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Temi del dibattito politico italiano.

QUALE SICUREZZA?
di Antonio Chiocchi

1) In quest'ultimo periodo, uno dei temi maggiormente presenti nel dibattito politico è stato quello della sicurezza. Al punto che tutti gli schieramenti politici sono andati danzando da un "Security day" ad un "Crime day" all'altro.

Pronunciamenti di vario genere si sono succeduti e accavallati tra di loro. Qualcuno (da sinistra), immemore dei luoghi culturali intorno cui l'idea di sinistra è andata fondandosi, non ha esitato a postulare l'anteriorità della sicurezza rispetto alla libertà. Qualcun altro (da destra) ha opportunamente fatto rilevare che il postulato era una scorciatoia per il passaggio ad uno "Stato di polizia", salvo poi immediatamente invocare maggiori poteri alla ... polizia.

Sulla sicurezza e sui diritti, ancora più che intorno ad altri temi scottanti, la babele che caratterizza lo stato attuale dei linguaggi della comunicazione politica appare particolarmente in evidenza. Ma la crisi di pregnanza del lessico politico, con le forze di sinistra che non di rado fanno uso di paradigmi autoritari e le forze di destra che, sui temi della giustizia, si richiamano spesso ai codici dello "Stato di diritto", non è un fatto contingente: viene da lontano e si assesta nelle fibre profonde della società e della comunicazione sociale.

Certo, va colto il carattere strumentale, in vista della gestione e amministrazione dei poteri, che è presente nei contrapposti pronunciamenti. Nondimeno, la crisi dei linguaggi della politica, la loro perdita di plausibilità e coerenza è un dato strutturale della situazione italiana (e non solo italiana) in questa fase storica di transizione.

Che le forze politiche (sotto tutte le latitudini) siano incapaci di rielaborare le loro culture di origine e crearne delle nuove, all'altezza della complessità dei tempi che stiamo attraversando; che non siano affatto animate dalla volontà politica di rideterminare in chiave democratica le "regole del gioco" è una verità ormai lapalissiana.

Le forze della sinistra vanno aderendo in misura crescente e differenziata al club della globalizzazione mercatistica, nelle varie versioni fin qui declinate. Che la circostanza comporti una contrazione secca dei diritti dei singoli e di interi paesi e popoli è un fenomeno che non pare affatto inquietarle (anzi).

Le forze della destra, profittando della crisi dei "valori fondanti" intorno cui si è andata emancipando la moderna civiltà occidentale ("libertà, eguaglianza e fraternità" della rivoluzione francese + "il diritto alla felicità" della rivoluzione americana + le "politiche di protezione" dello Stato sociale), lavorano alacremente ad un progetto di de-evoluzione dei diritti che, in un certo senso, scardini a ritroso il passaggio epocale e culturale che ha condotto "da sudditi a cittadini".

Prima ancora di formulare un giudizio di merito, va, però, riconosciuto che nettamente più elevato è il grado di coerenza culturale dei progetti delle forze di destra; a proposito delle forze di sinistra, si deve rilevare un grado massimo di incoerenza e confusione che potremmo anche così definire: contusione culturale.

Non è, questa, l'occasione per discutere in profondità tali problematiche. Qui vogliamo solo osservare, per inciso, che esse costituiscono il retroterra storico e culturale delle polemiche politiche sulla sicurezza; tema al quale dobbiamo far pronto ritorno.

 

2) Le campagne di allarme sociale intorno alla sicurezza e al crimine si richiamano alle pulsioni primordiali e "animalesche" che scuotono la coscienza e l'inconscio del singolo e della collettività. Storicamente, la produzione simbolica di panico sociale è sempre stata, istantaneamente, sospensione diffusa dei diritti e delle garanzie, particolarmente per gli strati sociali più deboli che, di fatto, erano già i meno protetti.

Il panico sociale, così suscitato, serve (anche) a stendere una pesante coltre di nebbia intorno alla reale consistenza del fenomeno criminale e alle sue causali, sospingendo nell'oblio alcune evidenze primarie. Una serie di regole minime vitali viene letteralmente cancellata dall'agenda politica e dall'immaginario collettivo.

La prima regola della sicurezza recita, infatti, che i cittadini siano protetti dall'invadenza dei poteri dello Stato. È sufficiente, al riguardo, riandare alla lezione di alcuni classici del pensiero politico moderno (Machiavelli, Hobbes, Locke ecc.), per farsene un'idea cogente In questo senso, lo "Stato di diritto" era ed è quello Stato che riconduce alla legalità e alla legittimità gli altrimenti smisurati poteri dello Stato. In questo senso, lo "Stato di diritto" è autentico contraltare dello "Stato di polizia". La sicurezza primaria deve, quindi, valere per i cittadini verso lo Stato.

Solo entro quest'alveo lo Stato diviene anche il garante della sicurezza contro il crimine. Col che è enunciata la seconda regola della sicurezza.

Altrimenti opinando, l'insicurezza dei cittadini rispetto alla criminalità si sommerebbe all'insicurezza dei cittadini rispetto allo Stato. Più ancora precisamente: possiamo dire che quanto più aumenta la sicurezza dei cittadini rispetto allo Stato, tanto più cresce la sicurezza dei cittadini nei confronti dei poteri della criminalità organizzata e della proliferazione della criminalità diffusa.

Se così stanno le cose, la regola primaria della sicurezza impone allo Stato la "fornitura" di prestazioni e servizi avanzati su tutto quanto lo spettro delle politiche della protezione e regolazione sociale. Sicurezza significa anche, se non soprattutto: diritto alla salute, diritto al lavoro, diritto allo studio, diritto alla privacy ecc. La sicurezza, cioè, coniuga una rete di diritti inviolabili della persona e del cittadino. Entro questo livello di cogenza va inscritta la sicurezza contro il crimine.

Venendo progressivamente meno i diritti inviolabili di cui si sta argomentando, cresce inarrestabilmente il clima di insicurezza sociale. Un clima di insicurezza sociale così fatto si rivela il "brodo di coltura" ideale per la riproduzione di scala di culture e condotte criminali.

Del resto, non si può sfuggire a questa regola: nei sistemi sociali a maggiore indice di produzione di ricchezza (materiale e immateriale), più alta è la soglia dell'esclusione sociale e culturale e più elevata diviene la propensione a delinquere. È un perfetto circolo vizioso che le democrazie avanzate non sembrano in grado di affrontare con gli adeguati strumenti culturali e normativi: si limitano al ricorso parossistico ai codici repressivi ("Law and Order") che sono sempre stati la quintessenza delle politiche dello Stato autoritario, in tutte le cangianti forme finora conosciute.

 

3) La sicurezza di cui discutono il media system e il sistema politico nel suo complesso è sbrigativamente ridotta alla sicurezza rispetto al crimine. Si omette flagrantemente di considerare che il clima di insicurezza sociale diffuso è, in primo luogo, il prodotto della mancanza di politiche di controllo e di sicurezza caratterizzate in senso democratico, secondo il profilo che abbiamo cercato prima di delineare. Andiamo, così, assistendo ad un fenomeno di evacuazione politica di questo genere:

a) la classe politica di governo dichiara la propria irresponsabilità rispetto al clima di insicurezza sociale diffuso, ricondotto per intero alla responsabilità della criminalità e della devianza, contro cui va indirizzando la clava del diritto penale e del diritto penitenziario;

b) la classe politica di opposizione (oggi, il centrodestra; domani, chissà, il centrosinistra) imputa a quella di governo la mollezza del suo "contrasto del crimine organizzato", invocando il varo di politiche ancora più repressive.

Un bel vicolo cieco, non c'è che dire.

Sul tema della sicurezza e dei diritti, prima ancora che da calcoli di natura elettoralistica, sinistra e destra appaiono unite da un vizio d'origine: l'assoluta mancanza di culture e strategie del conflitto, in base alle quali praticare mediazioni e decisioni puntuali, senza innescare campagne di belligeranza simbolica e l'inasprimento della sanzione penale. 

La rimozione del conflitto dalla sfera della produzione simbolica e dal campo della decisione politica produce i cortocircuiti più dilaceranti proprio sul terreno della sicurezza e dei diritti, di per sé già mosso e accidentato quanto mai. Con la conseguenza letale che problemi di natura eminentemente politica e sociale vengono trasformati in problemi di ordine pubblico.

Lo stesso ordine pubblico viene ridotto alla pura e semplice geometria della sanzione penale, dimenticando che è, prima di tutto, il terreno per eccellenza della convergenza di complesse e mobili politiche di controllo e regolazione sociale.

La deriva securitaria delle democrazia avanzate mette pericolosamente a rischio il legame sociale, già scricchiolante nei suoi cardini portanti, sospingendolo di continuo sulla soglia dei suoi punti di massima tensione relativa. Quanto più questo punto limite si espande nel tempo e nello spazio, tanto più le politiche della sicurezza diventano bellicose ... e impotenti.

Le tavole della sicurezza e dei diritti vengono completamente riscritte: delimitano ora l'area attiva delle prerogative di potere di strati sociali e politici sempre più ristretti che emergono, si riproducono e difendono come moderne forme di oligarchia. Per converso, aumenta  il grado della perdita di diritti e poteri di tutti gli altri strati sociali. La risultante coerente è che il clima di insicurezza sociale viene spinto al suo diapason.

 

4) I paradigmi della "tolleranza zero", con tanto zelo importati dagli Usa e dalla Gran Bretagna (non solo da forze politiche caratterizzate in senso conservatore e moderato), costituiscono il nerbo vitale intorno cui si va ridisegnando la mappa dei sistemi di protezione e sicurezza come sistemi di insicurezza sociale diffusa. La "tolleranza zero" non è solo un mix terribile di massimalismo penale e interventismo poliziesco; è anche e soprattutto sospensione progressiva dei diritti per un'area crescente di sottoclassi sociali a cui sono negate le più elementari tutele civili e giurisdizionali. I circuiti dell'integrazione sociale e della partecipazione democratica vengono ostruiti; per contro, i selettori dell'esclusione e della emarginazione risultano essere sovralimentati su scala crescente.

L'incarnazione perfetta dei miti e delle ossessioni del paradigma della "tolleranza zero" sono le aree residenziali superfortificate delle nuove classi agiate. Residenze che altro non sono che le forme urbane svelate del disprezzo che l'opulenza erige nei confronti della moltiplicazione, in tutti gli angoli del mondo, dei ghetti, delle bidonvilles, delle favelas, delle banlieus e delle periferie della miseria sociale e del degrado culturale.

In queste nuove aree del potere e della ricchezza, le garanzie costituzionali sono avvertite come ostacolo e i diritti universali esperiti come un fastidioso lacciuolo da cui divincolarsi in via definitiva. Il perimetro della protezione e della sicurezza coincide col perimetro degli interessi degli abitatori di queste nuove aree della ricchezza e del potere. Sta qui il nucleo attivo della costruzione e riproduzione dell'insicurezza sociale diffusa.

Le argomentazioni fin qui articolate ci possono far comprendere un apparente paradosso: in Italia, cifre alla mano, il flusso con cui è aumentato il numero dei detenuti è stato superiore a quello dell'aumento dei crimini. Ciò nonostante si è pericolosamente dilatata l'area del panico sociale suscitato dal media system e dal sistema politico.

Sono ben 51 mila i detenuti rinchiusi nelle carceri italiane. Ad essi dobbiamo sommare altri 30 mila detenuti che scontano variamente la pena in regime di detenzione domiciliare, di affidamento ai servizi sociali, di semilibertà e di liberazione condizionale. Arriviamo, quindi, alla cospicua cifra di più 80 mila cittadini in esecuzione penale.

La circostanza fa immediatamente rilevare come, ancora una volta, la reclusione carceraria sia stata la risposta privilegiata, se non unica, che il sistema politico-istituzionale ha saputo dare alla devianza e alla criminalità. Tutto ciò lascia, francamente, "sconcertati". Lo "sconcerto" aumenta ancora di più, allorché, come nel corso delle "campagne sulla sicurezza" appena condotte, non si fa che chiedere ... ancora più carcere!

Ma possono gli apparati burocratico-istituzionali supportare fisiologicamente la dilatazione illimitata delle geometrie e della pervasività sociale del carcere, senza compromettere in via definitiva quel che ancora rimane del loro profilo democratico, partecipativo e socializzante?

(Ottobre 1999)