2

LE DISSONANZE DELL’OPERA:

TRAGICO E MOTO UTOPICO

 

 

 

 

Il sì e il no alla vita e alla morte sono indicativi del difficile e complesso rapporto tra ogni essere umano e le sue opere. Osserva Canetti: "La cosa più difficile è trovare un buco attraverso il quale tu possa scivolare via dalla tua stessa opera. Tu vorresti essere in un mondo libero e senza regole, che non sia stato violentato da te. Ogni ordine è una tortura, ma l'ordine che stabiliamo noi stessi lo è più di tutto. Tu sai che tutto può quadrare, ma non ti lasci distruggere la tua costruzione. Potresti tentare di minarla, ma allora tu stesso vi saresti dentro. Invece vuoi essere fuori, libero. Nelle vesti di un altro tu potresti scriverci un attacco terribile. Ma tu non vuoi distruggerla. Vuoi solo trasformati".

Lo spasimo disperante, collocato alla sommità dell’inquietudine, sta nella ricerca di una via d'uscita verso la libertà, sottraendosi all'ordine sistematico e torturante dell'opera, dalla quale scivolare via attraverso una fessura. Questo stesso buco è opera, parte della tua opera che si prolunga anche contro sé stessa e contro di te. La tua opera consiste nel volere un mondo libero e senza regole. Operi costantemente per la libertà e contro la regola. Eppure quanto più procede il tuo operare, tanto più rimani impiglialo nel tuo ordine, quello che tu stabilisci violentando il mondo. Nella violenza fatta al mondo sta la tua affermazione. Ti affermi con un atto di violenza contro il mondo. Ma il mondo, ben presto, si vendica. Il suo ordine tende a fagocitare l'ordine interno e la libertà della tua opera. Sei costretto a difendere la tua opera. Una volta di più devi difenderti dal mondo e da tutti quelli che attaccano o potrebbero attaccare la tua opera. Sei costretto, una volta di più, a difendere la tua opera. Tu stesso non puoi attaccare la tua opera, perché non puoi distruggerti con le tue mani. Sei in un vicolo cieco: la tortura del tuo ordine si somma e si mischia con la tortura di tutti gli ordini. Tu non vuoi distruggere la tua opera, dice Canetti; ma solo trasformarti.

Ma, a questo punto, come puoi trasformarti grazie alla tua opera? Qual è il distacco che qui emerge tra te e la tua opera? L'opera, a sua volta, quale trasformazione deve patire o gioire?

Il buco è l'opera vera: la via delle trasformazioni dell'opera, visto che il sentiero suo ammette sia la prospezione che la retrospezione. Tracciata una strada, non si potrà fissare mai il senso o i sensi in cui sarà, di volta in volta, transitata. Non solo l'ordine, ma anche la libertà è tortura. Non solo l'opera, ma anche tu sei tortura. La regola della tortura e la libertà della tortura sono le dure sporgenze contro cui ora ti imbatti. La tua opera sforacchia il peso della tortura; ne fuoriesce; ma la ritrova fuori. E fuori quello che di tuo trovi non era stato ancora tuo. È un altro te, sei un altro tu: entrambi compressi prima nell'ordine torturante del tuo operare.

Attraverso il buco tu ti distacchi dalla tua opera. Dopo esserne stato il genitore, ne vuoi essere il figlio. Come un pargoletto, vai alla ricerca di un mondo che ti ha generato e tu non sai ancora come e perché. Coltivi ancora l'ambizione e l'anelito supremo di generare mondi che siano altro dal mondo che trovi costantemente già bell'e pronto e che ti avvolge col suo carico di emozioni e coercizioni sentimentali. Sì, non vuoi distruggere la tua opera. Ma per il fatto che vuoi allargarla, allargando te nelle trasformazioni che dall'ampliamento derivano. La tua opera è anche il buco attraverso cui scivoli via da te, andando in giro per il mondo. Ma non sei propriamente tu a fare questo giro; bensì la tua opera. Tu sei, intanto, rimasto impigliato in qualche scoglio. La tua opera si distacca sempre più da te.

Ma tu sei più indietro? Oppure sei semplicemente in un altro luogo? Un altro luogo, tra te e la tua opera, che sta più avanti?

In realtà, I'avanti e il dietro sono uno il rovescio dell'altro. L'opera stessa ti ha rovesciato e tu, per il suo tramite, hai rovesciato il mondo, rimanendo senza opera. Questo vuole semplicemente dire che hai bisogno di un'altra opera, che non puoi fare a meno delle tue opere. Quelle che hai già compiuto non ti bastano. Hai incessantemente bisogno di crearne altre. Il fatto è che hai continuamente bisogno di stare nel mondo, per accedere al mondo e ad altri mondi; di risospingerti dentro le tue viscere, per accedere ad altri te. Un'opera è libera rispetto a te. Mano a mano che la costruisci, essa si emancipa da te, rompendo tutti i legami che la trattengono nelle tue orbite. Essa parla di te nel mondo e al mondo; ma parla anche di sé, negandoti. Ne sei lo schiavo, dopo esserne stato il padrone assoluto. Non ti liberi mai dalle tue opere. Esse parlano di te come tu non riusciresti a fare mai, quanto più si distaccano da te. È d'altro che parlano. Dentro le tue opere tu sei come smarrito, confuso. Difficile per te ritrovarti in esse. Arduo per gli altri individuarti. Eppure è nella tua opera che tu a lungo hai soggiornato, come in nessuna altra cosa mai. Come solo nell'amata è possibile soggiornare di più. Ma proprio l’amata — e proprio per questo — è quella che più facilmente si scorda di te e si allontana dalle nidificazioni che tu hai sparso con lei alle radici più intime di ambedue. Taglia te alle sue radici, tagliando il legame che legava entrambi al mondo. Reclama la sua libertà: da te, dal mondo e da se stessa. Ella stessa rimane da sola con le sue opere, con la tortura del proprio ordine e della propria libertà.

Dentro I'amata tu sei come smarrito, confuso e nascosto, proprio mettendovi radice. La tentazione del distacco è la tentazione che in ogni istante l'amore gioca. Anche quando gli amanti non lo sanno. E non lo sanno quasi mai. Rimangono sospesi a mezz'aria, in bilico sul dubbio e attratti da certezze antiche, franate e disfatte, ma pur sempre "sicure". Un'opera è un'amante in miniatura. Celebra costantemente il rito dell'inizio e della fine di un amore. Attualizza il rito del distacco e, per questa via, quello del ricominciamento delI'amore in un altro punto del tempo e con un altro amante.

Gli amanti fanno sempre più fatica a ritrovarsi e a riconoscersi in tutti questi passaggi. Preferiscono, spesso, tornare indietro, ricominciare daccapo. Sperano, così, di rinviare all'infinito il momento decisivo degli appuntamenti cruciali, quelli che impegnano e responsabilizzano l'intera esistenza, foss'anche per un solo fuggevole animo. Oppure, quantomeno, essi sperano di giungere sufficientemente preparati e maturi a questi appuntamenti. C'è sempre qualcuno che si prepara veramente, per riuscire finalmente un giorno a valicare la barriera corallina dentro cui è rimasto troppo a lungo impiglialo o rispetto cui ha semplicemente mosso in ritirata un tempo.

Ogni opera è anche un corallo che si aggiunge alla già nutrita barriera che si ha di fronte. AI tempo stesso, richiede di alzare la posta in gioco e incute il più sacro dei terrori. Sospinge imperiosamente ad andare avanti e ricaccia furiosamente indietro. Ogni opera, come ogni amante, è troppo innamorata di sé. Teme l'opera successiva e le opere ulteriori. Ne teme la bellezza possibile, al cui cospetto la propria potrebbe sfigurare o scomparire. Non vorrebbe niente altro dopo di sé; esattamente come un’amante e specialmente come l'amante che abbandona. Ma pure è stata proprio lei a condurre il gioco fino a quel punto. Il fatto è che nessuno è innamorata di lei come lei e, in pari tempo, nessuna e insoddisfatta di lei come lei. Solo un’altra opera — e un'altra amante — può risolvere il dissidio. Tu devi accogliere anche questa sfida. Per te e nel tuo difficile rapporto con la tua opera, questo significa imparare a non avere paura di sopraffarti.

È rischiando di sopraffarti che impari ad avere cura di te. Nella cura di te un'altra opera e il bisogno di un'altra opera, un altro amore e il bisogno di un altro amore si costituiscono come possibilità radicalmente nuova e diversa. Nell'opera e nell'amore tu sei, ritorni e cresci. E non sai cosa sei veramente e verso cosa ritorni e cresci. Puoi, perciò, meglio riconoscere il tuo patire e gioire la vita, il tuo correre verso la morte. Niente può sbrindellarti per troppa felicità; niente può annichilirti per troppo dolore. Troppa felicità e troppo dolore fuoriescono dalla tua misura, dall'impronta digitale del tuo destino. In questi frangenti, sei in intimo contatto con dolore e felicità. Ora non li pensi più nella loro rozzezza ed elementarità. Nessun sentimento, per quanto intenso e angosciante, può farti clandestino ora a te e al mondo. Ora non puoi più permetterti di barare. La vita e il mondo sono infinitamente più grandi e seri di te. E pure tremendamente più semplici. Tu stesso sei vita in maniera semplice e grande. Contorcerti in inutili balletti non serve più.

Le tue opere ti hanno tirato fuori dalla tua tana. In nessun luogo puoi più nasconderti. Se lo fai, ora sai che stai barando. Se bari, stai facendo vincere Ie tue forze distruttive. E se nasconderti non è più possibile, come estremo rimedio ed estrema astuzia della menzogna, non ti rimane che dimenticarti di te stesso. Il buco attraverso cui scivoli via, allora, diventa progressivamente la voragine della dimenticanza. Si comincia col dimenticarsi di sé, per finire col dimenticarsi di tutto, stendendosi nel sudario addomesticato degli automatismi della quotidianità più servile.

Si disloca qui la suprema necessità della metamorfosi; di contro v’è il pensiero filosofico evacuante: "Ciò che mi ripugna nei filosofi e il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili; poltrone, quadri, pialli, animali o bambini, finché non rimane altro che le stanze vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate via anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda. Si immaginano che queste devastazioni abbiano portalo un miglioramento".

Il pensiero che evacua il mondo è il pensiero che si sostituisce al mondo. Intorno al pensiero rimane soltanto il pensiero. Intorno a ogni cosa il mondo viene cassato a colpi di spugna, oppure assorbito in una costruzione concettuale evirata. È come ridurre un corpo carnoso, denso di nervature, muscoli scattanti, umori liquidi imprecisabili, a uno scheletro e successivamente dissezionarlo osso per osso, fino a ridurre le ossa stesse ad una poltiglia. Ridotte in poltiglia, risultano l'abitazione dell'uomo e l'abitazione del mondo. Dappertutto rimane la "casa nuda". Ma la casa nuda è l'abitazione che non c'è più. Quella che ha irrimediabilmente perduto i suoi abitatori e quella che è stata devastata dai suoi abitatori. Gli stessi abitatori, da nudi scheletri che erano divenuti, sono progressivamente andati trasformandosi in poltiglia. Le stanze vuote perdono porte e finestre. Porte e finestre perdono per sempre la casa. Le stanze svuotate non costituiscono semplicemente un appartamento evacuato.

Una linea, una cascata e un respiro di evacuazione si aggirano pestiferi e onnivori come un morbo. L'evacuazione ambisce a divenire la casa degli uomini e del mondo, non soltanto del pensiero. Il tremendo dell’evacuazione sta nel falsificare il terribile e il sublime della vita. Sta nel trasporli, così mistificati, in un laboratorio emotivo vitreo e in una tassonomia cerebrale gelida. Nella provetta della simulazione e dell’artificialità tutto pare addomesticabile. Tutto ciò che di malvagio e di buono v'è nella vita e nel mondo viene devitalizzato. Lo scopo confessato è quello di pervenire a una situazione in cui vita e mondo non abbiano più ad aver paura della vita e del mondo. E gli uomini non abbiano più ad aver paura di sé stessi e gli uni degli altri. L'evacuazione, col sublime, rimuove anche la paura. Il tremendo dell'evacuazione è che smette di essere pensiero terribile, pensiero pieno di paure. La paura non può travestirsi in magnificenza; virtù che rimuove il terribile, la particolarità del male e del tormento, lo specifico gioire e godere che così visceralmente segnano il destino umano. La paura domina il terribile. Non resta che conservare la paura, impedendo che sia la dominatrice incontrastata e assoluta del terribile della vita. La paura della vita non può depravarsi e deprivarsi nella cancellazione della vita, sostituita da un'immagine sfocata, idilliaca o catastrofica qui importa poco. Avere paura di sé stessi e degli altri non può convertirsi nell’eliminazione di sé stessi e degli altri. Non si può fare a meno di cercare sé stessi e gli altri: con paura, ma anche con benevolenza. Ciò accade nelle zone in cui ognuno vince la paura di mostrarsi per quello che è; prima di tutto, davanti allo sguardo dei propri occhi.

Vincere la paura non significa rimuoverla o sconfiggerla. Al contrario, il presupposto di fondo è che la paura è un sentimento inestirpabile e indomabile. Ma è sondabile, attraversabile. La vita è anche fare esperienza ininterrotta della paura. In larga parte, tale esperienza fonda la vita e la muta. Senza l'esperienza della paura, la vita sarebbe orrendamente mutilala. Non si tratta di convivere con la paura, come con un peso morto, del quale alleggerirsi gradualmente. Non si tratta di sopportarla, come si sopporta una croce, concependo la vita come il rientro del martirio dalla porta secondaria del sacrificio.

La paura va rovesciata come si rovescia un guanto e, quindi, calzata. Non è soltanto una minaccia; è anche una speranza. Non porta soltanto oltre l'umanità conosciuta. Conduce anche dentro l'umanità conosciuta, dentro le sue cavità inaccessibili e verso le speranze più pure, innocenti e inconfessabili. Nella malvagità e nel terribile più si coglie l'impronta dell'umanità. Ed è nella malvagità che l'umanità più si cela.

Grandiosità e meschinità sembrano equipararsi e corrispondere. Di contro pare ergersi il grande assente: il bene, l'umanità buona, l'uomo buono. L'uomo cattivo diventa una figura univoca, polare e opposta all'uomo buono, altra figura univoca e speculare. L'uomo cattivo diviene un'affermazione esistenziale che schiaccia ed estirpa il bene: una figura contro, dunque. E, dunque, l'uomo buono non sarebbe altro che una figura per.

In realtà, queste figurazioni non sono altro che delle controfigure: nel pericolo e nelle difficoltà vengono chiamate a rimpiazzare gli attori veri. Per demistificare questo manicheismo evacuante, utile ritorna ancora una volta Canetti: "Tutti i pensatori terribili che partono dalla malvagità dell'uomo possiedono un'immensa forza di persuasione. Suonano esperti, coraggiosi e veritieri. Guardano la realtà negli occhi e non temono di chiamarla per nome. Che non sia mai l’intera realtà lo si capisce solo più tardi; che ancora più coraggioso sarebbe vedere, in questa stessa realtà, senza falsificarla né abbellirla, il nucleo di un’altra, possibile in circostanze mutate, questo se lo confessa solo chi conosce ancora meglio la malvagità, chi l'ha in sé, la cerca in sé, la trova in sé: un poeta".

Un poeta cerca il male in sé. Cammina e sta nella malvagità. Il coraggio in più sta qui. Un poeta non si ferma alla malvagità dell’umanità, ma scende nell'abisso del male: il suo male.

Tuttavia, neppure questa è l'intera realtà. E nemmeno costituisce l'intera realtà della malvagità. Neanche al poeta è dato d'insabbiarsi nelle paludi della coppia binaria male/bene, in cui ogni elemento è isolato allo stato puro contro l'altro.

La poesia riporta in superficie i cristalli del male del poeta. Il poeta non è altro che incarnazione in atomi sparsi del male e del bene dell’umanità. Parlando dell’umanità, il poeta riconosce in essa i suoi propri mali. Egli è una costola cancerosa dei mali dell'umanità. La poesia è lo specchio in cui l’umanità, senza veli e senza belletti, può scorgere e penetrare la propria malvagità.

Il poeta è un atomo di sofferenza e la poesia incarna la malvagità allo stato cristallino: il poeta è un navigatore del male; la poesia, l'opera del male. Navigatore e opera stanno cercando il bene. Lo scandalo sta qui.

Riposto lo smunto armamentario della belligeranza, entrano in gioco le ragioni dell'alleanza nel cuore stesso del conflitto. Da qui uno scandalo ancora più grande: la ricerca delle ragioni del male nel bene e delle radici del bene nel male. Qui, al suo estremo grado di apertura, la realtà si compie. Il coraggio in più che caratterizza il poeta consta propriamente nel fatto che egli, nella ricerca dell'alterità, non smarrisce la solidarietà. Egli sa che male e bene sono dentro di sé e che l'uno è dentro l'altro e dentro la vita. Egli parla sempre bene e male di sé e dell'umanità, del mondo e della vita. Quanto più personale va facendosi il suo discorso, tanto più al fondo delle natalità comuni si spinge. Più gratta la scorza delI'invivibilità presente della condizione umana, più la sua vivibilità si ribella e cerca uno scampo. Più annega nel fondale olezzante delle offese e delle crudeltà, più si avvicina alle sorgenti arcane e luminose della vita. Più resta in superficie sulle acque su cui tutto pare risplendere e rilucere in eternità, più il suo disagio e la sua inquietudine crescono: insoddisfatto di una bellezza ridotta a geometria sterile e soffocante.

Ma gli umani, con le loro opere, cosa vogliono?

Avviciniamo queste feritoie dell'essere, passando per la tragica riflessione di C. Michelstaedter: "Ma l'uomo vuole dalle altre cose nel tempo futuro quello che in sé gli manca: il possesso di se stesso: ma quanto vuole e tanto occupato dal futuro sfugge a se stesso in ogni presente" .

Ogni umano manca a se stesso e vuole riacquistarsi, acquistando il tempo, attraverso le opere. Nel presente ciò è impossibile, poiché presente è mancanza. Fuggire sé stessi e dirigersi verso il futuro, ha il senso di trovare nel futuro ciò che nel presente deve essere assente. Il possesso di sé, allora, è possesso del tempo; e del tempo futuro segnatamente. Le opere sono, appunto, l'impronta direzionale con cui noi muoviamo verso il futuro e ci ribelliamo al tempo presente.

Ma quando il futuro sopraggiunge, la condanna ad essere senza possesso di sé riprende il suo corso. Il futuro che si fa presente reintroduce la mancanza. Il presente che si fa futuro è l'incremento scalare di questa mancanza. Come uscire da questo sortilegio? Come rompere le barriere di questo "essere passivo" dell'agire che, in Michelstaedter, costituiscono il punto limite intrascendibile, l'orizzonte cieco dell'esistenza?

Un umano manca a se stesso, esattamente perché deve ritrovarsi. In ogni punto/tempo che si perde, si perde esattamente perché è da lì che deve iniziare a ritrovarsi e ricominciare daccapo. Lì, esattamente in quel punto/tempo, ogni perdita di sé deve prolungarsi nella ricerca di sé. Ci si può ritrovare, esattamente principiando a frugare il là e il dove in cui ci siamo smarriti. Ogni perdita diventa, nel pericolo, un acquisto. Nel rischio che risale e rimonta la perdita sta il gioco che dipana la vita.

Non può mai ritrovarsi chi non sa che si è perduto e che deve perdersi. Chi non regredisce ai luoghi della perdita, non può mai dischiudersi alla natalità dell'acquisto. La perdita del possesso di sé è il terreno d'origine in cui tempo ed esistenza si ribellano al dispotismo dell'io e delle sue egotiche costruzioni e decostruzioni culturali e simboliche. Chi vuole possedere sé, vuole possedere esistenza e tempo e, scottato da questo potere impossibile, riscrive lo statuto della condizione umana in termini di "agire dell'essere passivo". Ma in ciò che non si sa e non si possiede stanno le radici ultime della verità e del cammino dell'esistenza nel cammino del tempo. Chi non si possiede, non si possiede, poiché solo così può camminare nel tempo e nell'esistenza. Allora, il presente non è soltanto la gabbia che ci incarcera e ci rende impotenti, ma pure la fenditura attraverso cui scorre il tempo della nostra esistenza: in essa ritroviamo tutto il carico del passato e il futuro alloggia come potenzialità.

Le nostre opere custodiscono e curano il tempo dell'esistenza e si muovono non soltanto verso il futuro, ma anche, a ritroso, verso il passato. Inoltre, dimorano nel presente. Dal presente non solo fuggiamo o evadiamo. Il presente, più intensamente ancora, lo abitiamo. Le nostre opere sono anche case con cui abitiamo il tempo. Case che mettono solide radici e che si muovono col corso del tempo, nel corso del tempo viaggiando e mutando. "Possiede" veramente se stesso, chi rinuncia a possedersi una volta per tutte, rimanendo in eterno aperto e disponendosi alle aperture. Questo possesso è cura. È intimità con la propria anima e il proprio essere. Intimità che non cessa mai di aprire un colloquio tra l'essere dell’esistenza e l'essere del tempo.

Si appropria di sé solo chi si apre e non cessa di aprirsi. Chi stronca e sana tutte Ie chiusure. Chi per una verità non rinuncia alle verità. Chi per le verità vere non rinuncia alla ricerca della vita.

Ciò che sfugge ci fa viaggiare e vivere. Ciò che non si lascia possedere come privata proprietà è il nostro alimento: è l'apprendimento intorno al tempo e all'esistenza o, meglio ancora, l'apertura del tempo dell’esistenza all'apprendimento. Ecco un che di completamente diverso dal saldo e forte possesso di sé, della cui mancanza si lamenta il potere impossibile sul tempo e l’esistenza.

Questo apprendimento è autodeterminazione dell’esistenza nell’autodetermi-nazione del tempo. Autodeterminarsi, dunque; non già possedersi e possedere. Avere rispetto dell'essere del tempo, dunque; non già dominarlo.

Le nostre opere ci insediano tra essere e tempo; e precisamente nell’insanabile differenza di essere e tempo. Questa differenza è attraversabile eticamente e poeticamente. Vivendo eticamente e poeticamente, l’abbraccio di etica e poesia ci restituisce come nostra prima grande conquista il respiro della differenza incolmabile di essere e tempo. Il movimento perenne di questo respiro ci mantiene in vita e dà un senso alla nostra vita.

Siamo gettati nell’incommensurabile differenza di essere e tempo e l'etica e la poesia costituiscono le sonde con cui ne facciamo esperienza. Il pensiero è rimando continuo all'esistenza; I'esistenza, a sua volta, è rinvio incessante al tempo. È l'essere che dà esistenza al pensiero e ai suoi spazi; come già assume Kierkegaard nella sua critica al pensiero sistemico-astratto di Hegel .

È il tempo che dà temporalità all'essere, all'esistenza e allo spazio. Temporalità dell'essere ed esistenzialità del tempo: ecco i poli indecifrabili dell'angoscia del vivere. Essere, vivere, crescere, morire, cambiare: tutto pare un immane e frustrante non-senso. Kierkegaard è stato colui che di questa angoscia ha fatto l’esperienza più disperante: "Ficco il dito in terra per capire dall'odore in che parte mi trovo; ficco il dito nella vita, ma non odora per niente. Dove sono? che cosa vuol dire il mondo? che cosa vuol dire questa parola. Chi mi ha attirato qui e poi mi ha lasciato? perché non mi hanno domandato niente invece di mettermi senz'altro in fila come se fossi stato comprato da un mercante di anime?".

Qui l’esistenza cola a picco in un contromovimento metafisico e si configura come radicale allontanamento dalla metafisica. Questo contromovimento si smarrisce nella finitezza dell'interiorità e del mondo. Nella finità senza trascendimenti, tutto ritorna minaccioso e inspiegabile, disperato e senza senso: avvolto nelle sue stesse pieghe e con le sue stesse pieghe imprigiona tutto ciò che è prossimo e si approssima. L'interiorità si dispera e rimane senza orizzonti aperti. Si chiude e rinchiude; anziché dischiudersi, accingersi a un varco, a una fessura che mantengano desto e operante un trascendimento. Tra dentro e fuori una scissione totale. Fuori: i mercanti di anime; dentro: il veleno dell'introspezione.

La libertà soffre e la responsabilità è mutilata: la prima diventa una condanna e la seconda una pena infinita. Incomprensibilità e irrazionalità del mondo solo fino a un certo punto sono il saldo ancoraggio della mia libertà; da un certo punto in avanti si convertono in una catena al piede della mia libertà. La mia libertà si muove, sì, tra la materia e gli oggetti del caos; ma io ho anche la responsabilità di portare la luce nella mia libertà, di recarle onore e giustizia. Ho la responsabilità di conferirle una misura, di attribuirle un contrassegno, affinché io riconosca me stesso nella mia libertà e tutto il resto nella sua libertà. Libertà e responsabilità fondano il movimento della mia tormentata autodeterminazione, tra la sovranità della mia interiorità e le tensioni delle mie trascendenze. Io sono sempre unità di interiorità e trascendenza; unità di conflitto e unità di solidarietà.

Ciò che è oscuro dentro si chiarisce nel suo movimento verso il fuori. Ciò che è indecifrabile all’esterno si chiarisce nel suo movimento verso il dentro. La mia libertà è lo spazio di mezzo tra interiorità e trascendenza. Un trascendimento, a questo punto, può prendere origine nella mia stessa interiorità: nel senso che io vi sprofondo dentro, scoprendone le zone sorgive che mi sbalzano fuori, verso orbite sideralmente lontane. Una interiorizzazione, a questo punto, può inverarsi nella più estrema e pura delle trascendenze: nel senso che io scopro fuori di me, in universi infinitamente lontani, alcune delle origini vitali e nascoste del mio tempo e della mia esistenza.

Niente più delle "Elegie duinesi" di Rilke ha cominciato a solcare questo spazio di mezzo. Il dire etico/poetico, nello slancio tra interiorità e trascendenza, non cerca semplicemente i nomi. Ricerca gli atti di nascita, le zone emotive e gli approdi sovrastati da un cono d'ombra. Ribolle nei luoghi puri, non ancora contaminati dal cascame delle sovrastrutture. Non per restituirceli in forma di narrazione, ma per farli ritornare emotivamente, esistenzialmente e temporalmente: per farli camminare con i loro propri passi. Essi sono indicibili e nessuna parola può sostituirli. Possono vivere soltanto da sé stessi.

Il fare del poeta e il dire del verso, il respirare dell'etica e i suoi sigilli di giustizia non costituiscono lo svelamento impossessante di questi luoghi. Rappresentano, piuttosto, un riandare verso di loro e, al tempo stesso, un loro ritornare a noi. Le "Elegie" di Rilke si situano nella zona mediana tra il nostro riandare verso quei luoghi e il loro ritornare a noi.

In questa zona mediana, ognuno inizia, discoprendosi lacerato. Frantumato: così come la realtà storica ha frantumato la condizione umana. Nelle "Elegie" ognuno comincia, scoprendosi orfano e mutilato. Non più (o mai più) "essere puro", ''essere compatto"; ma essere contaminato e dimidiato che ha smarrito le sue origini e più niente sa delle sue mete. Il suo ritmo vitale gli pare spezzato. Come spezzato gli pare il respiro del tempo. Non può vivere e non riesce a morire. Non può amare e non riesce a soffrire. L'esistenza diventa un deserto immenso tra vita e morte, felicità e dolore: un enorme spazio vuoto di impossibile riempimento.

Tutto sembra cancellato da forze oscure, di cui si afferra solo l'impalbabile vuoto, la superficie vacante. Il tempo, in questo disperato inizio, ha smarrito il tempo; e la vita ha perduto la vita. La vita non c'è; e non c'è la morte. La felicità non c'è; e non c'è il dolore. Vi è una vita che sembra morte e una morte che sembra vita; una felicità che sembra dolore e un dolore che sembra felicità.

Esistere, morire, amare, soffrire sembrano ridursi a un esile filo di terreno friabile sospeso nel vuoto. Niente, al di fuori della ripetizione e dell’indifferenza, pare esistere nel tempo; niente, al di fuori di un senso vuoto di senso. Quasi che ogni cosa avesse rinunciato a se stessa, essiccata dall'invadenza e dall'assedio di tutte le altre cosce, egualmente replicanti, eppure diverse. Il ricordo medesimo fa fatica a ricordare e quel che ricorda è talmente insignificante e smorto che, ben presto, nasce l'abitudine a non rammemorare. Non ricordare: questo diventa il ricordo.

Di questo senso di disperazione e di vuoto le "Elegie" costituiscono una delle più estreme esperienze. Esse ricuciono la retrospezione alla prospezione, per aprire entrambe alle fatiche del cammino. L'apertura è alle realtà che urtano dall'esterno e a quelle che premono dall'interno. Le scansioni temporali ed esistenziali si intrecciano. ll tempo non è più l'orologio dello spazio e lo spazio non è più la dimora del tempo.

Le concettualizzazioni semplici e sicure di una volta, le dialettiche più o meno evolute si sono perdute in questo labirinto. Tutto pare smarrirsi e niente si riesce a conquistare. Fede, ragione e sentimenti crollano. Si sfaldano tutti gli appigli. Tutti i punti di riferimento cedono. Come vivere ancora? E cosa è diventata la vita? E con chi vivere? Chi invocare? Da chi farsi aiutare? Ma chi vorrà, mai, aiutare? E chi vorrà, mai, fare assegnamento su di noi?

Proprio qui riemerge la nostalgia per tutto quello accaduto in epoche arcane del tempo e del nostro vissuto e che sembra non poter più fare ritorno. Solo dall'intrico della nostalgia la vita riaffiora. La vita di un ieri che sta cercando un suo oggi e i suoi domani; di un domani che sta cercando il suo oggi. Dalla strada di ieri e di oggi, dalla fedeltà viziata di un'abitudine riprende la tessitura del filo dei giorni:

 

Vedi, io vivo. Di che? Né infanzia, né futuro

vengon meno ... Innumerabile esistere mi

scaturisce in cuore .

(NONA ELEGIA, vv. 77-79)

 

Di che vivere, se non di innumerabile esistere? Un innumerabile esistere entro cui infanzia e futuro non vengono mai meno. Di che possiamo avvalerci, se non di un innumerabile esistere? Come dare noi, allora, affidamento a noi stessi e al mondo? Noi: padroni di casa del mondo interpretato, da rivedere ogni giorno. Il mondo interpretato: un'abitudine che si trovò bene con noi e rimase, non se ne andò.

Affidarsi è vivere innumerabilmente; sgretolare il vizio dell'interpretazione, il suo circolo chiuso sovrapposto alla vita. Circolo che si trova bene con noi, poiché ci riduce a interpreti viziosi. Espulsi dal mondo, lo recuperiamo soltanto riflettendo su di esso. Perduto l'attimo che scorre, la sorgente che ci origina e la meta che ci fabbrica, li recuperiamo e riacquistiamo, interpretandoli; quando, ormai, sono trascorsi, sfumati alle nostre spalle, avvolti in una coltre di nebbia enigmatica.

Non si è più abitanti di questa terra, di cui non cogliamo e accogliamo il respiro vitale. L'interpretazione ci restituisce una familiarità con essa; ma è scarto che subentra a un irrimediabile scacco. È essa stessa prolungamento dello scacco, se ci fossilizza in una trasparenza viziosa e indigente. Non siamo più di questa terra e questa terra non e più nostra. Le nature seconde e terza tentano di occultare questo divorzio e questa sfortuna: su ciò costruiscono le proprie fortune. Ci adattano e piegano a un completo snaturamento dei nostri impulsi più profondi. Ci costruiscono addosso vite artificiali e irrespirabili, come una convenzione che tenta di farci interiorizare in eterno la perdita della terra e dei luoghi che abitiamo. Ci abituano a questo divorzio, facendolo divenire un'abitudine inestirpabile.

L'interpretazione, se disocculta e si estranea da questo divorzio, diventa essa pure mossa aggiogatrice. Se, invece, vi rimane dentro e la ispeziona può ancora reintrodurre i luoghi, le ragioni e le possibilità della salvezza. Il divorzio con la natura e lo snaturamento della nostra vita e del tempo si trovano bene con le convenzioni quotidiane: con loro, replicano la scissione tra infanzia e futuro, interiorità e trascendenza. Ogni scarto è, in questa situazione, solo zavorra pesante e non anche occasione, chance. L’artificialità spoliatrice delle interpretazioni e delle convenzioni investe su questo divorzio originario, replicando l'impossibililà stcssa dcl vivere e dcl morire; restando perpetuamente fedele a se stessa. Cosa, infatti, vi è di più "fedele" della convenzione che si replica? E cosa più della replica riproduce su scala crescente la convenzione? La reiterazione è il "vizio assurdo" della fedeltà: lo stravolgimento della fedeltà. Questa fedeltà viziata allontana dal mondo vero e dalla vita vera, avviandoli verso un crocefisso senza resurrezione.

Mondo e vita vengono trasformati in uno scarto replicato viziosamente e innumerabilmente. Vanno comprimendosi sempre più in basso ed estendendosi spettralmente sempre più in là. Non sono mai anche qui, nel presente. O sono sotto o sono aldilà. Rimangono prigionieri in un'infanzia lontana, in un futuro immemorabile che, insieme, non vengono mai meno e non sopraggiungono mai . Non tornano e non nascono; non rinascono e non vivono; non riescono a morire e non scorrono.

Tra infanzia e futuro il tempo e lo spazio si sono smarriti, come abrogati dall'invisibile mano crudele delle replicazioni quotidiane che macinano gli umani e tutti i sentimenti. Il presente si è fatto un ingranaggio catastale che rinnova le sue sterili ritmie: un nido asettico, in cui gli esseri umani depositano uova di ghiaccio.

La terra non solo resta orfana dei suoi Dei, ma non riesce più a parlare nemmeno agli umani. Resta muta e, per gli umani, diventa invisibile. Si protegge e si dispone al riscatto possibile, per reintrodurre le possibilità abrogate della rinascita.

Non resta che attendere che nello spazio dello spettacolo delle replicazioni quotidiane si compia il cerchio della piena evoluzione. Aspettare è vedere questo evolvere pieno. E c'è sempre da vedere, farsi tutt'occhi. C'è sempre da concedere spazio e tempo a ogni cosa, affinché entri liberamente in scena e percorra tutto intero il suo ciclo vitale. Qui è possibile cogliere, in flagranza, la stessa scena delle corrispondenze che si sviluppano tra le maschere della replicazione, nel loro affinarsi e nel loro compiersi integrale. Quando e dove la vita si fa scena senza residui, non resta che uscir fuori, per fermare fuori dalla vita mascherata di tutti i giorni ciò che veramente vive e che si era veramente disgiunto, non facendosi più vedere.

Salvando lei, salviamo noi; salvando noi, salviamo lei. È da questa vita che rinasce la vita. Qui le maschere combaciano tutte perfettamente. Tutti i volti, allora, possono essere scorti. Tutte le maschere cadono da sole: è uno sguardo attento, è il fluire dei problemi veri della vita che le strappano, oppure le perforano. In un luogo compiuto in cui la non-vita si fa perfettibile quotidiano, le maschere crollano e si ritorna a vivere veramente. Qui origine e meta ritornano a respirare la stessa aria e a spaziare nello stesso orizzonte. Da qui si riarticolano e disgiungono di nuovo. In un luogo in cui la vita, ormai, non è più vita, la vita ritorna e noi stessi ritorniamo in intimità con la nostra interiorità e il nostro destino.

Aldilà della vita che si guasta ogni giorno, ciò che con più forza riaffiora è il suo aldiqua e le sue linee di camminamento più trasecolanti e pure. E noi siamo qui fin dall'inizio e lo scopriamo solo alla fine di un ciclo dell'esistenza:

 

stavamo lì in uno spazio di mezzo tra mondo e balocchi

in un posto che fin dall'origine

era creato per un evento puro.

(QUARTA ELEGIA, vv. 73-75)

 

L'abbraccio di etica e poesia è lo spazio di mezzo tra infanzia e futuro, in cui tutto è creta per eventi puri, formatisi nell'inesauribile lotta che attraversa i miasmi e le macerie dell'esistenza e del tempo. Accostamento ed entrata nel mondo vivo e nella vera vita sono inestricabilmente attraversamento e congedo dal mondo delle maschere e dalla vita in maschera. L'attesa è anche qui preparazione, lotta, speranza: annuncio dell'alba dalla soglia di un fosco tramonto.

Il mondo e le stagioni della vita si danno perpetuo appuntamento. Noi stessi procediamo attraverso appuntamenti: fissati, preparati o mancati. Chi rimane senza appuntamenti, oppure omette di fissarli è condannato a una somma sfortuna: dietro l'angolo lo aspettano la tortura dell'appagamento e la pena della disperazione.

Lo spazio di mezzo è il posto degli appuntamenti. Ma il posto degli appuntamenti è anche il luogo dei riconoscimenti. Ognuno si riconosce, incontrando. E incontrando si fa riconoscere. Servono linguaggi atti a incontrare; servono sentimenti e moti nuovi. Incontrando, ognuno esce dal proprio limite: si libera. Ogni riconoscimento di sé è liberazione da sé: ecco il filo di rasoio su cui cammina la libertà. Questo il difficile transito che riconduce la responsabilità alla libertà. Nei mondi delle replicazioni dello spettacolo, gli incontri e gli appuntamenti sono abrogati, attraverso una decretazione oggettuale che trascina l'emozionale nel mare morto dell'uniforme.

In questo dominio di coincidenze ed equivalenze, le abili simmetrie del plusvalore etico passano, senz'altro, all'attacco: pianificano morti e omicidi. E lo fanno con maestria, in silenzio, con procedure capziose, con mosse invisibili, ma efficaci, lentamente e inarrestabilmente, senza far uso di armi di offesa palesi. I delitti delle convenzioni morali sono i più pericolosi ed efferati, i più perversi e diffusi. Nondimeno, assai difficilmente i singoli e le collettività ne hanno e ne assumono coscienza. Il carattere omicida della moralità quotidiana si territorializza nel pre-con-scio individuale e collettivo e si maschera come genetica della "difesa" e della "pace", tanto nell'interiorità quanto nell'esteriorità.

Il difforme e l'altero, ancor prima di essere visti e toccati, vengono condannati senza appello. Non tanto il "diverso" — poiché la valutazione sulla diversità richiede già un razionale e coerente "giudizio di valore" — finisce qui come bersaglio di questo tiro incrociato; quanto l'alterità che sentiamo come minaccia esterna e l’altro che ci è prossimo come presenza arcana, misteriosa e straniera. Qui la condanna ha la specifica funzione di anticipare e, in un certo modo, aggirare e neutralizzare il "giudizio di valore", per modo che nel "foro interiore" non si dia nemmeno la più remota possibilità del "contraddittorio".

Moralità universalistica e scambi universalistici presiedono alle prassi emozionali e legiferanti della moralilà quotidiana, estirpando la possibilità del "contenzioso emotivo". Il pre-giudizio diviene il giudizio; o, meglio: il giudizio è inizialmente e finalisticamente inappellabile. Un procedimento di tal fatta entra in contatto e urto con le ragioni dello spirito e delle disposizioni emotive e sentimentali. Più precisarnente: il farsi del pre-giudizio immediatamente giudizio performativo inappellabile si esplica proprio come manipolazione dello spirito, dei sentimenti e delle passioni nel precipizio della cattività.

Per avere ragione del pensiero, la moralità quotidiana deve manipolare il pensiero; per aver ragione dello spirito, deve manipolare lo spirito. I primi e più abbrutiti schiavi della moralità quotidiana sono, pertanto, i suoi creatori, i suoi pianificatori, i suoi gestori e i suoi custodi. La servitù alla moralità quotidiana mette in mostra le condizioni di schiavitù entro cui si dibatte la loro esperienza del tempo e dell'esistenza. Essi sono, nello stesso attimo, tiranni e schiavi . Possono affrancarsi dalla loro propria schiavitù solo se muovono contro la tirannia che esercitano contro se stessi e gli altri.

La tirannia esercitata in nome della moralità quotidiana e delle convenzioni sociali è il sintomo della più grande malattia morale e di un lacerante disagio esistenziale: chi è afferrato da questi tormenti appende la sua vita a una spada e, con questa, assale e violenta tutto ciò che lo circonda: la sua vita e la vita degli altri. Ecatombi e massacri vengono perpetrati in silenzio, in assoluta indifferenza. Secondo le regole della moralità quotidiana, questi massacri sono la ''normalità'': non costituiscono materia di scandalo. Quando questa "tranquilla" routine viene traforata da eccessi di ferocia, la moralità quotidiana interviene, nascondendo e rimuovendo il tutto, con depositi di massicce menzogne emotive. È, così, che moltissime persone, come ci ricorda Ingeborg Bachmann, "non muoiono ma vengono assassinate". Il fatto è che: "I delitti che hanno bisogno dello spirito, che turbano il nostro spirito e meno i nostri sensi, quelli insomma che ci toccano più profondamente, avvengono senza spargimenti di sangue, e la strage si compie entro i limiti del lecito e della morale, all’interno di una società i cui deboli nervi tremano di fronte agli atti belluini. Ma non per questo i delitti sono diventati meno gravi, essi richiedono soltanto una maggiore raffinatezza, un diverso grado di intelligenza, e sono spaventosi".

La forma più raffinata di questo genere di omicidi è di una semplicità stupefacente: lasciar sola una persona, facendole gravare addosso tutto il peso della sua propria vita, del suo isolamento e della sua disperazione. L’indifferenza, in questo caso, è come una trivella che scava e devasta nel profondo, fino a farlo deflagrare o completamente inaridire. Una volta precipitati in questa voragine, si è abbandonati a sé stessi. A questo terminale, l’alternativa più probabile si gioca tra due possibilità terribili: o diventiamo assassini o siamo assassinati. E assassini anche di noi stessi; e assassinati anche da noi stessi. Replichiamo la cecità e la sordità delle convenzioni quotidiane; ci lasciamo morire e scarichiamo violenza sorda fuori di noi.

Qui, tragicamente, possiamo morire anche per "eccesso di interiorità"; ed è sempre la sovrabbbondanza interiore che la moralità quotidiana uccide. La tragicità della nostra condizione, a questo punto, si pone capziosamente in comunicazione con il carattere tragico della moralità quotidiana. Solo che qui la tragicità della nostra condizione è irreparabilmente distante dalla tragedia, così come sentita, patita, espressa e rappresentata dai Greci.

L’eccesso di interiorità della tragedia greca mira all’estremo della purezza; anche se, proprio all’estremo di ciò che è puro, fa fatica a distinguere la purezza. La via della purezza e della "retta verità" sono presenti "soltanto nel sentimento e non per la conoscenza"; per essere conoscibili, non possono che scindersi "nell’eccesso di interiorità, dove gli opposti si scambiano". Al centro di questa dialettica vivente "vi è la lotta e la morte de singolo, quel momento in cui l’organico depone la sua egoità, il suo esistere particolare, che era diventato un estremo, l’aorgico depone la sua universalità, non come all’inizio di una mescolanza ideale, bensì in una battaglia estrema e reale". Il personaggio tragico, dunque, è qui "il tentativo di risolvere i problemi del destino"; il che ha una necessaria e terribile conseguenza: "colui che apparentemente risolve il destino nel modo più completo, si presenta anche nel modo più appariscente come vittima, soprattutto nella sua transitorietà e nel progredire dei suoi tentativi". Laddove l’enigma del destino appare compiutamente risolto, là subentra la necessità della fine.

Come Empedocle: l'uomo vivente nella retta verità "sente che quanto più realmente esprime l'interiorità tanto più sicuramente perisce". Può salvarsi, distaccandosi di nuovo dalla "massa", a cui ha mostrato la tremenda bellezza e il terribile sgomento dell'unificazione di arte e natura, finito e infinito, amore e trasecolamento, oggettuale e soggettuale. Ma, così, rischia egli stesso di perdere quest'esperienza unificante e di confinarsi in uno degli opposti: l'interiorità può essere qui un esilio; oppure si è direttamente esiliati dalla "massa". Il tragico dei personaggi tragici e degli uomini e delle donne che cercano di vivere nella retta verità (del retto orizzonte) è proprio questo: nell'autolimitazione del proprio destino, proprio laddove esso pare supremamente compiersi (quale lacerante paradosso!), non fanno che prolungare, nel buon esilio della propria interiorità, i tentacoli della moralità quotidiana a loro esclusivo danno. Per salvarsi, sono costretti a ritrarsi dalle sofferenze unificanti e dal tormento; ma in questo riparo costruiscono il loro tramonto e la loro autodissoluzione.

L'eccesso di interiorità si muta in carcerazione dell'interiorità. E incarcerare l'interiorità è proprio l'obiettivo strategico delle convenzioni morali e sociali. Il tragico di chi cerca di vivere nella retta verità sta nel destino di vittima che incombe sul suo capo e da cui, tragicamente, non riesce a prendere commiato: per vivere nella purezza, si espone al rischio di lavorare alla propria fine. Quanto più procede verso questa fine, tanto più la "massa" lo isola, recinta e dimentica.

Prendono qui luogo due movimenti intimamente collegati: di nuovo, un umano o uccide o si uccide. L'essenza più vera e tormentata del tragico sta nel suo essere mancante della passione della costruzione: nella sua incapacità e impossibilità di distaccarsi dalla propria fine, rielaborandola. La morte è qui solo e unicamente fine; non mai passaggio, non mai inizio. È la passione della costruzione, è l'apertura disincantata al mondo e alla vita che possono rielaborare la morte che compare non più soltanto come porto, stazione terminale dell'esistenza; ma anche come parto, inizio nuovo del mondo e della vita. Parto e inizio che procedono alla ricerca di unificazioni più intime, più intimamente ancora solcando e attraversando le opposizioni.

L'interiorità, allora, non è più soltanto esilio; ma anche libertà; il mondo, allora, non è più soltanto limite, ma anche responsabilità. I luoghi di tutte le unificazioni sono anche i luoghi di tutte le scissioni. Di ciò occorre fare suprema esperienza col sentimento. È, soprattutto, qui che afferma la sua sovranità l'esperienza del sentimento, in luogo dell'esperienza razionale della conoscenza. Non che i sentimenti non "conoscano" e non possano "conoscere". Tutt'altro. Ma essi non confinano mai il conoscibile nel conosciuto e non riducono mai un opposto all'altro; come, invece, può capitare e capita alla razionalità del calcolo, alle logiche incombenti del discorso razionale e al manicheismo delle convenzioni morali. Nell'esperienza del sentimento, la morte del singolo non è soltanto trauma irreparabile, ma anche trasformazione: i sentimenti sono il terreno elettivo della metamorfosi. II carattere più tragico delle tragedie sta nel loro essere deprivate del momento e del movimento della rigenerazione e della metamorfosi. Nella tragedia, i mutamenti fissano irreparabilmente l'incedere della disfatta, il suo approssimarsi letale e fatale. Staticità e prevedibilità sono gli assi intorno cui essa ruota: quanto più ribollono le passioni e si acutizzano i tormenti, tanto più il tono e l'azione della tragedia cadenzano i movimenti della fredda e implacabile necessità. Tutto è articolata e congegnata preparazione, affinché l'esito finale della morte si compia, in maniera implacabile: in esso ogni inizio trova la dimora ultima e intrascendibile. Ma, dice Hölderlin: la dissoluzione deve essere sentita mediante l'unificazione, piuttosto che l'unificazione attraverso la dissoluzione. Ecco che, dunque, il movimento della metamorfosi (unificazione/ dissoluzione/unificazione) viene ripristinato nella sua verità e passionalità. Ecco che, dunque, il movimento devastante della tragedia (dissoluzione/unificazione/disso-luzione) può essere purgato dei nuclei autodistruttivi che lo dissolvono, sospingendolo verso una forma di accecante calcolismo delle passioni.

Le tragedie di Sofocle rivestono per noi (come già per Hölderlin) un interesse decisivo, proprio perché in esse il movimento della metamorfosi non soccombe per intero di fronte al movimento dell'autodissoluzione tragica: una sovrumana compostezza non smette mai di colpire la nostra anima, proiettandola verso la misura del trascendente, ben oltre la tragicità che ripiega e soffre, incatenata e incatenandosi. Il movimento della metamorfosi, così come Antigone di fronte al rimprovero di Creonte, non smette mai di cercare "altro costume", altro pensare, altro vivere; non si lascia aggiogare al costume, al pensare e al vivere già dati. Ma dell'ordine del già dato occorre tener radicalmente conto: non soltanto perché "forse i morti hanno altro costu-me" (Antigone); ma perché, forse, soprattutto i vivi hanno bisogno di "altro costume".

La trasgressione non basta; occorre la metamorfosi. L'onore dei morti non basta; occorre la cura dei vivi. La trasgressione e la decomposizione non possono mai essere fini a sé stesse: sono sempre ingresso in qualche cosa di vivo, radicalmente nuovo e profondamente vivente. L'autodistruzione principia esattamente nel mo-mento in cui questa ulteriorità di passaggio, questo ingresso nel nuovo vengono tranciati e occultati; oppure mascherati.

In una lettera a Ebel del 10/1/1797, Hölderlin esprime con grande limpidezza questa dialettica: "E per ciò che concerne la situazione generale, io ho una consolazione, che cioè ogni fermentazione e dissoluzione deve necessariamente condurre o all'annientamento o a una nuova organizzazione. Ma l'annientamento non esiste, quindi la giovinezza del mondo deve rispuntare dalla nostra decomposizione".

Se, però, esperiamo la nostra fine come morte che prepara e rende possibile una rinascita, in una più grande unificazione abitata da più laceranti dissoluzioni. Emblematici sono i bellissimi versi dell'"Empedocle":

 

Con la morte ritorna all'elemento

Dove per una nuova giovinczza

Come in un bagno si ristori. Agli uomini

La grande gioia è data, che in se stessi

Trovar la forza di ringiovanire.

E dalla morte purificatrice

Che hanno scelta essi stessi a giusto tempo,

Risorgono come Achille dallo Stige

Invincibili...

...i popoli.

 

La metamorfosi, direbbe Hölderlin, è il testo delle dissonanze: spartito in cui l'architettura dell'insieme non interdice ritmie e spazialità tonali che si distaccano dal motivo musicale centrale e, per questo, lo arricchiscono e coronano nella sua identità e nella sua unità complessiva. Vita e morte, arte e natura, finito e infinito sono in rapporto di dissonanza reciproca: unità e unificazione non sono mai armonia pacificata e allineamento monocorde.

Il suono della vita e della morte, di finito e infinito, di arte e natura procede attraverso dissonanze: il campo aperto dell'unificazione delle dissonanze costituisce il senso più profondo del fluire del tempo e dell'esistenza. Nell'eterno e sempre vario suono delle dissonanze risiede la forza del ringiovanimento e della purificazione. Nelle dissonanze, oltre il limite spaziale ed emotivo del tragico, purezza estrema ed estrema empietà, libertà estrema ed estrema servitù, pur non cessando di mescolarsi intimamente, ritornano ad essere distinguibili. Lo sguardo e il cuore della retta verità ritornano a distinguerle, facendo ricorso all'energia riposta e ringiovanente dei sentimenti. Il sentimento del tempo si mostra in tutte le sue cicatrici e con tutte le sue fresche e sanguinanti ferite; ma anche con la sua inafferrabile propulsione di purezza creatrice, consapevole dei precipizi su cui resta da camminare.

Ma in che misura e modo la soluzione hölderliniana del problema del tragico può essere ancora la nostra soluzione? Cosa resta del tragico in questo spazio/tempo della storia?

Non possiamo che partire da un'evidenza inquietante: I'ineluttabilità dell'esito catastrofico della fine non si presenta più come ferrea necessità del fato; piuttosto, la minaccia della morte e della dissoluzione diviene un fantasma. L'esistenza e il tempo sono costantemente minacciati da fantasmi. Su questi fantasmi l'assialità delle convenzioni morali fa particolarmente presa.

Questo uno dei motivi di fondo che fa emergere la crisi della condizione contemporanea come crisi della comunicazione e crisi del linguaggio; già a partire dalla consapevolezza dello Hofmannsthal de "La lettera di Lord Chandos". Comunicazione e linguaggio incarnano il già fatto dei "commerci" della storia e delle convenzioni morali: merci preconfezionate e consumate come spossessamento ed estenuazione del sentimento e dell'intelligenza. Linguaggio e comunicazione come merce specificamente prodotta dalla moralità quotidiana indicano un allontanamento irreparabile e bruciante dai centri propulsivi e dalle sorgenti dell'esistenza e del tempo.

L'impoverimento dell'esistenza del tempo e del tempo dell'esistenza ha questa porta di ingresso principale. Far incontrare qui, in questo spazio vuoto e impoverito, etica e poesia è come disegnare le linee di un paradigma dell'impossibilità. Il quadro risulta meno drammatico ove si interponga, a questo snodo, l'azione di un terzo elemento raccordante e, insieme, dissonante. Un elemento che sappia abbinare alla passione della costruzione lo scatto della decisione; alla forza del sentimento, l'esperienza che apre ai fondali del mondo e della vita. L'abbraccio di etica e poesia deve essere intercomunicato dall'utopia, la quale costituisce il "terzo elemento" di cui eravamo alla ricerca.

L'utopia veste qui i panni della forma più nobile della metamorfosi ed è espressione più duratura della dignità umana. Essa qui rimane non-luogo, poiche l'indicibile e l'illimitato non costituiscono le topologie del conoscibile. L'esperienza dell'inesprimibile non è genericamente il non-luogo; ma precisamente un sentimento, come l'infinito bruniano e leopardiano. I luoghi del sentimento e dell'indicibile sono i luoghi dell'etica, della poesia e dell'utopia. Nella loro veste di merci, comunicazione e linguaggio scindono la relazione tra etica e poesia e, mancando I'intercomunicazione dell'utopia, non riescono a dire più nulla di veramente vivo. L'etica è stravolta nelle forme vili e servili della moralità quotidiana; la poesia è stravolta e distorta in estetica del vuoto. Ed è a questo crocevia che si finisce col non credere più in niente: non all'amore, non all'avventura, non all'ignoto, non all'amicizia. Sarebbe, ormai, troppo tardi, per vivere ancora, innamorarsi ancora, comunicare ancora. Sarebbe irrimediabilmenle finita l'era dei miracoli, poiché è sopravvenuta (ed è intrascendibile) l'epoca della miseria.

Chi ancora vuol vivere e non si rassegna alla morte inane; chi vuole ancora innamorarsi e amare e non cede ancora all'indifferenza e al cupo furore sarebbe niente altro che la prova testimoniale dell'assurdo. Chi non accetta le follie del ripiegamento e della scarnificazione della vita sarebbe un folle, perché ora la vita sarebbe proprio queste scarnificazioni e questo ripiegamento.

Le convenzioni morali convertono in fantasmi proprio le istanze utopiche che ribollono nella vita, come la tensione a innamorarsi e ad amare e comunicare. Vivere ora, persino nella più semplice disposizione sentimentale, diventa un moto utopico. Etica e poesia possono ritrovare la vita, cantarla e rispettarla, transitando per il sottosuolo e le vette dell'utopia. Nelle lande della sventura, ricomincia l'avventura umana. Il sentimento dell'utopia ci intimizza col dolore e col torto che si mostrano come impedimento del retto e del bello.

Non più dalla condizione di vittima, come ancora nella tragedia, guardiamo la realtà delle cose e lo scorrere dei sentimenti; bensì da quella della sventura. Chi, fino in fondo, si riconosce nella posizione di sventurato, escluso e altero in confronto alle banalità quotidiane riacquista il sapore delle verità del mondo e della vita. ll sentimento dell'utopia aggira e squarcia gli idoli di cartapesta del "teatro morale" quotidiano e si conquista i sigilli di giustizia dell'etica e il canto trasparente e immortale della poesia. Tutto ritorna a pulsare e la vita scorre calda e fluente fin sopra le superfici, con le sue verità e i suoi misteri. Il sentimento dell'utopia, incontrandosi con l'etica e la poesia, muove dall'infelicità e dalla miseria della condizione umana; ma, sbrindellate le menzogne che fanno dolorare l'esistenza, riconduce l'infelicità all'abbraccio con la felicità e la miseria all'abbraccio con l'abbondanza.

Il sentimento dell'utopia è sentimento dell'amore. E l'amore, come spiega Diotima a Socrate, è figlio di povertà e abbondanza e, dunque, sta sempre nello spazio di mezzo tra mortalità e immortalità (Simposio, XXI-XXLX). Nello spazio di mezzo stanno il bene, il giusto e l'amore: tra Dei e miseri mortali. Ma tra Dei e mortalilà, lo spazio è continuamente rimosso e smosso.

Noi siamo insopprimibilmente tentati di rifuggire Le zone d'ombra, poiché le colleghiamo direttamente e univocamente alla morte, alla perdizione e all’aggiogamento Dovremmo, invece, lasciare nella nostra anima libero il passaggio alle ombre, per entrare in contatto con quello che dietro di loro si cela, ci angustia o ci può allietare.

Un uomo e una donna sono più che uomo e più che donna; non per questo possono diventare Dei. Nello spazio di mezzo, ogni uomo e ogni donna è più che un Dio; gli Dei non possono conoscere l'amore; un uomo e una donna sì. La bellezza sublime e immortale non la racchiude un Dio; ma un uomo e una donna che stanno in mezzo tra miseria e abbondanza, finito e infinito. Tutti i luoghi sono qui i luoghi della bellezza e dell'amore.

Ciò che nemmeno un Dio può, tanto più non è concesso all’Angelo. L’Angelo dell’Innocenza e della Purezza della Vita niente sa del Mondo e della Semplicità. Deve correre in suo soccorso il misero mortale. L’Angelo rilkiano non è mai stato fanciullo, né vecchio. È sempre stato così come è. Non ha infanzia, né futuro. Non invecchia, ma nemmeno ringiovanisce. Nella sua perfezione rarefatta, non conosce la semplicità e le cose mortali.

Non è la salvezza degli umani, né forma salvifica. Non è Angelo della Vendetta, né Angelo della Liberazione. Nella sua infinità, pare quasi un abitatore umano dei Cieli: un leggiadro ricalco simmetrico della finitezza dei mortali. Non può correre in aiuto dei mortali; né ascoltare le loro lamentazioni o il loro odio. Con le sue ali, cavalca un raggelante spazio siderale.

L’Angelo rilkiano è l’infinita potenza dei Celesti che mai può trovare dimora nel mondo dei mortali. È un semidio altero che tutto può e niente riesce a fare, perché la sua potenza infinita è estrema, se non sublime, finitezza: essa è tanto assoluta da sconfinare nell’impotenza assoluta, ancora più zavorrante della finità dei mortali.

Chi tutto può, in realtà, non può mai niente. Non conosce la fatica del nascere e del morire, del soffrire e del disperarsi. Per l’Angelo rilkiano, la possibilità di ritorno sulla terra è definitivamente perduta. Solo in un’infanzia del tempo, ormai trapassata e perduta, Umano e Divino possono incrociarsi. Angeli e Umani: tutti egualmente maschere:

 

Si aprì: la scena era addio.

Facile a capirsi. Il noto giardino,

oscillava davvero: allora, prima entra il ballerino.

Quello no. Basta. Anche se fa così bene

è travestito, e quando si riveste è un borghesuccio,

che per entrare in casa passa per la cucina.

Queste maschere piene a mezzo non le voglio.

Meglio la marionetta. Quella è piena. Io voglio

sopportare quell’involucro di pelle e il filo e il suo

volto d’apparenza. Qui. Le sto di fronte.

Anche se si spengono i lumi, anche se

mi si dice "si chiude" —, anche se dal palcoscenico

mi arriva il vuoto col soffio grigio dell’aria,

anche se non c’è più nessuno dei miei taciturni antenati

a seder lì, con me, nessuna donna e nemmeno

il ragazzo dall’occhio bruno, fisso,

io resto lo stesso.

(...)

non ho ragione? E voi, non ho ragione

voi che mi amaste per quel po’ d’inizio

d’amore che vi davo, e sempre me ne distoglievo

perché lo spazio che amavo nel vostro volto, da che l’amavo, mi si volgeva in spazio di mondo

e in quello voi non c’eravate più ... Non ho ragione se

ho voglia

d’aspettare dinanzi al palcoscenico delle marionette?

Ma che dico

aspettare, no, farmi tutt’occhi, tanto

che là per corrispondermi, un Angelo

ha da entrare come burattinaio a tirar su i pupazzi.

Angelo e marionetta: allora finalmente c’è spettacolo.

Allora ecco s’aduna, quel che sempre

esistendo, disgiungiamo — Allor, solo allora

dalle nostre stagioni si compie il cerchio

della piena evoluzione.

(QUARTA ELEGIA, vv. 20-36, 47-61)

 

Nella piena evoluzione del cerchio tutto si compie: le marionette si trovano di fronte ai loro burattinai; i mortali, di fronte ai loro Angeli. Tutti replicanti e tutti impotenti: vittime del gioco che li ha intrappolati. Perfette corrispondenze qui si danno tra maschere compiute e sfibrate.

Occorre fermare il gioco. Arrestare in un luogo fuori della vita ciò che ancora vive. Nella vita ciò che vive si disgiunge dal vivere; fuori dalla vita ciò che vive può essere riafferrato e ritornare a vivere. Ma questo fuori è, istantaneamente, anche il dentro più intenso e profondo del vivere: il dentro che dolora; che è posto in cattività; che si ribella. È nell’intermittenza del transito tra questo dentro e questo fuori che origine e meta si riabbracciano. Questo abbraccio apre una feritoia miracolosa; da essa la vita ritorna e riprende a palpitare. Aldilà della vita ciò che, con più forza, riaffiora è il suo aldiquà.

Questi infiniti e articolati luoghi: ecco il moto utopico. Ecco perché l’utopia è non-luogo per eccellenza; indicazione dell'infinità dei luoghi del possibile. Camminare in mezzo a questa infinità: ecco il contrassegno dell'utopia. Sta qui il timbro della bellezza dell'amore e della dignità umana, con tutto il carico delle loro sofferenze e delle loro limitazioni mortali.