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Temi del dibattito politico italiano.

 

SEGNALI DI FUMO.(*)
Leader e leadership nell'Ulivo
di Antonio Chiocchi

1. Di fronte al montante deficit dell'esecutivo Berlusconi e alla guerriglia parlamentare in atto nella maggioranza, quasi tutti i leader dell'Ulivo rincorrono una linea di centro moderato. Sul presupposto che la "fabula berlusconiana" sia, ormai, avviata al declino, essi non trovano di meglio che accreditare il proprio schieramento come nuova leadership funzionale e sé stessi come classe politica di governo illuminata. Non passa giorno che non lancino "segnali di fumo" distensivi ai poteri istituzionali ed extra-istituzionali che contano. 

Limitiamoci a quest'ultima settimana, selezionando soltanto tre delle "uscite" più significative (1).

Cominciamo con l'iniziativa della fondazione "Italiani Europei" (D'Alema-Amato) sul delicatissimo tema della scuola e dell'istruzione. Ebbene, il "segnale di fumo" lanciato è il seguente: la scuola non è assoggettabile a delle "rivoluzioni ogni cinque anni". Ergo: se ritorniamo al potere, conserveremo l'ossatura della "riforma Moratti". Confindustria e Vaticano possono, dunque, dormire sonni tranquilli. 

Idem dicasi per il sistema fiscale: secondo recenti seminari ulivisti (non pubblici), non tutta la "finanza creativa" tremontiana è da buttar al macero: sarebbero da salvare gli incentivi alle imprese, gli sgravi fiscali, le detassazioni e simili. "Segnale" lanciato a Confindustria (un altro) e alla Banca d'Italia.

Idem, ancora, per la "riforma delle pensioni", intorno cui i maggiori leader dell'Ulivo si dichiarano disponibili alla discussione: pronti a trattare lo smantellamento del sistema della previdenza pubblica, pur appoggiando nominalmente  lo sciopero generale sindacale. "Segnale" lanciato alla Confindustria (ancora!) e alla Banca d'Italia (un altro).

Se è vero che la storia non ha insegnato molto a Berlusconi, come ha recentemente e autorevolmente ricordato il "Financial Times" (2), non si può, certo, dire che per l'Ulivo sia stata "maestra di vita". Di nuovo, esso è fatalmente attratto dai dispositivi politici e simbolici del centrismo di governo che, pure, ne avevano causato il tracollo elettorale e politico alle elezioni del 2001 (3). Il ricorso (diabolico, verrebbe voglia di dire) merita un adeguato approfondimento che qui forniamo solo per sommari cenni.

Il nucleo dirigente dell'Ulivo si caratterizza fondamentalmente per una sospensione culturale: la mancata metabolizzazione delle culture politiche di governo degli anni '70. In particolare, il nodo non risolto è costituito dal paradigma politico che modellò quegli anni e che Paolo Farneti acutamente definì: "pluralismo centripeto" (4). Intorno a tale paradigma si consumò il vortice che condusse dal "compromesso storico" alla "solidarietà nazionale" (prima) e al "governo dell'emergenza" (dopo).

Non, certamente, a caso il pluralismo centripeto si sposò con la egemonia dei partiti, insediatisi nella struttura pubblica della decisione politica, per fare del sistema politico il "centro" della società. La "conquista del centro" era funzionale al controllo governante della società, a misura in cui questa era infeudata sotto un rapporto di  capillare soggezione politica (5)

Questa strategia non pagò allora e non paga ora. 

Non pagò allora, perché il sistema politico rimase senza opposizione interna, fino a strozzarsi in una cupa autoreferenzialità che si esaltò nella criminalizzazione dei movimenti sociali e si celebrò nell'apoteosi delle politiche e delle strategie dell'emergenza.

Non può pagare ora, perché il sistema policentrico delle "società globali", ancora più di quello delle "società complesse", non è autocentrato sul 'politico'. Cosicché, in misura più rilevante a paragone degli anni '70, l'effetto centripeto e aggregazionistico che, per pure finalità di governo, le forze politiche di centro e di sinistra cercano di determinare si trova ad essere spiazzato dalla realtà.

Lo scotto più grande è pagato proprio dalle forze della "sinistra di governo": il loro allineamento al centro le destituisce di ogni funzione di attrazione politica, spostandola involontariamente verso altri: verso Berlusconi, fuori dell'Ulivo; verso la Margherita, dentro l'Ulivo.

Ma nemmeno la Margherita riesce a svolgere una attrazione politica di tipo sistemico: in primo luogo, perché (diversamente dalla vecchia Dc) non ne ha la forza elettorale; in secondo, perché la pulsione della centralità è destinata a dissolversi, a fronte della proliferazione dei centri di potere e di interesse. 

Il "pregiudizio della centralità", ossessione che negli anni '70 si trasferì dalla classe politica di governo a quella di opposizione, è poco di più di un mito a basso livello di razionalità politica e di dubbia efficacia elettorale. Non casualmente, nel 2001, Berlusconi conquista il potere non al "centro", ma al "centro" e a "destra": più precisamente ancora, nel reticolo dei "centri del centro" e dei "centri della destra". Non incidentalmente, il reinsediamento politico berlusconiano obbedisce ad una razionalità politica rizomatica e non già universalistica (6)

La posizione dei centri di imputazione dell'azione di governo è, certamente, una questione politica di primaria grandezza. Ed essa non si risolve con postulati anacronistici, ma attraverso complessi equilibri sospesi su diverse e non concordanti assialità. 

Ora, il "pregiudizio della centralità" che permea di sé gli strati dirigenti dell'Ulivo riduce il complesso gioco degli equilibri politici ad una alleanza di interessi in funzione del potere. Il governo politico è qui concepito come risultante di uno scambio tra equivalenti, in cui ogni potere spende le sue risorse, per il governo della società. 

Ma così non è. E così non è stato: l'Ulivo se ne è accorto, a sue spese, con gli smaccati voltafaccia pro-berlusconiani di Confindustria e Banca d'Italia (tanto per fare soltanto due esempi macroscopici) alle ultime elezioni politiche del 2001. L'Ulivo ha ritenuto erroneamente  - e continua a persistere nell'errore - che la convergenza al centro dell'azione di governo funzioni come allineamento politico dei poteri, consentendo all'esecutivo di fungere come "primo tra poteri pari". 

Una posizione di potere di questo genere l'ha goduta soltanto la Dc e limitatamente agli anni '50, in cui il partito si identificava con lo Stato e viceversa. Siffatto sistema di equilibrio per allineamento, agli inizi degli anni '60, ha iniziato a mostrare la corda con il manifestarsi della crisi del centrismo ed è deflagrato con il '68-'69 (P.zza Fontana nasce anche da qui). Dal primo centrosinistra in avanti, il bilanciamento dei poteri è avvenuto non più per allineamento, ma sempre per contrappeso. Da allora, non si è trattato più di allineare ad un centro (ormai, inesistente) i poteri, ma di controbilanciarli secondo un estenuante gioco di contrappesi, per effetto di cui tutti i partiti convergevano al centro e nessuno di loro fungeva più quale centro.  

Nel sistema di bilanciamento dei poteri per contrappesi non si poteva dare riformismo alcuno. Ciò spiega la breve fortuna del riformismo socialista e, insieme, la morte prematura di quello comunista, passato, nel volgere di poche stagioni politiche, dalle "riforme di struttura" alla "austerità" e dal "patto tra produttori" alla "solidarietà nazionale". Si è, inoltre, insinuata in queste pieghe l'incubazione progressiva del potere di interdizione e condizionamento esercitato dal Psi craxiano negli anni '80.

Ora, le classi dirigenti dell'Ulivo incardinano il loro progetto centrista su una ipotesi del bilanciamento dei poteri per allineamento politico, già sconfitta negli anni '60 e '70. Ipotesi che, tra l'altro, replica con i movimenti un rapporto puramente strumentale, abbassandoli sempre a mero serbatoio elettorale e mai assumendoli come arena della domanda sociale e civico-politica. 

Il guaio è, oggi per l'Ulivo e ieri per la sinistra storica, che le due determinazioni appena richiamate sono strettamente correlate: a misura in cui un movimento non viene assunto come arena della domanda sociale e civico-politica non può funzionare come serbatoio elettorale. Ecco perché, in passato e nel presente, le sinistre italiane non sono riuscite ad intercettare elettoralmente le risorse e le chances della mobilitazione collettiva. Sta qui uno dei nuclei motivazionali principali del fallimento del riformismo italiano, sotto tutte le latitudini.

 

2. Per l'Ulivo, come già per la sinistra storica, il pregiudizio della centralità si è indissolubilmente associato alla preclusione contro i movimenti. Ha, così, fatto irruzione nel suo codice genetico una concezione tecnocratico-professionale della politica. Facendo propria una linea tipica dell'elitismo democratico, ben presto, l'Ulivo ha trasformato i processi dell'inclusione politica in una pura e semplice legittimazione della classe politica, depositaria in esclusiva della titolarità dell'azione di governo e delle relative prerogative di potere.

Il gioco degli equilibri politici dell'azione di governo è andato sempre più sbilanciandosi verso i poteri, in una divaricazione crescente dalla domanda civico-politica inoltrata dai movimenti e dalla cittadinanza sociale. Conseguentemente, l'equilibrio dei poteri doveva ignorare o emarginare le richieste provenienti dai diritti diffusi. L'attrazione fatale al centro ha esposto l'Ulivo sempre di più verso i poteri, isolandolo dai movimenti e dalla cittadinanza sociale. In breve: l'ha indebolito. Subentrato il punto di saturazione della debolezza, è stato inevitabilmente scaricato. 

Nonostante questo esito fallimentare e due anni e più di mobilitazione sociale e politica contro il governo Berlusconi, il nucleo dirigente dell'Ulivo appare di nuovo destinato ad essere risucchiato in queste sabbie mobili. Di nuovo, ricomincia ad inviare "segnali di fumo" ai poteri, innalzando un muro tra sé e i movimenti e la cittadinanza sociale.

È l'ennesimo trionfo dell'elitismo democratico: la politica ed il potere concepiti come ingegneria istituzionale di allineamento della società alle esigenze dei poteri più forti, di cui la classe politica di governo si propone come rappresentante legittima. La domanda sociale è patita come un elemento di molestia e la mobilitazione collettiva come un'interferenza impropria dell'azione governante.

Le proposte di "lista unica" e di "partito dei riformisti" avanzate in questa direzione approfondiscono e rendono irreversibile questo processo. 

Nessuna "riforma vera" si può effettivamente promuovere o patrocinare, se il rapporto con i movimenti e la cittadinanza sociale è tagliato alla radice. Se, perfino, il rapporto con i sindacati è sacrificato sull'altare della relazione privilegiata con i poteri. 

Senza un "riformismo vero", serio e conseguente, nessuna trasformazione effettiva della società in senso democratico si potrà mai determinare. Senza trasformazione democratica, niente "esecutivo riformista". Niente "esecutivo riformista", niente contrappeso nei confronti dei poteri forti.

Il "riformismo ulivista" è semanticamente surrettizio e politicamente vuoto: è puro nominalismo politico in funzione della leadership interna. Il "partito riformista" è, in ordine di tempo, l'ultima coniugazione ulivista dell'elitismo democratico. Se per il passato si può parlare di "riforme senza riformismo", oggi dobbiamo argomentare di riformismo senza riforme

Il riformismo è ridotto a sottoespressione della modernizzazione e questa al puro interventismo governante sulla società. L'azione politica di regolazione sociale viene ritenuta "riformismo", anche se comprime lo spettro dei diritti esistenti (vedi "riforma delle pensioni", "riforma del mercato del lavoro" ecc.) e non apre quello dei diritti insorgenti. 

Quello ulivista, tanto sul piano semantico che su quello politico, si caratterizza come oligarchismo democratico, giacché assume sistematicamente come bersaglio l'area dei diritti, il cui esercizio espansivo viene ritenuto incompatibile con la logica dei poteri e la funzionalità dell'azione di governo. Le diverse posizioni dei Ds e della Margherita e  tra i leader principali dell'Ulivo non fuoriescono da questa prospettiva strategica: ne rappresentano, piuttosto, una coniugazione tattica differente.

I vari leader dell'Ulivo sono in competizione tra di loro a chi sposta più al centro la barra del progetto e dell'azione politica e, nel contempo, giocano a logorarsi tra di loro in quanto ad autorevolezza e rappresentatività politica. Il gioco di logoramento è attivato soprattutto dallo schieramento della Margherita, in evidente stato di inferiorità sul piano politico-elettorale.

Il "partito riformista", in questo disegno, risponderebbe a due ordini di esigenze:

a) sul piano esterno: dovrebbe sancire l'affermazione della futura classe dirigente, in un rapporto di contrapposizione a quella berlusconiana ed in una relazione di superamento definitivo dei "massimimalismi" e "movimentismi" del passato;

b) sul piano interno: dovrebbe selezionare i leader titolari del migliore profilo di governamentabilità, a garanzia futura di oscillazioni indebite e tentazioni eccessivamente democratiche.

Ecco, dunque, che l'Ulivo è finito in balia dell'ennesima lusinga politicista. Solo che ora sta mutando definitivamente il Dna nella prospettiva dell'oligarchismo democratico. Le forze minori (Sdi, Udeur e Verdi) sono, in larga parte, tagliate fuori da questo processo di rilegittimazione per il potere. Alcune si oppongono, perché annusano i rischi dell'emarginazione (quote significative di ex Dc della Margherita e l'Udeur); altre, pur emarginate, ritengono che la "prospettiva riformista" sia il riscatto a posteriori di tutta la loro storia (Sdi); altre, ancora, si chiamano fuori, perché il loro mandato sociale e la loro base elettorale crollerebbero (Verdi e Pdci); altre, pur dissenzienti, non prendono nemmeno in considerazione l'elaborazione di un altro percorso politico (la sinistra Ds).

L'Ulivo che si annuncia avrà un profilo ancora più moderato di quello che conosciamo, con l'unico merito di dare perfetta visibilità e coerenza pubblica all'oligarchismo democratico. I suoi dirigenti ritengono che questa sia la base che funga da piattaforma più favorevole: 

a) per sconfiggere il neo-autoritarismo berlusconiano;

b) per assettare in maniera razionale e funzionale la compagine e le politiche di governo.

I conti appaiono mal fatti. La possibile sconfitta di Berlusconi alle prossime tornate elettorali entra a pieno titolo nel gioco del calcolo politico; anzi, alla luce degli eventi e fenomeni politici in corso, appare altamente probabile. Il punto debole dell'intera manovra sta nell'ipotesi centralistica di allineamento dei poteri che sorregge la proposta del "partito riformista". Senza la forza che sale dalla domanda sociale e civico-politica dei movimenti e della cittadinanza sociale, tanto più un governo che si vuole caratterizzare in senso riformista si isola nel rapporto con i poteri, da cui risulta invariabilmente stretto in un abbraccio mortale. E, dunque, diventa debole politicamente e poco rappresentativo socialmente. 

Per aprire prospettive politiche nuove - non solo a sinistra -, la morte dell'Ulivo dovrebbe essere effettiva. Invece, assistiamo all'ennesima cattiva nascita partorita dall'ennesima agonia.  

  (27 ottobre 2003)

Note

(*) Il presente articolo va letto congiuntamente all'altro che lo precede Manovre in corso. Leader e leadership nella "Casa delle libertà" ed entrambi posti in riferimento a Coalizioni senza coagulanti. La nuova regola aurea del sistema politico italiano.

(1) Cfr. Roberta Carlini, Il ritorno all'ovile, "il manifesto", 22/10/2003; C. Rossi, Il problema non è il leader, ivi.

(2) "Non si può dire che il presidente del consiglio italiano sia tra i politici che imparano dalla storia .... il primo governo Berlusconi cadde quando una riforma delle pensioni introdotta in modo maldestro si tradusse in scioperi e nel collasso della sua coalizione ... oggi c'è il dejà vu ... una riforma imprudente, uno sciopero generale e un governo sull'orlo dello scioglimento: solo il turno di presidenza dell'Unione europea ne impedisce il collasso" ("Financial Times", 24/10/2003; cit. da C. Casalini, Il 24 ottobre colpisce. Il governo si fa male, "il manifesto", 25/10/2003).

(3) Si rinvia, in proposito, all'Editoriale n. 9/2001 di "Focus on line".

(4) Sul punto, sia concesso rinviare a A. Chiocchi,  Il circolo vizioso. Meccanismi e rappresentazioni della crisi italiana 1945-1995, Mercogliano (Av), Quaderni di "Società e conflitto", 1997; in particolare, cap. 3, § 2.3.

(5) Per una analisi più circostanziata del tema, si rinvia ancora al lavoro citato alla nota precedente; in part., capp. IV-V.

(6) Cfr. l'Editoriale n.17-18/2002 di "Focus on line"