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Temi del dibattito politico italiano.

LA POVERTÀ?
ALLENARSI A NON VEDERLA
di Antonio Chiocchi

 

1) Sovente, "fa rumore" il silenzio sotto cui sono sepolti temi di particolare rilevanza non riconducibili alla spettacolarizzazione dell'allarme sociale e della sicurezza intorno cui il media system e il sistema politico ricorrentemente aprono campagne di "mobilitazione totale". Tutto ciò che si sottrae all'ordine simbolico dello spettacolo viene marchiato con lo status di non-notizia: in quanto tale, è escluso a priori dalla discussione pubblica.

Una delle non-notizie per eccellenza è, certamente, rappresentata dalla povertà. Mentre nelle periferie terzomondiali essa viene alla luce come povertà estrema di massa: più di 4 miliardi di persone vivono al di sotto delle condizioni minime di sopravvivenza umana, nei paesi avanzati va aumentando in cifra esponenziale.

Così stando le cose, non suscita soverchia meraviglia la pressoché assenza di dibattito (anche o soprattutto a sinistra) che ha accompagnato l'annuale Rapporto sulla povertà in Italia che l'Istat ha presentato il 4 luglio scorso (1). I dati del Rapporto sono preoccupanti e portano allo scoperto un'area di povertà sociale in costante ampliamento.

Uno degli elementi più inquietanti è fornito dall'evidenza che la povertà va progressivamente avvolgendo nella sua spirale anche fasce sociali munite di reddito, quasi a sottolineare un cambiamento d'epoca: poveri si è anche lavorando. Il lavoro non salva più dalla povertà, non fungendo più quale antidoto della miseria. Le nuove povertà diventano visibili: esse, cioè, non sono più circoscrivibili al ghetto o alla periferia. La creazione di grandi conglomerazioni urbane ("megalopoli", "aree metropolitane", "città globali" ecc.) porta con sé un processo di diffusione e, insieme, visibilizzazione della povertà.

Ricordiamo che:

  • in Italia, il 54% della popolazione è concentrata nell'11% del territorio nazionale, in "aree metropolitane" che costituiscono appena il 18% dei comuni;
  • su scala mondiale, ogni anno più di 50 milioni di persone si trasferiscono dalla "campagna" alla "città";
  • soltanto all'inizio del XIX secolo, nelle città viveva solamente il 3% della popolazione mondiale;
  • le previsioni Onu per i primi decenni del XXI parlano, invece, del 62% della popolazione mondiale residente in "città metropolitane" o "megalopoli".

Questi colossali processi di trasformazione sociale ci spiegano come la città (e/o la metropoli) non sia più il luogo della ricchezza di massa: la via di scampo dalla povertà; anzi, indicano come essa sia diventata un luogo di produzione di povertà (2). Sovrappopolazione metropolitana e crescita esponenziale della povertà (relativa nella "megalopoli" ed estrema nelle periferie terzomondiali) sono due facce dello stesso problema.

I fenomeni della concentrazione urbana hanno contribuito ad impiantare la povertà al centro della scena sociale, dalla quale non può essere rimossa. Ecco, allora, che si fa finta di non vederla. C'è, ma non la si vuole vedere, perché dà fastidio alla vista e disturba i princìpi di consumo individualistico, attraverso il cui collo di bottiglia si tenta di far passare tutti i processi di costruzione di identità e di identificazione dell'Altro.

Lo sguardo sociale si allena a non vedere la povertà. Tanto più, quindi, deve osservare l'immigrato, il deviante, il criminale. La povertà sociale ritorna a conquistare il centro della scena, solo quando è convertibile e monetizzabile o come crimine o come spettacolo. La miseria del crimine e il crimine della miseria fanno lo spettacolo.

Al contrario della miseria del crimine, il crimine della miseria viene celebrato come fatalità; meglio: come spettacolo della fatalità. Valga per tutte la terribile morte toccata alle centinaia di persone, già ridotte a rifiuti umani, da poco seppellite a Manila da una montagna di "rifiuti solidi urbani". Alcuna responsabilità è qui ricercata e nemmeno messa in conto. Come si è taciuto ieri che lo sviluppo è stato causa di povertà (3), così si tace oggi che la metropoli è fonte di nuove e più estreme povertà.  

 

2) Ma torniamo al Rapporto Istat sulla povertà in Italia nel 1999. Come è noto, l'Istat misura la povertà con due coefficienti:

  • LA POVERTÀ RELATIVA. La linea di povertà è qui determinata dalla spesa mensile media per consumi che, in Italia, nel 1999 è stata pari a 1.492.000 mensili correnti (rispetto a 1.476.000 nel 1998 e 1.430.000 nel 1997). Le famiglie che si collocano al di sotto di questi standards mensili di spesa per consumi sono considerate povere relativamente. Dall'indagine Istat sui consumi delle famiglie italiane nel 1999 estrapoliamo i seguenti dati: (a) numero delle famiglie residenti: 21.770.664; (b) numero famiglie povere: 2.660.112. Scomponendo i dati per area geografica, le famiglie povere sono così distribuite; (a) Nord: 19,9%; (b) Centro: 14,2%; (c) Mezzogiorno: 65,9%. Secondo i dati Istat, nel 1999, gli italiani in condizione di povertà relativa sono 7.508.000. Le famiglie considerate povere relativamente, precisa l'Istat, spendono mediamente ogni mese 1.590.000; vale a dire, il 22,9% al di sotto della linea di povertà relativa. Quest'ultimo dato rappresenta l'intensità della povertà.
  • LA POVERTÀ ASSOLUTA. La linea di povertà, in questo caso, viene calcolata con riferimento ad un paniere di beni e servizi (alimentari, abitativi ecc.) ritenuti assolutamente essenziali. Nel 1999, secondo l'Istat, per una famiglia di due componenti la linea di povertà assoluta è pari a 1.029.000 mensili correnti. Le famiglie afflitte da povertà assoluta risultano essere 1.038.000, così distribuite per area geografica: (a) Nord: 140.000; (b) Centro: 108.000; (c) Mezzogiorno: 790.000. L'incidenza della povertà assoluta a livello nazionale, precisa l'Istat, è del 4,8% e ben 3.277.000 persone vivono in condizioni di povertà assoluta.

Tirando conclusivamente le somme, secondo i dati statistici ufficiali (tra povertà assoluta e povertà relativa), le persone povere in Italia nel 1999 si attestano alla considerevole cifra di 10.785.000.

I risultati dell'indagine Istat sono estremamente eloquenti e non hanno bisogno di commenti. Urge, piuttosto, aprire una discussione ampia e seria sui "modelli di sviluppo" e sui "modelli di cittadinanza".

La distribuzione massiccia della povertà e il raggrupparsi dei poveri in particolari aree geografiche e fasce sociali indicano, chiaramente, che ci si sta avviando verso una società centrifuga che spinge verso il margine della povertà e dell'esclusione fette crescenti di cittadinanza.  

 

3) L'estensione a macchia d'olio della povertà porta alla luce un altro e allarmante fenomeno: la proliferazione delle forme di lavoro servile nelle società globali. La diffusione a scala mondiale della povertà funge da vera e propria incubatrice di forme di lavoro completamente disancorate dall'esercizio dei più elementari diritti.

Un povero è un reietto e un escluso integrale. Tra l'esercito dei reietti e degli esclusi diviene facile reclutare, tanto nelle periferie terzomondiali che nelle metropoli, i soggetti passivi del lavoro servile.

Ancora: per evitare di essere sospinte nel baratro della miseria, una serie crescente di figure collocate ai margini della società centrifuga si vede costretta ad accettare forme di lavoro servile, pur di garantirsi una continuità di rapporto (seppur irregolare) col reddito.

Per molti versi, la globalizzazione fa risorgere, attraverso modalità inedite ed accortamente occultate, l'aspra e crudele epoca dell'accumulazione originaria, in cui il cospicuo ed improvviso arricchimento dei pochi faceva da contraltare alla povertà degradante dei molti. Ma come ci aveva indicato il buon vecchio Hegel nella sua analisi del trionfo della "società borghese", nell'eccesso di ricchezza la società civile non è abbastanza ricca, visto che non impedisce (anzi) la formazione dell'eccesso di povertà (4) che è la morte per fame per mancanza di lavoro (5).

La condizione di povertà va oggi configurandosi come una nuova forma di schiavitù (6): come lo schiavo, il povero non ha alcun diritto. La dialettica hegeliana servo/padrone lo sussume interamente. Ma qui, a differenza che in Hegel e Marx, la condizione servile non passa più fondamentalmente per il lavoro; bensì impianta le sue radici nel non lavoro e nel lavoro informale senza diritti. I poveri non costituiscono ora semplicemente gli esclusi; formano, piuttosto, la base sociale da cui attinge senza requie il lavoro servile.

L'hegeliano sentimento dell'ingiustizia oggi più di ieri accompagna lo status della povertà e l'autocoscienza del povero. E, dunque, soprattutto oggi i poveri sono avvertiti come minaccia. Per l'appunto come minaccia, essi sono espunti dall'ordine simbolico, mediante la "mobilitazione totale" in funzione sicuritaria. Contro i poveri è in atto una guerra che oscilla dall'esclusione al genocidio per fame; dal supersfruttamento del lavoro servile alla criminalizzazione selvaggia ed indiscriminata.

Allenarsi a non vedere la povertà significa anche lasciare che la guerra contro i poveri vada avanti e faccia per intero il suo corso. È, questo, uno dei più perversi modi per dichiarare la propria irresponsabilità rispetto al mondo e agli avvenimenti che in essi accadono. E ciò quanto più orribile il mondo diventa e più degradanti si fanno i suoi avvenimenti.  

(luglio 2000)

 

Note

(1) Il Rapporto è reperibile sul sito dell'Istituto: www.istat.it, alla pagina delle "Novità".

(2) Sulla crisi delle forme urbane e metropolitane che accompagna il fenomeno, si rinvia a due recentissimi e assai interessanti libri, non sempre convergenti per tematizzazione e approccio: A. Magnaghi, Il progetto locale, Torino, Bollati Boringhieri, 2000; A. Petrillo, La città perduta. L'eclissi della dimensione urbana nel mondo contemporaneo, Bari, Dedalo, 2000.

(3) Eppure, già nel 1948, la Banca mondiale affermava che i paesi con reddito inferiore a 100 $ Us andavano considerati poveri e sottosviluppati. Sulle problematiche della "povertà da sviluppo" e per una critica incisiva dei costrutti teorici e delle credenze ideologiche che hanno accompagnato lo sviluppo, cfr.: G. Rist, Lo sviluppo. Storia di una credenza occidentale, Torino, Bollati Boringhieri, 1997; W. Sachs (a cura di), Dizionario dello sviluppo, Torino, Gruppo Abele, 1998.

(4) È ritornato densamente su queste tematiche hegeliane A. Burgio, Il signore, il servo e la plebe. Hegel tra lavoro servile e disoccupazione di massa, in AA.VV., Nuove servitù, Roma, manifestolibri, 1994. Al lavoro di Burgio si rimanda, per la ricostruzione dei testi e dei passaggi del discorso hegeliano sul rapporto servo/signore.

(5) In questo senso, già F. Rodano, Lezioni su servo e signore. Per una storia post-marxiana, Roma, Editori Riuniti, 1990.