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NELLA RETE
Culture della rete/Culture per la rete.

INTERNET TRA TECNICA E CULTURA

di Antonio Chiocchi

Cap. III
Cybermassa o cybersoggetti?

3.1. Dove portano i portali

Con un leggero ritardo, nel 2000 si è andato affermando prepotentemente anche sul web italiano il fenomeno dei "portali". In questa occasione, non ci soffermeremo sui loro contenuti. Piuttosto, intendiamo appuntare la nostra attenzione sulle logiche che li animano.

Da questo punto di vista, i "portali" non fanno che applicare e rinnovare un vecchio principio delle tecnologie dell'informazione e della telecomunicazione: vince chi genera con efficacia e gestisce con efficienza una porta di accesso verso l'utenza.

Uno dei primi e più abili "utilizzatori" del principio è stato Bill Gates, con la realizzazione del sistema operativo Ms Dos (prima) e Windows (dopo). Un esempio del genere lo reperiamo in Italia, con la creazione del decoder da parte di Tele+.

In sostanza, si tratta di produrre, mantenendone il monopolio, un hardware e/o un software. attraverso cui debbono passare obbligatoriamente tutti gli utenti che intendono fruire di un dato servizio. Quanto più quel servizio è richiesto, tanto più il proprietario/gestore acquisisce dominanza nel mercato delle telecomunicazioni. Del fenomeno ci siamo ampiamente occupati nel precedente capitolo, a cui rimandiamo.

Quello su cui ora vogliamo far convergere l'analisi sono gli standards dei servizi. Senza procedimenti standards, non si dà flusso comunicativo tra i dispositivi interattivi della rete. Gli standards sono i regolatori delle "porte di accesso" alla telecomunicazione. Per rimanere all'esempio della Microsoft: il monopolio dei sistemi operativi funziona come esemplare "porta di accesso" all'industria del computer, ai servizi informatici e agli interscambi in rete.

Come i portali traducono questo principio, ormai, consolidato? Capovolgendolo e, insieme, completandolo.

La "porta di accesso" qui non è verso l'utenza; più esattamente, è l'utenza ad essere immessa nei meandri del web. Posizionati direttamente sulla rete, i portali smistano il cyberflusso, approntando nodi di eterodirezione del cybertraffico. Il principio è attivo sia che si tratti di portali generalisti che di portali settoriali.

Con la "porta di accesso", l'utenza era il punto di arrivo; con il portale, invece, l'utente è il punto di avvio. Il principio della "porta di accesso", con tutti i suoi corollari, amplia il suo orizzonte di riferimento ed il suo campo di azione.

Le "porte di accesso", in altri termini, conducono ai portali e i portali riconducono alle "porte di acceso". Di nuovo, calzante è il riferimento alla Microsoft, in posizione di dominanza sia nel settore delle "porte di accesso" che in quello dei portali.

Così funzionano le cose allo stato presente.

Ma quali le tendenze a medio e lungo termine?

Esaminiamone una, particolarmente adatta a rappresentare lo scenario futuro: il multimedia totale.

Il multimedia totale è uno dei portati della teoria del Telecosmo. Come è noto, la definizione di "telecosmo" si deve a G. Gilder (1) e si regge, in gran parte, sull'estensione a tutto il pianeta dei cavi a fibra ottica. In sostanza, esso consta nella digitalizzazione totale del pianeta con la creazione della cd. fibersfera. La terra sarebbe fasciata in toto dalle fibre ottiche, con la conseguenza che tempo e distanza sarebbero ipso facto presentificati in via digitale. Telepresenza e interattività totale sono, per l'appunto, i profili caratterizzanti del multimedia totale (2).

Le teorie del "telecosmo" e gli standars del multimedia totale, per realizzarsi, abbisognano della "convergenza" strategica e puntuale dei comparti fondamentali delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione: quello dei computer, quello della telecomunicazione, quello dei contenuti digitali, quello del consumer.

Ora, stando alle attuali previsioni, il multimedia totale per eccellenza sarà il teleputer che, per Gilder, è il mezzo in grado di elaborare e registrare qualunque tipo di documento digitale, manipolarlo e inviarlo attraverso la fibersfera. Ogni teleputer, così, tende a trasformarsi un una "stazione" di telecosmo in connessione interattiva con tutti gli altri infiniti teleputer che solcano la fibersfera. A ciò Gilder collega il rinascimento individuale contro i monopoli delle telecomunicazioni. Gilder si lascia andare a previsioni enfatiche, secondo le quali saranno rovesciati gli effetti della televisione: il teleputer, anziché esaltare la cultura di massa, affinerà l'individualismo e promuoverà la creatività, contro la passività (3).

Ora, proprio l'evoluzione dei portali smentisce questa previsione ottimistica. Eppure, essi erano stati reclamizzati come lo sviluppo decisivo dell'agorà elettronica e una tappa di passaggio della lotta agli oligopoli nelle telecomunicazioni.

È innegabile che nella rete continuino a circolare discorsi e pratiche libertarie; altrettanto vero è che le componenti mercatistico-proprietarie e oligopolistiche si vadano sempre più rafforzando. Al punto che, all'ultimo Salone dei Congressi dello SMAU, si è potuto legittimamente sostenere: "Il sesto potere è il mercato!" (4). Nel senso che è la domanda di mercato a generare e modellare il cybertraffico e a gettarlo in mano agli oligopoli.

Siccome la domanda di mercato orienta verso contenuti e servizi ad alto tasso di fruizione passiva, saldamente in mano ad oligopoli di settore; e siccome gli stessi futuribili teleputer dovranno fare i conti con queste leggi di mercato, l'ipotizzato "rinascimento individuale" è ben lungi dal profilarsi all'orizzonte. Al contrario, individuo e collettivo sono sempre più "governati" da flussi anonimi e spossessanti, controllati da "cartelli proprietari" di tipo oligopolistico che riuniscono in sé principi della "old" e della "new" economy.

Il core dei portali (come del futuro multimedia totale) resta la comunicazione business. Sono i rendimenti pubblicitari a determinare e veicolare i flussi comunicativi, selezionando quelli ad alto valore aggiunto di business e scartando quelli a basso valore aggiunto di business. Non è l'informazione in sé il fine dei portali; anzi, l'informazione diviene il mezzo per conseguire più elevati volumi di business.

L'utenza, quale risorsa allocativa dei portali, viene immessa verso le "porte di accesso" informative più remunerative che, sovente, sono anche quelle più povere culturalmente e comunicativamente. Il portale diviene un mezzo aggiunto della passivizzazione della cybermassa. Quanto più la cybermassa è passivizzata tanto più cresce il potere del portale, non solo in termini economico-finanziari.

Si tratta, come è agevole intuire ed è stato fatto puntualmente rilevare, di un'estensione delle regole della "old economy" (5). I portali, per loro propria intima scelta e per il condizionamento del mercato, modellano e costruiscono la loro offerta di informazione-comunicazione con esclusivo riferimento alla domanda della cybermassa passiva che sale dal mercato e che, in parte, essi stessi hanno inseminato e coltivato.

Il concetto-principio di pubblica utilità, che ha accompagnato la rete sin dal suo atto di nascita, viene completamente soppiantato, sostituito da quello di pubblica vendibilità. Da questo punto di vista, il cybermercato tende a somigliare in maniera impressionante al supermercato e, addirittura, coltiva l'ambizione di rimpiazzarlo in toto. La monetizzazione degli hits della cybermassa diviene il nuovo veicolo pubblicitario di massa.

Ma, allora, siamo "governati" dalla (cyber)pubblicità e dai suoi agenti più o meno occulti?

Ovviamente, le cose non stanno in questi termini rigidi e lineari. La medesima pubblicità è eterodiretta dai prodotti-contenuti che veicola, rispetto cui può vantare un grado di autonomia solo relativo. Allo stesso modo, occorre dare, sì, una lettura critica della cybermassa, ma anche non perdere di vista l'esigenza primaria di offrire prodotti digitali con un sempre più elevato contenuto comunicativo, creativo e interattivo.

Come non siamo ostaggi della pubblicità, così la cybermassa non è l'unico soggetto della rete. Anzi, dalla rete proviene una domanda di prodotti-contenuti digitali sottratti alle bronzee leggi del mercato e della pubblicità. Domanda che proviene da cybersoggetti e da cyberaree che mantengono ancora fermo il principio-concetto della pubblica utilità di Internet.

Solo che occorre imparare a coniugare questo principio-concetto nelle nuove condizioni storiche, al di là dei feticismi del mercato, ma anche oltre le ingenue prospettive che affidano al mezzo in quanto tale la lotta contro i fenomeni di passivizzazione e mercificazione che vanno impoverendo la rete.

In linea generale, non ha senso ingaggiare un conflitto con la cybermassa. Non lo ha nemmeno in particolare, giacché mute e, in larga parte, inesplorate restano le condotte che portano alla costituzione diffusa di cybersoggetti attivi che siano capaci di contrastare passivizzazione e mercificazione e, nel contempo, produrre, comunicare e diffondere in proprio prodotti-contenuti digitali alternativi.

Se sappiamo bene "dove portano i portali", ignoriamo ancora del tutto "dove portano i cybersoggetti attivi". Su questo limite occorre riflettere e iniziare a proporre primi possibili percorsi.

 

3.2. Presenze attive e creative

Ora è già qualche anno che N. Negroponte ha iniziato a parlare della "era della post-informazione" (6). Il dibattito dominante, in Italia ed in Europa, invece, va ancora ruotando intorno alla "società dell'informazione", con i vari corollari del "post-industriale" e/o del "postmoderno". Il ritardo culturale è evidente, a prescindere dagli ottimismi ingenui di tipo tecnocratico presenti nella posizione di Negroponte.

È un fatto che con questo tipo di teorie avanzate bisogna assolutamente confrontarsi. Lo abbiamo iniziato a fare nel capitolo precedente; continueremo su questa strada. Soprattutto, in ragione della necessità di saggiare il terreno, in direzione di una formulazione di approccio di una teoria-prassi dei cybersoggetti. Che è, ovviamente, "compito collettivo", a cui tutti coloro che si muovono criticamente e creativamente nel cyberspazio debbono/possono cooperare.

Per Negroponte, quella industriale è, sostanzialmente, un'era di atomi, correlata alla produzione di massa imperniata, a sua volta, sulla uniformità e ripetitività delle economie di scala. L'era post-industriale conserva questo background, spostando, però, il centro di gravitazione dagli atomi ai bit; dal che le economie di scala, pur sopravvivendo, derivano minori vincoli in fatto di spazio e tempo.

Ora, continua Negroponte, l'era della post-informazione si caratterizza per il completo venir meno delle economie di scala: lo spostamento gravitazionale dagli atomi ai bit si corona nella assoluta personalizzazione dell'informazione. I tradizionali concetti di pubblico e di utenza vengono completamente destrutturati. A questo snodo, osserva Negroponte, il pubblico può ridursi ad una persona. L'ordinazione personale comanda e determina i flussi informativi. Come la produzione di massa era informazione focalizzata orientata verso il "grande pubblico", così la post-informazione si orienta verso gruppi di pubblico sempre più ristretti, i quali possono anche coincidere con una singola persona. In altri termini, l'era della post-informazione sarebbe finalmente l'era dell'individuo sovrano, in una sintesi perfetta tra il liberalismo classico ed alcune delle più avveniristiche previsioni marxiane.

La post-informazione, cioè, è digitale e nelle procedure digitali, precisa Negroponte, "io" sono sempre "io" e mai un sotto o sovragruppo sociologico-statistico. L'io digitale non ha implicazioni statistico-demografiche; esiste e si riproduce al di là e contro le barriere sociali e spazio/temporali. La post-informazione consta esattamente nell'allestimento dei servizi di comunicazione per l'io digitale. Quella della post-informazione è, quindi, l'era digitale.

Possiamo dire che qui, per Negroponte, comunicazione e informazione si ultrafocalizzano secondo i bisogni desideranti dell'io digitale. Le macchine digitali sono al servizio dei desideri dell'io digitale e imparano a servirlo sempre meglio, aiutandolo a raggiungere la sua vera personalizzazione. Che è ubiqua: l'abbattimento delle barriere temporali e spaziali da parte dell'io digitale altro non è che la conquista dell'ubiquità alla dimensione umana.

Chiare sono le assonanze politiche e culturali di fondo tra le posizioni di Gilder (che abbiamo precedentemente esaminato) e quelle di Negroponte. Esse costituiscono uno dei fronti più avanzati del dibattito culturale intorno ai nuovi media nella nuova epoca, a dispetto del tecnocraticismo ingenuo e del liberalismo superficiale che le impregna. Vanno assunte come una stimolante provocazione culturale: con esse occorre cimentarsi molto più che con tanta sociologia critica, rimasta impastoiata in dibattiti sterili e retrodatati.

Appare evidente che l'era digitale rechi racchiuse in sé alcune possibilità di libertà che si tratta di coltivare e sottrarre al dominio del mercato. La formazione di una soggettività creativa di massa si pone qui come un campo potenziale convertibile in esperienza concreta. Non tanto nella prospettiva dell'individuo sovrano, vagheggiato da Gilder e Negroponte, quanto nella costituzione di comunità digitali intelligenti in un rapporto di cooperazione critica.

L'ultrafocalizzazione del messaggio e della richiesta di informazione può essere giocata nella messa a punto di prodotti-contenuti digitali a misura della libertà creativa del singolo e del collettivo. Occorre piegare il mezzo digitale a questo uso, perché di per sé esso è risucchiato dal mercato, dalle cui lame è evirato. Una finalizzazione del mezzo e una messa in opera del fine di questo tipo prevedono ed aprono una nuova geografia del conflitto, oltre tutte le teoriche e le pratiche sin qui elaborate e conosciute.

Non si tratta di organizzare il passaggio dalla cybermassa ai cybersoggetti; ma di cominciare dove la creatività dei soggetti appare più fertile e promettente. Non un agire di "avanguardia", insomma; bensì la diffusione e la fruizione progressive di contenuti digitali interattivi di crescente qualità creativa e culturale. Il tutto ben al di là della passivizzazione e della eterodirezione della cybermassa.

Disseminare nel cyberspazio presenze attive e creative caratterizzate dal doppio profilo della pubblica utilità e della massima soddisfazione personale, mai come oggi, è a portata di mano, con la caduta dei vincoli temporali e delle barriere spaziali comportata dall'era digitale. Non solo e non tanto "individuo sovrano", dunque; ma felicità del singolo e libertà del collettivo.

Ma dire che questa possibilità/esperienza è a portata di mano non significa ritenere che essa sia facilmente realizzabile; anzi. Si vuole, con questo, semplicemente alludere all'integrale ridisegno delle mappe del conflitto oggi, per assumere iniziale consapevolezza della portata e della complessità della "posta in gioco". Anche per questo serve il serrato confronto critico con le teorie/prassi più avanzate in circolazione, più che il ripiegamento autoreferenziale in codici culturali dichiaratamente anacronistici.

 

3.3. Rappresentatività in crisi

Ma non c'è soltanto il problema della presenza attiva e creativa in rete: il tema della cybersoggettività è inevitabilmente accompagnato a quello dei diritti. Pur avendo modalità cooperative, il lavoro connesso (o lavoro di rete) o conosce le forme della stabilità, costituendo il circolo restringentesi dei core-workers, oppure quelle dell'occasionalità, finendo relegato nella sfera allargantesi dei contingent-workers. Queste due grandi aree del mercato del lavoro designano e disegnano due campi generali e differenziati di esercizio dei diritti.

La collocazione nel processo produttivo non coincide più con la collocazione nel mercato del lavoro. Ed è ora la seconda che decide della titolarità, intensità e durabilità dell'esercizio dei diritti: più intenso e protetto per i core-workers; precario ed oscillante per i contingent-workers. I modelli universalistici tradizionali di tutela e i meccanismi di sicurezza ed equità del welfare saltano. Con la conseguenza che non stanno bene né i core-workers e né (ovviamente) i contingent-workers.

Negli ultimi mesi del 2000, ha preso inizio uno stillicidio di licenziamenti nelle imprese maggiori della "new economy"; il 2001 non è iniziato sotto migliori auspici. Tanto per fare soltanto alcuni "nomi eccellenti", ad attivare questa ondata di licenziamenti sono alcuni tra i colossi della "new economy": Aol-Time Warner, Altavista, CNN, Motorola, Nortel e Lucent (7).

I lavoratori della conoscenza del core produttivo hanno visto messi in crisi i processi di autoformazione gratificante della loro identità, assumendo iniziale consapevolezza dei fenomeni di alienazione intensiva a cui erano soggetti (8). Hanno preso luogo, in parallelo, nuovi "fenomeni di sindacalizzazione", estesi dalla periferia del lavoro atipico della conoscenza al centro dei core-workers della conoscenza. In questione sono state apertamente chiamate le forme estreme di disgregazione e scollamento sociale connesse alla flessibilità selvaggia con cui viene regolato il lavoro della conoscenza.

Quello che emerge in maniera sempre più netta e che le varie "bolle finanziarie" avevano, in vario modo, fin qui occultato è il profilo scarsamente democratico delle maggiori imprese hi-tech, il cui livello di violazione della legislazione del lavoro è di norma assai elevato. Ma, già in America, nel campo hi-tech comincia ad essere consistente il numero di controversie individuali di lavoro portate innanzi all'autorità giudiziaria.

Diviene questione dirimente, per il lavoro connesso, organizzare e praticare le proprie sfere di diritto, all'insegna di nuovi principi di equità e coesione sociale. Il passaggio dall'atomo al bit, quale metamorfosi rende necessaria nel campo dei diritti? E, ancora più specificamente, quale "Carta dei diritti" per il lavoro connesso?

Ma la discussione sui diritti non può essere dissociata da quella sulla rappresentanza. La domanda: "quali diritti?", non può essere disgiunta da un'altra (non meno complessa e impegnativa): "quale rappresentanza?". E non è, certo, un caso che diritti e rappresentanza conoscano un'eguale e, ormai, annosa crisi.

Se il bit segna le frontiere di una nuova epoca, il lavoro digitale deve disegnare le (sue) frontiere dei diritti e della rappresentanza. Esso è una forma di lavoro irrapresentato: sia perché non trova ancora adeguata rappresentanza sindacale; sia perché, per la sua propria natura mobile e mutevole, mal si presta ad essere regolato dai codici della rappresentazione, rappresentatività e rappresentanza (che siano o no sindacali).

E tuttavia, una mediazione è necessaria. Proprio il lavoro irrapresentato esige quadri negoziali di riferimento e tavole dei diritti rinnovate. Altrimenti, su di lui incombe la condanna ad una servitù di nuova generazione, con la denegazione di diritti fondamentali, nel mentre stesso si fa soggetto portatore di pratiche sociali e contenuti cognitivi di rango superiore.

Ma non si può tentare nessun passo in avanti, se non si rivisita con adeguato occhio critico il passato, almeno quello prossimo.

Gli scenari a cui siamo abituati sono di questo genere. La rappresentatività è stata collegata alla capacità di interpretare, esprimere e difendere con coerenza e rigore gli interessi del lavoro e dei lavoratori. La rappresentanza, invece, ha espresso l'ambito di legittimazione verso terzi (Stato e imprese) del mandato esplicitamente conferito dai lavoratori.

Il meccanismo giuridico-funzionale che ne è derivato può essere, così, riassunto. Si dava rappresentanza unicamente se, a monte, sussisteva rappresentatività. A sua volta, la rappresentatività deprivata del mandato di rappresentanza si rivelava uno strumento di pressione inefficace. Da qui l'esigenza teorico-pratica di coniugare sempre la rappresentatività con la rappresentanza e la rappresentanza con la rappresentatività. Innestandosi su questo impianto, il deficit di rappresentatività si sarebbe immediatamente e inevitabilmente prolungato in un debole mandato di rappresentanza; e viceversa.

Ecco perché, dagli anni '80 in avanti, la crisi del sindacato italiano è stata tanto una crisi di rappresentatività che una crisi di rappresentanza, a cui si è cercato di porre rimedio con la concertazione. Che ha tentato di riposizionare il mandato di rappresentanza in crisi direttamente sulla intermediazione con lo Stato e le imprese (la concertazione, appunto). Così operando, la rappresentatività non verificava più gli interessi, i poteri e i voleri dei lavoratori; bensì le politiche e le strategie sindacali, accordandole con le aspettative e le pretese dello Stato e degli attori sociali.

Lungo questa traiettoria, il sindacato è venuto erigendosi progressivamente come nuovo soggetto della rappresentazione politica, ma sempre più privo di rappresentanza. Il suo grado di rappresentatività era fatalmente destinato a diminuire: dal "soggetto forte" degli anni '70, si è convertito nel "soggetto debole" degli anni '80 e '90, costantemente nel mirino di governi, imprese, partiti e lobbies varie.

Tuttavia, anche dopo lo shock del referendum abrogativo del principio del "sindacato maggiormente rappresentativo" (sancito dal vecchio art. 19 dello Statuto dei Lavoratori), il sindacato ha continuato ad esercitare il monopolio della rappresentanza. Monopolio della rappresentanza nel pieno della crisi di rappresentatività e rappresentanza: ecco la scena-madre della "parabola discendente" del sindacato italiano in quest'ultimo ventennio.

È intorno a questi esiti critici della rappresentatività e della rappresentanza che dobbiamo riprendere a tessere il ragionamento.

 

3.4. Oltre gli interessi

Esiste anche un "teatro di azione" globale che acutizza oltremodo la crisi della rappresentatività. È, questo, il teatro della complessità e differenziazione sociale, dell'atomizzazione dei conflitti, della frammentazione dei soggetti e della internazionalizzazione dei mercati.

Gli scenari della globalizzazione, ancor più di quelli nazionali, rendono più stridente la crisi dei tradizionali modelli di rappresentanza e rappresentatività, funzionalmente incardinati sulla rappresentanza degli interessi. La funzione della rappresentanza degli interessi non paga più, avvinta come è ai modelli della rappresentanza politica nelle democrazia pluraliste, dalla cui crisi irreversibile è come generata per partenogenesi.

Nelle società globali, dislocate sulla produzione-comunicazione di senso, sulla conoscenza e sulle identità multiple e differenziate, l'interesse diventa una categoria angusta. Volendo essere ancora più precisi, possiamo dire che l'interesse è una chiave categoriale arcaica, perché: a) non può essere elemento di rappresentazione della vastità dell'orizzonte della vita sociale e individuale e delle aspettative di senso dei soggetti; 2) è sussunto sotto le ferree regole dell'economia e del 'politico'.

Occorre escludere il filtro degli interessi, allora. Rappresentare deve cominciare a significare, fin da subito, porsi e andare oltre l'economico ed il 'politico' e tutti i loro sottosistemi: cioè, oltre gli interessi. Solo così si può sperare di intercettare le forme dell'irrapresentato, affinché prendano voce e acquisiscano visibilità.

La composizione sociale entro cui si inscrive il lavoro connesso — e con esso tutti i lavori cd. atipici — è quella della molteplicità e della differenza delle forme e delle figure lavorative. Rappresentare la molteplicità e la differenza non è dato, pretendendo di inchiodarle a moduli universalistici, economicisti o politicisti che siano. I diritti che vanno esercitati sono diritti delle differenze, esattamente perché solo le differenze sono rappresentabili. O meglio: sono proprio le differenze che restano oggi da rappresentare, crollate come sono le figure sintesi e totalizzanti che hanno solcato e caratterizzato i superati cicli lavorativi e i passati modelli di società.

Vanno riscritte, quindi, non solo le tavole dei diritti dei lavori; ma anche e soprattutto quelle dei diritti di cittadinanza nelle società globali. Una cosa senza l'altra sarebbe priva di senso e orrendamente mutilata.

Il carattere planetario dei processi di globalizzazione impone di disegnare nuove mappe dei diritti, seguendo le nuove mappe dei conflitti: dare spazio ai primi e voce ai secondi. Forse, si tratta anche di riprendere tra le mani i vecchi e nobili princìpi del cosmopolitismo, rielaborandoli in conformità delle nuove condizioni storico-sociali.

È fuori di luogo che qui l'urgenza è quella di affermare modelli di cittadinanza cosmopolitica, a fronte dei quali perdono vigore le classiche distinzioni cittadino/straniero con tutti i loro corollari di nemicità e belligeranza. La coniugazione della cittadinanza cosmopolitica all'insegna del primato delle differenze: ecco il compito nuovo con cui cimentarsi. È necessario, da un lato, superare i limiti intrinseci della polis, imperniata sulla dicotomia Greco/Barbaro; dall'altro, lasciarsi alle spalle l'antinomia amico/nemico del decisionismo del pensiero politico moderno e contemporaneo.

Occorre elaborare e realizzare modelli di cittadinanza cosmopolitica che raccolgano in sé il seme della complessità e delle differenze. Intorno e dentro essi possono essere utilmente ridisegnati i diritti delle forme-lavoro oggi. Forme irrapresentate che qui riescono ad essere intercettate e valorizzate dal reticolo istituzionale, poiché assunte come forme di libertà.

Non ha gran senso continuare a parlare della novità epocale dell'era digitale, senza pensare ed esperire forme altrettanto inedite di rappresentazione e di cittadinanza. Al solito, si può spingere verso due direzioni fondamentali: a) verso gli interessi, rinchiudendo il nuovo nel vecchio; b) oltre gli interessi. E oltre gli interessi c'è una maggiore libertà e una più profonda felicità, per il singolo e il collettivo.

(gennaio 2001)

Note

(1) Cfr. G. Gilder, La vita dopo la televisione, Roma, Castelvecchi, 1995.

(2) Intorno alle barriere tecnologiche ed economico-finanziarie e ai limiti culturali che si frappongono a questo tipo di progettazione ci siamo soffermati nel capitolo precedente.

(3) Gilder, op. cit.

(4) L'affermazione è di Fausto Gimondi, direttore generale di Virgilio; cit. da A. Venturi, Internet e il mercato: una storia già sentita?, 18/11/2000.

(5) Si veda, in proposito, l'acuto articolo di Venturi innanzi citato.

(6) Cfr. N. Negroponte, Essere digitali, Milano, Sperling & Kupfer, 1995, 1999; in part., il cap. 13.

(7) Cfr. D. Pellegrino, Start-up: continuano i licenziamenti, 31 gennaio 2001.

(8) Negli Usa, in proposito, sono stati scritti due libri emblematici: "Microservi", incentrato sui lavoratori della Microsoft di Redmond; "NetSlaves" che descrive gli aspetti più crudi del "lavoro di rete"; cfr. Emanuela Di Pasqua, Il sindacato Usa entra nella rete, "il manifesto", 28 gennaio 2001.