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Temi del dibattito politico italiano.

QUANDO I SAPERI RINCORRONO I POTERI.
LA RIFORMA DEI CICLI UNIVERSITARI
di Antonio Chiocchi

 

1) La riforma dei cicli universitari è passata sotto tono e non ha suscitato la discussione politica e culturale che meritava. Eppure, si tratta di un intervento di non lieve rilievo, in un campo quale quello dell'educazione, della formazione e dell'acculturazione che delimita un'area di complessi e delicati rapporti tra saperi, poteri e istituzioni che non mancheranno di dispiegare "effetti pesanti" già nell'immediato futuro.

La riforma appena varata ed in via di attuazione ha una lunga storia alle spalle e prende inizio, sul finire degli anni '80, con il varo dell'autonomia degli atenei. Su quel solco originario sono andati inserendosi ulteriori e progressivi innesti che ne hanno accolto e ampliato la filosofia di fondo, fino ad arrivare al risultato finale che ci troviamo di fronte. Ed è con questo "risultato finale" che ora intendiamo confrontarci.

Il principio dell'autonomia degli atenei che, come abbiamo accennato, costituisce il contesto fondativo della riforma si è andato, via via, intrecciando con altri vincoli di natura ed ispirazione economica, primi tra tutti quelli della competitività e della redditività (1). A loro volta, questi vincoli sono riconducibili ad uno slittamento di paradigma e di semantica che ha finito con l'assimilare l'università (e la cultura, in generale) ad una istituzione di tipo aziendale. In ulteriore determinazione, lo slittamento di paradigma e di semantica appena segnalato prende origine da una epistemologia globalista che espande le condotte di estrinsecazione del mercato, fino a farle coincidere con la società tutta intera e le sue istituzioni tout court.

Il mercato come origine e fine (nel doppio senso di finalità progettuale e destinazione geo-fisica): questa, in breve, la filosofia che ispira e sorregge la riforma. Stando così le cose, si impone una riflessione a monte intorno ad alcune problematiche di tipo culturale e scientifico.

 

2) Come si sa, l'università italiana è rimasta a lungo dipendente dal principio universalizzante dell'unità dei saperi, con tutti i richiami e i collegamenti del caso a culture e filosofie di carattere fondamentalista e anti-differenzialista. Non staremo qui ad occuparci delle ascendenze e delle contraddizioni di siffatta posizione (2); ci limitiamo ad osservare come alla radice della crisi dell'istituzione università (in Europa) e, più in generale, dei saperi (non solo in Europa) vada individuato proprio un approccio totalizzante in campo culturale e scientifico e separatista in campo sociale e politico. Cercheremo, nei passaggi successivi, di spiegarci meglio.

Il richiamo all'unità dei saperi, a prescindere qui dal giudizio di valore che se ne può dare, ha fatto dell'università un'istituzione tanto universale quanto chiusa. L'universo delle culture e dei saperi doveva risolversi in essa che, così, si poneva come unico luogo della produzione, della ricerca e della sperimentazione in campo culturale e scientifico. Quanto più questo schema, a metà strada tra l'idealismo ed il positivismo, si espandeva, tanto più l'università compiva il circolo della propria autorefenrenzialità. Tanto più si andava separando dalla società. Produzione di cultura e di saperi a mezzo dell'università e produzione culturale e scientifica a mezzo della società erano condannate a smarrire tutte le aree e i punti di confluenza. Le aspettative e le progettualità dell'una non comunicavano con quelle dell'altra, ma ognuna delle due metacomunicava su se stessa e con se stessa.

Spezzare il vincolo dell'unità dei saperi e far irrompere nell'istituzione università il gioco complesso delle differenze e della dialogica degli specialismi era, quindi, un atto dovuto, se si voleva porre rimedio ad una delle cause fondative della crisi dell'università italiana che si è progressivamente tradotta in: a) scadente offerta culturale e scientifica; b) dilatazione impressionante dei tempi di acquisizione della laurea; c) elevato tasso di abbandono degli studi universitari.

La riforma degli ordinamenti didattici in via di attuazione individua con correttezza questo nodo problematico e vi incide dentro in profondità. Ciò che non convince sono qualità e finalità dell'incisione. Se si trattava di porre giustamente un termine ultimativo ai processi di separatizzazione delle culture e dei saperi universitari, certo, non appare incoraggiante il trascorrere dalla mitopoietica dell'unità dei saperi a quella del primato del mercato. Per molti versi, anzi, il rimedio suggerito è peggiore del male.

"Portare" (o "riportare", come si preferisce) l'università nella società, non significa affatto scioglierla e diluirla all'interno delle istituzioni competitive del mercato, transitando da universalismi e fondamentalismi culturalisti e scientisti a universalismi e fondamentalismi aziendalistici e mercatistici. Il nodo centrale è un altro: a quale distanza l'università deve collocarsi nel sociale (3)? E ancora: quali le distanze del culturale e dello scientifico nel sociale e del sociale nel culturale e nello scientifico? Una nuova mappa delle coappartenenze va qui disegnata; precipitare l'università nel risucchio del mercato è esattamente il contrario di ciò che si richiede.

La competizione tra gli atenei, corollario diretto del principio/prassi dell'autonomia, colloca l'università ad una distanza zero dal mercato e dai poteri che lo regolano (4). Il principio autonomia si traduce, così, nel suo esatto contrario: eteronomia assoluta dalle leggi di mercato, secondo cui vincente non è l'utile ed il meglio, ma il meglio distribuito ed il più persuasivo. La competizione incoraggiata conduce inevitabilmente ad un abbassamento della qualità e varietà dei servizi offerti, a vantaggio del posizionamento e della distribuzione di quelli che recano impressi in sé il più elevato grado di appeal, secondo gli standards promozionati sulla base delle esigenze mutevoli della "domanda imprenditoriale".

Il sistema università non solo si trasforma in una sottounità funzionale del mercato, ma anche e più pericolosamente ancora in un subsistema del mondo imprenditoriale (sul modello americano). La competitività, così, alimentata inchioda scienza e cultura ad un ruolo ancillare e dilapida il potenziale delle risorse sociali in fatto di elaborazioni e sperimentazioni culturali e scientifiche avanzate. Il principio cardine che si afferma è, infatti: l'alimentazione e l'appoggio di ciò che serve al mercato-impresa nell'immediatezza fattuale. Che è quanto di più pernicioso possa immaginarsi per ogni formazione sociale e per la cultura e la scienza, in particolare.

I criteri della futuribilità e della modularità che hanno tradizionalmente (e giustamente) accompagnato l'investimento scientifico e l'elaborazione culturale vengono letteralmente rescissi dall'ordine delle grandezze dell'agire umano-sociale. L'utile fattuale immediato non più assurgere ad universo condizionante della ricerca culturale e scientifica, poiché lo storico-sociale ed il socio-umano sono dimensioni supremamente esposte al futuro: ciò che si rivela utile oggi, può essere disutile domani; e viceversa (5). E pertanto, il campo della ricerca e della sperimentazione, in tutte le sfere, deve essere il più aperto possibile: non un universo chiuso e calcolante, ma una pluridimensione aperta e dialogante.

La competitività alimentata dalla riforma degli ordinamenti didattici rivela qui una delle sue più profonde iatture: come l'angusto criterio di utile fattuale immediato può regolare la pianificazione degli studi, stabilire l'elenco delle discipline da "tagliare" (i cd. "rami secchi" del mercato) e quelle, invece, da privilegiare? Errori e sbilanciamenti irreparabili verso il passato, a danno del futuro, accompagneranno inevitabilmente questo genere di scelte.

 

3) V'è un versante squisitamente politico su cui la riforma qui discussa dispiega un ordine di effetti non meno esiziali di quelli finora esaminati. Dobbiamo, in proposito, registrare il capovolgimento di uno degli assunti cardine della modernità: il paradigma baconiano, secondo cui "sapere è potere". Certo, non si può rimanere ancora abbarbicati a questo paradigma; altrettanto certo è che si tratta di reinvestigarlo e rielaborarlo, affrancandolo dalle dosi di titanismo culturale e super-azionismo pratico che lo inquinano dall'interno e gli fanno declinare all'esterno autoritarismi politici di ogni risma.

Ora, la riforma dei cicli universitari in via di attuazione sostituisce il baconiano "sapere è potere" con potere è sapere. Il sapere, difatti, insegue il potere e lo asseconda nelle sue pianificazioni e nella sua progettualità. E qui preminente è il potere del mercato, a cui soggiace lo stesso potere politico. La risorsa cultura, la risorsa scienza e i saperi, in generale, sono trattati allo stesso modo di tutte le altre risorse di tipo economico: mercificati in funzione del perseguimento dell'utile immediato maggiore. In questa prospettiva, il rischio maggiore cui i saperi umano-sociali sono esposti è quello di essere dilapidati e depredati, allo stesso modo di come lo sono stati ambiente e sviluppo umano.

La riforma qui sottoposta a censura, dopo aver posto l'università a distanza zero dal mercato, colloca i saperi a distanza zero dai poteri, in particolare del potere politico. Anche qui approdiamo ad una situazione esattamente opposta a quella dell'autonomia, intorno cui pure la riforma pretende di costruirsi e consolidarsi. Eteronomia dal mercato ed eteronomia dal potere politico: stanno qui i due fulcri della riforma.

Qualunque sarà il grado di attuazione e di smentita o rettifica della riforma dell'università, una cosa è, comunque, certa: così come l'abbiamo finora conosciuta, l'accademia è destinata a scomparire, non essendo più funzionale ad alcun progetto politico e a nessun progetto di sapere, a prescindere dal grado di unità/conflittualità che può sempre stabilirsi tra i due.

Cosa potrà mai nascere dalla crisi di identità dell'accademia e degli accademici è difficile da dire. Non tutti gli accademici e le discipline sono destinati al ruolo di consulenti aziendali e di formatori pro azienda verso cui la riforma li indirizza. In che misura l'esclusione dall'area di ubiquità funzionale con i sottosistemi aziendali alimenterà difese corporative di retroguardia, oppure salutari conflitti per un mutamento degli assi di rotta rimane impregiudicato. Anche se va detto con realistico disincanto che sull'accademia non si possono nutrire eccessive speranze. Allora, non rimane che sperare negli studenti. Ma anche qui irrompe il disincanto: quali e quante speranze porre in soggetti che sono sempre più ridotti ad utenti?

Il quadro non è dei più rosei; anzi, volge decisamente al brutto. Eppure, non resta che rimanere aggrappati ad un'idea di libertà e a pratiche di cultura e di sapere sottratte alla logica del potere e del mercato. E questo dentro e fuori l'università.

(febbraio 2001)

Note

(1) Su questi punti, cfr. il puntuale M. Franzini, La selezione del sapere, "il manifesto", 16 febbraio 2001.

(2) Per un'interessante e sintetica escursione sull'argomento, cfr. Francesca Farabollini, Saperi di uso sociale, "il manifesto", 16 febbraio 2001.

(3) Osservazioni acute, in argomento, si possono leggere in Francesca Farabollini, op. cit.

(4) Di passaggio: quello della libertà assoluta e dell'assoluta autonomia del mercato è un mito scaduto a livello di apologo di basso rango, confezionato per un pubblico sempre più disinformato e ammaliato dalle presunte doti equilibratrici del libero gioco degli interessi economici, per nascondere i "centri di potere" che proprio il mercato costituisce e organizza e che, a loro volta, provvedono a regolarne i flussi.

(5) Cfr., sul punto, le pertinenti considerazioni di M. Franzini, op. cit