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Temi del dibattito politico italiano.

DALLA TUTELA DEL LAVORO ALLA TUTELA DEL MERCATO
Considerazioni minime sul "Libro Bianco" del governo Berlusconi
di Antonio Chiocchi

 

1. L'autunno che si approssima si annuncia caldo. Le premesse sono state per intero poste nell'ultima campagna elettorale (vincente) del centrodestra e nel sistema di alleanze e nelle relazioni di potere nell'occasione attivati. L'attentato alle Torri Gemelle ed al Pentagono dell'11 settembre e la "guerra globale" contro il terrorismo internazionale che ne è scaturita hanno ulteriormente precisato il contesto strategico delle prassi di governo sul "fronte interno".

Emblematico dei modelli di azione, delle decisioni e degli interventi cui l'esecutivo intende porre celermente mano è, certamente, il "Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia. Proposte per una società attiva e per un lavoro di qualità", da poco "licenziato" dal "Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali"; testo che ha l'ambizione esplicita di un "programma di legislatura" (1).

Va osservato che il titolare del dicastero in questione - il leghista R. Maroni -, successivamente all'attentato dell'11 settembre, ha con tempestività sposato le posizioni ultraliberiste largamente rappresentate nell'esecutivo in carica, rispetto cui, fino ad allora, aveva tenuto a rimarcare più di una presa di distanza. La "guerra globale" contro il terrorismo internazionale deve aver convinto il governo nella sua interezza che si offrivano opportunità impensate, per passare ad una offensiva aggressiva, scavalcando tutti i pur necessari sistemi di mediazione e gradualità, per ridisegnare in senso autoritario il quadro delle relazioni sociali e i rapporti tra il sistema delle imprese e i lavoratori di vecchia e nuova generazione.

I prossimi mesi ci diranno quanto questa mossa sia stata azzeccata e fino a che punto l'uso della "guerra esterna" per "finalità interne" sia stata pagante. Sul punto nutriamo più di un dubbio. Dobbiamo, però, ammettere che, per un esecutivo a forte vocazione autoritaria, la "guerra globale" rappresenta un'occasione da non lasciarsi sfuggire, per smantellare le sopravvivenze dello Stato sociale e, quindi, passare alla rapida generazione ed all'efficace collaudo di nuove forme di dispotismo statuale.

Ci sembra che il "Libro Bianco" rappresenti un concentrato ad alta tensione dell'ideologia e della "visione del mondo" che permeano di sé l'esecutivo in carica. Una sua analisi ravvicinata si impone, pertanto, per tentare di individuare meglio le basi su cui vanno maturando i conflitti politici e sociali e per approssimare, in linea di approccio prudenziale, gli scenari futuri dello scontro politico e della mobilitazione collettiva.

"Prenderemo sul serio" il "Libro Bianco", nella misura in cui è possibile "prendere sul serio" una "dichiarazione di intenti" che, in ogni caso, non è mai in dipendenza esclusiva del vigore con cui viene esposta. Ogni decisione politica (annunciata o attuata che sia) deve fare i conti con un groviglio di fenomeni, di processi e di attori attestati su scale posizionali diverse, se non divergenti. Il "grado muscolare" con cui viene esibita non è il fattore dirimente; anzi, spesso, può innalzare una catena di ostacoli e di difficoltà aggiuntive.

 

2. Già in sede di "Presentazione", il "Libro Bianco" tiene a precisare che il governo si riserva un ampio margine di azione autonoma, sia per quanto riguarda i punti su cui il confronto abbia fatto registrare significative intese (2), sia per quel che concerne i punti di dissenso e/o di mancata unanimità tra le organizzazioni sindacali (3). In coerenza, viene apertamente sottolineato che si persegue il fine di "innovare nella metodologia del confronto prima ancora che nella stessa portata dei contenuti". Ma siamo alle prese con un espediente retorico: l'innovazione metodologica caldeggiata è, in verità, l'attacco frontale al sistema di concertazione sociale affermatosi in Italia negli anni '80 e proseguito nei '90. Quel sistema, si afferma, è scaduto "verso forme rituali e inefficaci". Il che vuol dire assestare un colpo mortale ad uno dei meccanismi principali che hanno regolato la bilancia dei poteri in Italia nell'ultimo trentennio. Per questa via, si intende sferrare un colpo di maglio ai poteri del sindacato confederale.

Si delinea proprio a quest'altezza una prima e decisiva complicazione. L'attacco frontale alla concertazione ha la (confessata) ambizione di ridurre a zero il potere dei sindacati, emarginandoli in un'area di riserva che li riduce a meri cogestori subalterni delle decisioni del governo (e della Confindustria). Inevitabilmente, ciò solleverà le loro reazioni. A nessun sindacato al mondo, degno di questo nome, può essere richiesto di concorrere all'esautoramento delle proprie prerogative di potere. La storia del sindacato americano e delle socialdemocrazie europee del XX secolo è emblematica, sotto questo punto di vista.

In questo disegno, è rilevabile una sopravvivenza del decisionismo craxiano, tendente alla riduzione del sindacato ad una funzione ancillare nei confronti dell'esecutivo. Se è vero che gli esiti delle politiche di concertazione non sono stati esaltanti per i lavoratori e gli strati sociali più deboli ed indifesi; se è vero che la concertazione ha sovralimentato la crisi di identità del sindacato confederale italiano, altrettanto vero è che la "concertazione italiana" è stata sempre qualcosa di diverso dalla pura subalternità del sindacato al governo. In essa, il sindacato confederale ha individuato degli spazi di azione e di autonomia che ha giudicato positivo percorrere ed ampliare. La critica della concertazione non può risolversi nell'accusa lanciata al sindacato di subalternità totale. A ben vedere, già negli anni '80, il disegno craxiano fallì. Si affermò, invece, un modello di concertazione più equilibrato, il quale chiamava apertamente in causa il sindacato, chiedendogli di giocare un ruolo attivo e propositivo (altro che subalternità totale!). Proprio per questo, il sindacato confederale è sollecitato ad un'attenta riflessione critica sull'esperienza della concertazione.

La strada della subalternità assoluta del sindacato è percorribile fino in fondo, solo se si concretizza la sua sconfitta politica e sociale.

Negli anni '80, la Cgil fu prima messa ai margini e poi sconfitta proprio all'interno di uno scenario di questo tipo. Ma ora le variabili di contesto sono completamente diverse. Negli anni '80 (ma già nei '70, a dire il vero), non era tanto messa in discussione la funzione del sindacato, quanto la riconiugazione delle politiche del lavoro in chiave antinflazionistica, con il conseguente riverbero sulla variabile salario dei costi maggiori della crisi economica.

Per un certo verso, la riduzione del potere di acquisto dei salari reali veniva controbilanciata dall'aumento del peso specifico del sindacato nella determinazione degli obiettivi di politica economica. Che questa si sia rivelata una scelta politica errata e poco produttiva per il sindacato lo rileva con immediatezza il processo di crescita esponenziale della sua crisi di rappresentatività che data (appunto) a quegli anni. Quanto più lo Stato e le istituzioni puntavano sul sindacato, per allargare la base del consenso sociale intorno alle decisioni di politica economica, tanto più i processi di legittimazione sindacale si rovesciavano in maniera perversa, procedendo sempre più dall'alto delle istituzioni e sempre meno dal basso dell'area di rappresentanza.

Da quel periodo, il sindacato ha iniziato ad operare in un regime di doppio mandato: la legittimazione proveniva contemporaneamente, differenziatamente e contraddittoriamente dall'alto dello Stato e delle sue istituzioni e dal basso della struttura di rappresentanza. Ciò lo ha lungamente logorato, mettendone in discussione in qualche (non isolato) caso il ruolo e la ragion d'essere.

Le variabili sistemiche entro cui si muove il "Libro Bianco" , in teoria e in fatto, esautorano il sindacato di tutte le sue attribuzioni e funzioni di potere, chiamandolo a giocare il ruolo subalterno di validatore senza poteri delle decisioni dell'esecutivo e della Confindustria. Nessuna contropartita, nemmeno simbolica, viene offerta per questo declassamento di ruolo. Anche alle "corporazioni fasciste" veniva riconosciuto un ruolo più attivo ed autonomo (4).

Negli anni '80, in una prima e decisiva fase, sono state alimentate e consolidate delle contraddizioni di rilievo tra le organizzazioni sindacali, con l'emarginazione della Cgil in posizione minoritaria. Un cuneo non meno rilevante, nello stesso periodo, è stato frapposto tra il sistema della rappresentanza sindacale e l'area sociale della rappresentanza. Nelle attuali condizioni, tutto ciò viene meno. Intanto, le tre maggiori confederazioni sindacali si trovano unite nella critica al "Libro Bianco" ed alle politiche colà annunciate, nonostante i recenti "accordi separati" firmati col governo e con la Confindustria da Cisl e Uil, in aperto disaccordo con la Cgil.

Il punto è che ora, diversamente dagli anni '80, l'attacco ai lavoratori è consustanziale all'attacco al sindacato. Ciò crea le basi oggettive per un avvicinamento e un amalgama tra questi due attori conflittuali nell'opposizione ai contenuti di programma delineati nel "Libro Bianco". La situazione critica del "sindacato lontano dai lavoratori" e dei "lavoratori lontani dal sindacato", tipica di gran parte di questi ultimi anni, perde alcune delle sue precondizioni cardine. Si profila, in potenza, uno scenario nuovo, per un rapporto più stringente tra sindacato e lavoratori, se il primo sarà capace di riflettere sui suoi errori e su alcune fallimentari esperienze di questi ultimi decenni.

Il "Libro Bianco", in parte, ripete l'errore berlusconiano del 1994 dell'offensiva frontale contro i sindacati (sul tema delle pensioni); in parte, ripensa e ridisegna in toto la scena del conflitto sociale, sul presupposto della sua risoluzione autoritaria. Il sindacato è espulso dalle sedi decisionali della regolazione sociale, in quanto non ritenuto una istituzione di controllo e di ordine, bensì un fattore entropico portatore di disordine sociale e di crisi dei processi decisionali. Fuori dai campi del politico-statuale in senso stretto e dei "poteri forti" in senso lato l'approccio normativo e regolatore che traspare dal "Libro Bianco" non posiziona e non riconosce alcun soggetto legittimo e legittimato ad intraprendere decisioni e a formulare opzioni. Viene qui alla luce, perforando il velo delle protezioni ideologiche, una singolare miscela tra panstatualismo e panliberismo. Lo Stato si fa garante della sfrenata libertà del mercato e, nello stesso tempo, appresta le regole e le procedure, affinché tale libertà prosperi, generando e consolidando nuovi e grandi poteri oligarchici.

Sono, queste, le coordinate (non chiaramente esplicitate, nondimeno intensamente operanti) intorno cui il governo tematizza la categoria di "dialogo sociale", abrogativa e sostitutiva della "concertazione sociale". Il "Libro Bianco" mutua formalmente la categoria dal diritto comunitario e dalle raccomandazioni comunitarie sull'argomento emanate, salvo destrutturarne e distorcerne l'assetto semantico. I contenuti del "dialogo sociale" raccomandati dal legislatore comunitario si differenziano nettamente da quelli concretamente attivati da "Libro Bianco" che, sul punto, opera una sostanziale deformazione, se non falsificazione degli enunciati e postulati comunitari. Tanto il legislatore comunitario intende cooptare i sindacati all'interno dei processi decisionali, tanto il "Libro Bianco" intende escluderli. L'esplorazione concettuale e la verifica storico-empirica che ci accingiamo a fare nei prossimi paragrafi metteranno ben in evidenza lo scarto semantico e la frattura politico-culturale qui soltanto accennata (5). Il modello di "dialogo sociale" che nutre le argomentazioni e le posizioni del "Libro Bianco" è ben esemplificato dal comportamento: 1) del governo, in occasione dell'accordo separato sui contratti a termine; 2) dalla Confindustria, in occasione della stipula del contratto separato dei metalmeccanici.

Ma torniamo a seguire il discorso enucleato dal "Libro Bianco". Dopo aver ritualmente affermato (sempre nella "Presentazione") che le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori sono ritenuti "attori essenziali del dialogo sociale", il governo si affretta a precisare che è sua intenzione "valorizzare" la loro "autonoma responsabilità", con un rinvio frequente al "negoziato diretto", in un "disegno di sussidiarietà orizzontale". Entro tale contesto, le organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori vengono ritenute un "veicolo per una crescente responsabilità delle imprese — attraverso strumenti di autodisciplina — e dei lavoratori, attraverso istituti referendari e partecipativi". Vedremo meglio in seguito dove, in concreto, questo progetto intende parare. Per ora, basti osservare che si pongono qui le premesse per la sospensione del modello di relazioni industriali affermatosi con la Costituzione repubblicana e lo Statuto dei lavoratori. Il che, ovviamente, non è un male in sé; quel modello, infatti, va fatto oggetto di un'ampia e radicale opera di trasformazione. La nota dolente sta altrove: il modello a cui si pensa e che si intende realizzare in tempi rapidi è ampiamente peggiorativo rispetto a quello costituzionale.

Va intanto rilevata una distinzione semantica tra concertazione sociale e dialogo sociale, così come sono venuti affermandosi in Italia, sul piano concettuale ed empirico. La prima impegna verso la delimitazione di un campo di responsabilità condivise, il secondo chiama i soggetti in causa ad un accordo su contenuti pre-confezionati, intorno cui non vi sono sostanziali margini di discussione. Mentre la concertazione, con tutti i suoi gravi limiti, era permeata da una razionalità inclusiva, il dialogo sociale è posseduto e animato da una razionalità escludente. Chi esprime dissenso sui contenuti pre-confezionati è escluso dal "dialogo sociale"; ancora di più: lo si bolla come soggetto auto-emarginatosi. Solo esprimendo accordo sui contenuti pre-costituiti del "dialogo sociale" il sindacato viene ritenuto un "attore essenziale" e tanto più viene sollecitato al "negoziato diretto".

Non appare un caso che l'autonomia delle imprese è lasciata alla "autodisciplina", mentre quella dei lavoratori è affidata agli strumenti "referendari" e "partecipativi". Alle imprese viene data "mano libera" e, nello stesso tempo, viene coltivata la speranza di scavalcare il dissenso sindacale, con un appello diretto ai lavoratori. È chiaro che vanno potenziati tutti gli strumenti di autotutela e di democrazia diretta dei lavoratori, esercitando anche una salutare e forte critica al verticismo ed burocraticismo sindacali; altrettanto chiaro, però, è che questi strumenti non possono essere messi al servizio del particolaristico interesse di impresa contro il sindacato e, più in generale, contro i lavoratori stessi.

 

 

3. Ma è tempo di iniziare ad illustrare le posizioni fondamentali sostenute nel "Libro Bianco". Nel farlo, assumeremo come riferimento l'"Executive Summary".

Ciò che il "Libro Bianco" sollecita sono le azioni di contesto, finalizzate esplicitamente al conseguimento dei seguenti obiettivi:

  • l'innesco di processi di allargamento della base produttiva;
  • l'innalzamento della produttività;
  • l'introduzione della flessibilità nel mercato del lavoro;
  • la fuoriuscita dal sommerso;
  • l'interconnessione tra sviluppo economico e crescita dell'occupazione regolare.

Le strategie con cui perseguire tali obiettivi sono date da politiche del lavoro e politiche macroeconomiche che "spingano dal lato dell'offerta come dal lato della domanda, anche in un contesto macroeconomico congiunturalmente difficile". Creare più occupazione e migliorare la qualità del lavoro diventa, quindi, la meta prioritaria che il governo intende raggiungere già nel medio periodo. Il lavoro "non buono", sostiene il "Libro Bianco", si annida tutto nella fascia del lavoro sommerso, irregolare e clandestino. Il che complica l'utilizzo ottimale del "capitale umano" e accresce l'area dell'esclusione sociale. Il rimedio suggerito è quello di "rendere più fluido tra obiettivi e desideri delle imprese e dei lavoratori", aumentando la "flessibilità del mercato del lavoro". Come? È presto detto: attraverso la disposizione di "un nuovo assetto della regolazione e del sistema di incentivi e ammortizzatori, che concorra a realizzare un bilanciamento tra flessibilità e sicurezza". Ne discende che le istituzioni (centrali e locali) e le parti sociali "sono chiamate a disegnare un sistema di politiche del lavoro basato non più sul singolo posto di lavoro bensì sull'occupabilità e sul mercato del lavoro". In questo contesto, viene lanciato il concetto di società attiva, uno dei leit-motiv del "Libro Bianco".

Alla regolazione del mercato del lavoro e delle politiche del lavoro sono chiamati più attori istituzionali e più attori sociali. Il "Libro Bianco" assegna un ruolo particolare all'intervento regolatorio delle regioni, nel quadro del nuovo assetto federale dello Stato: "La potestà legislativa concorrente delle Regioni riguarda non soltanto il mercato del lavoro bensì anche la regolazione dei rapporti di lavoro". Il legislatore nazionale si limita ad intervenire con una "normativa-cornice"; mentre le singole regioni disporranno un "impianto regolatorio che valorizzi le diversità dei mercati del lavoro locali e superi l'attuale stratificazione dell'ordinamento giuridico". E, dunque, non resta che "sperimentare nuove forme di regolazione, rendendo possibili assetti regolatori effettivamente conformi agli interessi del singolo lavoratore ed alle specifiche aspettative in lui riposte dal datore di lavoro, nel contesto d'un adeguato controllo sociale". Siamo all'anticamera delle "gabbie salariali" e del diritto (del lavoro) a geometria variabile.

La variabilità dei diritti è apertamente teorizzata, laddove si sollecita una metamorfosi radicale dell'ordinamento giuridico da edificare non tanto e non più sullla base del management by regulation quanto del management by ojectives. E sono gli obiettivi, non le norme e i comportamenti normati — si sostiene apertamente — che debbono elevarsi a costellazione di orientamento delle attività dei soggetti. Questa l'impalcatura che dovrebbe sorreggere il "Testo unico" sul lavoro, di cui si caldeggia il varo e che dovrebbe sancire, in linea definitiva, il progressivo spostamento dell'area delle tutele dalla garanzia del posto di lavoro alla assicurazione della piena occupabilità. Chiariamo che per "occupabilità" il "Libro Bianco" indica una situazione/ciclo, in cui tutti i lavoratori "sono messi nelle condizioni" di trovare lavoro. Che, poi, lo trovino o meno è tutt'un'altra questione; l'importante è che siano a disposizione dei bisogni variabili e della gerarchia dei comandi delle imprese.

Dietro quest'opera di ricodificazione si cela uno spazio di revisione concettuale che manda all'aria i cardini fondativi del diritto del lavoro, con il ritorno ad un'epoca pre-bismarckiana (se non pre-capitalistica, addirittura). Si sostiene, difatti, che il prestatore d'opera non è il "titolare di un rapporto di lavoro", bensì "un collaboratore che opera all'interno di un ciclo". Che questo modo di pensare ed operare abbia fatto le fortune dei primi capitalisti nell'epoca dell'"accumulazione originaria" e costituito il nerbo delle ideologie padronali più retrive e conservatrici la dice lunga sui riferimenti culturali e gli orizzonti politici a cui il "Libro Bianco" guarda con simpatia.

Perfettamente logico, quindi, suggerire una completa rivisitazione del contratto collettivo di categoria, attraverso il potenziamento della "contrattazione decentrata", saldamente ancorata ai "luoghi" in cui si realizzano "guadagni di produttività". Ovviamente, in un quadro siffatto il conflitto viene completamente esorcizzato. In particolare, lo "sciopero quale forma di risoluzione del conflitto" va scoraggiato non solo nei settori industriali, ma depotenziato in tutti i comparti del pubblico impiego, ben oltre gli strumenti giuridici a tutt'oggi apprestati. Non solo: "Occorrerà verificare, inoltre, la possibilità di rafforzare, con sedi nuove e più efficienti la prevenzione e composizione delle controversie collettive del lavoro, con particolare ma non esclusiva competenza nella gestione del conflitto nei servizi essenziali". Ed è soprattutto questo atteggiamento di grande avversione al conflitto a far emergere, con pienezza, il profilo fortemente autoritativo e autoritario delle enunciazioni contenute nel "Libro Bianco".

 

4. Passeremo, ora, in veloce rassegna alcune delle posizioni di merito più rilevanti espresse nel "Libro Bianco".

Registrato che il forte incremento delle forme di lavoro atipico non rappresenta un evento transitorio, ma assume, invece, il significato di un nuovo trend di sviluppo strutturale, il "Libro Bianco" si affretta a segnalare l'asimmetria esistente tra flessibilità in entrata e rigidità in uscita. La regolamentazione del mercato del lavoro avrebbe, pertanto, tra i suoi compiti quello di far corrispondere alla flessibilità in entrata una pari flessibilità in uscita. Tradotto, ciò significa che le imprese debbono avere "mano libera" non solo nelle assunzioni, ma anche nei licenziamenti.

Un mercato del lavoro, così, regolamentato rompe tutte le rigidità a lato del lavoro, mentre mantiene in piedi tutte le rigidità a lato delle imprese. In questo discorso, la flessibilità del lavoro si scontra con le rigidità dell'interesse di impresa. Questo è uno dei (tanti) punti in cui emerge nitidamente la correlazione tra panstatualismo e panliberismo, vera chiave di volta del "Libro Bianco".

Sulla base di questo discorso, non sorprende la torsione mercatistica delle forme di tutela: esse "devono agire innanzitutto nel mercato, non operare contro il mercato o comunque esclusivamente nel rapporto nell'ambito del rapporto di lavoro in essere". Da qui è posta all'ordine del giorno la necessità della creazione di un diritto del lavoro di seconda generazione, non imperniato sui diritti dei lavoratori, bensì sui diritti e le regole del mercato.

Ciò realizza la completa destrutturazione regressiva del diritto del lavoro; in particolare, la parabola che da Weimar ha condotto al Welfare State. Che questa parabola si trovi in un stadio di crisi irreversibile è una cosa; che questa crisi faccia da precondizione per un'inaudita regressione culturale, politica e ordinamentale ne è un'altra.

Se questo è il background, l'attacco alla "quota del lavoro" assegnata nel "valore aggiunto manifatturiero" appare scontato, se non obbligato. Secondo il "Libro Bianco", tale "quota" non appare sufficientemente declinante. Anzi, una "tendenza al declino" resta tutta da avviare. Anche per questo, andrebbe rivista la struttura centralizzata della contrattazione collettiva che in Italia — lamenta il "Libro Bianco" — rimane imperniata sul contratto nazionale di categoria. Quest'ultimo contrasterebbe un'effettiva decentralizzazione della contrattazione, impedendo un'efficace "redistribuzione dei guadagni di produttività"; in che direzione, lo abbiamo innanzi visto. Non casualmente. il punto critico è qui ravvisato nella insufficienza dei "meccanismi di formazione dei differenziali salariali 'esterni', cioè quelli fra imprese, fra settori, fra aree territoriali".

È rispetto all'ordine di grandezza e complessità di queste nuove problematiche che il "Libro Bianco" sottolinea la fine irrevocabile del modello concertativo che, da un lato, avrebbe limitato le prerogative e il campo di azione dell'esecutivo e, dall'altro, indebitamente allargato quello dei sindacati. Conseguentemente, i problemi strutturali dell'economia e della regolazione sociale non sarebbero stati adeguatamente aggrediti. Soprattutto — lamenta il "Libro Bianco" — si sconta la sopravvivenza residuale di un sistema contrattuale centralizzato, focalizzato sulla variabile strategica della "inflazione programmata" che, mentre garantisce la difesa del salario reale (!),"è indifferente rispetto alle esigenze reali delle singole imprese".

Gli indicatori economici preconizzati debbono essere indifferenti all'andamento della curva inflazionistica, ma interamente asserviti alle esigenze delle imprese. Nessuna tutela e difesa del salario reale, seppur minima e largamente insoddisfacente (come è, appunto, lo schema di "inflazione programmata"), è qui tollerata; al centro della scena si insedia il profitto di impresa. Ancora di più: l'intera scena è occupata dal profitto di impresa. Tutte le altre sono variabili dipendenti, a partire dal lavoro. In particolare, al lavoro vanno redistribuite meno delle briciole, qualunque sia l'andamento della congiuntura economica. Ecco perché, su questo delicato terreno, non sorprende che l'esecutivo si assegni una funzione di centro attivo di modernizzazione del mercato del lavoro e delle sue dinamiche: "un completamento organico delle riforme in tema di mercato del lavoro e del welfare non può prescindere dall'iniziativa e dalla capacità decisionale del Governo".

Vediamo, in sintesi, quali sono le coordinate intorno cui il governo intende sviluppare il suo intervento:

  • il "passaggio dalla politica dei redditi ad una politica per la competitività";
  • la sperimentazione allargata di "accordi specifici, rigorosamente monitorati nella loro fase implementativa";
  • la differenziazione netta delle "reciproche responsabilità tra Governo e parti sociali";
  • la "produzione di regole in tema di affari sociali, con particolare riguardo alla modernizzazione del mercato del lavoro";
  • il pieno corso dell'iniziativa legislativa (del governo e/o delle regioni), in caso di "dialogo sociale infruttuoso";
  • la "funzione regolatoria" del "dialogo sociale", in funzione della rapidità, efficienza ed efficacia del "procedimento decisionale";
  • la sostituzione conseguente del "principio di maggioranza" al "principio dell'unanimità;
  • la "visione regionalista delle politiche del lavoro" in un "contesto dinamico", con la espressa previsione di "utili deroghe concordate nei confronti della legislazione e contrattazione a livello nazionale".

Come si vede, il cerchio si chiude e la nostra critica trova un surplus di fondamento. L'impatto di questo progetto politico sul sistema delle relazioni sociali finora codificato è destabilizzante. Al punto da incontrare e suscitare un quadro di resistenze politico-sociali allargate.

Che queste resistenze riescano a coagularsi su fronti di azione comune è già un altro discorso. Che poi la resistenza riesca a farsi azione collettiva a più centri e a più protagonisti ne è un altro ancora.

Rimangono, però. il fatto, la possibilità e la necessità di lavorare alla messa in campo di una risposta attiva, capace di coinvolgere tutti i soggetti colpiti dal progetto di cui il "Libro Bianco" si fa portatore. Preliminare al tutto è, però, la messa al bando di tutti gli steccati ideologici e i pregiudizi settari che ancora dividono il "popolo" e le "organizzazioni" di sinistra. Soltanto l'elaborazione e la costruzione del nuovo oggi garantiscono una risposta adeguata alla deriva autoritaria che cerca di avviluppare il paese con i suoi tentacoli d'acciaio e di cui il "Libro Bianco" è uno dei cunei di penetrazione più acuminati.

(ottobre 2001)

 

Note

(1) Rendiamo disponibile il "Libro Bianco" in formato zip.

(2) La precisazione palesa, in realtà, una contraddizione logica: appare chiaro che in caso di accordo tra le parti sociali sulle proposte del governo l'azione autonoma di questo si trova ad essere di fatto già esaurita. Ma, forse, siamo in presenza di un artificio retorico, teso a "comunicare" l'immagine di un esecutivo tanto "dialogante" quanto "decisionista".

(3) Qui ad essere evocati, con tutta evidenza, sono il modello e la prassi degli "accordi separati", rifunzionalizzati e ricollaudati con l'accordo sui "contratti a termine", sottoscritto senza la firma della Cgil. Più in generale, il modello ha avuto un ulteriore e più stringente collaudo con il "contratto separato" dei metalmeccanici, siglato senza la firma della Fiom-Cgil.

(4) Forse, anche per questo l'UGL, sindacato vicino ad "Alleanza Nazionale", ha espresso la sua netta contrarietà al "Libro Bianco".

(5) Sulla divaricazione tra i contenuti del "Libro Bianco" e le politiche sociali comunitarie assai istruttivo è l'acuto articolo di G. Principe, L'Europa a modo mio, "Rassegna sindacale", n. 37, ottobre 2001. Per chi volesse seguire da vicino la concettualizzazione della categoria di "dialogo sociale" operata dal governo, si rinvia alla Parte II, Cap. I.2 del "Libro Bianco", di cui noi stessi terremo conto nel § 4.