Contesti 5/2007  [ Un futuro per l'Irpinia ]
UN FUTURO PER L'IRPINIA
LINEE DI PROPOSTA

1. Il segno dell’attraversamento

Partiamo da una citazione di Borges: “..... tra il tradizionale e il nuovo, o tra ordine e avventura, non esiste una reale opposizione, e quello che chiamiamo tradizione oggi è una tessitura di secoli di avventura” (1). Riteniamo che qualunque viaggio nello spazio naturale e umano sia un’avventura e che esso proponga un accostamento al territorio e alle sue risorse niente affatto neutrale. Qualsiasi proposta di viaggio altro non è che una particolare esperienza che di quello spazio naturale e umano si è fatta e che si intende memorizzare, rendendola disponibile.

Ormai, l’idea-forza che il paesaggio sia il risultato complesso di linee di azione di origine differente, in cui si intrecciano funzioni naturali, storiche e culturali, è un dato acquisito. Questo pare, particolarmente, il caso dell’Irpinia, in cui storia del paesaggio e storia socio-umana sono profondamente innervate, a partire dall’esperienza millenaria della transumanza.

L’Irpinia, sin dall’antichità, è terra di attraversamento e, dunque, può designarsi come paesaggio da attraversare. Il segno dell’attraversamento è anche un segnale forte del mutamento, dell’osmosi e della mescolanza di codici culturali e di appartenenza non riconducibili ad unità. La terra di passaggio è, per antonomasia, il paesaggio del cambiamento; ciò che si lascia attraversare, a sua volta, attraversa e plasma gli attraversanti. L’esperienza che si fa del paesaggio — di qualunque paesaggio — è una classica esperienza di formazione, educazione e trasformazione; tanto più se si percorre il paesaggio dell’attra-versamento.

Da questo lato, l’estrema varietà paesaggistica dell’Irpinia non fa per noi problema; anzi, è ulteriore indicatore di ricchezza. Non abbiamo codici culturali unidirezionali e nemmeno una identità ancestrale da riscoprire o difendere. Esattamente al contrario, va messo in luce il magma delle differenze che sta alla radice dei processi di formazione delle identità, in Irpinia come altrove. È nostro profondo convincimento che l’Irpinia sia un poliedro, da tutti i punti di osservazione da cui la si voglia considerare e intorno tutti i punti di passaggio lungo i quali la si voglia percorrere.

2. Il viaggio come avventura verso il futuro

I poliedro Irpinia è un agglomerato differenziato di forme, tradizioni, culture e strategie insediative che si sono incastrate e intrecciate le une nelle altre nel corso del tempo, dando luogo ad un contesto spazio/temporale assolutamente originale.

Le retoriche della “verde Irpinia” ne escono minimizzate: non perché in Irpinia il verde non abbondi (anzi), quanto per il motivo assai pregnante che l’Irpinia è qualche cosa di più e di diverso dall’isola verde con cui è stata canonizzata ed imbalsamata.

Tanto il paesaggio naturale che l’habitat umano sorprendono per la loro varietà e per la loro capacità di integrare le differenze che li compongono, senza dar corpo e credito ad una presunta metaidentità che affonderebbe le sue radici nella notte dei tempi dell’origine.

Piuttosto, ciò che sul terreno dell’identità emerge è la multidimensione delle sedimentazioni culturali, architettoniche e storiche che l’Irpinia è riuscita a ricomporre nel suo corpo, facendo di sé un’area aperta e viva che la storia sovente è riuscita, sì, a porre ai margini e disidentificare, ma mai è stata capace di cancellare del tutto.

Sono, invece, le retoriche ambientaliste della “verde Irpinia” e quelle culturaliste della “fierezza indomita” (ruotante intorno alla figura mitopoietica dell’Hirpus) che hanno avuto il pernicioso effetto di restituirci dell’Irpinia un’immagine passatista e/o euforicamente paesaggistica, con un effetto di disintegrazione integrale delle complesse stratificazioni della sua memoria.

La chiusura ai flussi spazio/temporali e la cronica mancanza di forza inventiva,in una prospettiva futurante, sembrano essere i maggiori contrassegni negativi di queste retoriche (2). Non appare, quindi, sorprendente che le storie che, come “oggetto culturale”, l’Irpinia ci racconta siano assai più dense di significato e senso di quelle che attribuisce loro l’ideologia localistica, sia nella versione ambientalista che in quella culturalista.

3. La dimensione ecosistemica: oltre la conservazione

Non siamo molto lontano dal vero, se definiamo quella irpina una morfologia territoriale caratterizzata dagli spazi aperti. Del resto, una terra di attraversamento non può che delinearsi come conglomerato di spazi aperti. La gestione del territorio e del suo patrimonio antropico e naturale fa emergere i suoi maggiori deficit proprio intorno a questi nodi.

Alle istituzioni e agli attori locali è da imputare l’assenza della dimensione progettuale ecosistemica, con i conseguenti deficit nei seguenti campi strategici:

  1. integrazione attiva e critica della cultura e della memoria all’interno delle politiche di pianificazione territoriale;
  2. riorganizzazione delle reti ecologiche dei vari sottosistemi locali;
  3. trattamento e chiusura tendenziale dei cicli delle acque che abbondano sul territorio;
  4. circuiti dell’alimentazione, dei rifiuti e dell’energia, non adeguatamente relazionati e altamente disfunzionali;
  5. trattamento degli spazi agro-forestali, con particolare riguardo ai connessi servizi pubblici (salvaguardia idrogeologica, valorizzazione ambientale, qualità paesaggistica, ricezione rurale ecc.), onde migliorare la “qualità ambientale” ed elevare la qualità della ricettività.

Progettualità ecosistemica significa anche collaudo di nuovi modelli di sviluppo: le aree protette presenti nel territorio irpino vanno intese e organizzate come laboratori sperimentali; non già come luoghi di mera conservazione.

4. Una visione di trasformazione

Sul versante squisitamente storico-culturale, il disegno strategico schizzato si traduce nella produzione di una visione di trasformazione degli spazi e dei tempi condivisi, non per mera ereditarietà inerziale, ma attraverso esperienze di cambiamento che sappiano produrre distanziamenti dalle identità di origine, senza per questo dissolverle o azzerarle. L’esperienza del futuro, d’altronde, è messa al mondo di invenzioni create proprio dai distanziamenti.

Processi di tal fatta, tra l’altro, hanno anche valenze e ricadute di tipo economico: rendono ricco di fascino il paesaggio e l’ambiente; dinamiche e attraenti le culture locali; amichevoli i circuiti comunicativi ed espressivi.

Tutti i processi a monte e a valle della produzione e riproduzione del turismo locale (di tipo culturale, paesaggistico, religioso ecc.) verrebbero potenziati ed entrerebbero nel circolo virtuoso di quel pensare/agire ecosistemico, di cui prima si argomentava. A tacere di tutte le sinergie economiche che una gestione del territorio a forte dimensione ecosistemica innescherebbe.

5. La reinvenzione delle identità locali

Partire dalla dinamica delle culture locali e dai potenziali storico-ambientali del poliedro Irpinia ha il senso non solo di proporre e incoraggiare la fruizione critica, positiva e aperta dei processi di costruzione e variazione delle identità. Del pari, intende contribuire alla ridefinizione delle architetture dei sistemi informativo-comunicativi territoriali, per renderli strumenti di progettazione, costruzione e gestione degli spazi aperti: dal locale al globale e dal globale al locale.

Nella comunicazione globale, i processi culturali sono certamente da annoverare tra gli elementi essenziali dell’architettura dei nodi di informazione e delle reti di comunicazione. Ciò è vero, soprattutto, allorché essi assumono forme e contenuti poliedrici, come nel caso dell’Irpinia.

Il poliedro Irpinia reca in sé l’impronta della globalità, di cui è, altresì, una particella interattiva, quanto significante o insignificante sta anche ai suoi attori deciderlo. Attardarsi nella riproposizione degli stilemi culturali del localismo passatista, una volta di più, appare un’operazione incongruente e dispersiva.

La globalizzazione, ben lungi dal soffocarla, ha ampliato l’esigenza di ritagliare nuovi spazi e tempi per le identità, entro cui nuove comunità relazionali possano liberamente costituirsi e riconoscersi(3). Il processo è sintomatico della crisi:

  1. del globalismo: che, per il carattere universalistico che lo contamina, appare incapace di dare conto degli intrecci di culture che sono andati componendo e rideterminando il presente;
  2. (del multiculturalismo: che, per il fatto innegabile che si limita a giustapporre orizzonti culturali diversi, non riesce a metabolizzare l’ormai sopravenuta osmosi tra culture;
  3. del localismo: che, per il suo rimanere arroccato ad un mitico “spazio delle origini”, appare tagliato fuori dalla globalizzazione dei fenomeni culturali, con cui i processi di formazione e variazione delle identità debbono immancabilmente misurarsi.

Per ricondurci ai nuclei vitali della nostra indagine, va osservato che ciò che qui accomuna globalismo, multiculturalismo e localismo è la paura del rischio. Ancora meglio: essi mancano di scommettere sul tempo e nello spazio, per una congenita incapacità di inventare il futuro. Tutti e tre gli approcci preferiscono rinserrarsi nelle certezze dei loro moduli e dei loro orizzonti ristretti, indisponibili a rimettersi in discussione e ad aprirsi effettivamente alla realtà e ad i suoi processi multiformi. Il presente che tende al passato diventa la loro gabbia; e per ognuno lo è in maniera diversa.

6. Oltre l’economia politica dei beni culturali

Il passaggio pro sviluppo locale che preconizziamo non intende avere un profilo industrialista ed economicista (4). Indubbiamente, si pone la questione della “valorizzazione economica” del patrimonio culturale che, però, non può essere abbassato a mera fonte di creazione di valore aggiunto (5). Per noi, quello culturale non è semplicemente un “mercato”. All’inverso e forse estremizzando, riteniamo che la cultura sia, nel bene e nel male, uno dei  regolatori del mercato.

Intanto, occorre premettere (e ribadire) che la cultura è calata di per sé nel processo di formazione del valore, quanto più immateriali ed evanescenti sono i suoi contenuti. Essa è inseparabile dalla tecnica ed è proprio il raggruppamento tecnica-cultura a rappresentare una delle cause motrici del “progresso”, fin dall’epoca preistorica.

Da questo semplice dato è estrapolabile un rilievo, persino banale nella sua immediatezza, così enunciabile: quanto più onnivora e spoliatrice è la cultura di riferimento, tanto più onnivoro e discriminante è il mercato. La qualità della produzione, non solo del mercato, sta in una relazione di proporzionalità diretta (anche) con la qualità culturale che ne plasma e regola i flussi.

Non a caso, abbiamo parlato di qualità. Crediamo anche noi che la prosperità di un sistema produttivo e dei relativi modelli di mercato non sia misurata dalle quantità econometriche (le curve del Pil, per intenderci), ma dalla sua ecosostenibilità e dalle sfere di responsabilità sociale che garantisce ed allarga. Nel binomio produzione/mercato va fatto irrompere il binomio cultura/etica. L’esigenza diventa ancora più dirompente, argomentando di sistemi locali.

Per schematizzare sino al limite della banalizzazione del problema, occorre attrezzarsi non tanto sul terreno delle “logiche distrettuali” (6) (industriali o culturali che siano), quanto su quello dell’affermazione di sistemi nodulari di comunicazione adatti a combinare, ad un alto livello operazionale e relazionale, funzioni e competenze tecnico-culturali.

Il sistema locale (e i suoi sottosistemi), non solo nel Mezzogiorno d’Italia, non si qualifica più come polo di sviluppo (autocentrato o indotto, qui poco importa), bensì come nodo complesso di comunicazione globale/locale. Esso, per raggiungere valori di eccellenza, deve ambire ad amalgamare e ricombinare funzioni tipicamente tecno-strutturali (per intenderci, quelle classiche della “tecnopolis”) con inedite funzioni cultur-strutturali, capaci di ritradurre socialmente i processi di comunicazione culturale. Il raggruppamento tecnica-cultura si gioca qui al più alto livello di complessità esigibile, secondo una razionalità di rete e sistemi di connessione a nodo.

I sistemi locali non trovano più nella condizione di emarginazione economica un gap strutturale insormontabile. Anzi, del margine possono ora coltivare le virtù: riconiugare globalmente il locale e localmente il globale; a condizione che rispondano ad una razionalità ecosistemica e siano orientati al futuro.

Il polo industriale tipico e le città dell’arte e della cultura in senso classico non costituiscono più un referente utile, a misura in cui una dinamica escludente scinde nel primo le funzioni della razionalità economica da quelle della razionalità culturale e nelle seconde finalizza la razionalità culturale alla razionalità economica. Restando su questo crinale di elaborazione e sperimentazione va, inoltre, osservato che nell’ipotesi dei “distretti culturali” le dinamiche industriali e distrettuali (post-industriali) finiscono con l’essere l’orizzonte di riferimento delle dinamiche culturali. Con la conseguenza di trasformare i beni culturali in un bene di natura produttiva, funzionale alla produzione di plusvalenze economiche (7). L’approccio non va al di là della iterazione degli stereotipi della filiera (produttiva), proponendo specializzazioni a forte valenza monoculturale. Territorio industriale e territorio culturale, in questo approccio, sono governati da una razionalità produttiva dello stesso genere, comportando evidenti distorsioni e disfunzioni a carico dell’ecosistema globale

7. Un nuovo referente: i sistemi nodulari

Come abbiamo già visto, il limite esiziale del localismo irpino è direttamente proporzionale al suo rifiuto di assumere nel proprio codice culturale una dimensione progettuale e una prospettiva di esperienza aperte al futuro.

Nel tempo e nello spazio della comunicazione globale, questa resistenza risulta particolarmente penalizzante, in quanto fa affrontare le trasformazioni che corrono sotto il nostro sguardo con l’occhio costantemente rivolto al passato.

Eppure, la poliedrica complessità delle culture e delle storie che hanno concorso a determinare l’identità irpina si presterebbe, come in pochi altri casi, ai processi del fare rete in spazi aperti che costituiscono la punta avanzata della comunicazione globale.

Come abbiamo ricordato in apertura, una delle componenti costitutive dell’identità locale irpina risiede nel suo essere terra di attraversamento. Dopo la rivoluzione digitale, per ovvi motivi, l’Irpinia non può più vantare questa prerogativa; del resto, già perduta, a fronte dell’incubazione dei processi formativi della modernità.

Ma, ora, nello spazio della comunicazione globale, la centralità dell’attraversamento non si dà su di un piano esclusivamente geofisico: adesso, le comunità sono prima di tutto relazionali, anziché territoriali.

I processi di attraversamento e trasformazione si giocano, eminentemente, sul terreno della capacità di essere e porsi come un nodo delle reti di trasmissione di sapere, comunicazione e cultura.

Nello spazio globale, i processi comunicativi passano attraverso reti di nodi. Ogni sistema locale, volente o nolente, è implicato in queste reti, di cui deve aspirare ad essere un nodo attivo, con un insieme di iniziative/strategie ad hoc. Consentire agli attori e alle risorse che lo “abitano” l’accesso ai sistemi nodulari della comunicazione è il primo compito “istituzionale” a cui un sistema locale è chiamato, nel rielaborare, variare e ricollocare i suoi propri potenziali storici e culturali.

Diventare nodo attivo della rete globale, per il sistema locale, significa essere punto di convergenza e di ramificazione dei processi di costruzione delle conoscenze e fluidificazione delle culture. La produzione e riproduzione, in senso stretto, ora passano e ripartono da qui. Il concetto e la prassi di nodo costituiscono la negazione delle impostazioni industrialiste ed economiciste.

Nei sistemi nodulari della comunicazione globale non si danno specializzazioni che producono aree territoriali distinte nel tempo e nello spazio; piuttosto, reti di saperi, culture e competenze che si ricombinano in continuazione, determinando e rideterminando punto a punto la mappa globale/locale.

Ciò rende possibile, in qualunque punto-area della mappa globale/locale, l’attivazione dei potenziali locali in una prospettiva che guardi oltre l’orizzonte della conservazione, nella pratica quotidiana della trasformazione.

Nel caso dell’Irpinia, ciò vuole dire fare affidamento sul suo patrimonio naturale e storico-culturale, fuori dalle logiche della conservazione identitaria e degli approcci economicisti e industrialisti, tentando di far fruttare le sue prerogative di spazialità e memoria aperte al cambiamento, troppo spesso obliate e mai messe veramente in gioco.

8. Il locale strategico

Il poliedro Irpinia può costituire un felice caso di superamento dei paradigmi prevalenti che assumono il territorio come pura sede di attività di tipo economico. La notazione critica implica un punto di vista secondo il quale il valore aggiunto non va ricondotto alle economie produttive territoriali, ma direttamente alle qualità di nodo attivo della rete globale/locale che il territorio riesce ad estrinsecare (8). In altre parole, per noi, è il territorio nella sua integrità (comprensiva di natura ed habitat e di tutti i loro nodi e relazioni) che va messo in valore; non già le sue specializzazioni economiche (le cd. “filiere”). È in questa messa in valore che il territorio rivela la sua capacità di produrre risorse supplementari, non presenti allo stato inerziale. Da questo flusso connettivo promanano quei contenuti additivi che possono fare del territorio un valore aggiunto.

Se sono le qualità del territorio, nella loro globalità, a dover essere valorizzate, l’Irpinia può essere un fecondo laboratorio sperimentale, proprio in virtù dei caratteri peculiari che abbiamo tentato di tracciare. Nello spazio aperto irpino, assumendo un orizzonte di riferimento ecosistemico, è possibile, già in linea di partenza, costruire nodi territoriali policentrici, la cui qualità essenziale è data dalla trasmissione dei saperi e delle culture globali in campo locale; così lavorando ad una modificazione dal basso dei processi della comunicazione globale.

Un sistema locale, a misura in cui riesce a promuoversi come nodo attivo all’interno di un sistema di rete distribuito territorialmente, implementa strategie di cooperazione e condivisione tra gli attori locali e tra questi ed i processi globali. Il territorio locale viene, in questo modo, inserito nel campo globale, fruendo delle opportunità di riallocazione semantica ed empirica che gli sono offerte proprio da quest’ultimo.

Le strategie di rete si qualificano per essere, giustappunto, calibrate sullo spazio aperto della cooperazione e della condivisione. Del territorio assumono, perciò, positivamente tutte le determinazioni ambientali, antropiche, culturali, sociali, storiche, economiche, urbane ecc. Inoltre, ma non secondariamente, sono indipendenti dallo spazio geofisico, in quanto connettono nodi tra loro spazialmente distanti. Ad esse è, pertanto, affidata la “missione” di sottrarre il sistema locale al dominio del globale che ha come necessarie forme di espressione o l’eterodirezione dall’alto oppure l’emarginazione assoluta. La sottrazione alle spirali della dipendenza e/o della marginalità, però, si dà a condizione che il sistema locale, autorigeneratosi come sistema nodulare, sappia produrre un’identità locale di grado superiore. Sta in questa concatenazione reticolare di connessioni, azioni e retroazioni la possibilità concreta della reinvenzione delle identità locali, di cui prima si è argomentato.

Dalle strategie di rete dipende, in larga parte, la costruzione e valorizzazione di un locale strategico, non sussunto al globale e nemmeno posto in relazione antagonistica con esso. Intendiamo il locale strategico non nei puri termini della “glocalizzazione”, poiché reputiamo che esso sia più della mera interazione di globale e locale all’interno delle medesime unità di misura (siano esse globali che locali).

Il locale strategico è da noi inteso come creazione di un campo di relazioni globale/locale di nuova generazione nella geografia del territorio disegnata dai sistemi nodulari, per il tramite della reinvenzione delle identità locali.

La rete dei flussi e delle relazioni globale/locale propria dei sistemi nodulari favorisce i processi di autopropulsione, entro una scala transterritoriale che il poliedro Irpinia potrebbe ulteriormente valorizzare e da cui essere reciprocamente extravalorizzato. In questa dialettica si giocano le opportunità di formazione ed espansione del locale strategico.

La posta in gioco non è più il controllo del territorio regionale/locale. Ormai, gli istituti e i soggetti locali hanno irrimediabilmente perduto il controllo del “loro” territorio, immesso in una rete di connessioni e sinergie dislocate e sventagliate a livello planetario. La partita si gioca, ora, sul terreno della competizione globale, nel cui circuito relazionale occorre accedere in maniera attiva. Diventa, questo, ora il contesto in cui è dato valorizzare e innovare il patrimonio storico, culturale, sociale e territoriale delle specificità locali.

Ciò, per i sistemi locali, significa preliminarmente ricostituire l’immagine di sé:

  1. verso l’interno: per orientare le istituzioni, gli attori sociali e la cittadinanza al miglioramento della vivibilità e sostenibilità dell’habitat e dell’ambiente naturale;
  2. verso l’esterno: per attrarre investitori e visitatori.

Essere un nodo dinamico, efficiente e sostenibile della comunicazione globale: ecco l’imperativo categorico che, in ottica ecosistemica, grava sui meccanismi di governo del territorio nell’autopropulsione verso il locale strategico. I sistemi nodulari delle reti “legano” soggetti e strategie, in una dimensione che trascende l’orizzonte localistico, senza sublimarsi nel globalismo. In questa prospettiva, ogni sistema locale è nodo di interconnessioni sovralocali, a misura in cui valorizza, mette in gioco e trasforma il suo patrimonio specifico.

9. Il turismo culturale sostenibile

Come dice Castells, viviamo in una “nuova geografia fatta di network e nodi urbani” (9). In un contesto così fatto, particolare rilevanza acquisiscono gli itinerari del turismo culturale sostenibile, a condizione che si propongano come riesplorazione e riappropriazione della memoria storica e del paesaggio.

Il turismo culturale riacquisisce un senso ed un significato originali, a misura in cui reinventa la memoria storica ed il paesaggio, non limitandosi alla fruizione passiva delle identità locali ideate e tramandate dalla tradizione, attraverso sedimentazioni successive. Della tradizione deve portare avanti l’avventura, con l’allestimento di avventure nuove. Va, perciò, immesso nello snodo dei flussi globali/locali, entro il cui seno le identità vanno architettandosi, interagendo e mutando.

Esso deve proporsi come esperienza, a forte valenza relazionale ed emotivo-affettiva, dell’ecosistema di cui i luoghi e i tempi della visita e del viaggio sono tassello e, insieme, agente. Quanto più è parte costitutiva dell’ecosistema locale, tanto più è sostenibile.

Da questo punto di vista, gli itinerari turistici culturali sostenibili costituiscono uno dei passaggi cruciali attraverso cui il sistema locale costruisce una nuova esperienza di sé, proponendo all’esterno di sé una immagine dinamica e creativa, non più prigioniera della fissità degli stereotipi della tradizione.

In ragione di un approccio ecosistemico, prendiamo le mosse da una nozione di turismo che prende le distanze dalle varie tipologie del turismo di massa (altrimenti definibile come “turismo spettacolo”) che, sostanzialmente, configurano l’occupazione dello spazio nei residui del tempo libero, facendo emergere un progetto ludico povero in maniera impressionante.

La nostra proposta di turismo culturale sostenibile prevede che spazio e tempo non costituiscano un residuo e nemmeno siano grandezze occupabili. Piuttosto, rappresentano dimensioni vitali della costruzione dell’identità. Il progetto ludico ad essi correlato è esperienza ricca di cambiamento.

Note

(1) Cit. da Vilma Torselli, La modernità, tramite tra passato e futuro, “Antithesi. Giornale di critica dell’architettura”.

(2) Alcuni recenti fermenti culturali locali sembrano finalmente attivare una controtendenza, ponendo l’invenzione del futuro all’ordine del giorno dei progetti e degli impegni quotidiani. Un buon esempio in questa direzione, nel campo specifico della memoria storica, è fornito da F. Arminio, Viaggi in Irpinia.

(3) Per questo processo e le sue articolazioni, si rinvia a G. Marramao, Passaggio ad Occidente. Filosofie della globalizzazione, Torino, Bollati Boringhieri, 2003.

(4) Gli approcci industrialisti ed economicisti allo sviluppo (culturale) locale sono, a tutt’oggi, largamente prevalenti. Essi non fanno che riscrivere il teorema economico di Marshall e, dopo averlo applicato ai “distretti industriali”, lo adattano alla cultura. In tale ambito di discussione si sono progressivamente affermati la scienza della “economia dei beni culturali” e i paradigmi della “economia della cultura”, a cui è, più o meno direttamente, collegabile la recente nozione di “distretto culturale”. Tali formulazioni teoriche non mancano di attendibilità scientifica e rispondono, del pari, a stringenti necessità; il punto è che esse schiacciano sull’orizzonte della redditività di impresa il fenomeno cultura, altrimenti determinato e vocato. Per una prima critica di questi approcci, con particolare riferimento alla situazione italiana, si rinvia ad A. Chiocchi, Il concetto di cultura e i beni culturali. Un’indagine di partenza, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2002 (in part., il cap. 3).

Una prima analisi critica del concetto di “distretto culturale” sta in P. L. Sacco-Sabrina Pedrini, Il distretto culturale: un nuovo modello di sviluppo locale?, cap. 5 di Associazione fra le Casse di Risparmio Italiane, Ottavo Rapporto sulle Fondazioni Bancarie, Roma, 2004. Nella loro rassegna, Sacco-Pedrini concludono che il modello dei “distretti industriali” non possa essere pedissequamente esteso ai “distretti culturali”.

(5) Questa tendenza appare, ormai, trionfante. Essa è ratificata, sul piano normativo, dal nuovo “codice Urbani” e, sul piano empirico, dalle concertazioni negoziate pubblico/privato, aventi per oggetto la gestione e/o l’alienabilità dei beni culturali.

(6) In Italia, come è noto, il teorico insigne dei “distretti industriali” è G. Becattini, di cui cfr.: Mercato e forze locali. Il distretto industriale (a cura di), Bologna, Il Mulino, 1987; Modelli locali di sviluppo (a cura di), Bologna, Il Mulino, 1989; I sistemi locali nello sviluppo economico italiano, “Sviluppo locale”, 2-3, 1995-96; Totalità e cambiamento: il paradigma dei distretti industriali, “Sviluppo locale”, 4, 1997;  La fioritura della piccola impresa e il ritorno dei distretti industriali, “Economia e politica industriale”, 103, 1999; Distretti industriali e depressione socio-economica, “Economia e politica industriale”, 108, 2000. Di Becattini rileva anche il volume curato assieme a M. Bollandi, G. Dei Ottati e F. Sforzi, Il caleidoscopio dello sviluppo locale, Torino, Rosenberg & Sellier, 2001.

(7) La scoperta del settore culturale come settore produttivo di ricchezza e occupazione risale agli anni ’70 e si deve al “Greater London Council”.

(8) Aderiamo qui al paradigma del “valore aggiunto territoriale” (VAT), collocandoci a metà strada tra la versione formulata da G. Dematteis (“valore aggiunto del territorio”) e quella enunciata da A. Magnaghi (“valore aggiunto dal territorio”). In proposito, assai utile può risultare la lettura del testo di A. Magnaghi, Il progetto locale, Torino, Bollati Boringhieri, 2000.

(9) M. Castells, La città delle reti, Roma, e-Biscom-Reset, 2003, p. 45 e passim.

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