Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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NODI
Saperi e poteri.

Questa sezione del bimestrale è il frutto della partnership editoriale con Dissensi - Rivista Italiana di Sociologia.

UNA VISIONE DIVERSA DELLE SCIENZE SOCIALI
E DELLE SUE METODICHE DI RICERCA

di Luca Interlandi

(Direttore rivista "Dissensi")

Introduzione

La politica, la società e l’evoluzione umana sono dei temi che, a mio avviso, devono essere analizzati, volta per volta, attraverso diverse "chiavi di lettura" che riguardano i saperi che compongono le Scienze Sociali.

Le motivazioni che mi hanno spinto ad utilizzare questi differenti punti di vista nelle mie ricerche, si basano sulla consapevolezza che l’unico modo di comprendere a fondo, tentare di prevedere e controllare i vari fenomeni di cambiamento che investono tutti i settori della nostra società, sia di avere un’idea chiara dei singoli mutamenti settoriali, collegati naturalmente tra loro, sullo sfondo di una cornice globale artificiale creata dall’uomo, che dia ad essi, in qualche modo, l’indirizzo più giusto ed equo. Il fine è di rendere consapevole l’individuo dell’importanza di una soggettività attiva del sé, rispetto alla realtà che lo circonda, e contro ogni ipotesi d’esistenza solo oggettiva e passiva nei confronti di cambiamenti pericolosi, soprattutto di natura economica e virtuale.

A tal fine è importante conoscere, con coscienza critica, la natura umana nelle sue molteplici sfaccettature, prendendo atto dei collegamenti settoriali e delle inevitabili conseguenze dell’uno nei confronti dell’altro; per questo è necessario lo studio e l’utilizzo dei vari piani analitici dei saperi delle Scienze Sociali.

 

Composizione delle Scienze Sociali

Le Scienze Sociali rappresentano le molteplici conoscenze che si occupano dello studio dell’uomo e della società utilizzando delle metodiche di ricerca, e quindi di comprensione dei fenomeni di cambiamento, eguali nell’obiettivo finale ma diversi nei metodi e nelle prospettive analitiche per cui si applicano.

I nuovi saperi (Storiografia, Scienze della Politica, Scienze Giuridiche, Sociologia, Antropologia ecc.), corrispondono a differenti chiavi di lettura che studiano e spiegano cambiamenti diversi all’interno di una cornice comune.

In questo senso è importante, per ottenere scientificamente dei risultati rilevanti, in una visione d’insieme dei vari segmenti sociali, comprendere che la comunicazione tra le varie discipline è necessaria. Pertanto, possiamo definire concettualmente lo scambio d’informazioni come: interazione simbiotica.

Ogni disciplina rappresenta, infatti, una visuale diversa, ma che analizzata e verificata globalmente con le altre, ci permette di ottenere delle esaurienti risposte sulle azioni e retroazioni dei vari mutamenti.

Per una più facile comprensione possiamo immaginare geometricamente, un ottagono (vedi Figura I) i cui lati corrispondono ad alcuni dei settori più importanti, in altre parole la Storiografia, la Scienza della Politica, le Scienze Giuridiche, la Sociologia, l’Antropologia, l’Economia Politica, la Psicologia Sociale e la Filosofia Politica.

 

 

FIGURA I

 

 

Gli otto lati sono in posizioni diverse gli uni dagli altri, come i settori che si studiano, ma uniti agli angoli per quel fenomeno d’interazione simbiotica di cui sopra. Interazione vuol dire scambio di dati ed opinioni; simbiotica perché i settori diversi devono vivere in stretto contatto al fine di ottenere un’utilità reciproca di sviluppo e d’aggiornamento continuo.

 

FIGURA II


 

 Se per caso un lato dovesse staccarsi (vedi Figura II), s’interromperebbe il flusso d’informazioni causando una situazione d’immobilità cronica che impedirebbe l’evoluzione globale del sistema.

Quindi, se per esempio il settore giuridico non ricevesse più dati sulla creazione di nuovi comportamenti e valori (che sono interpretati dalla sociologia, economia, psicologia ecc.), non potrebbe attualizzare il proprio ordinamento normativo, rimanendo così anacronistico rispetto alle nuove esigenze sociali. Tutto ciò accadrebbe perché gli altri settori possiedono quelle chiavi di lettura necessarie al fine di comprendere i cambiamenti sociali che bisognano di regolamentazione giuridica.

 

Storiografia, Scienza della Politica e Scienze Giuridiche: quali differenze ed uguaglianze nei metodi di ricerca ?

Premetto che per affrontare questo tema mi riferirò in particolare ad uno scritto di Norberto Bobbio1, perché offre degli spunti pratici su come la Storiografia, la Scienza della Politica e le Scienze Giuridiche si pongano su di un continuum che rappresenta i momenti che legano queste discipline nel contesto delle Scienze Sociali.

Le Scienze Sociali si servono della storia e quindi dell’aiuto degli storici; e partendo dai dati storici esse tendono a cogliere nei fatti linee tendenziali di sviluppo di cui possano servirsi i politici.

Lo sviluppo delle Scienze Sociali è dovuto in genere al maturarsi della convinzione che il futuro sia sempre assai meno nel grembo di Giove di quel che mostrino di credere gli ideologi della restaurazione o i riformatori delusi, e che l’azione politica possa trarre molta utilità da una migliore conoscenza dei fatti passati 2.

Lo storico utilizza dei metodi differenti, tipicamente "individuali", che si pongono l’obiettivo di studiare fatti, avvenimenti ed i comportamenti di grandi personaggi utilizzando le testimonianze personali, le ricerche sui luoghi e comparazioni di documenti riuscendo così a ricostruire i fatti del passato che ci permettono di comprendere l’iter storico che ha caratterizzato l’evoluzione della nostra società e degli individui che la compongono.

Differentemente da queste tecniche, nella Scienza della Politica e quindi, nello studio dei fenomeni politici, si rinuncia alla pretesa di conoscere la storia individuale di tutti i Bianchi e i Rossi che votano, e si tende, invece, alla determinazione dei comportamenti tipici. Per esempio, quando i giornali importanti erano solo tre o quattro, bastava fare la storia di questo o quel giornale, individuato da quel titolo, da quella direzione, da quell’indirizzo. Attualmente i giornali politici, specie in periodo elettorale sono molti e quindi chi voglia studiare il fenomeno della propaganda dovrà servirsi della cosiddetta analisi del contenuto (da più di vent’anni molto diffusa negli Stati Uniti), in cui scompaiono gli individui e rimangono le tipologie.

La Scienza della Politica, infatti, approfondisce quei settori che riguardano i fenomeni politici che lo studio giuridico-normativo e quello storico-individualizzante non possono esaminare per i diversi campi d’indagine che segnano i confini dalle discipline storiche e giuridiche.

In questo senso è importante comprendere la diversità della Scienza Politica dalla Storiografia e le Scienze Giuridiche. Essa consiste nel differente "punto di vista" per le Scienze Giuridiche e dalle tecniche di ricerca diverse per ciò che riguarda la Storiografia.

Per capire meglio le due distinzioni è necessario approfondirle separatamente. Sia al giurista che allo scienziato della politica interessano i comportamenti tipici e astratti; non i comportamenti concreti di una persona in particolare indicata con un nome proprio: ed in questo differiscono entrambe dalla storia.

Il giurista fa oggetto delle proprie ricerche i comportamenti che sono regolati dalle norme di un determinato ordinamento giuridico; li studia per conoscere quali sono le cosiddette conseguenze giuridiche (e quindi in termini di doveri, poteri, diritti, facoltà, ecc.) che da quella determinata qualificazione normativa derivano.

Un comportamento non regolato non entra nell’orizzonte di ricerca del giurista.

Lo scienziato della politica studia, invece, di un comportamento, soprattutto le motivazioni e le conseguenze rispetto ai fini proposti.

Lo stesso comportamento, per esempio quello di iscriversi ad un partito, stimolerà il giurista ad andare alla ricerca dello statuto di quel partito, per studiare in base alle norme statutarie quali siano i presupposti e le condizioni dell’iscrizione, quali siano gli obblighi, i diritti ed i poteri che ne derivano, ovvero, la natura dei vari rapporti giuridici che s’instaurano tra iscritti e associazioni, tra un iscritto e gli altri iscritti, i fatti costitutivi, modificativi, estintivi di questi rapporti.

Quindi per un giurista gli iscritti ad un partito sono, in quanto tali, cioè dal punto di vista normativo tutti uguali.

Allo scienziato della politica, invece, interessa sapere anzitutto quali sono le motivazioni per cui un individuo s’iscrive ad un partito rispetto che ad un altro, e poi in che modo, una volta iscritto, si comporti di fatto, se frequenta la sezione, se partecipa alle elezioni e a quali elezioni di preferenza, se segue la linea del partito, se si disinteressa o addirittura si ribella.

Così come lo studio dei sistemi politici e la loro evoluzione è di fondamentale interesse per questa disciplina.

Da questo punto di vista è chiaro che gli iscritti non sono tutti uguali e la loro classificazione darà luogo ad una tipologia diversa da quella del giurista. Inoltre, nei rapporti tra cittadini e partiti vi sono delle figure, come quella del simpatizzante (qualcosa in meno rispetto ad un iscritto) o l’attivista o militante (qualcosa in più rispetto ad un iscritto) che non possono avere nessuna qualificazione normativa. Ed in questo caso, per esempio, il giurista che cerca comportamenti dovuti o leciti o illeciti, non troverà nulla di giuridicamente rilevante da regolamentare. Per il giurista, la struttura della società è una griglia a maglie più o meno larghe che "cattura" le prede che riesce a catturare; per il sociologo sono prede anche quelle che sono fuori dalla griglia, sebbene sia molto più difficile osservarle, e molto spesso l’unico modo per osservarle è di catturarle (in questa operazione il giurista ed il sociologo di solito si aiutano a vicenda).

 

Perché la riflessione di Bobbio non basta ?

Il contributo di Bobbio è essenziale al fine di comprendere meglio il mio pensiero su come, metodologicamente, debbano rapportarsi le Scienze Sociali con un mondo notevolmente cambiato, nel nuovo millennio.

Ricollegandomi alla prima parte dello scritto, credo che sia necessario andare oltre ciò che Bobbio afferma in modo consequenziale alla sua teoria, contribuendo ad allargare l’ambito delle discipline delle Scienze Sociali a quelle, magari più deboli attualmente, come la Filosofia Politica, l’Antropologia, l’Economia Politica e la Psicologia Sociale.

La prima contestazione che mi si potrebbe fare riguarderebbe sicuramente la competenza, ovvero il terreno d’analisi, e magari anche gli obiettivi.

Per rispondere a questi rilievi cito, innanzitutto, un passo di Maurice Duverger nel quale egli afferma sul concetto di scienza sociale:

A prima vista, sembrerebbe agevole definire il concetto di scienza sociale: le scienze sociali studiano l’uomo che vive in società, l’animale politico di Aristotele; esse analizzano così i gruppi umani, le collettività, le comunità. In realtà, nemmeno il concetto di gruppo umano è di per sé facilmente precisabile; un semplice agglomerato di individui – ad esempio la gente che fa la coda a un cinema – non è una vera collettività (ma può diventarlo). D’altra parte, dire che esse studiano "l’uomo che vive in società" e dire che esse analizzano "i gruppi umani" non sono formule sinonime: l’accento è posto, nel primo caso, sui membri del gruppo, nel secondo sulla comunità. In realtà, le scienze sociali sono tuttora dilaniate dai gravi conflitti riguardanti il loro stesso oggetto, la loro medesima concezione 3.

Iniziando il mio ragionamento da questo passo, per prima cosa mi chiederei quale potrebbe essere una definizione delle scienze sociali: e conseguentemente se a caratterizzare la definizione siano il terreno d’analisi che si vuole sondare (ovvero l’oggetto di studio), o gli strumenti attraverso cui si compiono le ricerche, oppure gli obiettivi che gli scienziati sociali si pongono. Riflettendo sui pensieri di Bobbio, di Duverger ma anche di altri studiosi, più o meno affini, credo che l’unica definizione generale che si possa attribuire alle scienze sociali dipenderebbe inevitabilmente dagli obiettivi generali che si vogliono raggiungere, visto che i terreni su cui si muovono le singole discipline sono diversi. Perché ?

La premessa che bisogna fare prima di approfondire l’argomento, riguarda la suddivisione delle scienze sociali su due piani divisi, ma collegati fra di loro.

Il primo piano concerne le diverse discipline, ognuna con le proprie peculiarità; il secondo concerne le medesime, i loro risultati e gli obiettivi generali nella loro totalità.

Per ciò che attiene al primo piano, bisogna dire che è chiaro che ogni sapere ha il suo terreno di competenza, così come è assodato l’uso di propri strumenti e criteri d’analisi per raggiungere specifici obiettivi; in alcune situazioni, come ha dimostrato Bobbio, vi sono dei casi in cui i metodi di ricerca, o gli obiettivi sono comuni.

Il secondo piano riguarda il "momento" d’analisi successivo al primo, che sovrasta la specificità disciplinare a favore della verifica e del ragionamento e quindi della creazione di una visione globale dell’obiettivo generale che si è voluti raggiungere. Perciò, attraverso i dati che singolarmente, sapere per sapere, si sono ottenuti e attraverso un lavoro di elaborazione teorica e pratica, si potrà avere il senso di come, per esempio, la globalizzazione influenzi la religione tradizionale nei paesi occidentali, in tutte le sue forme e da tutte le angolazioni (individuale, sociale, psicologico ecc.).

Il confronto, la comparazione e l’elaborazione dei dati ottenuti dalle varie discipline è il compito del secondo piano.

 

La presunta superiorità analitica di un sapere rispetto ad un altro è dannosa per la ricerca complessiva delle scienze sociali

Se l’obiettivo generale delle scienze sociali è l’analisi dell’uomo e della società, al fine di comprenderne l’evoluzione rispetto ai fenomeni di mutamento dell’ambiente che lo circonda, a livello politico, economico e sociale, è chiaro che è impensabile attribuire ad una sola disciplina, come alcuni credono, la capacità risolutiva ed esaustiva di un tema del genere. In primo luogo perché il suo raggio d’azione analitico è insufficiente all’obiettivo posto, in secondo luogo perché da essa si può solo ottenere una valutazione esclusivamente parziale e non globale.

La motivazione che mi spinge ad insistere sul tema della "globalità dell’analisi", nasce dalla considerazione che oggi i mutamenti avvengono ad un’altissima velocità, investendo tutto il nostro pianeta, nelle sue più diverse sfaccettature.

Inoltre, tendenzialmente, il paradosso apparente della modernità-globalizzazione è la frantumazione dei saperi, a favore della specificità, ed a sfavore di una più corretta comprensione di ciò che realmente accade, in un ottica complessiva.

Un esempio utile è sicuramente quello dell’economista Georges Corm, afferma:

La Scienza Economica ha oggi ovunque ceduto il terreno a specializzazioni diverse e frammentate, che si richiamano all’economia, ma che si muovono in un vuoto intellettuale fatto d’incomprensione o di misconoscimento del funzionamento globale delle strutture sociopolitiche. Le grandi parole d’ordine del neoliberalismo conservatore trionfante evidentemente non sono in grado di colmare un simile vuoto 4.

Ciò comporta gradualmente l’indebolimento dell’economia politica, sottovalutandone drammaticamente l’importanza per un indirizzo economico che tenga conto anche delle ragioni socio-politiche.

Detto questo, non credo che si possa parlare di una definizione attuale di Scienze Sociali senza tenere conto di queste considerazioni.

Dunque, a mio avviso, la definizione dovrebbe essere impostata all’incirca in questo modo:

 

Le Scienze Sociali sono quel complesso di discipline i cui fini analitici, elaborati unitariamente, coincidono con quelli più generali e comuni delle stesse.

Per concludere, è necessario affermare che coloro che per pregiudizio di scuola diffidano delle interazioni simbiotiche tra i vari saperi, dimostrano di non essere in grado di sfruttare al meglio le risorse che la conoscenza ci offre per comprendere a fondo il mondo che cambia.

Per chi presume incompetentemente, quindi, la superiorità di un sapere rispetto agli altri consiglio di fare un esame di coscienza affinché cominci a diffidare anche delle proprie certezze.

 

Note

1 Cfr. N. Bobbio, Saggi sulla Scienza Politica in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1977.

2 Ivi, p.20.

3 Cfr. M. Duverger, Metodi delle Scienze Sociali, Milano, Etass/Kompass, 1967.

4 Cfr. G. Corm, Il nuovo disordine economico mondiale, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.