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LA LUCE FERITA DELLA POESIA

 

 

 

Le parole.

Con Ingeborg Bachmann, le vediamo fermarsi: ribellarsi alla schiuma dei duri giorni eguali.

 

La parola

non farà

che tirarsi dietro altre parole,

la frase altre frasi.

Così il mondo intende

definitivamente

imporsi,

esser già detto.

Non lo dite.

(A VOI, PAROLE: vv. 6-14)

Ma esse rispondono al richiamo della poesia, inseguendo tutti i suoi più irrefrenabili slanci e tutte le sue più segrete speranze.

Seguitemi, parole

che non diventi definitiva

- questa ingordigia di parole

e detti e contraddetti!

Lasciate adesso per un poco

ammutolire ogni sentimento:

che il muscolo cuore

si eserciti altrimenti.

Lasciate, vi dico, lasciate.

Non sussurrate nulla,

nulla, dico, all’orecchio supremo,

che per la morte nulla

ti venga in mente,

lascia stare, seguimi,

né mite, né amara,

non consolatrice

né significativamente

sconsolante,

ma nemmeno priva di significato —

E soprattutto niente immagini

tessute nella polvere, vuoto rotolare

di sillabe, parole morte.

Nemmeno una,

o parole!

(A VOI, PAROLE: vv. 15-38)

Si fanno risposta al comando che intima loro di rianimarsi, per dire ciò che nessuno ha mai osato e che pure, più di una volta, tutti ardentemente pensano e desiderano.

A voi, parole, orsù, seguitemi!

Anche se già ci siamo spinti avanti,

fin troppo avanti, ancora si va

più avanti, si va senza fine.

Non vi è schiarita.

(A VOI, PAROLE: vv. 1-5)

Il nessun-luogo e l’ogni-luogo vanno, così, disegnando un’unica, grande mappa: saldano e differenziano germogli e respiri di vita sorprendenti nei territori più maculati dell’essere.

Il sacrificio e l’amore per l’umano, la disperazione di fronte al destino e al tempo si riannodano e vivificano attorno alle parole che si fanno carne sanguinante, nel verso. Speranza e disperazione quasi si stritolano in un abbraccio, da cui la realtà schizza fuori irriconoscibile: terribile e spaventosa; eppure solcata da inattesi, ma sperati squarci di luce. È proprio questa luce ciò che sommamente percuote e ferisce.

Il cammino dei poeti e della poesia procede su ghiacciai, sotto i quali urla il sangue raggrumato della sofferenza e dell’odio. La poesia è la vittima del tempo e, insieme, la superstite del mondo. Nella condizione di sopravvissuta, testimonia solo la propria impotente preveggenza.

Intorno ad ogni cosa tutto a lungo tace; quando il silenzio è rotto, le parole e gli atti diventano campi minati. Cercare tra macerie: ecco il cammino della poesia. Camminare tra ferite: ecco la condanna che incombe in capo alla poesia.

In un mondo che smantella e devasta tutte le case, la poesia si fa casa: la casa che non c’è. E che per esserci, si condanna al cammino tra i flutti del dolore. A chi ancora non si arrende, la poesia si dona come casa e come cammino. Nel cammino verso la "casa che non c’è", l’abitare ritorna possibile.

La luce ferita della poesia è più di una stella polare: essa si inabissa nel male del mondo, per uscirne dal lato opposto, offrendosi come dono. La poesia si incammina unicamente per donarsi. Il dono testimonia del mondo crudele che c’è, del mondo che si nasconde e del mondo che potrebbe esserci.

Guardare il mondo dall’interno delle sue ferite è l’unica speranza rimasta agli umani, a partire da cui pensare e costruire un mondo nuovo e diverso. Ma questo non è già più il cammino della poesia. La poesia può "solo" e sempre essere la "casa che non c’è", mai la "casa che c’è"; luce ferita, mai splendore eterno. Realtà e poesia non possono confondersi o sciogliersi l’una nell’altra: nel bene e nel male.

A mezzo del verso parlano e risuonano le ferite del mondo e della vita. Ma nel dolore del tempo e dell’esistenza prendono forma le ferite della poesia. Le ferite del tempo e le ferite della poesia non parlano mai la stessa lingua e non dicono mai le stesse cose. Ma quando si incontrano, evocano un’atmosfera che ha in sé qualcosa di terribile e, insieme, prodigioso.

La luce ferita della poesia squarcia il velo dello schematismo che ancora debilita la "mentalità utopica". La poesia non è semplice relazione di contraddizione con la realtà; piuttosto, è fluido emotivo che abita le zone di cattività del reale, dentro cui porta compassione e ribellione. Il cammino poetico è compenetrazione benevola, ma irriducibile nei mali del mondo e della vita. È, insieme, sofferenza e slancio vitale; scavo e prospezione.

Il cammino della poesia è il cammino del dono che si va separando dal suo soggetto e che non riesce mai a riversarsi compiutamente in alcun oggetto. Il dono è la misura dell'eccesso: separandosi dal soggetto, eccede tutti gli oggetti. Il dono che la poesia elargisce consiste nello gettarci in prossimità del dolore e nelle braccia della più terribile delle sofferenze, partendo dai nuclei caldi della speranza e della nostalgia per un'altra vita. Nell'esporci a questa prossimità, la poesia ci lascia senza amore, ben dentro la tortura di una solitudine cosmica. Immersa nell'infinito, la nostra solitudine cosmica, però, diviene prossimità e immedesimazione con ogni particella dell'universo. Qui la nostra nudità non è segno di povertà, bensì promessa e dialogo: i nostri vuoti e i nostri limiti non sono altro che squarci di infinito. L'Infinito è il dono eccelso che la poesia ci rende, testimoniando della sua nobiltà e, insieme, della sua disincantata innocenza, della sua inappagabile sete d'amore e di giustizia. Coglie profondamente nel segno Leopardi: l'Infinito è il mare dove il naufragare del poeta è lieto, perché l'amore per la vita si ribella ancora — e strenuamente — contro il destino di dolore che incombe sugli umani.

Il cammino della poesia è naufragio nel mare dell'Infinito: camminare verso la "casa che non c'è" significa naufragare nell'Infinito. I poeti sono i naufraghi dell'Infinito. Dal naufragio, la luce ferita della poesia ci dice dell'Infinito: le ferite della poesia sono finestre aperte sull'Infinito. La sofferta prossimità/intimità con l'Infinito restituisce visibilità e libertà al mondo: lo sradica dalla rappresentazione scenica e lo getta nel magma in cui la verità è martoriante quanto l'errore.

È nell'Infinito che la poesia definisce la struttura del proprio Sé come essere-per-l'Altro. Il suo suicidio, per amore dell'umano, si corona nella cosmicità dell'Infinito a cui essa si offre. Offrendosi al contatto trasecolante dell'Infinito, la poesia si dona agli umani. Suicidandosi, per donarsi, essa reca loro in dono l'Infinito. Non chiede ricompense per sé; al contrario, come contropartita del suo donarsi, riceve solo ferite. Le ferite conferiscono alla sua luce una natura interrogante: essa non è mai paga di sé. Mai si può chiudere, in maniera tronfia, in se stessa; altrimenti morirebbe. In luogo del suicidio per amore dell'umano, assisteremmo all'uccisione della poesia, per opera del mondo malato di tutti i giorni, entro cui i sentimenti sono distrattamente posti in cattività.

Essere-per l'Altro vuole dire essere-per-il dono. Il verso riceve il suo battesimo di senso più alto nell'atto di donarsi gratuitamente e incondizionatamente all'Altro per eccellenza, all'Altro di tutti-gli-Altri, all'Altro che contiene e differenzia tutti gli Altri: l'Infinito.

Nel verso, l'essere-per-Sé si riannoda istantaneamente con l'essere-per-l'Altro. Nel suo protendere dall'umano verso l'Infinito, la poesia non nega il suo Sé. Anzi, è proprio dalla consapevolezza dell'impossibile coincidenza di umano e Infinito che deve far discendere una disinnamorata coscienza di sé. Il possesso di sé che la poesia attiva è sguardo gettato dentro i suoi limiti, scienza della sua indigenza, sofferenza per i limiti del mondo umano. Appartenere ai propri mondi vuole dire, per la poesia, appartenere indissolubilmente ai propri limiti, da cui muovere incessantemente verso l'Altro. Essere-per-Sé non significa, però, soltanto appartenere radicalmente ai propri limiti; ma anche essere in prossimità dell'Altro, sentirne il respiro, avvertirne il peso e lo spiraglio, ascoltarne le parole e i silenzi, mirarne il volto e non indietreggiare. L'essere-per-Sé e l'essere-per l'Altro si situano su linee di confine contigue, da cui ognuno deve fuoriuscire ed evadere, per sentire il contatto vibrante e trapassante dell'altro. Il contatto trapassante dell'Altro è la ferita estrema che squarcia il Sé, poiché esso deve qui simultaneamente confermarsi, modificarsi e riplasmarsi, senza arrecare offesa o violenza né a se stesso né ad altro. Nutrirsi di Sé, senza uccidere l'Altro e disidratare il Sé; alimentarsi dell'Altro, senza uccidere il Sé ed evacuare l'Altro: ecco il disperante gioco dell'identità e della libertà; e dell'identità e della libertà del verso, in particolare.

L'attrazione che la poesia avverte verso l'Infinito, immensità puntiforme e pulviscolare entro cui si trova esposta con le sue ferite, descrive le linee di evasione dall'esilio all'interno del quale i limiti e i mali del mondo l'hanno costretta. Per non essere parola esiliata, la poesia deve ripercorrere in tutte le direzioni il mondo e gli umani. In realtà, l'esilio della parola non è che l'altra faccia dell'esilio del mondo ad opera del mondo e dell'esilio degli umani ad opera degli umani. Ritrovare le parole significa passare per immense distese di gelo polare, traversando tutti i gironi infernali che la crudeltà, la fantasia e la pavidità degli esseri umani hanno disseminato e interiorizzato in ogni infinitesimo scorrere del tempo.

La poesia è condannata a stare sul bordo dell'orrore, non per liberarsene (e liberarcene); ma per guardarlo in faccia, strappargli le parole di bocca. Non si tratta (più) di far riparlare il verso; il verso deve ora far parlare l'orrore. Auschwitz e Hiroshima hanno assassinato la parola e la morte medesima, pianificando il nudo, crudo, anonimo e sterminato niente. La morte della morte, dopo Auschwitz e Hiroshima, rende larva spettrale e infinito deserto la stessa vita; rende inane persino la morte dei poeti che, assieme a Mandel'stam, Celan celebra come atto estremo di ribellione e di creazione. La poesia deve far parlare proprio la morte della morte e l'infinito deserto della vita, per restituire gli umani al destino dei loro orrori. L'orrore è l'esilio della parola e della vita degli umani. La parola viva è ora solo quella che restituisce all'orrore. Ma non è possibile dire l'orrore; occorre farlo parlare, disseppellendone i morti innocenti e mostrandone gli orizzonti feroci. Per poterlo fare, la poesia deve cominciare, interrogandosi sul proprio esilio e sul proprio annichilimento. Il verso si spinge nel fondo senza speranza dell'orrore, per mostrare il mondo senza speranze che ora abita e riempie di sé tutti gli istanti e tutti i luoghi. In questo viaggio, la poesia coltiva la speranza, la redime dall'orrore e la offre in dono agli umani. Ecco perché poesia è ferita e il camminare poetico non approda mai ad una dimora sicura e ultimativa. Non v'è speranza più grande di quella di far parlare il male assoluto, totale; non è immaginabile dono più grande di quello di offrire parole di speranza dall'abisso dell'orrore.

La luce ferita della poesia rende onore alle vittime dell'orrore, ma non le vendica; ne richiama in vita il calore e il dolore. Nessuna vendetta è cifra della giustizia; anzi, la vendetta è la dismisura dell'ingiustizia. Solo il dono è contrassegno di giustizia. Ma per poter donare veramente, non si deve aspettare niente in cambio; occorre disporsi alla più grande delle sofferenze. L'essere-per-l'Altro della poesia è la disposizione estrema a soffrire per amore dell'Altro. Ma soffrire per l'Altro significa donarsi nella cura estrema del proprio Sé. Solo chi ha cura di Sé può veramente donarsi. Solo il verso che non rinuncia a scavare parole vive nelle tenebre dell'esperienza dell'orrido, impegnando tutte le sue risorse e le sue energie, può avanzare la scandalosa pretesa di riaprire il libro della speranza. Solo la speranza può sperare di dialogare con l'indicibilità della realtà; sottrarla all'irrapresentabilità dell'orrido; farle risentire i fremiti e la pressione della svolta.

Ma la parola viva della speranza che sgorga dalla luce ferita della poesia fino a che punto è l'antiparola di Celan?

L'antiparola, nel rompere il filo della storia, è una reazione contro di essa: un tentativo eroico di denunciarne il corso, evocando l'autenticità e l'integrità violate. L'antiparola è quell'atto della libertà che grida contro le spaventevoli necessità della storia. È passo estremo e subitaneo che smozzica e soffoca il respiro del parlare, rinserrando la libertà in un urlo. L'antiparola è l'urlo terminale contro le cariatidi e i destrieri da parata della storia, nel mentre stesso si è condotti sul patibolo. L'urlo che ammutolisce contro la storia fa sì che la parola venga definitivamente tolta. Nella ribellione dell'antiparola sta la perdita della capacità di parlare: soprattutto, i poeti qui (dopo Auschwitz) debbono tacere, obbedendo all'interdizione di Adorno. L'antiparola conduce, dunque, alla morte (dei poeti) come unica creazione rimasta ancora in mano alla poesia dolente, per non farsi complice degli orrori del mondo. Dopo e contro l'aria irrespirabile dell'orrore avrebbe significanza umana solo l'antiparola. L'urlo dell'antiparola si e ci congeda dal mondo, accusandolo.

Ma la parola viva offerta in dono dalla luce ferita della poesia non può limitarsi alla mera accusa e nemmeno all'urlo ammutolito e ammutolente, poiché la messa in stato d'accusa del mondo non può essere separata dall'autoaccusa della poesia. La poesia si trova costretta a ricercare le risposte a due domande brucianti: "come e perché è potuto accadere quest'orrore?"; "dov'ero, quando tutto ciò accadeva?". Al mondo e a se stessa deve far ritorno; dal mondo e da sé non può prendere congedo. Deve inabissarsi nell'inferno del mondo e nel perimetro rovente delle sue inconclusioni e dei suoi narcisismi, per trovare le vie d'uscita. Qui non siamo al cospetto dell'urlo che spezza definitivamente in gola il respiro delle parole; qui si va reimparando a parlare, muovendo dalla friabilità, dai tentennamenti, dalle falsità e dalle crudeltà delle parole dette e conosciute, nel cui ventre, però, non si può cessare di dimorare e cercare. Il verso non può più denunciare l'orrore della storia; pretendendo, con questa semplice denuncia, di separarsene. Nessuno può più prendere congedo dagli orrori del tempo; meno che mai lo possono la poesia e la parola. Poesia e parola sono state e sono parte non trascurabile di quell'orrore. A quell'orrore le parole debbono restituirci, riconsegnandoci alle responsabilità epocali da cui non possiamo sottrarci. La dissolvenza dell'urlo estremo dell'antiparola è soccombenza sotto il tremendo carico di queste responsabilità. Nel suo vortice ammutolente, più distinzione alcuna avverti tra le responsabilità del mondo e la nostra responsabilità personale; tra i limiti e i confini del mondo e i limiti e i confini del mio mondo. La ribellione estrema dell'antiparola si disperde e guasta nel mare morto di un'oggettività muta, in cui il "silenzio di Auschwitz" e il "silenzio di Hiroshima" si confondono e convivono col "silenzio della ribellione" e col "silenzio della caduta": vittime e carnefici si trovano indistintamente accatastati gli uni sugli altri. Se è vero che non si deve ricercare la vendetta sui carnefici, ancora più vero è che non si può perdere la memoria delle vittime. Restituendo i carnefici alle loro parole, si ritrovano le parole delle vittime; ritrovando le parole delle vittime, si perdonano i carnefici. Solo così il cammino può riprendere e continuare.

La poesia, così, parla per tutti e per me. Di tutto è responsabile. Allora, essa parla soprattutto a nome di chi tace. Meglio ancora: essa parla a nome di chi è stato fatto tacere con la forza o con la minaccia. E poiché ha taciuto sempre sotto minaccia, parla anche per se stessa. Se parla, lo fa non per conto di un altro, di un estraneo; ma a nome dell'intimità che è stata estraneata e dispersa. A nome di ciò che era e non è stato visto e ascoltato; a nome di ciò che è e non sarà visto e ascoltato; a nome di ciò che è e sarà variamente offeso. Essa è sempre dall'altro lato dell'offesa; cioè: restituisce visibilità all'invisibile, linguaggi al silenzio coatto, memoria e dignità ai caduti. Perciò, è condannata a camminare nell'introvabilità. Solo la ricerca nell'introvabile conferisce dimensione emotiva esperibile al senza parole, al senza storia e al senza volto. Il cammino della poesia è il punteruolo direzionato verso il trauma della storia e dell'umano vivere. Della poesia dobbiamo dire ciò che Kafka diceva dei libri: "Un libro dev'essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

Oggi, ogni atto di offesa e di oltraggio dell'esserci umano riproduce ed estende all'infinito il trauma di Auschwitz e Hiroshima. Oggi, non possiamo più avere cognizione dell'orrore; vi dimoriamo direttamente dentro, senza mediazioni. Proprio l'essere così esposti e gettati nell'orrore ci rende immemori di fronte ad esso. I nostri cromosomi sono stati marchiati e infettati dall'orrore; quell'orrore ci ha irreparabilmente compromessi, facendo scempio di tutti i codici morali, massimi e minimi. Il lager e l'assoluta nientificazione dell'atomica che rivivono nelle guerre di "pulizia etnica" sparse per il mondo, la morte di massa per fame e solitudine presentificano e futurizzano l'orrore. Non si limitano a riprodurre e pianificare tecnicamente l'annientamento aministrativo del mondo; bensì rinnovano ed implementano storicamente ed emotivamente il trauma originario del lager e del fungo atomico. Ciò rende superabili e superati i confini dell'orrido, proprio da dentro il totale dispiegamento dell'ingranaggio infernale del lager e dell'atomica, nella sua inarrestabile ansia di presentificarsi e futurizzarsi.

Ogni atto di violenza, sia pur minimo, contro il genere umano è la riproposizione infinitesima e l'attualizzazione delle logiche del lager e dell'atomica. La scala della violenza, dopo Auschwitz e Hiroshima, non può che trovare nel lager e nel'atomica il suo metro di misura, il suo referente normativo e il suo orizzonte prescrittivo. Ogni singolo e "insignificante" atto di violenza, dopo Auschwitz e Hiroshima, è più grande di Auschwitz e di Hiroshima, perché è ora significante proprio nella scala dei significati di Auschwitz e Hiroshima. Auschwitz e Hiroshima sono stati il virus inerstipabile della storia; e la storia si è incaricata di iniettarlo e totalizzarlo in ogni piega dello spazio/tempo e nei recessi più reconditi della condizione umana. L'atrocità di ogni atto di guerra, l'annientamento totale immanente nella struttura cognitiva e performativa del lager e dell'atomica, l'organizzazione razionale dello sterminio e del geneocidio etnico tanto più si accaniscono e incarogniscono, quanto più il loro inconfessato scopo precipuo è quello di coprire e occultare le prove dell'indegnità e della vergogna da cui erompono.

Tutti portiamo la responsabilità di questa inseminazione di odio. Ma ognuno porta un peso diverso. Chi è carnefice e chi è vittima. Chi è spettatore interessato e chi pavido o distratto osservatore. La poesia porta le responsabilità di tutto e tutti ed è qui che non può sfuggire alla sua propria responsabilità e al suo destino infelice. Quando i "perché" e i "come" sono ingoiati dalla storia; quando tutto tace attraverso il fragore della violenza; quando ogni umana cosa è attratta e maciullata nel circuito dell'azione immediata (riparatrice o liberatrice), la poesia deve annunciare la propria presenza, interrogando il male. Quel male che ha rimosso e sepolto ogni interrogativo, erigendo come prigione universale lo spettacolo indegno dell'irresponsabilità della responsabilità.

Tra tutte le irresponsabilità, forse, le più terribili sono le responsabilità delle vittime. Nessuno come la vittima è esposta all'autodissolvenza, perché proprio alla vittima si è tolto tutto. Niente come la cattività estrema, totale e inenarrabile spinge a perdere cognizione e amore di sé. Gli sconfitti di ogni guerra e i perdenti di ogni giorno sono i più prossimi alla combustione della propria identità e alla perdita delle loro radici. Gli sconfitti e le vittime sono senza casa. Alle vittime la parola è tranciata in gola.

Rimanere senza parole è il contrassegno della perdita della capacità di domandare. E chi perde la capacità di domandare, si sottrae alla responsabilità di rispondere del proprio destino, interrogando la storia e se stesso. Nessuno più della vittima si trova sul bilico di questo precipizio. La poesia può salvare e restituire la speranza, esattamente riassumendo in sé le responsabilità di tutti e riportando ognuno alle proprie. Essa inoltra domande estreme, affinché gli umani reimparino a rispondere delle loro responsabilità, reinterrogando storia e destino. Perciò, non trova requie ed erra senza fissa dimora. Eppure, sempre gli stessi sono gli universi di ombra in cui penetra e da cui esce atterrita.

Affinché tutti possano ancora sperare, la poesia deve frantumare, con le proprie mani, il suo essere eccentrica rispetto al mondo. Per poter ancora sperare nella poesia, occorre che essa disimpari tutto quello che ha imparato, riapprenda tutto ciò che ha occultato e faccia ritorno a tutto ciò che ha obliato o messo ai margini. Trovare un inizio di movimento alla fine di ogni movimento è la sfida che l'attende e le tende agguati; ma niente la esime dal sottoporsi a questo supplizio. Non è mai stato così difficile e precario, come oggi, poetare, perché mai, come oggi, è stato così difficile e precario vivere. Si può oggi dare forma al poetare solo come dimensione interna dell'umano e quotidiano vivere e patire. La poesia si installa nel cuore incancrenito della vita: solo da qui può riprendere inizio il suo cammino; da qui ripartono tutte le sue domande e qui esse fanno invariabilmente ritorno. Di ciò è chiamata a rispondere; di ciò ci chiama a rispondere.