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Temi del dibattito politico italiano.

GIUSTIZIA: CRISI SENZA CRITICA
di Antonio Chiocchi

1. È dall'insorgere del fenomeno "Mani pulite", nella prima metà dello scorso decennio, che il rapporto politica-giustizia è divenuto uno dei nodi caldi della politica italiana. La funzione di supplenza, a lungo, esercitata dal potere giudiziario nei confronti del potere politico ha contribuito a far colare a picco un sistema politico in grave crisi di legittimazione, ma non ha, certo, aiutato a prendere consapevolezza della crisi della giustizia; al contrario, l'ha occultata. Eppure, dopo venti e più anni di teoria e pratica di emergenza, la giustizia italiana era in un evidente stato di sofferenza, sia per quanto concerne lo scostamento progressivo dal dispositivo costituzionale, sia per quel che riguarda l'erosione costante delle garanzie poste a presidio dei diritti individuali.

L'emergenza, per definizione, è stata la dichiarazione di uno stato di eccezione che, rapidamente, si è convertito in stato di normalità. La sospensione di diritti fondamentali (dentro e fuori il processo penale) è divenuta la norma. Il contingente è stato regolato con gli strumenti normativi dell'eccezionalità che hanno distorto e sconvolto, quasi riarticolandole in toto, le strutture portanti dell'ordinamento. Così è stato per l'inflazione; così, per il "terrorismo"; così, per la conflittualità sociale; così, per la criminalità organizzata; così, per la microcriminalità; così, per l'immigrazione; così, per la sicurezza; ecc. ecc. Non c'è stato campo di espressione della vita politica, economica, sociale e civile in cui non abbia fatto incursione l'apparato codificatorio dell'emergenza.

La giuridificazione dei rapporti sociali ha depotenziato le clausole democratiche poste a garanzia del processo, predisponendo una sorta di zona franca a favore del potere giudiziario. È stato gioco facile, grazie all'accordo tra potere politico e potere giudiziario, progettare e organizzare interventi di destrutturazione e ridisegno delle regole procedimentali basilari, secondo una dinamica continuamente innovata e allargata.

Con e grazie all'emergenza, dagli anni '70 a tutti i '90, il potere giudiziario ha esibito una potenza inaudita che ha progressivamente oscurato quella del potere politico. Una potenza, si tratta di precisare, non geometrica; ma esponenziale. E proprio questa manifestazione di potenza ne ha nascosto la crisi; innanzitutto ai suoi occhi. Per lunghi anni, la pratica del garantismo è stata ritenuta un attentato di "lesa maestà". L'ordigno giudiziario e giurisprudenziale ha, in teoria e nei fatti, sospeso il diritto di critica, con l'appoggio incondizionato del sistema politico ed, in particolare, dei partiti di sinistra.

La crisi della giustizia italiana, a misura in cui si aggravava, rimaneva senza tematizzazione. È stato, questo, un "paradosso" tipicamente italiano. Del resto, come assumere coscienza di uno stato di crisi, se la terapie di risposta alla malattia si risolvevano nella replicazione e accentuazione della ... malattia?

All'inizio degli anni '90, nella generale crisi dei poteri, il potere giudiziario è rimasto l'unico attore forte presente sulla scena. La sua potenza è divenuta la macchina riproduttiva principale dei rapporti di potere. Ciò ha dato luogo ad un equivoco, in base al quale è stato ritenuto un attore politico.

L'equivoco è stato prontamente strumentalizzato dalle forze di centro e di destra. Da qui esse hanno confezionato la "teoria del complotto". L'arroccamento difensivo del potere giudiziario e la difesa pregiudiziale e, spesso, acritica dei suoi errori da parte della sinistra non hanno aiutato a demistificare la strumentalizzazione; anzi, l'hanno sovralimentata.

Ora, la "teoria del complotto" ha convertito in moneta sonante alcune delle più evidenti distorsioni di sistema di cui il potere giudiziario, intanto, si era reso protagonista, trovando in esse delle "basi oggettive". Al di là dell'accusa di facciata intorno al "colpo di stato" (di sinistra) a mezzo del potere giudiziario, il centrodestra ha mirato subito al sodo: ritorno in forme nuove all'ancien régime dell'impunità e ripristino della posizione di centralità e primato dei "poteri forti", a partire da quelli economici. Il ventilato varo della "Commissione di inchiesta su Tangentopoli" corona questa tendenza.

Contrariamente da quanto si tenta di accreditare, qui il centrodestra non ha chiesto e non chiede ai giudici di non fare politica e limitarsi all'esercizio della giurisdizione. Al contrario, ad essi viene richiesto di ritornare alla politica di copertura del potere e di allineamento coi "poteri forti". I progetti di "riforma della giustizia" esibiti dal centrodestra non propongono una fuoriuscita dall'emergenza; bensì l'inabissamento ulteriore nei suoi codici, nonché l'asservimento del potere giudiziario al potere politico.

Nel centrosinistra, invece, sulle questioni di fondo regna un silenzio pressoché assoluto. Inoltre, la critica del potere giudiziario viene recepita e patita come una destabilizzazione degli equilibri politici tra i poteri, se non, addirittura, come un attentato all'ordine costituzionale. Salvo, poi, dolersi, allorché nel mirino della magistratura finiscono proprie iniziative o suoi esponenti.

Le flebili parole espresse dal centrosinistra in tema di "riforma della giustizia" non sono altro che la rincorsa ai progetti destrutturanti del centrodestra, di cui viene proposta una versione soft, ritenuta, altresì, più funzionale. Anche qui il centrosinistra, a partire dalla separazione delle carriere e dalla ipertrofia del penale nel sociale, rimane prigioniero nel suo circolo chiuso: la competizione col centrodestra sul terreno della governance moderata del paese. Esso percepisce se stesso e si propone come l'attore politico più razionale della governance. Il che lo rende disponibile a "compromessi programmatici" e "mediazioni progettuali" non sempre limpidi che hanno, altresì, l'effetto di capovolgersi nella legittimazione dell'avversario (pur in affanno) e nella delegittimazione della propria autorità politica, complicando le già precarie vie di comunicazione con la "società civile" ed i movimenti.

Il potere giudiziario si è trovato, così, sotto assedio. Le strumentalizzazioni del centrodestra non l'hanno aiutato a venire a capo dei suoi problemi; l'assenza di critiche cristalline e stringenti da parte del centrosinistra non ha potuto trasmettergli alcuna scossa positiva; i suoi ripiegamenti interni lo hanno fatto precipitare in posizioni di crescente isolamento. Non è un caso che già intorno al 1995 si esaurisca la "spinta propulsiva" di "Mani pulite" e che Antonio Di Pietro, uno degli "eroi popolari" dei primi anni '90, nel maggio 2001 non riesca a centrare l'elezione al parlamento. Soltanto sul finire dell'anno scorso, il potere giudiziario ha aperto un percorso di autoanalisi, soprattutto ad opera di Magistratura democratica. Tuttavia, almeno fino ad oggi, questa si mostra ancora troppo carente.

Se i progetti del centrodestra hanno il chiaro segno della restaurazione e del controllo politico, quelli del centrosinistra appaiono ondivaghi nella sostanza ed inefficaci nella forma. Qui non è soltanto questione di appuntare la critica sulla legislazione ad personam (rogatorie, falso in bilancio, conflitto di interessi, legittimo sospetto) che il centrodestra ha varato, col rischio di personalizzare oltre il lecito le funzioni politiche di cui Berlusconi è titolare. Qui si tratta di allargare lo spettro dell'analisi e prendere consapevolezza che il tema del diritto e dei diritti è quello più devastato dall'azione dell'esecutivo in carica. Valgano per tutti gli interventi restrittivi sull'art. 18 dello Statuto dei lavoratori; i dispositivi anti-partecipazione previsti dal "Libro Bianco"; il miracolismo di facciata del "Patto per l'Italia"; i contenuti razzisti e xenofobi della Bossi-Fini; i progetti di decostituzionalizzazione e riarticolazione potenziata dei poteri annunciati dalla "devolution". Per non parlare dei tagli annunciati dall'ultima finanziaria di Tremonti su pensioni, sanità, scuola ecc.

Sul terreno dei diritti occorre, dunque, riposizionarsi. Rincorrere il centrodestra in questa o quella proposta, allo scopo di renderne più morbido e governabile l'impatto sociale è per il centrosinistra perdente. Ha già condotto alla sconfitta del 2001; ma la lezione, a quanto è dato capire, non è bastata. Riesce difficile, del resto, immaginare l'adeguata tematizzazione della crisi della giustizia, se non riaprendo e rilanciando la problematica dei diritti.

 

2. Per il centrosinistra ed il potere giudiziario, l'assunzione del tema dei diritti quale discrimine, per una concludente discussione intorno alla crisi della giustizia, è cosa molto dolorosa. Una mossa di questo tipo, difatti, richiama la necessità indifferibile di una rivisitazione critica dei codici dell'emergenza, affinché siano espiantati i suoi ordigni. Non sembra che le forze del centrosinistra e la magistratura, nel loro complesso, siano disponibili ad una siffatta operazione. Le caute aperture di Magistratura democratica in tale direzione non sembrano ancora essere la soluzione di questo nodo preliminare. Anzi, la stessa Magistratura democratica, pur inizialmente critica delle filosofie e prassi emergenzialiste, è andata pericolosamente posizionandosi in ambiti contigui, se non interni, ad alcune delle più destrutturanti pratiche emergenzialiste, prestando alcuni dei suoi più qualificati esponenti all'apparato di controllo edificato con e sull'emergenza.

Il punto è che i diritti ed il loro esercizio sono divenuti un tabù, recepiti unicamente e riduttivamente come mezzi di disfunzionamento, se non di elusione, della macchina della giustizia. In realtà, è vero proprio il contrario: il collasso del processo penale è figlio, in linea diretta, della mortificazione dei diritti. Ancora: lo stato comatoso dei diritti nelle carceri italiane è la prosecuzione, con i mezzi dell'esecuzione penale, della crisi del processo penale, a cui associa fattispecie giuridiche che aggiungono sofferenza a sofferenza.

Porre la questione dei diritti erosi dall'emergenza quale premessa per la discussione sulla crisi della giustizia è particolarmente bruciante per il centrosinistra, per un'altra e non secondaria ragione: il nodo diritti è inestricabilmente connesso al problema democrazia. È sin troppo logico che i diritti vengano erosi costantemente, se si assumono come orizzonte i codici della democrazia procedimentale (1). La procedimentalizzazione dei diritti è, tra l'altro, una tecnica subdola di compressione delle garanzie democratiche, costituendo l'equivalente politico del neo-liberismo economico: l'esclusione economica e sociale qui si cumula con l'esclusione politica. Finiscono con l'affermarsi un'idea ed una prassi mercatistiche della democrazia e della libertà. Non c'è dubbio alcuno che le forze del centrosinistra siano strette in questo collo di bottiglia.

Ciò spiega, ancora meglio, perché non riescano a tematizzare la crisi della giustizia: in realtà, ancor prima, esse non sono capaci di porre in tema ed argomentare la loro crisi. Anche per questo, si aggrappano al neo-liberismo e al neo-moderatismo, come se fossero un'ancora di salvezza; mentre, invece, costituiscono la loro "palla al piede".

Ora, i moduli della democrazia procedimentale stridono con le teorie della divisione e autonomia dei poteri che ci sono state tramandate da Montesquieu in avanti. Assumerli come nuova "stella polare" significa, pertanto, entrare in una rotta di collisione strisciante con l'autonomia del potere giudiziario. Lette da qui le proposte di divisione delle carriere avanzate all'interno del centrosinistra (e della stessa Magistratura democratica) assumono un profilo meno incongruo di quanto a tutta prima possa apparire. L'autonomia e la diffusione dei poteri mal si conciliano con l'idea e le prassi della democrazia procedimentale: anzi, tra di loro v'è un aperto ed insanabile conflitto.

D'altro canto, la difesa e la valorizzazione puntuali dell'autonomia del potere giudiziario, prerogativa fondante dello Stato di diritto e per uno status di giustizia, non possono divincolarsi dall'obbligo democratico della valorizzazione ed estensione dei diritti. Una giurisdizione esercitata a prescindere dei diritti o in divaricazione dalla loro diffusione non può dirsi caratterizzata nel segno della giustizia e dell'eguaglianza. Non si può, in altri termini, acconsentire alla procedimentalizzazione dei diritti e, contemporaneamente, rivendicare prerogative giurisdizionali intangibili. In tendenza, diritti procedimentalizzati al polo dell'esercizio richiamano al polo opposto la contrazione del potere giudiziario, con l'emersione del potere politico come arbitro dirimente e attore principale. Centrodestra e centrosinistra, al di là delle differenze, vanno convergendo proprio verso questo centro gravitazionale. Nella sostanza, sono entrambi in conflitto col potere giudiziario: sia quando lo difendono che quando lo attaccano.

La procedimentalizzazione dei diritti altera e vulnera il bilanciamento dei poteri. Diversamente da quanto in genere ritenuto, ciò conduce al rafforzamento del potere politico sugli altri poteri. Da qui la sofferenza del legislativo e del giudiziario nei confronti dell'esecutivo. Non v'è altro modo efficace per contrastare la dominanza crescente del politico, se non opporsi alla democrazia procedimentale, impegnandosi conseguentemente per la giustizia dei diritti diffusi. In tutto ciò, la giurisdizione è chiamata ad affrancarsi dagli ordigni emergenziali, traendosi fuori dalla sindrome di ripiegamento che interdice all'esterno ogni diritto di critica, a misura in cui inibisce all'interno adeguati processi di maturazione critica.

 

3. Che quello innanzi illustrato sia lo stato della crisi della giustizia italiana e del rapporto tra potere giudiziario e potere politico è dimostrato dalle parole usate dal procuratore generale di Cassazione (F. Favara) il 13 gennaio 2003, nella relazione di inaugurazione dell'anno giudiziario. Già all'avvio, la relazione è chiara nell'imputare le cause della lentezza della giustizia italiana a "riti" e "regole", non di rado, utilizzati con "finalità dilatorie" e in "modo pretestuoso".

In ciò non va ravvisato, semplicisticamente, un indiscriminato attacco alle garanzie; più propriamente, v'è la critica aperta a chi fa uso delle garanzie contro e non a favore del processo. Emerge, così, la critica serrata ed esplicita alla produzione normativa di "garanzie giurisdizionali" finalizzate alla distorsione del processo ed alla sua sostanziale elusione, come quelle varate dal centrodestra nel corso della sua azione di governo.

Rimane, tuttavia, una zona d'ombra. Risulta sempre disagevole separare le "garanzie buone" dalle "garanzie cattive". Imboccando questo sentiero, si sa da dove si comincia e non si sa mai dove si andrà a finire. Anche le migliori intenzioni del mondo, su questo terreno scivoloso, possono smarrirsi e risolversi nel loro contrario.

L'impunità dei poteri non è una garanzia; ma un privilegio ed un'aperta manifestazione di forza normativa: una violenza esercitata a nome del diritto e attraverso i suoi codici. Essa è non solo vulnerazione dell'equilibrio dei poteri, ma anche lesione dei poteri diffusi dei cittadini. Al potere giudiziario è tolto esattamente quanto tolto ai cittadini. Il ristabilimento della bilancia dei poteri, allora, non può che risiedere nell'alimentazione e diffusione dei diritti. Qui il potere giudiziario riacquisisce le sue prerogative di legittimità e sono stroncati i progetti e le pratiche di impunità propri del potere politico.

Fuori da contesti così tracciati, si rischia di assistere a insanabili lotte tra corporazioni e aggregati di potere. Forse, a quest'ordine di necessità risponde l'auspicio espresso dal procuratore generale di migliorare il "rapporto di comunicazione" con la società civile, sulla base del principio costituzionale che l'autonomia e l'indipendenza della magistratura non sono da considerarsi il privilegio di una casta; ma, piuttosto, rappresentano un presidio "per il rispetto della legalità".

Ma uscire dalla crisi della giustizia, facendo unicamente appello al "principio di legalità" può risultare insufficiente. Nessun automatismo garantisce che il principio legalità si risolva in principio giustizia, per la decisiva ragione che nessuno dei due è riducibile a sostanza astratta ed, in loro nome, non è possibile prescindere dal fare i conti con la dura realtà. Realtà che, sì, ci restituisce il biasimevole comportamento mantenuto in quest'ultimo anno e mezzo dal potere politico, ma che continua, del pari, a non fornirci significative testimonianze di garantismo da parte della magistratura.

Il processo penale è, certamente, l'ambito entro cui la crisi della giustizia è più grave e più evidente si fa il conflitto tra potere giudiziario e potere politico. Esistono delle difficoltà di natura oggettiva: prima tra tutte, la sospensione del processo a metà strada tra procedimento inquisitorio e rito accusatorio, con l'inevitabile cortocircuito tra i due.

Ora, è proprio questa permanente oscillazione pendolare tra la dimensione inquisitoria e quella accusatoria ad offuscare il quadro delle garanzie e dei diritti, di cui il processo penale dovrebbe essere sede. Da un lato, si sostiene che il garantismo rende inefficiente il sistema nel suo complesso; dall'altro, si ritiene che il metodo inquisitorio è lesivo dei diritti individuali. I due poli del movimento pendolare non riescono a conciliarsi: ognuno regge il proprio sviluppo sulla soppressione dell'altro. Sicché l'effetto di contemperazione tra giustizia ed efficienza non viene neanche ricercato. Così, per il procuratore generale di Cassazione, in ossequio alla centralità del criterio dell'efficienza, il processo va sfrondato da "garanzie ridondanti"; all'opposto, per lo stuolo di avvocati che difendono il presidente del consiglio (ed i suoi amici) è la richiesta medesima di autonomia e coerenza costituzionali a fare problema.

La contraddizione parte qui dal fatto che la domanda di autonomia, replicata autorevolmente dal procuratore generale, non appare funzionale alla costruzione di un sistema di giustizia asimmetrico, intorno a due fuochi fondamentali: a) il nocciolo interno dell'impunità, caratterizzato da gradi di garanzia massimizzabili; b) l'area esterna della punizione esemplare, caratterizzata da livelli di garanzia decrescenti fino al grado zero. Il governo di centrodestra, col principio funzionale dell'autonomia della magistratura, tende a far saltare il principio costituzionale dell'eguaglianza di fronte alla legge.

Di nuovo impattiamo contro proposte e tendenze che marciano nella direzione della cancellazione dei diritti: il potere politico, nel modello che stiamo esaminando, ai diritti di tutti sostituisce i propri privilegi. Ma lo stesso potere giudiziario, pur oggi divenuto bersaglio della classe politica di governo, non è esente da responsabilità passate e presenti; come abbiamo cercato di argomentare. Se, nella crisi della giustizia italiana, l'insufficienza principale è riconducibile ai soggetti che producono la norma, non senza macchia è chi è chiamato ad applicarla.

(gennaio 2003)

 

Nota

(1) Su questa, come su altre questioni sollevate nel corso dell'articolo, grande interesse rivestono le recenti aperture di G. Palombarini (Giustizia, il coraggio delle riforme, "il manifesto", 2 gennaio 2003), soprattutto se viste in proiezione del prossimo congresso nazionale di Md (Roma, 23-26 gennaio 2003). Ovviamente, le tesi di Palombarini non sono omogenee con quelle proposte in questo articolo.