, con i collegati processi sociali e politici della "soppressione sociale" massiccia della "sovrapopolazione agricola" nelle campagne meridionali (Bevilacqua, 1974, 3-4).  Verso la metà degli anni '70 assistiamo, invece, all'atto di nascita formale della "questione meridionale", per opera:

     delle "Lettere meridionali" di P. Villari, pubblicate nel 1875;

     del saggio di L. Franchetti, "Condizioni economiche e  amministrative delle province napoletane", pubblicato nel 1875;

     dell'inchiesta del 1876 di S. Sonnino e L. Franchetti, "La Sicilia  nel 1876" (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978).

     Solo dopo la consumazione e la soppressione della "questione del brigantaggio" e dopo la messa a fuoco della problematica della "questione meridionale", lo Stato postunitario interviene sulla montagna con la L. 3917/1877, per tutelarne il patrimonio boschivo e la connessa stabilità idrogeologica; come puntualmente osserva Laura Nola nella sua pregevole ricognizione (Nola, 1986).

     V'è, tuttavia, da segnalare una precedente serie di iniziative di parte statuale volta:

     – alla soppressione di parte dei beni nobiliari ed ecclesiastici;

     – alla "quotizzazone" dei beni demaniali (Bevilacqua, 1974).

     L'obiettivo è presto svelato: concorrere alla formazione di una nuova (piccola) proprietà borghese e contadina nelle campagne (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978).  Riflessi consistenti di questo tentativo di liquidare i vincoli feudali e semifeudali si riverberano nelle campagne meridionali; e nelle zone interne, in particolare.

     Diversamente da quanto immaginato e ipotizzato dal legislatore unitario, l'esposizione della borghesia meridionale nell'acquisto di terra lascia senza liquidità le necessarie ristrutturazioni e trasformazioni della proprietà fondiaria, accentuando la tipologia stagnante del latifondismo meridionale (Bevilacqua 1974; Del Monte-Giannola, 1978).  Sicché‚ la "questione demaniale" e la questione della "espropriazione dei beni ecclesiastici e nobiliari" si risolvono in un abbassamento delle già misere condizioni di vita dei contadini senza terra.  Ebbe lucidamente ad osservare, nel 1879, il grande meridionalista lucano G. Fortunato: «Le quote assegnate ai contadini sono troppo piccole per dare sussistenza ad una famiglia; ed anche ammessa una estensione maggiore, manca loro assolutamente il capitale necessario.  La produzione è scarsa, la terra presto si esaurisce; ma corre pur sempre l'obbligo del canone al Comune e della fondiaria allo Stato. Allora, o la quota viene ripresa dal Comune per inadempito pagamento, o è venduta per pochi soldi a un proprietario del luogo, o infine è ceduta all'usuraio per debiti contratti» (cit. da Bevilacqua, 1974, 7).

     Il monopolio della terra si irrigidisce e si dilata in seno latifondista, dando la stura a stridenti contrasti sociali intorno al recupero dei beni confiscati, con protagonisti conflittuali i Comuni, i proprietari e i contadini.  Rileva correttamente P. Bevilacqua: «La quotizzazione delle terre, che non trasformò in modo profondo e non diede un vasto impulso capitalistico alle campagne del Sud, lasciò però insoluta la questione demaniale: una vera e propria guerra sociale e giudiziaria che dissipò inutilmente grandi energie nella lotta per il monopolio della terra da parte degli agrari, e per il possesso di una quota, più o meno grande, da parte dei contadini» (Bevilacqua, 1974, 7).

     Per registrare il successivo intervento legislativo sui territori montani, bisogna aspettare il 1899 la legge n. 236, la quale classifica come «opera di bonifica» rimboschimenti e rinsaldamenti dei bacini montani e la regolazione dei torrenti (Nola, 1986). Nel mezzo, però, si collocano la crisi agraria e la «svolta protezionistica» degli anni '80 (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978). La caduta dei prezzi cerealicoli, cagionata dalla crisi generale dell'agricoltura europea, si trascina dietro la caduta di tutti i prezzi agricoli (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978).  Il dibattito politico innescato dalla «crisi agraria» sbocca con la «svolta protezionistica» del 1887, ad opera della Sinistra da 11 anni salita al potere; ben presto, il protezionismo, dall'agricoltura, si estende all'industria.  Il che conduce ad una ridefinizione del patto politico tra grandi industriali del Nord e grandi agrari del Nord e del Sud (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978).

     La «protezione doganale» danneggia soprattutto le possibilità di crescita e di sviluppo dell'agricoltura meridionale: «Se la protezione doganale sul grano favorì gli agrari, contribuì alla conservazione dei vecchi rapporti sociali, immobilizzò nelle campagne colture tradizionali e frenò gli stimoli al miglioramento produttivo, essa fu dannosa per altri versi allo sviluppo di alcuni settori dell'agricoltura meridionale ... vennero colpiti alcuni dei settori più intraprendenti e innovatosi del mondo contadino, soprattutto meridionale: i coltivatori che avevano trasformato le vecchie colture granarie in colture pregiate (frutteti, viti,

ecc.),capaci di tenere il mercato estero» (Bevilacqua, 1974, 9).

     E appena il caso di aggiungere che particolarmente la collina appare vocata per le colture pregiate di frutteti e vini.

     Nell'essenziale è questo lo scenario che reperiamo a cavallo tra l'Otto e il Novecento. All'inizio del nuovo secolo assistiamo alla ripresa di leggi settoriali a favore di alcune zone interne del Mezzogiorno:

     - legge del 1902 per il bacino del Sele;

     - legge del 1904 per la Basilicata;

     - leggi del 1906 per la Calabria e la bonifica Vesuviana (Nola, 1986).

     Col nuovo secolo inizia anche la prima vera e propria industrializzazione del paese che, unanimemente, la storiografia fa coincidere col «l'età giolittiana» (1901-1913).  Come è facilmente intuibile, ciò produce nell'agricoltura — particolarmente nell'agricoltura delle zone interne del Mezzogiorno — effetti

fortemente destrutturanti.  Basti qui considerare che, in tale periodo, l'emigrazione meridionale e quella irpina (classica zona interna del Mezzogiorno italiano) toccano i loro livelli apicali (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978; Covino, 1986; Marra, 1989).  Né, rimanendo all'lrpinia, il fenomeno dell'emigrazione smette in seguito di toccare proporzioni da esodo: nel secondo dopoguerra, altro snodo di grandi ristrutturazioni e mutamenti nella struttura economica e sociale dell'Italia e del Mezzogiorno, i picchi dell'emigrazione si attestano su vertici di notevole consistenza (Carrino, 1980; Pontarollo 1982; Associazione culturale Relazioni, 1990).

     La formazione della base industriale del paese, agli inizi del secolo, riverbera nel campo agricolo alcuni processi di riassetto istituzionale-organizzativo. Con la «legge Luzzatti» del 1910 si costituiscono:

     - la Direzione Generale delle Foreste;

     - il Consiglio Superiore delle Acque e delle Foreste;

     - l'Azienda Speciale per le Foreste Demaniali, avente il fine precipuo di incrementare la silvicoltura (Nola, 1986).

      Poco dopo si perviene al Testo Unico — "legge Nitti" del 1912 — che raccoglie tutte le disposizioni precedenti.  La novità del T. U. è così ben espressa dalla Nola: «la legislazione precedente era caratterizzata dal quasi esclusivo uso di vincoli di carattere conservativo, il T. U. n. 442, pur senza riformare il sistema vincolistico, introduceva provvedimenti di intervento attivo dello Stato per il rimboschimento, il consolidamento del suolo e la sistemazione idrogeologica» (Nola, 1986, 22).

     Questo è pure il periodo dell'evoluzione della problematica meridionalista, soprattutto per merito di F. S. Nitti e G. Salvemini: al primo si deve un importante e innovativo studio sulla struttura socio-economica del Sud ("Nord e Sud") e la proposta di una "soluzione industriale" della "questione Napoli"; al secondo, la prima riflessione schiettamente politica sul Mezzogiorno italiano (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978).  In tale fase storica, parimenti, i modelli teorici del pensiero meridionalista cominciano a subire alcune modifiche di fondo, a paragone delle impostazioni di fine Ottocento (Chioc-chi, 1990 e bibliografia ivi richiamata).

      I contesti socio-politici successivi sono occupati (prima) dalla "grande guerra" e (dopo) dalla crisi che culmina nell'esplosione del "moti agrari" del 1919-1922 (Bevilacqua, 1974; Del Monte-Giannola, 1978).  Per i contadini tornati dalla guerra, soprattutto i più poveri, è questione essenziale di sopravvivenza strappare un "fazzoletto di terra" alle terre incolte del latifondo agrario. Nel settembre del 1919, per dare risposta alla massiccia richiesta di terra proveniente dai contadini e per potenziare la produzione nazionale di grano, viene emanato il "decreto Visocchi" che ha per specifico oggetto la "quotizzazione" delle "terre incolte e malcoltivate" a favore di Coo-perative contadine (Bevilacqua, 1974).  Gli effetti del decreto non sono quelli desiderati dal legislatore, né‚ quelli sperati dai contadini. Difatti, il decreto: «ovviamente non incideva sulle vecchie strutture fondiarie e si limitava a favorire e a proteggere l'acquisizione da parte dei contadini, riuniti a questo scopo in Cooperative, delle terre più "difficili" e più "povere" (Bevilacqua, 1974, 17).  Nonostante questo limite di fondo, il "decreto Visocchi" viene fortemente osteggiato dagli agrari; con l'avvento del fascismo, nel 1922, il decreto, non casualmente, è soppresso.

 

            2.2. Il periodo fascista: 1922-1938

 

     Le prospettive delineate dal T. U. del 1912 vengono più corposamente e razionalmente concretizzare nella legge forestale ("legge Serpieri") del 1923. La rilevanza di questa legge sta nella circostanza che essa rappresenta: "una prima intuizione delle interconnessioni tra la sistemazione del suolo e la regolazione delle acque con le esigenze e le necessità delle attività produttive" (Nola, 1986, 22). Lo stesso Serpieri, anni prima ("L'Italia agricola e il suo avvenire", 1919), ha ben chiaro che il punto cardine non risiede semplicisticamente nella difesa del suolo e nella regolazione delle acque montane in funzione dell'evitamento dei danno; bensi si tratta di «ottenere il massimo rendimento nelle industrie e nell'agricoltura» (cit. da Nola, 1986, 22).  Ciononostante il sistema allestito non ha piena congruità rispetto alla identificazione precisa della montagna: la molla dei vincoli e delle difese scatta automaticamente a favore di qualunque uso di qualunque terreno che è causa di turbativa del regime delle acque e della stabilità dei suoli (Nola, 1986).

     Successivamente, il legislatore fascista colloca il suo asse di intervento in una prospettiva regressiva a confronto della "legge Serpieri", mettendo in mora molte delle acquisizioni da essa garantite.  L'inversione di tendenza fa ritornare ad una politica puramente conservativa e vincolistica che è inaugurata dal R.D. 23/1926, il quale impone il vincolo su tutti i boschi esistenti. Ne consegue l'omessa insistenza sullo sviluppo delle attività agro-pastorali (Nola, 1986, 23). I processi di centralizzazione dei poteri propri della dittatura fascista, su un altro versante, producono una centralizzazione delle strutture e dei livelli direttivi delle istituzioni deputate alla difesa e allo sviluppo dell'agricoltura della montagna. Difatti, la L. 848/1936 liquida il Segretariato della montagna, costituito nel 1919, trasferendone le funzioni al Ministero dell'Agricoltura (Nola, 1986). All'intemo di questo nuovo quadro di movimento, nemmeno il R.D. 215/1933 ("Nuove norme per la bonifica integrale") sortisce effetti positivi: «nella pratica applicazione del R. D. n. 215, i territori montani furono piuttosto trascurati in quanto gran parte dei fondi pubblici per le opere di bonifica furono destinati a comprensori di pianura» (Nola, 1986, 23).

     La produzione del legislatore fascista, per essere meglio compresa, va interconnessa alla politica meridionalista e alla strategia agraria del regime.  Per un intero decennio (1925-1935), prima e seconda si concentrano nella "battaglia del grano": «I premi dati

ai produttori ed altri incentivi agli agricoli efficienti — l'uso di fertilizzanti e di sementi selezionate, ecc. — diedero in effetti dei risultati positivi sul piano della resa di grano per ettaro e sul piano produttivo più generale.  Ma in realtà la battaglia del grano non solo aveva danneggiato la bilancia commerciale del Paese, quanto aveva finito con l'infierire un nuovo colpo strutturale all'agricoltura italiana perché‚ la battaglia per il grano aveva portato alla distruzione di frutteti e vigneti, al taglio indiscriminato degli alberi, e nello stesso tempo aveva valorizzato la più antica delle colture, quella dominante nel latifondo e che per sua natura tendeva a conservare i vecchi rapporti agrari. Il Mezzogiorno ne uscì ancora più danneggiato, perché‚ il dazio imposto al grano proveniente dall'estero favorì i grandi produttori e ne rafforzò la posizione sopra i contadini, specie i più poveri che erano generalmente costretti a ricorrere al mercato» (Bevilacqua, 1974, 21).

     L'altro nodo cruciale è, sull'argomento, costituito dal progetto della "bonifica integrale" del Mezzogiorno (1928-1938) che ha in A Serpieri il più convinto ideologo e pianificatore. L'ideologia della "bonifica integrale" tende a una soluzione rnascherata

della "questione meridionale": nel mentre ne confuta l'esistenza storica, si propone di organizzare il recupero civile, sociale e istituzionale del Mezzogiorno.  Senonché‚ il regime, per i suoi equilibri di potere (interni ed esterni), non è in grado di tollerare nemmeno il peso di tale ideologia.  Serpieri viene messo in minoranza e accusato di "socialismo"; la bonifica integrale, per parte sua, si riduce a «un semplice investimento in opere pubbliche che lasciò inalterati i vecchi rapporti sociali nelle campagne» (Bevilacqua, 1974, 23).

 

            2.3. Il periodo repubblicano: dagli anni '50  agli '80

 

     L'intervento legislativo repubblicano sui territori collinari e montani ha due premesse-quadro: a) la Costituzione del 1948; b) la L. 646/1950 istitutiva della Cassa per il Mezzogiorno, con la quale il dettato costituzionale viene, non sempre conformemente, orientato verso il territorio meridionale e i suoi problemi specifici. L'intervento straordinario nel Mezzogiorno, dalla legge istitutiva della Cassa alla L. 64/86, ha costantemente fornito il terreno per approfondimenti diversificati della problematica meridionale che non è qui il caso di enumerare (Cfr.  Del Monte-Giannola, 1978; Ammanati, 1980; Riviello, 1988; Associazione culturale Relazioni, 1990).

     L'attore costituzionale repubblicano ha espressamente previsto "provvedimenti a favore della montagna" (art. 44/3, Cost.). Proprio in attuazione del det-tato costituzionale viene emanata la L. 991/1952 ("Provvedimenti in favore dei territori montani").  Come osserva la Nola: «Tale legge è unanimemente considerata la prima legge organica per la montagna ed è caratterizzata dalla definizione dei criteri e delle procedure atti a classificare i territori montani" (No-la, 1986, 23).

     Vediamo più da vicino tali criteri. 

     In effetti, si tratta dell'art. 1 della legge ("Determi-nazione dei territori montani"), in base al quale vengono considerati comuni montani:

     - quelli censuari situati almeno l'80 % della loro superfice al di  sopra di 600 metri di altitudine;

     - quelli nei quali il dislivello tra la quota altimetrica inferiore  e la superiore del territorio comunale non è minore di 600 metri;

     -   quelli non limitrofi ai precedenti, ma che presentano pari condizioni economico-agrarie.

     Nel complesso, la L. 991/1952 prevede:

     - finanziamenti e agevolazioni varie sotto forma di mutui di miglioramento per l'agricoltura e l'artigianato montano;

     - sussidi e contributi dello Stato per opere di miglioramento fondiario;

     - contributi per la gestione dei patrimoni silvo-pastorali e l'assistenza tecnica;

     - esenzione dall'imposta sul reddito agrario;

     - esenzione, per i terreni oltre i 700 metri di altitudine, dal pagamento dei contributi agricoli unificati;

     - l'istituzione dei comprensori a favore dei quali valgono le facilitazioni della "bonifica montana".

     Il secondo transito essenziale della legislazione repubblicana è la L. 454/1961, meglio nota come "Piano verde"; prorogata con L. 910/1966. Gli obiettivi della legge sono quelli di potenziare le opere di miglioramento fondiario e le strutture agrarie ricadenti in collina, con una più perspicua identificazione

dei territori a "rilevante depressione economica" (art. 8). Soggetto titolare di questa operazione è direttamente il Ministero per l'agricoltura e per le Foreste.  In applicazione di questo dispositivo normativo, il Ministro dell'Agricoltura e delle Foreste, con relativo decreto del 7-11-1961, provvede alla identificazione dei Comuni di collina ricadenti in territori a totale o parziale depressione economica; a integrazione di questo primo elenco, interviene successivamente un pari decreto ministeriale che il 23-3-1963 inserisce altri comuni collinari entro.il territorio classificato come area depressa.

     Con la L. 614/1966 sulle aree depresse del Centro-nord si stabiliscono i primi elementi per una coordinazione tra intervento straordinario e intervento ordinario, con la espressa finalizzazione delle opere straordinarie (sistemazione dei bacini montani, bonifica, irrigazione, trasformazione agraria, viabilità, acquedotti, fognature) alla "espansione" e alla «localiz-zazione delle attività produttive nelle zone depresse» (art. 3).  Ciò, indubbiamente, segna un'acquisizione positiva di grande rilievo, prontamente individuata dalla Nola: «La politica per le aree marginali cominciava cosi a passare da interventi a prevalente carattere infrastrutturale al tentativo di rianimare l'ambiente rurale mediante l'avvio e lo stimolo di iniziative a carattere produttivo» (Nola, 1986, 24).

     Un'ancora più considerevole novità collegata alla L. 614/1966 è data dalla nuova metodologia individuativa con cui si identificano e definiscono le aree depresse.  Si passa, dal vecchio criterio imperniato sull'intreccio altimetria/produttività per ettaro, alla metodologia dell'individuazione socio-economica. Secondo l'art.  1 della legge, sono da considerarsi aree depresse quelle colpite: «da depauperamento delle forze di lavoro derivante o da sensibile invecchiamento della popolazione residente o da accentuati fenomeni di esodo; da livelli di reddito pro-capite della popolazione inferiori alla media nazionale e tali da escludere lo spontaneo riequilibrio rispetto alla media stessa; da bassi livelli di produttività in dipendenza di problemi di riconversione dell'agricoltura o di un insufficiente sviluppo delle attività industriali».  Il che, come non manca di osservare la Nola, rende possibile l'approntamento di politiche di intervento mirate sulla specificità delle economie e diseconomie locali, onde intervenire sulle causali specifiche e diverse della depressione e dello squilibrio (Nola, 1986).

     Gli interventi legislativi passati in rapida rassegna spianano la strada alla legge 1102/1971 che insedia le Comunità Montane, poi, di fatto, istituite da apposite leggi regionali, tra il 1972 e il 1975.  La Regione Campania, per esempio, provvede a istituire le Comunità Montane con legge regionale n. 3 del 14 gennaio 1974.

     Il principio ispirativo della costituzione delle Comunità Montane è quello di "zona omogenea".  Principio già parzialmente in opera nell'esperienza dei Consigli di Valle instaurati dal D.P.R. n. 987/1955.  La superficie territoriale di competenza delle Comunità Montane ammonta a 16 milioni di ettari e comprende 5.355.085 ettari di collina, vale a dire il 43% delle terre collinari, secondo i censimenti e le classificazioni ISTAT (Nola, 1986, 26).  Come è ben noto, il compito istituzionale che la legge assegna alle Comunità Montane, in ossequio alla norma costituzionale (artt. 44, 129 Cost.), è quello di promuovere la «valorizzazione delle zone montane favorendo la partecipazione delle popolazioni alla predisposizione e all'attuazione dei programmi di sviluppo e dei piani territoriali dei rispettivi comprensori montani ai fini di

una politica generale di riequilibrio economico e sociale nel quadro delle indicazioni del programma economico nazionale e dei programmi regionali» (art. 1).

     Su questa linea di progressivo sviluppo e affinamento, la legislazione sulla collina e sulla montagna approda alla importante L. 984/1977, recante il significativo titolo: "Coordinamento degli interventi pubblici nei settori della zootecnica, della produzione

ortofrutticola, della forestazione, dell'irrigazione delle grandi colture mediterranee, della viticoltura e della utilizzazione e valorizzazione dei terreni collinari e montani".  Legge che è altrimenti e meglio nota come "Quadrifoglio". In ottemperanza all'art. 3 della legge, viene deliberato dal Comitato Interministeriale per la politica agricola e alimentare il Piano Agricolo Nazionale, nel cui contesto sono inseriti i territori collinari e montani. Il PAN perviene, altresi, alla individuazione e descrizione dei fattori di depressione, disegnando in proposito una mappa delle causali storiche, economiche e sociali estremamente articolata (Nola, 1986). 

     Vediamola:

 


Tab.  I. 17.

 

A) Cause naturali non modificabili

Declività, rocciosità, assenza di risorse idriche potenziali

B) Cause naturali modificabili

Pietrosità, dissesti, siccità con risorse potenziali

C) Carenza strutture tecniche di primo grado

Deficit nell'istruzione professionale e nell'informazione, arretratezza delle tecniche colturali e di allevamento, errori nella scelta delle razze

D) Carenza tecnica delle infrastrutture

Deficit di comunicazione, ina-deguatezza dei mezzi di trasporto, dei servizi sociali, degli impianti di trasformazione, conservazione e commercializzazione

E) Cause giuridico-econo-miche

Frazionamento fondiario, presenza di vincoli, ecc., usi civici ed università agrarie

F) Cause/effetto economiche

Basso reddito per unità di lavoro impiegata nel settore agricolo

G) Cause/effetto sociali

Scarsa densità demografica, invecchiamento, rifiuto della professionalità o di alcune sue caratterizzazioni

H) Cause extra-agricole

Zone a diffuso part-time

 

 Dalla mappa discende la messa a punto degli elementi generali di una coordinata e articolata serie di interventi:

     1) Riequilibilo sociale del territorio: opere viarie,

elettrodotti e linee telefoniche, acquedotti, centri di servizio, edilizia rurale;

     2) Riorganizzazione agricola: utilizzo delle terre abbandonate, razionale conduzione delle terre malcoltivate; accorpamento fondiario e agrario, stimolazione della presenza giovanile nelle aree rurali, sviluppo della cooperazione e dell'associazionismo, creazione di strutture e infrastrutture di servizio complementari alla produzione agricola;

     3) Suppono extra-agricolo: agriturismo, attività ricreative e tempo libero, artigianato, recupero abitativo delle case rurali, creazione di strutture di presentazione al pubblico e di vendita dei prodotti.

     L'insieme degli interventi esemplificati ai punti 1) e 2) costituisce lo specifico coordinato di un complessivo settore di intervento:

     4) la rianimazione rurale.

     La rianimazione rurale riceve dal "Quadrifoglio" le sue più perspicue definizioni e messe in piano, a cui tutti i successivi interventi legislativi e politico-istituzionali non potranno fare a meno di uniformarsi.

     Interpretiamo, ora, in termini di coordinazione/ articolazione tutto l'elaborato legislativo in materia montano/collinare e colleghiamolo all'elaborato articolato dalle politiche di intervento straordinario della Cassa (dalla strategia delle grandi infrastrutturazione a quella dei "poli di sviluppo"). Di fatto, in questo modo, ricostruiamo la trama degli antefatti storici, sociali, legislativi e politici del "Progetto speciale n. 33 per il Mezzogiorno Interno", elaborato dalla Cassa nel 1978.

     Uno dei risultati non voluti e non previsti dell'intervento straordinario, in tutti gli anni '60 e '70, è la riproduzione di scala di una forbice progressivamente allargata tra le zone costiere e aree interne. Nel cuore stesso della "questione meridionale" esplode, così, la "questione delle aree interne". Ai fattori pregressi di squilibrio e depressione si aggiungono quelli nuovi: quelli direttamente/indirettamente cagionati dall'intervento straordinario. Il divario Nord/Sud non solo non accenna ad attenuarsi, ma nella geografia sociale e produttiva del Mezzogiorno stesso si impiantano forti e deleteri differenziali interni.  Ciò è vero tanto a livello regionale, all'interno del perimetro interprovinciale delle zone depresse campane, quanto a livello interregionale per l'intero Mezzogiorno (Morone, 1984, 1989).

     Su questo retroterra storico-istituzionale e socio-economico attecchisce il "Progetto Speciale n. 33" della Cassa, animato da una filosofia che punta alla integrazione delle aree forti e deboli del Mezzogiorno.  Filosofia che parte da un assunto che non configura più le aree interne quali "zone residuali" dello sviluppo; bensì come territorio da investire, nel suo complesso, con logiche e processi di sviluppo produttivo ed espansione economica.  Su questo assunto base, uno dei conseguenti corollari affianca alle politiche di decongestionamento delle aree metropolitane il recupero e la rianimazione delle aree interne.

     Stando cosi le cose, pertinentemente il "Progetto Speciale n. 33" può essere definito: «progetto speciale di seconda generazione. Esso infatti, a differenza dei progetti speciali settoriali che lo hanno preceduto: Irrigazione, Carne, Agrumicoltura, Commercializzazione e Forestazione, non è finalizzato ad una tipologia di opere (come l'irrigazione) o ad un prodotto (come la carne e l'agrume), ma è al tempo stesso un progetto territoriale e di sviluppo, finalizato alla crescita intersettoriale delle varie attività produttive» (Nola, 1986, 35-36).

     Dalla filigrana del "Progetto speciale n. 33" la questione delle aree interne emerge come problema su scala geografica allargata, reclamante linee di sviluppo unitarie e incardinate specificamente sulla causalità dei fenomeni di depressione locali.  Il Mezzogiorno appare qui composto da tanti sistemi interattivi e intercomunicanti.

     Su questa piattaforma analitica, nel decennio successivo il sottosistema segnatamente conformato dalle zone interne, in quanto espressione organica dei fenomeni di marginalità e depressione economica della società italiana, viene inquadrato funzionalmente nel più generale contesto delle aree depresse del Centro-sud dell'Italia (Gobbo, 1987). In questo modo, per la delimitazione delle aree interne, al criterio interregionale si affianca quello infrasistemico fra due grandi aree geografiche sisten£che: il Centro e il Mezzogiorno d'Italia.  Entro questa prospettiva, come "asse di sviluppo" delle aree interne è individuata la "Dorsale Appenninica" (Santagata, 1987; Testa, 1987). 

     E veniamo, ora, al merito del "Progetto Speciale n. 33.

     La forma tipica (e/o il modello idealtipico) cui il "Progetto Speciale n. 33" ricorre è il "programma integrato" per singole "aree omogenee".  Il senso del programma integrato si articola in due direttrici di movimento: a) promozione dello sviluppo; b) riordino degli interventi sul territorio.  Le attività che prendono corso durante tale movimento possono cosi riassumersi:

     - indagine sul territorio e classificazione delle sue proprietà e dei suoi deficit;

     - proposizione delle attività produttive consonanti;

     - promozione di uno sviluppo integrato;

     - creazione della strutturazione tecnica di primo grado e delle infrastrutturazioni tecniche necessarie.

     Obiettivi dichiarati di questa complessa operazione sono:

     - penetrazione industriale;

     - rianimazione dell'agricoltura;

     - diffusione di una rete di servizi civili;

     - stimolazione del turismo.

     L'insieme di questi obiettivi costituisce la trama di

coord¡nazione e concretazione dei programmi integrati, Allo stesso tempo, le dimensioni settoriali e intersettoriali degli obiettivi rappresentano le determinanti intercompenetrate di un modello di sviluppo integrato sul piano socioeconomico.

     Tre direttive del CIPE (del 3 maggio 1977, del 21 febbraio 1978 e del 21 luglio 1978) provvedono ad indicare le:

     1) Direttrici di sviluppo:

     1a) P.S. n. 12 per la realizzazione della strada mediana trans-collinare aprutina nelle Marche, Abruzzo e Molise;

     1b) P.S. n. 21 per la realizzazione del sistema viario interregionale e lo sviluppo della Campania interna;

     c) P.S. n. 28 per la realizzazione della direttrice interregionale dorsale appenninica Chieti-Benevento;

     2) Regioni coinvolte nell'intervento:

- Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Calabria, Lazio, Marche, Puglia, Sicilia, Sardegna (Nola, 1986, 36).

     La scala di sviluppo del sistema posto in essere dal "Progetto Speciale n. 33" è veramente impressionante: «Allo stato attuale il P.S. n. 33 copre complessivamente un'area di circa 5 milioni di ettari con una popolazione di circa 4 milioni.  I comuni interessati, alcuni dei quali solo per una parte del territorio, sono 1.087, di cui 908 classificati montani» (Nola, 1986, 36).

     Le linee operative e la coordinazione strategica degli interventi trovano una più puntuale messa a fuoco e verifica nel documento quadro della Casmez del 21 giugno 1979.  La scala degli obiettivi integrati viene disaggregata in 5 sottosistemi:

     1) Agricoltura.  Nel territorio interregionale toccato dal P.S. n. 33 viene prevista la realizzazione di:

     - opere pubbliche;

     - interventi promozionali e di assistenza;

     - opere di valorizzazione aziendale e interaziendale;

     - impianti per la trasformazione e conunercializzazione dei prodotti;

     - interventi di accorpamento aziendale.

     2) Aziende artigiane e piccola industria.  Intervento mirato al conseguimento dei seguenti obiettivi:

     - stimolo delle attività suscettive di espansione, attraverso incentivi (agevolazioni contributive e cre-ditizie, leasing);

     - assistenza gestionale e tecnico-commerciale a carattere pubblico.

     3) Turismo.  Spettro dell'azione e relative finalità:

     - realizzazione di opere per la valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico;

     - programmi organici e unitari.

     4) Servizi civili.  Settore assai povero da rilanciare, secondo queste linee programmatiche:

     -  migliorainento della situazione socio-economica locale;

     - riadeguamento ed efficienza dei servizi;

     - azione parallela incentivazione produttiva/ri-qualificazione civico-ambientale.

     5) Assistenza alle imprese.  Le linee dell'azione promozionale debbono caratterizzarsi per la capacità di:

     - ricoprire tutta la gamma della produzione e della riorganizzazone delle imprese;

     - organizzare l'offerta dei prodotti;

     - fornire i servizi per i fattori della produzione.

     Niente meglio delle considerazioni politiche conclusive del documento quadro della Casmez è in grado di provare la strettissima implicanza tra Comunità Montane e "P.S. n. 33":  «Il compito di guida e di coordinamento operativo locale è demandato alle Comunità Montane che hanno, come è noto, la duplice finalità di portare le proprie popolazioni alla piena autonomia decisionale ed operativa e di dare immediato avvio ad azioni produttive capaci di autonoma crescita e ad interventi che perrnettano l'incremento del livello occupazionale» (cit. da Nola, 1986, 37).

     Per un primo bilancio dell'intervento connesso al "P.S. n. 33", esteso a tutto il 1981, possono valere le proiezioni percentuali degli impegni (Nola, 1986, 37-38):

 

Tab.  I. 18.

 

A) 1979

51%        bonifiche e sistemazioni montane, contributi a iniziative di tipo collettivo

30%        opere di viabilità e di acquedotti a prevalente carattere agricolo

19%        restauri conservativi, ospedali ed opere varie di urbanizzazione

B) 1980

48%        opere di infrastrutturazone agricola (viabilità, acquedotti, elettrificazione)

10%        contributi a iniziative a carattere collettivo, trasformazioni fondiarie,  impianti per la  lavorazione dei  prodotti agricoli

16%        restauri di antiche preesistenze storiche, artistiche e archeologiche, infrastrutture turistiche

26%        interventi di attrezzatura di aree destinate ad insediamenti artigiani,  realizzazione  di strade di collegamento


C) 1981

a) Importi approvati

93%       opere pubbliche

7%        opere private

b) Numero progetti approvati

85%       opere pubbliche

15%       opere private

 

     Già sulla scorta di queste esemplificazioni numeriche, lecite e largamente condividibili sembrano le valutazioni della Nola: «non sembra ancora avvenuto quel "salto di qualità" che era negli intendimenti del "P.S. n. 33" in quanto si ha piuttosto l'impressione che vengano seguite le tradizionali linee di intervento Casmez, privilegiando cioè la realizzazione di grosse opere pubbliche, tra le quali le infrastrutture viarie hanno la parte predominante ... non sono stati fatti ancora sforzi rilevanti per cercare di avviare un sistema produttivo, su base locale, mediante l'incentivazione di iniziative private capaci di autonoma crescita» (Nola, 1986, 38).

     Per concludere il nostro excursus, non ci rimane che segnalare che la L. 1102/1971 istitutiva delle Comunità Montane viene fatta segnatamente oggetto di alcune integrazioni dalla L. 93/1981. Nella sostanza, infine, lo scenario tratteggiato non muta a fronte del varo della L. 64/86.  La filosofia dei "progetti speciali" e dei "programmi integrati" dell'attore pub-blico continua ad ispirare l'approccio alla problematica delle aree interne del Mezzogiorno.  Ne è riprova, assolutamente non secondaria, tutta la legislazione intervenuta dopo e sul terremoto del 23 novembre 1980 (Associazione culturale Relazioni, 1990).

 

Cap. 1

Cap. 2

Cap. 3

Cap. 4

Cap. 5

Bibliografia

Torna a

MATERIALI