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Saperi e poteri.

Questa sezione del bimestrale è il frutto della partnership editoriale con Dissensi - Rivista Italiana di Sociologia.

MORFOLOGIE DEL POTERE E SOCIETÀ DISCIPLINARE IN FOUCAULT: L'IMPOSSIBILE PERSONALISMO IN POLITICA

di Roberto Miglietta

(Dottore in Filosofia)

 

Introduzione

Il fenomeno della personalizzazione in politica è tema da qualche anno sempre più dibattuto e analizzato non solo dal "lessico" di ciò che è culturalmente politico (partiti, associazioni, sindacati, stampa, video-opinion leader) o dai linguaggi delle scienze umane, ma è evidente che, anche se diversamente, è "parlato" dal quotidiano. Tra serio e faceto, parlando di quel politico o della suscitata ilarità delle simbologie fauno-floristiche delle neoformazioni politiche o della inopportunità della politica in quanto tale, ciascuno, in qualche forma e con approcci diversi, ha tematizzato nel nostro paese questa "oggettività.''

Personalizzazione della politica ovvero non leader "attrezzati" e competenti nell'esprimere significazioni culturali e interessi di parti più o meno consistenti di cittadini ma, piuttosto, coincidenza della "pratica'' della rappresentanza con la presenza di personalità che hanno occupato lo scenario istituzionale e organizzativo della politica concludendo che la possibilità del buon governo delle cose non dipende solo dalla giustezza di un'agenda programmatica ma soprattutto dal loro profilo biografico, dal ruolo che occupano nella società, dall'alto delle loro professionalità. Trattasi di individui che stabiliscono ed ostentano la loro caratura morale o in ragione di una appartenenza a valori storicamente pertinenti ad una certa tradizione culturale-- che, successivamente, ha visto questi stessi evolutivamente emendati per affrontare le sfide che si propongono alle soglie del nuovo secolo --o, contrariamente, comunicando una estraneità rispetto a stagioni precedenti, a momenti passati di storia civile del nostro paese.

Il loro esserci è nuovo. Tuttavia ciò non dipende solo dall'esercizio di volontà di presenze di tal fatta, né soltanto dall'universo delle articolazioni e delle prefigurazioni che si vogliono della politica ne tantomeno dall'immagine che la politica assume nella communis opinio: riforme istituzionali con l'obiettivo presidenzialista, volontà di purificazione del sistema maggioritario, elezione diretta di sindaci e presidenti di regione, astensionismo, crisi delle militanze e disgusto per i partiti.

Questa deriva della politica che si degrada in "antipolitica" (per usare un'espressione di Mastropaolo) per mano di tali individui "cosmico-storici'' è anche alimentata da chi, denunciando l'evidente pericolo autoritario e il possibile risvolto bonapartista della nostra democrazia, presuppone una logica istituzionalista e- lo si scrive in un senso precisamente semantico- statalista del potere e delle forme dell'egemonia. Un'analisi attenta di posizioni e di talune riflessioni dalla indiscutibile valenza scientifica scorge la convinzione che istituzioni, formazioni politiche, coalizioni, ministri e leader sono l'unicum del potere che stabilisce l'altrui destino. Per quanto avvedutamente e correttamente ci si possa rappresentare l'esercizio del potere come costituito da dinamiche ed interazioni tra interessi e istanze diversificate, in quanto comunque rappresentante e privilegiante certi interessi rispetto ad altri e legittimato da un consenso che i perlopiù non garantiscono solo in sede elettorale, il pregiudizio raffigurante chi decide ubicato in una "stanza dei bottoni'' somigliante ad una camera cinematografica intensamente occupato a scomporre e sovrapporre i fotogrammi della nostra esistenza a suo piacimento, non ci abbandona.

Queste righe si propongono di rileggere qualche pagina di Foucault che all'esercizio del potere e alle sue morfologie ha dedicato buona parte dei suoi lavori. Una parte perché prima, con ciò che ha definito metodo archeologico, ha analizzato le condizioni di possibilità del sapere, vale a dire il rapporto visibile-enunciato, poi, successivamente, le pagine degli anni '70 hanno centrato la riflessione dimostrando che il discorso dei saperi presuppone una relazione con un ordine extra-discorsivo, con ciò che non appartenendo alla categorie scientifico-culturale, tuttavia fonda, nelle diversità dei contesti storici, non solo i paradigmi (episteme) che consentono, nelle diverse epoche, la conoscibilità del visibile ma anche le forme della soggettività del conoscente. Questo è ciò che ha definito potere.

Come vedremo, Foucault mostrando la struttura funzionale e "processuale'' dell'esercizio dell'egemonia che si lascia governare dalle volontà, negherà, implicitamente, ogni forma di personalismo. Articolazioni, strategie e dispositivi svelano l'ontologia di forme e di dinamiche che non seguono in quanto causate da un prima pertinente a determinazioni, espressioni, scelte di coscienze e soggettività nelle quali, altresì, il vitium del personalismo si insinuerebbe in quanto patologia.

Questa lettura dell'analisi foucoultiana mostrerà l'impossibilità di ogni forma di personalismo in politica osservando le pagine di Sorvegliare e Punire che smaschereranno la natura del potere decostruendo i pregiudizi filosofico-giuridici della tradizione (che impediscono una cognizione analitica del potere) e si centrerà sulla successive righe che il filosofo dedicherà al rapporto tra il concetto di sovranità e ciò che chiamerà governamentalità

I postulati che mascherano la natura microfisica del potere

Sorvegliare e punire, scritta dopo la militanza nel Gruppo Informazioni Prigioni (G.I.P.), individuando la discontinuità che altera le pratiche penali del XVIII e XIX sec. rispetto alle punizioni corporali dei primi secoli dell'età classica, esprime, con l'analisi storica della nascita della prigione, una nuova concezione del potere che assume questo in una sostanza "microfisica" e reticolare, abbandonando una serie di postulati sullo stesso tanto cari alla sinistra.

Nell'introduzione che precede gli argomenti di Sorvegliare e punire, Foucault discute ciò che Deleuze chiama postulati.

Per postulato della proprietà Foucault intende quel pregiudizio che vuole e che pone il potere come proprietà e come appropriabile da parte di una classe o da una fazione politica esprimente taluni interessi.

Diversamente il potere non è una proprietà, non ha una forma che possa contenersi o che in qualche modo si possa detenere. Un'analisi oculata osserva la struttura del potere scorgendone una natura funzionale che si esprime con strategie, con disposizioni e tattiche che moltiplicano la sua morfologia.

Questa convinzione funzionale sul potere non nega la lotta che le classi combattono per l'acquisizione dell'egemonia, pur tuttavia offre un quadro che decentra i "focolai di instabilità" che intravede la guerra per il dominio come rapporti di forza e che confliggono su livelli diversi.

Il postulato della localizzazione assume la valenza di un idola per la surriferita tradizione: il potere è sempre stato identificato e localizzato con e nello Stato.

Da sempre il pensiero politico ha posto la centralità dell'esercizio del potere nel "palazzo", identificando l'egemonia con l'istituzione. Foucault propone una sorta di delocalizzazione del potere.

L'egemonia è il risultato di interazioni di più presenze che si pongono in una relazione reticolare e che costituiscono il potere come multicentrico. Dunque lo Stato non sarebbe altro che la risultante dell'insieme di questo livello di rapporti e conflitti microfisici, e in tal senso, è un effetto e non la causa del multiforme volto del potere.

Sorvegliare e punire dimostrerà che le società moderne sono "disciplinari", ma la disciplina non può riferirsi ad una istituzione unica o ad un apparato deputato al controllo perché è un meccanismo di potere che attraversa tutti gli ordini istituzionali, è una tecnologia che tatticamente si avvale di ogni livello e ambito sociale.

In una conferenza del 1976 pronunciata presso la Facoltà di Filosofia di Bahia a proposito del concetto di disciplina Foucault diceva che:

......La disciplina è il meccanismo di potere con cui riusciamo a controllare gli elementi più sottili del corpo sociale, a raggiungere gli stessi atomi sociali, cioè gli individui. Tecniche di individualizzazione del potere. Come sorvegliare qualcuno, come controllarne la condotta, il comportamento, le attitudini, come intensificare la sua prestazione, moltiplicare le sue capacità, come collocarlo nel posto in cui sarà più utile: ecco cos'è, per me, la disciplina...(1)

La società disciplinare non si fermerà solo nei rigidi regolamenti delle case circondariali ma anche nelle imposizioni collegiali e scolastiche, nelle obbedienze che si devono alle gerarchie proprie degli ambiti militari, nei quadrillage che controllano ed isolano parti di città nelle epidemie come la peste.

Il postulato della subordinazione pertiene alla significazione sovrastrutturale del potere che lo pone in dipendenza a ciò che, in un senso marxiano, si definisce come la struttura ovvero ai rapporti di produzione.

L'analisi foucaultiana discute il rapporto struttura-sovrastruttura marxiano nella misura in cui specifica che i rapporti di potere non sono mai assolutamente esteriori nei confronti di altro tipo di relazioni come quelle di produzione. Vale a dire che non si determina un modello di potere, un'architettura istituzionale solo in base a coloro che detengono i mezzi di produzione, in relazione ad un certa modalità di circolazione delle merci o di soddisfazione dei bisogni.

La natura funzionale del potere, il suo esserci reticolare, non capovolge il binomio struttura-sovrastruttura ma pone in parallelo ciò che Marx poneva in un ordine piramidale.

Non vi sono rapporti economici che non siano presupposti da determinate strategie di potere e, viceversa, non sono possibili forme di dominio che prescindano dall'organizzazione della ricchezza e dalla distribuzione delle risorse.

Ci pare doveroso chiarire che Foucault ci ha tenuto, in tempi e in piu' occasioni successive alle pagine di Sorvegliare e punire, a puntualizzare che il Marx del II Libro del Capitale aveva ben compreso che la derivazione sovrastrutturale dello Stato in relazione all'organizzazione economica della società non implicava singolarità e unicità del potere. Le soggezioni vissute all'interno delle officine o in proprietà di tipo schiavistico, l'alienazione che caratterizzava la condizione della prestazione della forza-lavoro, consentiva allo stesso Marx di osservare che la contraddizione hegeliana servo-padrone si concretizzava in interazioni locali, in processi regionali che non riflettevano, non sussumevano le forme di applicazione dalla centralità di uno Stato, e che, contrariamente, apparati statali, sedi del governo si son formate a partire da questi rapporti di assoggettamento che si stabilivano tra relazioni che non si esprimevano con il lessico giuridico-istituzionale.

Il postulato dell'essenza o dell'attributo stabilisce quella dicotomia che è categoria essenziale per la storia del pensiero politico occidentale. Il potere si fonda sulla differente condizione che esprime il rapporto dominante-dominato. Il secondo significa una condizione passiva perché sprovvista di condizioni e di possibilità di cui è provvisto, invece, il dominante che detenendo gli strumenti dell' esercizio del potere e' collocato in una posizione altimetrica rispetto al primo. Questo postulato esprime l'alterità che subordina l'essere dominato al giogo del dominante. In realtà Foucault dimostrando la dogmaticità del postulato della proprietà e della localizzazione connette in un livello orizzontale dominante e dominato, sostenendo che i due termini esplicitano una reversibilità e una reciprocità che è condizione essenziale perché possa darsi una qualsivoglia forma di egemonia.

......questo potere non si applica puramente e semplicemente come un obbligo o un'interdizione, a quelli che "non l'hanno"; esso l'investe, si impone per mezzo loro e attraverso loro; si appoggia su di loro, esattamente come loro stessi, nella lotta contro di lui, si poggiano a loro volta sulle prese che esso esercita su di loro...(2)

Le strategie e le strutture microfisiche del potere sono tali da porre i dominanti e i dominati in una funzionale equivalenza che anche l'espressione del dissenso e le pratiche antagoniste dei secondi sono assai fondamentali per l'esistenza dei primi. Questo evidenzia che il potere non può essere neanche identificato con la forza della violenza e con le deterrenti forme di repressione come vuole il postulato della modalità.

Ciò detto, non significa che le forme di dominio non si avvalgano della repressione, ma, tuttavia, le moderne forme di potere piuttosto che reprimere individuano, serializzano; piuttosto che impedire producono e costituiscono forme e modelli di soggettività e di individui.

Foucault comprende che il potere, esprimendo una funzione produttiva, esercita la sua potenza non annullano o rettificano ciò che lo avversa e lo compromette, ma riducendolo a se, emendando e integrando l'"eccesso" sino a renderlo strutturante per le strategie che lo compongono.

Siffatte strategie consistono in tecniche e tecnologie che non riflettono tracotanza centrando tutto sull'obbligazione fisica, è vero invece, che penetrano il corpo introducendo nello stesso un' anima che lo assoggetta, minimizzando l'intervento di una forza deterrente e violenta e comunque esterna.

Lo spessore di quest'anima non è sostanziale; è l'esito di articolazioni ed effetti di un potere che genera coscienze alterando e costituendo le fisiologie dei corpi dall'interno. Tuttavia, se pur priva di sostanza, Foucault attribuisce all'anima la struttura terminale della signoria che il potere esercita sul corpo che da questa è agito. L'uomo è abitato e condotto all'esistenza da questo elemento. L'anima, prigione del corpo. Dopo l'annuncio di Freud sulla disfatta dell'inconscio contro la super-egoica ostruzione al linguaggio pulsionale del corpo, Foucault, in rottura con la immortalità sostanziale della psiuché aristotelico-tomistica e implodendo la mediazione pacificante del rapporto mente-corpo concettualizzata dalla provvisorietà della morale cartesiana e moderna, denuncia che occorre liberare il corpo da questo supplizio che non ha eguali, bisogna, insomma, de-soggettivare l'uomo .

......Non bisognerebbe dire che l'anima è un'illusione, o un effetto ideologico. Ma che esiste , che ha una realtà, che viene prodotta in permanenza, intorno, alla superficie, all'interno del corpo, mediante il funzionamento di un potere che si esercita su coloro che vengono puniti in modo più generale su quelli che vengono sorvegliati, addestrati, corretti, sui pazzi, i bambini, gli scolari, i colonizzati, su quelli che vengono legati ad un apparato di produzione e controllati lungo l loro esistenza...

......Quest'anima reale e incorporea, non è minimamente sostanza; è l'elemento dove si articolano gli effetti di un certo tipo di potere e il riferimento di un sapere, l'ingranaggio per mezzo del quale le relazioni di potere danno luogo a un sapere possibile, e il sapere rinnova e rinforza il potere...(3)

È evidente che le meccaniche e la polimorfa ontologia di un potere non solo assoggetta i corpi con la costituzione di un'anima, ma come si è detto, ha necessita' di produrre il categoriale che definisca concetti che rendano conoscibile questa realtà grazie a statuti di ordini di saperi specifici: psiche, soggettività, personalità, coscienza capisaldi dell'illusione umanistica ed esistenzialista.

Al postulato della legalità che identifica il potere con la legge, che considera lo Stato come l'espressione della giustezza della legge che si contrappone all'illegalità, all'opposizione legge-illegalità, Foucault sostituisce il binomio illegalismi-leggi. La legge formalizza ed esprime una composizione di illegalismi.

Il potere non legifera per "impedire questo o quel comportamento", ma per organizzare e permettere altre illegalità, "per differenziare i modi di aggirare la legge stessa".

Con la nascita della prigione emerge un concetto di illegalità nel XVIII secolo che non ha precedenti: la delinquenza.

Foucault in Sorvegliare e punire evidenzia il passaggio dalla punizione alla sorveglianza, quando da un punto di vista economico il potere avverte l'efficacia del controllo rispetto al supplizio corporale; allorquando l'esercizio della pratica penale, non più riservato ad un unico giudice che da mandato ad un boia per l'esecuzione, per il giudizio sul reo, si avvarrà del concorso di saperi extra-giudiziari (psichiatria, criminolgia, sociologia) che non consentiranno più che il corpo del condannato risarcisca con la sofferenza inflitta dal supplizio quanto sottratto alla vittima. Si concentreranno sulla sua anima per rieducarla .

È in questo orizzonte che con la detenzione si afferma la delinquenza (illegalità che i codici penali consentono in nuce) perché il delinquente, è non solo utile in un'economia di mercato, ma permette alla prigione di essere uno strumento di trasformazioni degli individui.

La prigione non è l'espressione deterrente della forza della legge, che priva della libertà chi la legge la infrange, in realtà fabbrica anime in corpi infami.

......La mia ipotesi è che la prigione è stata, sin dall'origine, legata ad un progetto di trasformazione degli individui. Si crede in genere che la prigione fosse una sorta d'immondezzaio dove ammassare criminali, in cui inconvenienti si sarebbero all'uso rivelati tali da indurre a dirsi che bisognava riformare le prigioni e farne uno strumento di trasformazione degli individui.

Non è vero: i testi, i programmi, le dichiarazioni d'intenzione stanno là, sin dall'inizio; la prigione doveva essere uno strumento altrettanto perfezionato della scuola, della caserma dell'ospedale, ed agire con precisione sugli individui...

......Il fallimento è stato immediato, e lo si è registrato quasi contemporaneamente al progetto stesso.

Fin dal 1820 si consta che la prigione, lungi dal trasformare i criminali in gente onesta, non serve che a fabbricare nuovi criminali o a sprofondarli ancora di più nella criminalità. La prigione fabbrica i delinquenti, ma i delinquenti sono in fondo utili, dal punto di vista economico come da quello politico...(4)

Foucault è stato considerato lo studioso per eccellenza dell'internamento. È vero che più di ogni altro ha analizzato storicamente l'ospedale generale di Storia della follia, la prigione di Sorvegliare e punire, la clinica, i regolamenti collegiali e vittoriani in materia di sessualità, ma fermarsi all'oggetto delle pagine Foucaultiane non consente di comprendere che per il suo progetto rappresentano solo l'occasione. Certo, un'occasione non imprevista; è evidente che nelle pratiche d'internamento, nella cura della follia come nella detenzione ha ricercato articolazioni ed effetti di microdinamiche sprigionate da forze e da positività che avevano altra natura dai contesti osservati.

Il diagramma, esposizione dei rapporti di forza che costituiscono il potere, carta di densità delle multipuntuali strategie, è presupposto (e in tal senso fa luce) all'oscurità che non lasciava individuare la relazione tra il visibile e l'enunciabile; sono le microdiffusioni reticolari di un potere che connettono visibile ed enunciabile che rendono possibile l'ordine di un discorso, così come il diagramma illumina il rapporto tra Ragione e follia alterato all'alba della modernità da un Cogito che percepisce la Disragione come l'anti-ragione, come l'altro da se da recludere ed espellere.

Il potere, fucina di anime che incorpora in "nature dementi", spiega la nascita della psichiatria e il moltiplicarsi degli oggetti che pertengono alla Follia.

Ciò che il diagramma, come formalizzazione della teoria dei poteri, conferma delle opere precedenti è leggibile nel dato che il folle, il malato, il detenuto, lo scolaro, il militare sono dei corpi che vengono attanagliati da un'anima che non scelgono, da forme di una vita che preesistono alla loro, parlanti un linguaggio composto da parole che da questi si lasciano dire. In sintesi esprime la condizione umana e la coscienza trascendentale che la filosofia le assegna come la illusione di un'esistenza che ex-sistenzialmente si pro-getta al di là del suo se, che si inganna, in senso sartriano, quando si concepisce come artefice del costituirsi dell'esperienza. L'uomo, in definitiva, e' solo una tragica comparsa all'interno di un copione già scritto, in un ordine simbolico-semantico che già denomina il mondo, significante in un universo già significato.

 

Sovranità e arte del governo: la governamentalità

L'impossibilità del personalismo nell'analisi di Foucault ci pare emergente nella rottura che questi individua nel rapporto tra il concetto di sovranità e l'emergenza coeva dell'arte del governo che potrà definirsi (nell'affermarsi in relazione alla sovranità stessa) come governamentalità.

In una famosa lezione tenuta presso il Collège de France nel febbraio del 1978, Foucault analizza che nel XVI sec. una letteratura copiosa tratta de l'arte del governo. In senso storiografico si può di certo approssimare che anche le epoche precedenti tramandano scritti sull'argomento ma, o nelle metafisiche e ontologie che la filosofia antica legava problematicamente all'oggetto della morale, o in specifici topos letterari, propriamente medievali, detti "consigli per i Principi''.

Tuttavia, il crepuscolo delle istituzioni medievali, l'alba degli stati territoriali e delle signorie, le inquietudini cagionate dagli effetti di Riforma e della Controriforma impongono nel XVI secolo il tema del governo non soltanto in rapporto alla realtà sociale ma anche del governo di se stessi; da quale autorità farsi governare non solo politicamente ma anche in senso pastorale, da chi far amministrare la propria spiritualità, chi seguire per conquistare il Regno dei Cieli.

In questo quadro che storicamente intreccia istanze diverse, il tema del governo, anche se per certi versi implicato con motivi religiosi e condizionato da questo spessore soteriologico, pone in contraddizione questi motivi che in prima facie connette. E' nota la problematica di questi trattati: argomentano di uno Stato che ha esigenza di una razionalità emancipante rispetto alla religione, alle fondazioni della morale, alle cosmologie.

Il Principe di Machiavelli assume questo rilievo nella misura in cui sviluppa il concetto di sovranità non solo, rivendicando l'autonomia della razionalità del politico sull'etico-religioso ma, separando questa diade, stabilisce, secondo Foucault, l'esteriorità del principe rispetto al principato. Il principe non detiene il potere perché connaturato al principato né perché la sua sovranità è espressione della volontà Divina. Il dominio è a lui conferito o per acquisizione o per conquista oppure per accordo con altri stati. Machiavelli in ciò è chiarissimo. In ogni caso Foucault dice, il sovrano non appartiene alla natura del suo regno.

La sovranità in Machiavelli, stabilendo questa relazione di alterità e di esteriorità tra il Principe e il suo principato, negando la loro appartenenza, finalizza l'obiettivo del primo nella conservazione della sua signoria che, in quanto a se estranea, perde la sua solidità ed espone la propria permanenza e continuità alla fortuna di inimicizie ed avversari.

In potenza ogni suddito può avversare il principe in quanto, negato ogni presupposto di ordine naturale o teologico, non vi è più alcun principio di necessità che permetta a quest'ultimo di assoggettare i sudditi.

Da qui il saper fare del principe, che indipendentemente dalla sua capacità di individuare le possibili sedizioni dei sudditi, esercita un controllo su territorio e su abitanti con la obbligazione della legge e con la deterrenza della forza.

In sintesi Foucault sostiene che il concetto di sovranità in Machiavelli si espliciterà nella modernità tra i secoli XVI e il XVIII come ciò che governa territorio e sudditi, i quali obbedendo alla legge, non comprometteranno il potere del Principe concorrendo così alla costruzione del bene comune.

Tuttavia Foucault centra la sua riflessione su tutta una serie di trattati che, scritti in questo periodo, e indipendentemente dalle interpretazioni che offrono di Machiavelli pur condividendone i presupposti di una fondazione razionale de l'arte del governo, non accettano la riduzione della stessa alla personalità del Principe. Questa letteratura anti-machiavellica critica il concetto di sovranità dissentendo sulla personalizzazione e sugli interessi pertinenti il sovrano che assolutizzerebbe e che Foucault considera interessante per discutere della unicita' del potere propria della teoria giuridica della sovranità. Tra questi scrittori, Foucault cita in particolare Guillame de La Perrière che, di profilo modesto rispetto al Machiavelli, nella sua Miroir Politique esordisce scrivendo che "governante può essere chiamato il monarca, imperatore, re, Principe, signore, magistrato, prelato, giudice e simili''.

Semplicistica definizione che tuttavia assume un'importanza tutt'altro che trascurabile in rapporto alla unicità del principe in Machiavelli. Questi, anche se altro per natura rispetto al governo, è unico nella gestione di sudditi e territorio e la sua signoria stabilisce una cesura nel con tutte le relazione di potere che in forme diverse costituiscono l'insieme delle prossimità. La singolarità del Principe trascende tutto ciò che interno alla società e nega le contemporanee pluralità di forme di governo:

......il Principe quale appare in Machiavelli, e piuttosto nelle rappresentazioni che se ne danno, è per definizione unico nel suo principato ed in una posizione di esteriorità e di trascendenza. Mentre vediamo che le pratiche del governo sono da una parte, delle pratiche molteplici che coinvolgono molta gente: il padre di famiglia, il superiore del convento, il pedagogo e il maestro rispetto al bambino o al discepolo; ci sono pertanto molti governi rispetto ai quali quello del Principe nei confronti del suo Stato non è che una delle modalità, e, d'altra parte, tutti questi governi sono interni alla società o allo Stato...(5)

La discontinuità tra il potere del Principe e queste forme diverse di dominio è ciò che caratterizza la teoria giuridica della sovranità rispetto ad un arte del governo delle cose che, comparendo nello stessa epoca in autori come La Perrière, afferma invece la signoria come una reversibilità di molteplici forme che non consentono di isolarne una principale e singolare quale condizione sufficiente per le altre; cioè tenta di individuare un processo che Foucault definisce utilizzando le categoria di ascendenza e discendenza:

......Questo vuol dire che mentre la dottrina del Principe, o del resto la teoria giuridica del sovrano, cerca senza tregua di marcare bene la discontinuità tra il potere del Principe ed ogni altra forma di potere, dal momento che si tratta di spiegare o di fondare questa discontinuità, nelle Arti del governo, invece si tenterà di individuare la continuità, ascendente e discendente. Ascendente, nel senso che colui che vuole, per governare lo Stato, deve prima sapere governare se stesso, poi, ad un altro livello, la sua famiglia, i suoi beni, il suo patrimonio, ed alla fine riuscirà a governare lo Stato...

......All'inverso, abbiamo una continuità discendente nel senso che quando uno Stato è ben governato, allora il padre di famiglia sa accudire alla famiglia, ai beni, al patrimonio, e gli individui, a loro volta, si comportano come si deve...(6)

L'ascendenza e discendenza di forme di potere che, interagenti con reversibilità, intessono e strutturano la società analizzate da La Perrière, presuppongono, con chiarezza, un categoria di egemonia irriducibile alla machiavellica contrapposizione di un Principe dominante, con la forza e con la legge, territorio e sudditi impedendo a questi attentino al proprio regno. Di contro La Perière scrive che "governo è la retta disposizione delle cose, delle quali ci si prende cura per condurle ad un fine conveniente''. Mentre per Machiavelli, come per tutta la tradizione che si rifà alla teoria giuridica della sovranità, territorio e sudditi sono gli oggetti su cui esercitare il dominio, La Perrière parla di governo delle cose in relazione a convenienti fini. Si governano le cose non generalmente territori, non spazi abitati. Si gestiscono le cose in rapporto agli uomini, risorse, ricchezze, mezzi di sussistenza ma soprattutto si generano prossimità', relazioni di significato, di uso, bisogni:

......nel testo di La Perrière, vi accorgete che la definizione del governo non si riferisce in alcun modo ad un territorio. Si governano le cose. Ma cosa significa questa espressione? Non credo che si tratti di opporre le cose agli uomini, ma di mostrare piuttosto che ciò a cui si riferisce il governo non è il territorio, ma una specie di complesso costituito dagli uomini e dalle cose. Pertanto le cose di cui deve occuparsi il governo sono gli uomini, ma nei loro rapporti, legami, imbricazioni con queste altre cose che sono le ricchezze, le risorse, i mezzi di sussistenza, il territorio, certo, nelle sue frontiere, con le sue qualità, il suo clima, la sua siccità, la sua fertilità; sono gli uomini nei loro rapporti con queste altre cose che sono gli usi, le abitudini, i modi di fare o di pensare, ecc., e infine gli uomini nei loro rapporti con queste altre cose ancora che possono essere gli incidenti o le disgrazie come la carestia, l'epidemia, la morte, ecc......(7)

Questa letteratura — minore rispetto alle teorie di sovranità e giustizia del Moderno — che significa il potere come la gestione della complessità dell'inscindibile binomio cose-uomini, questa arte del governo che traduce l'egemonia non con una centralizzazione della legge che impone veti, afferma, invece, che il potere esprime disposizioni, cioè posiziona le cose in articolazione diverse, e fra loro e nei confronti degli uomini, secondo obiettivi e finalità convenienti.

Ciò che Foucault definisce rottura tra la teoria della sovranità e Arte del governo non implica, come si è visto, uno sviluppo lineare dell'una rispetto all'altra, un divenire progressivamente affermatosi. Emergenti nello stesso secolo XVI, i secoli successivi vedranno altresì campeggiare istanze e argomentazioni problematiche della sovranità rispetto all'arte del governo. E' spiegabile da un punto di vista storico che la preoccupazione fondativa di uno Stato razionale di giusnaturalismo, contrattualismo e della filosofia della politica e le traduzioni organizzative ed istituzionali, che la teoria della sovranità implicherà per gli stati, non affermeranno l'analitica dell'arte del governo.

È evidente che la filosofia politica, nullificando quella concezione organicista del Regno propria dell'antichità e presupponente il potere come naturalmente primo, teologicamente già dato rispetto ai sudditi--che a questo devono obbedienza in qualità di membra appartenenti ad un corpo che è lo Stato stesso-- nella razionalità dei princìpi delle teorie giuridiche della sovranità ritroveranno le condizioni di possibilità dell'organizzazione sociale. L'innaturale artificiosità, la sua natura meccanicistico- strumentale e pattuita dello Stato hobbesiano avrà questi presupposti. Cosi come l'esercizio della sovranità sarà di efficace funzionalità per l'imperium delle monarchie assolute contro i disordini intestini e per le diplomazie che dovranno regolare i rapporti tra gli moderni Stati.

Tuttavia è possibile rilevare, secondo Foucault, una contrapposizione coeva tra sovranità e arte del governo. L'analisi che osserva la disposizione conveniente delle cose esercitata dalle egemonie oppone alla sovranità personalizzata di Machiavelli e alla teoria della giustizia contrattualizzata di Hobbes e Rousseau, il metodo dell'economia nei rapporti di potere.

Infatti l'arte di governo si affermerà, come scienza della politica, quando nel XVIII sec. le disposizioni di uomini e cose non potranno più essere osservate nel microcosmo del nucleo familiare ma, diversamente, ciò sarà possibile quando le strategie si avvarranno della categoria della popolazione. Dunque non l'antico metodo economico, inteso nella accezione familiare, ma l'economia politica stabilirà le relazioni di prossimità.

......Se questo è il quadro generale, possiamo dire, in modo più preciso, che l'arte del governo si è sbloccata in connessione con l'emergenza del problema della popolazione; diciamo piuttosto che c'è un processo sottile, che bisognerebbe cercare di ricostruire nei particolari, nel quale si vedrebbe come la scienza del governo, il ricentramento dell'economia su altro che la famiglia ed in fine il problema della popolazione son legati gli uni agli altri......

......L'arte di governare fino alla problematica della popolazione non poteva pensarsi che a partire dal modello della famiglia, a partire dall'economia intesa come gestione delle famiglia; dal momento in cui, al contrario, la popolazione appare come assolutamente irriducibile alla famiglia, quest'ultima passa in secondo piano rispetto alla popolazione, non è più dunque un modello, ma un segmento, segmento privilegiato perché quando si vorrà ottenere qualcosa dalla popolazione, quanto ai comportamenti sessuali, quanto alla demografia, quanto al consumo, ecc., è attraverso la famiglia che bisognerà passare; ma la famiglia, da modello, diventerà strumento, strumento privilegiato per il governo delle popolazioni e non modello chimerico per il buon governo......

......In altri termini, il passaggio da un'arte del governo ad una scienza politica, da un regime dominato dalle strutture della sovranità ad uno dominato dalle tecniche del governo, si opera nel XVIII sec. intorno alla popolazione e quindi intorno alla nascita dell'economia politica...(8)

Ovviamente il tema della sovranità non si è estinto. E' inimmaginabile che una società organizzata secondo la categoria della sovranità sia stata sostituita da una società disciplinare. Semmai è opportuno riflettere come quest'ultima possa aver integrato il tema della sovranità e in quali forme lo riproponga. Forse occorre analizzare che lo Stato, cosi come è rappresentato dalla Età Moderna, è stato de-significato, è stato privato di quella connotazione razionale che ne individuava la imprescindibile funzione costituente ed ordinativa del coesistere. Strategie e tecnologie dei dispositivi, come linguaggi delle egemonie, hanno "occupato'' lo stesso Stato ponendolo in una posizione orizzontale e decentrata. E' questa risignificazione che Foucault ha definito Governamentalità

...... Con questa parola intendo tre cose:

1) L'insieme costituito dalle istituzioni, procedure, analisi e riflessioni, calcoli e tattiche che permettono di esercitare questa forma molto specifica sebbene molto complessa di potere, che ha per bersaglio la popolazione, per forma principale di sapere l'economia politica, per strumenti tecnici essenziali i dispositivi di sicurezza.

2) La tendenza, che in tutto l'Occidente non ha smesso di condurre, e da molto tempo, verso la preminenza di questo tipo di potere, che si può chiamare il governo, su tutti gli altri: sovranità, disciplina, ecc., il che ha condotto da una parte allo sviluppo di tutta una serie di apparati specifici di governo e dall'altra allo sviluppo di tutto un insieme di saperi.

3) Il processo, o piuttosto, il risultato del processo attraverso il quale lo Stato di giustizia del Medio Evo, diventato nel XV e XVI sec. Stato amministrativo, si è trovato a poco a poco "governamentalizzato"...(9)

La impossibilità del personalismo che questa singolare analisi della morfologia dei poteri implica non può, tuttavia, essere sottovalutata solo perché rapportata allo strutturalismo antiumanista di Foucault che annuncia, in Le parole e le cose, la scomparsa della coscienza trascendentale e della soggettività dell'uomo; in tanti hanno provveduto a liquidare con approssimazione le conclusioni Foucaultiane a partire dalla decostruzione che questi opera nei confronti dell'antropologia dell'homo faber.

Per lo strutturalismo Foucaultiano - tutt'altro che privo di motivi condivisibili - che ha affermato l'inganno della naturalità della coscienza in quanto presupponente l'esperienza, è del tutto ineluttabile concludere su un carattere depersonificato dell'esercizio delle egemonie. Con ciò, però, non ha negato le implicazioni soggettive o iper-soggettive che strategie e dinamiche coinvolgono. Ha specificato, invece, che la rappresentatività istituzionale, e i suoi perniciosi eccessi di tracotanza, sono possibili nella misura in cui si concretizzano in occasionali posizioni, nelle forme di riverberi di un'eterogeneità complessiva che funzionalmente si serve di volti umani. Si potrà parlare, allora, di personalismo solo a patto di significare presenze inquietanti, concependone scelte e movenze come esiti terminali di processi che da questi si fanno attualizzare e agire.

 

NOTE

(1) Archivio Foucault, n 3, "Le maglie del potere 1981", Milano, Feltrinelli, 1998, p. 162.

(2) Sorvegliare e punire, Einaudi, Torino, 1976, p. 30.

(3) Ivi, p. 33.

(4) Microfisica del potere. Interventi politici, Einaudi, Torino, 1997, p. 121.

(5) Poteri e Strategie, a cura di Pier Dalla Vigna, 1994, Milano, Associazione culturale MIMESIS, 1994, p. 48.

(6) Ivi, p. 49-50.

(7) Ivi, p. 52.

(8) Ivi, p. 60-61-63.

(9) Ivi, p. 65.