Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

 

Home Chi siamo Nella rete Zoom Nodi Arretrati Links News

E-mail: focusonline@cooperweb.it

 

ZOOM
Temi del dibattito politico italiano.

 

RIPOSIZIONAMENTI FINIANI.(*)
Esercizi di leadership
di Antonio Chiocchi

1. Non si era ancora spenta l'eco delle polemiche intorno alla sua proposta di voto agli immigrati che Fini ha inferto un ulteriore e ben più poderoso scossone alle acque, già agitate, del suo partito. La tanto agognata visita in Israele è stata, per il vice premier, l'occasione per organizzare la rottura definitiva nei confronti della cultura della tradizione fascista e neo-fascista intorno cui si era formato tutto il gruppo dirigente di An. Il riconoscimento della Shoah come "male assoluto" è una denuncia esplicita del nazismo e del fascismo come "mali assoluti" (1). Col che si riconoscono, di fatto, la resistenza e l'antifascismo come ragioni costitutive e fondamenta della democrazia italiana. Per le culture autoritarie della tradizione neo-fascista italiana cadono tutti gli appigli di legittimità e legittimazione: la "diversità" e la "estraneità in patria", un tempo vanto, diventano  colpa, in quanto contaminate dal male originario della Shoah. Ce ne è di che far saltare sulla sedia tutto l'apparato e la base di An, a quelle culture ancora saldamente ancorati.

Si trattava e si tratta di culture profondamente anti-democratiche che della democrazia si erano dichiarate e si dichiarano "fiere avversarie". Ricordiamolo, il fascismo (esattamente come il nazismo) si costituisce e impone come concentrazione del potere opposta alla presunta irresolutezza decisionista dei regimi democratici, sulla base di una mitopoietica inaugurata dal pensiero politico controrivoluzionario di de Maistre, de Bonald e Donoso Cortés e riattualizzata, con ben altro vigore concettuale, da C. Schmitt nei primi decenni del XX secolo. Questa tradizione, per quanto logora e sconfitta definitivamente nell'area capitalistica avanzata con il secondo conflitto mondiale, viene sottratta all'oblio dalla destra italiana di formazione fascista e neo-fascista, costituendo una sorta di icona sacra  verso cui incanalare la propria devozione fideistica. La mistica del regime "forte" e "santo" viene giocata contro la democrazia; ma è proprio la democrazia che consente a quella mistica di sopravvivere. E ciò non solo per il libero gioco e la libera circolazione delle idee propri della democrazia. Nel caso italiano, la mistica autoritaria sopravvive alla costituzione formale democratica, corrodendola dall'interno, attraverso la sopravvivenza dei codici fascisti. Reperiamo qui due paradossi, uno più macroscopico dell'altro: (i) le culture politiche fasciste contrarie alla democrazia sono tutelate dai codici di garanzia e libertà immanenti alla democrazia; (ii) i codici fascisti corrodono come un virus letale la costituzione formale democratica. 

Ciò spiega l'uso spregiudicato, ai fini della perpetuazione della propria centralità politica, che la Dc ha sempre fatto del Msi di Almirante, fin dagli anni '50. Ciò spiega anche come il neo-fascismo di marca almirantiana non abbia mai avuto un carattere anti-sistema; bensì un ruolo di stabilizzazione sistemico-reazionaria. Sin dal 1956, il personale politico rimasto più sensibile ai richiami delle rappresentazioni del fascismo come anti-sistema della democrazia (Rauti, Signorelli, Graziani, Delle Chiaie ecc.) è costretto a trasmigrare, fondando "Ordine nuovo". Fini, in quanto delfino designato  di Almirante, è l'erede autentico del doppio carattere del neo-fascismo italiano: culturalmente legato alla mistica fascista; politicamente calato e impegnato nella stabilizzazione reazionaria del sistema. Il che spiega sia i ritardi culturali del neo-fascismo italiano che le sue compromissioni politiche con le espressioni più autoritarie del sistema politico-istituzionale italiano. Quello almirantiano e finiano è un fascismo conservativo sul piano culturale e revisionista su quello politico. Culturalmente professa la fedeltà ai principi sacri del fascismo; politicamente stipula dei compromessi periodici con le espressioni più reazionarie della Dc, dello Stato e delle istituzioni.

Il doppio carattere del neo-fascismo italiano viene meno con l'inizio degli anni '90, per effetto della crisi di sistema messa in mostra da "Tangentopoli". Lì, per il neo-fascismo italiano, l'area del compromesso politico si eclissa; rimangono aperte solo quelle dell'elaborazione culturale e della codificazione politica. Lì il neo-fascismo italiano ha perso la sua "grande occasione": si è limitato a coniugare politicamente la sua cultura, ritenendosi finalmente affrancato dalla necessità di addivenire a "patti politici" con "pezzi" di Dc e/o "pezzi" di Stato. Ha cavalcato a lungo il fenomeno "Mani pulite"; ma per rientrare nell'arena politica ha dovuto ricorrere al gioco di sponda di Berlusconi che lo ha tolto dall'emarginazione politica. Ha, così, iniziato la sua "lunga-breve marcia" contro il "potere dei giudici", grazie a cui, pure, aveva potuto emanciparsi dall'ingombrante custodia della Dc. Tanto cammino, per ritrovarsi alla fine sotto il protettorato berlusconiano. Un punto di arrivo invalidante quanto il punto di partenza, poiché l'accesso alle leve del potere avviene in posizione largamente subordinata.

Con la crisi della cd. "prima repubblica", cultura e politica del neo-fascismo italiano escono definitivamente allo scoperto, mostrandosi più indigenti che mai. Una cultura antidemocratica e una politica politicante sono il contrassegno con cui il Msi si è presentato all'appuntamento con la crisi di sistema di fine anni '80 e inizio '90. Anziché lavorare allo svecchiamento della propria cultura e a democratizzare le proprie politiche, il Msi ha reputato, a lungo, di poter giocare finalmente e per intero il proprio patrimonio genetico, senza più incontrare resistenze e limiti esterni. La "svolta di Fiuggi" nasce dal fallimento di questa ipotesi e dalla necessità di procedere a riaggiustamenti più consistenti. E tuttavia, il post-fascismo di An non rompe tutte le ambiguità culturali e politiche del neo-fascismo del Msi. Ne conserva, addirittura, i tratti somatici essenziali. Basti pensare al "culto  per Mussolini" che, a partire da Fini, a lungo serpeggia nei gruppi dirigenti; per non parlare della base della nuova formazione politica. Ciò trova anche una rappresentazione iconico-simbolica nel logo di An, con la conservazione della fiamma e della bara del duce. 

Adesso, l'autocritica radicale di Fini intende catapultare il suo partito oltre la "sindrome della sconfitta", per consegnarlo all'azione rigeneratrice della storia. Della sincerità di Fini non c'è motivo di dubitare, anche perché la sua operazione risponde ad una necessità politica non procrastinabile e, anzi, troppo a lungo elusa. Per quanto strana e paradossale possa apparire, la sua adesione alla democrazia ed alla costituzione repubblicana come valore fondante dell'"unità nazionale" assolve ad una funzione storica, significando l'accettazione formale delle regole democratiche anche da parte della destra estrema italiana. Con ciò, il fascismo muore definitivamente come orizzonte politico della destra; sopravvive solo come ideologia e residuo culturale. La democrazia  è, ora, esplicitamente l'orizzonte che Fini impone alla destra; una democrazia che si affretta subito a coniugare in termini autoritari. Ma democrazia autoritaria è cosa diversa dal fascismo e con esso non appare intercambiabile.

Di colpo, il post-fascismo rimane spogliato della sua mistica e della sua cultura. Crollano tutte le narrazioni demonizzanti sulla resistenza; come la complementare mitologia eroica della "Repubblica di Salò". La non esigua struttura di vertice e l'ampia base di An che ancora si riconoscono in questa mitologia rimangono, all'improvviso, deprivate di referenti culturali interni: da "stranieri in patria", trascorrono alla condizione di estranei in casa. Fini era certamente consapevole di quest'effetto shock e del relativo scompiglio che le sue scelte avrebbero provocato nel partito. Ma era proprio questa "casa" che egli intendeva far crollare ed edificarne una nuova. Perché? Cerchiamo di capirlo. 

 

2. Dalle elezioni amministrative di Roma del 1993 (sconfitta di Fini nel duello con Rutelli) e da quelle politiche del 1994, tutte le ambizioni e previsioni di crescita esponenziale del neo-fascismo e del post-fascismo sono state regolarmente frustrate. Sul "grande balzo in avanti" Fini e tutto il gruppo dirigente a lui vicino avevano molto investito in termini di leadership. Una crescita elettorale modesta, rispetto ai desideri ed ai calcoli politici, ha conseguentemente compresso le aspirazioni alla leadership che Fini ed An avevano a lungo coltivato.

Fini si è, così, progressivamente convinto che una formazione post-fascista non poteva allargare strutturalmente il suo bacino elettorale e, quindi, avrebbe giocato sempre un ruolo di rincalzo all'interno della compagine di centrodestra. Egli è, altresì, consapevole che a destra di An non v'è alcun significativo serbatoio elettorale. Non è a destra che, dunque, egli si sente scoperto il fianco; piuttosto, è al centro che intende recuperare spazio. Il suo progetto è esattamente quello di costituire An come destra democratica, definitivamente oltre l'orizzonte post-fascista. Certo, l'operazione interviene sul codice genetico del partito, modificandolo e ristrutturandolo ampiamente. Ma l'esercizio della leadership non poteva dispiegarsi a destra; occorreva una conversione verso il centro democratico.

Fini intende, con ciò, occupare lo spazio politico che ritiene veramente vuoto: quello di una destra autenticamente democratica che, in Italia, non si è ancora vista. Neanche "Forza Italia" è veramente tale, non avendo il sufficiente rispetto delle procedure di validazione democratica. Ma è nel "bacino elettorale" di "Forza Italia" che Fini deve pescare. Il risposizionamento finiano si basa essenzialmente su una scommessa: il declino di Berlusconi e di "Forza Italia". La presumibile erosione elettorale di "Forza Italia", in questo progetto, verrebbe intercettata da An e non consegnata mani e piedi all'Ulivo. Tutta la complessa operazione di Fini, in sostanza, si risolve in un ricambio di leadership all'interno della "Casa delle Libertà". Anche per questo, Fini si candida come leader dell'intero centrodestra. 

Ecco perché Fini ha bisogno di un "partito nuovo": un partito leader e un partito del leader. L'ala di An più vicina alla mistica fascista è chiamata a ristrutturarsi in fretta; pena l'estinzione o l'esodo. Essa non è in grado di esprimere alcuna leadership e alcun leader ed è, pertanto, una zavorra per una formazione di destra posizionata democraticamente. Come è stato osservato da tutti gli analisti politici, qui Fini ha come riferimento il modello francese di Chirac. In Italia, però, mancano la tradizione culturale e l'esperienza storica del gollismo e del neogollismo, in virtù delle quali, in Francia, la destra democratica ha affermato la sua leadership, contendendola con successo alle sinistre ed ai socialisti in particolare. Chirac, in Francia, si è opposto alla xenofobia ed al razzismo del Fronte nazionale di Le Pen; Fini, in Italia, governa con la Lega di Bossi. Ancora lunga è la strada che conduce alla costituzione di An quale formazione di destra autenticamente democratica.

Per Fini, conservare l'identità post-fascista equivaleva ad essere perennemente condannati a non esercitare alcuna leadership effettiva. Ha preferito, perciò, correre il rischio di perdere consensi a destra e non sfondare al centro, pur di ritagliare per sé ed il partito uno spazio credibile per l'esercizio della leadership. Certo, egli arriva con notevole ritardo a questa scelta. Ritardo che eleva il rischio della buona riuscita del progetto, non potendo giovarsi delle necessarie mediazioni e mutazioni di passaggio. Soprattutto, manca il supporto di un diffuso e condiviso dibattito culturale nel partito e nella base sociale di riferimento, capace non soltanto di produrre allineamento sulle nuove posizioni politiche, quanto soprattutto di elaborare nuovi standard e principi culturali condivisi. In mancanza, non rimane che lo schiacciamento su valori politici già esistenti che possono spingersi, al massimo, al neo-liberismo, al proceduralismo democratico, all'elitismo e via discorrendo su questo registro. 

Ma intorno a queste persistenze culturali il campo è affollato e qui la (aspirante) neo-destra democratica non può trovare eccessiva visibilità. Altre forze occupano da anni e con successo questo terreno politico: scalzarle è quanto mai arduo. Divenire forza di attrazione sistemica, soprattutto nella situazione italiana attuale (e particolarmente all'interno della compagine di centrodestra), significa essere e fungere quale vettore di nuove proposte e aggregazioni culturali, producendo in proprio "nuova cultura". Sul terreno delle culture esistenti nel panorama delle forze centriste e di destra, il progetto di trasformare An, da formazione post-fascista, in un una formazione neo-democratica con caratteristiche di leadership appare oltremodo incerto. Si presenta con credenziali poco credibili ai potenziali nuovi elettori ed ai vecchi sostenitori. 

Lo scenario si complica ulteriormente, ove si rifletta da quest'angolazione sulla competizione in funzione di leadership che Fini ha aperto con Berlusconi e "Forza Italia". Molti dei leader più rappresentativi di An, in particolar modo quelli "istituzionalizzati" sia al centro che in periferia, non sembrano la spalla ideale per sostenere, fino alle estreme conseguenze, la sfida concorrenziale a "Forza Italia", apparendo essi stessi  berlusconizzati oltre ogni dire. Il vice premier avrebbe bisogno del sostegno attivo e convinto di tutto il partito, soprattutto per avere ragione delle resistenze dei "ministerialisti"; ma è proprio il partito che non è stato, per tempo, coinvolto in quest'opera di rinnovamento che si è visto improvvisamente calare dall'alto. 

Fini può legittimamente osservare che il tempo manca per un'opera di coinvolgimento dinamico del partito. Ma è, altresì, vero che il tempo manca, quando non lo si è speso bene e si sono, troppo a lungo, rinviate scelte coerenti e strategiche. 

  (dicembre 2003)

Note

(*) Il presente articolo va letto congiuntamente agli altri due che lo precedono Manovre in corso. Leader e leadership nella "Casa delle libertà", Segnali di fumo. Leader e leadership nell'Ulivo e tutti e tre posti in riferimento a Coalizioni senza coagulanti. La nuova regola aurea del sistema politico italiano.

(1) Ciò è stato prontamente rilevato da F. Germinario, La destra griffata non veste il vecchio orbace, "il manifesto", 9/12/2003.