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NELLA RETE
Culture della rete/Culture per la rete.

INTERNET TRA TECNICA E CULTURA

di Antonio Chiocchi

Cap. II
Internet come mezzo e come forma

2.1. Oggetti e contenuti digitali

Se consideriamo Internet un sistema reticolare in perenne mutamento che assembla oggetti digitali, i quali comunicano e cooperano attraverso le tecnologie e le infrastrutture di connessione, procediamo verso un'analisi contenutistica della rete. L'approccio presenta il vantaggio di privilegiare l'aspetto più rilevante e innovativo di Internet: il trasferimento connessionale dei contenuti digitali (appunto).

L'approccio ha anche una valenza di tipo economico. Difatti, una delle proprietà preminenti degli oggetti digitali è quella di presentare bassi costi di riproduzione, essendo l'esposizione economica in gran parte concentrata nei costi di produzione. A loro volta, i costi di distribuzione degli oggetti digitali presenti sul web sono quasi equivalenti allo zero.

Evidentemente, per poter approssimare il nocciolo della questione, necessitano alcune precisazioni preliminari.

Un oggetto digitale si qualifica, essenzialmente, per produrre contenuti on line. La produzione di contenuti on line è, in linea di massima, finalizzata al conseguimento di ricavi economici. Il ricavo è qui dato dalla commercializzazione (on line) dei contenuti (on line).

A questo riguardo, la net economy suole distinguere quattro aree fondamentali, a seconda della tipologia di produzione/uso dei contenuti digitali:

  • l'area che fa asse sulla raccolta dei contenuti che può essere generalista o specialistica;
  • l'area che fa asse sul target di riferimento che può essere eterogeneo od omogeneo (per classe di età, collocazione sociale, sesso, ecc.);
  • l'area che fa asse sul mercato geografico che può essere locale, nazionale, internazionale;
  • l'area che fa asse sulle fonti di entrata che possono essere abbonamenti, pubblicità, e-commerce, licensing.

Ora, l'economia dei mercati digitali, in generale, rappresenta il vantaggio innegabile che il "bene" prodotto non necessita di una esperienza fisica. Per meglio dire: siccome l'oggetto digitale e i contenuti digitali sono immateriali, l'esperienza virtuale si fa qui tutt'uno con l'esperienza fisica.

Lo scambio di informazione e comunicazione fra operatore e fruitore si fa, perciò, più intenso e gravido di conseguenze positive. Domanda ed offerta si customizzano reciprocamente, raggiungendo alte soglie di rendimento.

La catena del valore virtuale dei contenuti digitali, in linea di massima, è potenzialmente molto alta. Se consideriamo che il valore virtuale è valore aggiunto in quanto imperniato sulla informazione e sulla comunicazione, ben ci rendiamo conto come gli oggetti digitali "manipolati", "posizionati" e "intercomunicati" dalle nuove generazioni di lavoro in rete siano ad elevatissimo valore aggiunto.

Ciononostante la questione presenta un "fronte critico": le killer application. Come è noto, le nuove scoperte e applicazioni tecnologiche hanno, da sempre, comportato una ampia serie di fenomeni destabilizzanti, con la messa in crisi di interi settori e/o comparti economici e la liquidazione della relativa massa occupazionale.

Con l'affermazione dell'era digitale, che molti fanno risalire all'invenzione del transistor nel 1947, i fenomeni di "killer application" hanno assunto una forma sempre più aggressiva e penetrante. Quanto più piccoli, economici e potenti sono divenuti i dispositivi di elaborazione, tanto più gli effetti di ricaduta sociale sono stati rilevanti e sconvolgenti.

Siamo oggi in presenza della produzione ad hoc di interfacce multimediali e software di comunicazione per ogni settore e branca della vita economica, istituzionale ed amministrativa. La tecnologia digitale si è rivelata la più grande "killer application", divorando una dopo l'altra le sue stesse creature.

Oltre 30 anni fa, un ingegnere elettromeccanico (fondatore di Intel) formulò una legge apparentemente incredibile: "ogni 18 mesi la potenza di elaborazione raddoppia, mentre il costo rimane costante"; il che significa che ogni 18 mesi si può ottenere la stessa potenza a metà prezzo. Quell'ingegnere si chiamava G. Moore e per la legge che ha preso il suo nome si pronosticano almeno altri 5-6 anni di piena e incontrastata vigenza.

Ma v'è un aspetto del problema che Moore aveva omesso di esaminare e che, invece, è stato preso in seria considerazione da Robert Metcalfe, (fondatore di 3Com Corporation).

In soldoni, le cose stanno in questi termini: più prodotti dello stesso tipo si producono, più utenti si creano; più utenti si creano e più aumenta l'utilità di quei prodotti. Ne abbiamo appena visto un esempio, in Italia, con i telefonini cellulari.

Riportando il tutto in termini scientifici e con riferimento diretto alla rete, la "legge di Metcalfe" sostiene che: "l'utilità di una rete è eguale al quadrato del numero di utenti"; di conseguenza, il valore di un software è destinato a crescere col crescere degli utenti (che se ne servono). Come dire: l'utilità (della rete) crea utenti; gli utenti riproducono l'utilità (della rete).

La combinazione della "legge di Moore" e della "legge di Metcalfe" colloca tutti gli altri oggetti digitali ad una soglia critica. È possibile controllare razionalmente tale soglia, evitando così di finire stritolati dalle "killer application". Ciò, però, richiede preliminarmente che le reti digitali innalzino considerevolmente la cifra della loro utilità, producendo, per questo scopo, un bacino di utenza in espansione, specificamente focalizzato sulla tipicità dei contenuti digitali offerti.

Un processo di questa natura e portata, in Italia, è ancora tutto da pensare e lanciare.

 

2.2. Valore di rete e ciclo interattivo

Uno dei più efficaci modi per non rimanere spiazzati dalle continue metamorfosi che afferrano la rete è quello di "guardarsi intorno" e "trarre ispirazione" da tutto ciò che si muove in maniera innovativa nella net economy.

Uno di settori che sta conoscendo interessanti sviluppi applicativi è quello della e-learning. Soffermiamoci, preliminarmente e brevemente, su alcuni concetti chiave.

Come abbiamo, più volte, sottolineato uno degli attributi più creativi della rete è il suo illimitato potere di intercomunicazione. E non si tratta di una comunicazione di tipo tradizionale, ma più specificamente di comunicazione in costanza di interconnessione. Peculiarità, questa, che fa sì che la connessione in tempo reale diventi immediatamente comunicazione e la comunicazione, a sua volta, interattività.

L'educazione in rete e attraverso la rete può, su queste basi, contare su uno spazio/tempo interattivo centrato sui bisogni emergenti dal basso: può customizzarsi in via crescente e perseguire al meglio lo sviluppo delle potenzialità individuali e collettive entrate nel rapporto di intercomunicazione e di interconnessione.

Ciò consente ai tempi e agli spazi dell'apprendimento in rete, per così dire, di infinitizzarsi e, nel contempo, di modellarsi sulle aspettative e sui tratti peculiari della singolarità di volta in volta interattiva ad un capo della relazione comunicativa (individuo, azienda, istituzione, comunità, gruppo ecc.). L'insieme di tali caratteristiche fa dell'e-learning la probabile prossima grande "killer application" di Internet (1).

Dal punto di vista aziendale, l'e-learning presenta indubbie attrattive:

  • riduce drasticamente il numero di interventi di assistenza sui call center;
  • comprime, altrettanto drasticamente, i costi post-vendita;
  • abbassa i costi dei corsi di formazione, elevandone la qualità;
  • risolve il problema della ricerca di docenti e master altamente qualificati (estremamente rari), concentrandoli e dispiegagandoli in rete, secondo la sequenza riproduttiva pochi, bravi e ubiqui;
  • elimina il problema dei costi per il trasporto delle persone (da formare);
  • non interferisce con i tempi di lavoro.

Ma accanto a queste ricadute di tipo economico-organizzativo, non certamente sottovalutabili, l'e-learning presenta altre e ancora più interessanti prerogative, soprattutto in tema di gestione strategica delle risorse umane:

  • chi impara in rete, lo fa lavorando: fare, lavorare e apprendere diventano un articolato e ben congegnato tutt'uno;
  • le economie di scala della e-learning sono rilevantissime: grazie alla flessibilità del web e alle possibilità fornite dall'accesso remoto sono, già oggi, attivi corsi di formazione on line per 20 o 50mila unità, in contemporanea (2).

Basti qui considerare che secondo un'indagine della "Forrester Research", condotta nell'estate del 2000 su un campione di grandi aziende nord-americane, in 39 casi su 40 si registravano esperienze di e-learning.

Le strategie dell'e-learning possono essere assunte come un utile riferimento soprattutto se si procede attraverso un riaggiustamento della loro semantica ed allargandone le sfere di applicazione.

Il riaggiustamento passa per una estensione del concetto chiave di e-learning. In linea prevalente, a tutt'oggi, l'e-learning si è qualificata come un sistema gestionale di risorse umane e di rete. Il che, da un lato, ne ha compresso le possibilità di generalizzazione, finendo con il ridurla, dall'altro, a fattore di economicizzazione delle spese. Solo da poco tempo la semantica dell'e-learning va allargando il suo campo di incidenza anche ai contenuti delle risorse e della rete (3).

Dalla gestionalità si tratta di passare alla creatività. Il punto non sta semplicemente nel riqualificare e gestire le risorse (umane e di rete) già date; ma nel produrne nuove, in conformità alle esigenze più avanzate che proprio la rete e i gruppi umani che la animano vanno incubando. Non si tratta più soltanto di adeguare il medium (nel caso: la rete) a figure professionali e conoscenze, ma anche e soprattutto di adeguare figure professionali e conoscenze alla rete, creandole (per l'appunto) dalla rete.

Le reti di lavoro digitale, se si misurano con questa sfida, non possono inclinare verso forme che intendono assimilarle come un puro e semplice sistema gestionale delle risorse collocate, trasferite e intermediate in rete. Al contrario, esse creano risorse sulla rete e per la rete. Nascono dalla rete e sulla rete e non da meri inputs di tipo gestionale; tantomeno sono assimilabili come un mero output della rete, di cui, invece, sono un'articolazione pulsante.

La chiave di volta sta, allora, nella creazione del valore di rete, di cui le reti di lavoro digitale sono un soggetto/oggetto essenziale. Dobbiamo intendere come valore di rete quel surplus di valore creato specificamente nella e dalla connessione di rete. Un sistema di prodotti/oggetti dinamici e nuovi, dunque, partoriti direttamente ed esclusivamente dalla/sulla rete.

Le reti di lavoro digitale si qualificano come organizzazioni basate sul valore di rete che è il prodotto peculiare che incorporano, trasmettono, interscambiano e offrono. Non si limitano alla automatizzazione, allo snellimento e alla flessibilizzazione dei processi produttivi e distributivi tradizionali; bensì li innovano e trasformano qualitativamente, compartecipando alla creazione del valore di rete.

La caratteristica precipua del valore di rete è quella di imperniarsi sulla produzione e intermediazione di servizi intelligenti ad elevati contenuti cognitivi. Le reti di lavoro digitale debbono costruirsi e irradiarsi come i canali intelligenti attraverso cui fluisce la creazione, fruizione e condivisione di tali servizi. Esse si configurano, quindi, come organizzazioni cognitive intelligenti cooperative.

Il combinato di questi fattori assume una rilevanza strategica per il posizionamento delll'economia digitale nei quadri socio-economici in via di ridefinizione a scala planetaria. Una delle tendenze che si vanno prepotentemente affermando, infatti, è quella legata all'espansione della consumer economy, nei cui ambienti i consumatori, abbandonato il ruolo di fruitori terminali passivi, assumono le vesti propositive di stimolatori della dinamica della domanda e dell'offerta. Certo, la tendenza non conferisce "tutto il potere ai consumatori", come analisi frettolose e/o apologetiche indurrebbero a credere; ma ridisegna, pur sempre, strategicamente le coordinate della produzione e dello scambio delle merci, in uno scenario complessivo che, in termini di qualità e abbassamento dei costi, può arrecare più di un vantaggio ai consumatori.

La creazione di valore di rete si specifica proprio per essere un settore qualificato della consumer economy. A loro volta, le reti digitali cooperative costituiscono uno dei canali intelligenti del valore di rete. Le tecnologie per la definizione di questi nuovi assetti vi sono già tutte. Ciò che fa ancora difetto, in gran parte degli stessi operatori di rete, sono le culture e le mentalità.necessarie.

Nella produzione del valore di rete, in pratica, manca il ciclo interattivo, l'anello decisivo della catena della consumer economy. I produttori di servizi di rete, ancora affetti da mentalità e cultura tradizionali, mancano di coinvolgere pienamente nei processi produttivi consumatori, clienti e fornitori. Sicché tutte le campionature e i sondaggi, pur condotti sempre più frequentemente, non riescono mai a individuare con un sufficiente grado di approssimazione il target.

Ora, è proprio il ciclo interattivo l'elemento fondante dell'ottimizzazione dell'offerta e della recezione della differenziazione e variazione della domanda. Finalizzare, già nell'immediato, le reti di lavoro digitale al dispiegamento del ciclo interattivo si rivela, dunque, una sorta di pre-mossa strategica, dei cui effetti positivi, in una concatenazione virtuosa, beneficeranno sia la creazione del valore di rete che l'espansione qualitativa della consumer economy.

 

2.3. Il problema del tempo

Tanto nella creazione del valore di rete che nell'organizzazione di canali intelligenti essenziale è il rapporto col tempo. La durata temporale di apertura, chiusura e riapertura delle operazioni di comunicazione interattiva, via connessione, è una dimensione strategica dell'architettura complessa dentro cui va disegnato il rapporto col cliente, il consumatore, il committente, l'utente e l'interlocutore potenziale. Le finestre temporali giocano, quindi, un ruolo sempre più decisivo.

Ma soprattutto in questa delicata area è necessario superare gli approcci e i paradigmi economicisti ereditati dalle società tayloriste-fordiste. Questi approcci si limitano a suggerire la compressione del fattore tempo, quando invece si tratta di tenere aperte le finestre temporali. Nelle nuove condizioni date dalla connessione, il governo razionale del "fattore tempo" non può poggiare esclusivamente sulla contrazione della durata delle operazioni e delle fasi lavorative. Per sua intima natura, la connessione squarcia il tempo statico e lineare, immettendo i soggetti/oggetti che vi partecipano in scale multitemporali e multicomunicative.

La riduzione del tempo delle lavorazioni e dei passaggi da un ciclo all'altro, pur continuando ad essere esigenza di ordine ed efficienza, non si configura più come il centro gravitazionale intorno cui ruota l'implementazione dei processi lavorativi/produttivi. La riduzione del tempo di lavoro non accompagnata dall'aumento del tempo di comunicazione si rivela una strategia inefficace che risponde ad un ordine di grandezze nuove con unità di misure arcaiche.

Aumentare i tempi di comunicazione significa agire non soltanto sulle variabili logistiche del processo produttivo, ma soprattutto sui suoi portati cognitivi e comunicativi. Altrimenti detto, si profila all'orizzonte un bisogno impellente: il disegno di una logistica comunicativa incentrata sulla connessione.

Qui non siamo al cospetto di grandezze meramente quantitative; è la qualità dei tempi di connessione e comunicazione una delle nuove variabili strategiche. "Maggiore tempo di comunicazione" è qui sinonimo di "comunicazione interattiva più ricca". Di nuovo, il ciclo interattivo si insedia al centro del discorso.

Mantenere aperte le finestre temporali, allora, più pregnantemente significa: mantenere aperte le finestre della comunicazione. Quanto più aumentano i tempi di comunicazione efficace tanto più ci allontaniamo dalle distorsioni e dalle diseconomie delle logistiche basate sulla pura compressione del tempo.

La velocità di connessione assurge a fattore chiave; e lo vedremo nei prossimi paragrafi. Di per sé, però, non risolve per intero il bacino dei problemi che stiamo qui approssimando. Una connessione veloce che non sia, in linea permanente, gravida di valori e tempi altamente comunicativi non ci fa avanzare di molto nella risoluzione delle questioni sul tappeto. Connessione e comunicazione costituiscono i termini inseparabili di un binomio inscindibile. I tempi/valori di risparmio del tempo debbono, pertanto, essere affiancati dai tempi/valori di profusione della comunicazione. Per dirlo in maniera più precisa: la creazione e trasmissione di valore non si fondano più sul tempo; bensì sulle qualità comunicative a cui accedono le scale temporali. In quest'ottica, mantenere aperte le finestre temporali assume il senso peculiare di non ostruire, ma assecondare i processi di creazione del valore.

Come è sin troppo agevole intuire, le reti di lavoro digitale costituiscono esattamente una delle "finestre aperte" di queste nuove dimensioni connettive-comunicative. Lavorare al loro sviluppo, secondo questi inputs di orientazione, è uno dei modi più efficaci per mantenere aperte le finestre temporali, supportando e incrementando la creazione di valore nelle nuove condizioni storiche.

 

2.4. Il multiverso Internet

La caduta della primavera e gli ultimi mesi del 2000 al ribasso dei titoli Nasdaq hanno spento, di colpo, molti degli entusiasmi che si erano accesi intorno alla new economy. Ma, come sempre, non tutti i mali vengono per nuocere. Da allora, infatti, si è aperta una più equilibrata discussione sul presente e sul futuro delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione. Tutti i teoremi postulanti una differenza assoluta tra "vecchia" e "nuova" economia, con i relativi corollari che facevano della new economy il nuovo "pilone di sostegno" dello sviluppo, hanno rivelato la loro labilità.

Volendo, necessariamente, fotografare lo "stato reale" e lo "status symbol" della new economy non si può che partire da Internet. Ebbene, stando alle cifre diffuse verso la fine del 2000, i cybernavigatori rappresentano soltanto il 6% della popolazione mondiale. Se si considera che la grande maggioranza di essi si concentra negli Usa, ben ci accorgiamo come Internet stenti a decollare come quel fenomeno di massa, a più riprese, vaticinato dai futurologi.

A dire il vero, in questione non sono esclusivamente gli ottimismi "hi-tech" di futurologi e guru vari; ma soprattutto alcune linee previsionali che ambiscono allo statuto della scientificità e oggettività. Prendiamo, p. es., le previsioni di mercato della celebratissima Andersen Consulting relativamente agli effetti di ricaduta di Internet sulle maggiori economie capitalistiche del pianeta. Secondo la ricerca Andersen, entro il 2002 la new economy creerà 10 milioni di posti di lavoro; di questi, 350mila saranno localizzati in Italia. Per rimanere all'Italia, il trend di sviluppo occupazionale sarebbe ben marcato, a fronte dei 44mila posti di lavoro creati nel 1998 e degli 83mila nel 1999. Il nuovo bacino occupazionale si concentrerebbe intorno a queste figure: portal operator, consulente software, web designer, Internet operator, operatore di telecomunicazione, service provider. Finora, questo genere di previsioni enfatiche è stato puntualmente ridimensionato dalla realtà.

Che Internet costituisca il nuovo nessuno può contestarlo. Che intorno a questo nuovo si vanno rimodellando, in gran parte, economie, sistemi sociali, flussi culturali e relazionali e vita quotidiana è altrettanto (auto)evidente. Ma fare di Internet un totem o, peggio, un feticcio è controproducente, perché non induce a riflettere sui suoi limiti, facendola assumere come una sorta di universale e non, invece, come un fenomeno di passaggio da ... a. Ora, se siamo abbastanza consapevoli dei processi originari e delle cause motivazionali di Internet, altrettanto non possiamo dire del suo profilo complesso e delle transizioni che essa stessa va aprendo e rispetto cui il suo grado di coerenza non appare ottimale. Tant'è che, ben prima che sia diventato fenomeno di massa, si va già parlando di un superamento di Internet.

Le previsioni sullo sviluppo illimitato di Internet, tra l'altro, appaiono minate da una rilevante contraddizione interna. Esse fanno propri approcci e modelli di tipo scientista e tecnocratico, omettendo di considerare che già sul piano tecnologico Internet giace in una vera e propria situazione di stallo. Una delle maggiori pastoie di Internet è, appunto, di tipo tecnico. Pur essendo la rappresentazione simbolica perfetta del "tempo reale", Internet ha tempi di connessione lenti. L'attenzione riposta sullo sviluppo della "banda larga", di "Internet mobile" e dei "sistemi wireless" procede nella direzione della generazione di Internet veloce. Incanalare quantità crescenti di bit in decrescenti unità di tempo: ecco il problema.

Ma v'è una questione ulteriore. Gli approcci scientisti e tecnocratici, a cui prima ci siamo criticamente riferiti, sono affetti da un ulteriore e non secondario limite: sono corrosi ed erosi dal virus del profitto a tutti i costi. La miscela che ne deriva è devastante. Per restare alla trasmissione dei bit nella unità di tempo minima: ebbene, qui il problema è stato dato in gran parte risolto con la generazione della "banda larga". Acquisire il passaggio attraverso la "banda larga" costerà caro e si creeranno fasce di utenza differenziate per costo. L'utenza di massa sarà, così, senz'altro discriminata. Altro che "Internet di massa"!

Altrettanto deve dirsi per "Internet mobile". Applicare le tecnologie di connessione anche al movimento, senza più relegarle alla fissità di una "work station", realizza, sì, un passo in avanti, ma finisce anche col fare lievitare i costi di tutte le postazioni in moto (a partire dai cellulari, auto, treni etc.) che dovranno ora essere equipaggiate con le nuove tecnologie di connessione. "Internet mobile" rischia, così, di divenire occasione per una colossale speculazione economica, commerciale e finanziaria, da cui l'utenza di massa non uscirà certamente avvantaggiata,

Quanto questi approcci economici ed imprenditoriali siano "nuovi" si fa ben presto a comprenderlo. Tanto per fare un esempio calzante, qui siamo in regresso rispetto ad un Henry Ford, per il quale il progresso delle innovazioni tecnologiche, come è ben noto, era misurato dai vantaggi da esse arrecate a tutti.

E tuttavia, dobbiamo prendere atto che Internet ha trasformato le qualità dei nostri mondi, mettendo a disposizione di tutti risorse solo pochi anni fa impensate. Intorno alla appropriazione e gestione di queste risorse si consumano i conflitti economici, industriali, commerciali e finanziari della nostra epoca. Internet è esplosa nella scia della rivoluzione microelettronica a cui, ben presto, ha sostituito la rivoluzione connessionale, in virtù della quale il personal computer, da unità centrale, è stato ridotto al rango di periferica laterale della rete.

Nel passaggio, si sono consumate immani trasformazioni, non sempre positive. Dai sistemi autocentrati si è passati alle reti di sistemi. Non soltanto Internet è andata espandendosi molecolarmente nel sociale e nel globale; ma, a loro volta, i sistemi autocentrati dell'era microelettronica si sono riversati in Internet, marcandone i confini e marchiandone le culture originarie. Internet, in suoi non secondari gangli, da comunità aperta, è andata trasformandosi progressivamente in comunità d'affari. L'egemonia Microsoft suggella, in un qualche modo, questo fenomeno di mutazione della rete che, però, conserva ancora nel suo codice genetico pulsioni libertarie.

A fronte di questa complessità, varietà e provvisorietà, ogni discorso generalista sulla rete, sia in termini apologetici che in termini apocalittici, è improponibile. Sostenere, pertanto, che essa sia il nuovo "pilone di sostegno" dello sviluppo appare un azzardo.

Di quale Internet parliamo, quando parliamo di Internet? E, dunque, di quale sviluppo?

Dell'Internet delle potentissime agenzie multinazionali delle telecomunicazioni e delle software house? Oppure dell'Internet dell'open community?

Dello sviluppo che aumenta la ricchezza dei pochi ed estende la povertà dei molti? Oppure dello sviluppo umano e civile, a partire dagli svantaggiati e dagli esclusi?

 

2.5. La qualità del mezzo Internet

La qualità di Internet, come mezzo, è scadente, in virtù della lentezza dei tempi di connessione e del basso profilo culturale e comunicativo del multimedia on line. L'offerta della connessione a "banda larga" migliora — e di molto — le prestazioni fornite da Internet; ma non ancora arriva al nocciolo del problema. Anzi, per molti aspetti, introduce una miriade di effetti perversi, di cui si è già detto nel paragrafo precedente.

In Europa l'offerta della "banda larga" sta compiendo i suoi primi timidi passi; mentre in Usa si va avviando a toccare i suoi picchi di saturazione. In Italia, un cattivo esempio è offerto, in proposito, dall'ADSL lanciato, in linea sperimentale, in alcune grandi città e fermo a rendimenti straordinariamente bassi. L'utenza di massa, in ogni caso, deve accontentarsi di connessioni alla velocità nominale di 56 Kb al secondo, servendosi di un normale modem.

Un'alternativa alla "banda larga" è data dai servizi satellitari "two-way", così denominati perché in grado di gestire le trasmissioni-comunicazioni con il satellite in ambedue le direzioni, facendo a meno della connessione a Internet a mezzo di Pc e relativa rete telefonica. Per ora, questa soluzione è sperimentata solo in America, lanciata dalla compagnia "Starband", una joint-venture di cui fa parte anche Microsoft. Rivale principale di "Starband" è "Hughes Network" con il servizio "DirectPC", presente anche in Italia. Tuttavia, i giudizi di affidabilità dei servizi satellitari "two-way" sono piuttosto cauti, in ragione di costi di abbonamento esorbitanti, di velocità di trasmissione non alte e livelli di sicurezza medio-bassi.

Come è agevole intuire, il superamento di questa massa critica rappresenta la questione rilevante per lo sviluppo delle tecnologie di connessione satellitare "two-way". A tutt'oggi, i servizi di connessione satellitare sono prevalentemente unidirezionali. L'utente riceve dal satellite le informazioni ad alta velocità, ma può inviarle solo a bassa velocità: come trasmittente, deve ancora far uso della linea telefonica, secondo le varie soluzioni esistenti (connessione analogica via modem; connessione digitale via ISDN; "banda larga" via ADSL etc.).

Nell'immediato, però, il destino della "banda larga" sembra legato:

a) allo sviluppo dei cavi telefonici a fibra ottica: le informazioni fluiscono sotto forma di fotoni e possono raggiungere la velocità della luce;

b) allo sviluppo dell'audio: secondo stime della "Forrester Research", i fruitori di musica on line faranno ricorso al collegamento veloce nella proporzione del 30%.

I settori della comunicazione che offrono contenuti di entertainment a tutti i livelli sono, evidentemente, assai interessati alla questione. I contenuti entertainment mediati e localizzati via Internet riescono a godere di un consumo in crescita esponenziale. Da qui le convergenze strategiche Aol-Time Warner negli Usa, Vivendi-Seagram in Francia e Tmc-Telecom Italia nel nostro paese.

Il mezzo Internet, ancora una volta, rivela tutta la contraddittorietà del suo profilo. Da una parte, è "mezzo di liberazione"; dall'altra, "mezzo di mercificazione". Esemplare, al riguardo, le vicende della "Napster" che, sorta per distribuire musica gratis in rete e dopo aver vinto la causa intentatagli dalle case discografiche, vende a pagamento brani musicali on line. Superfluo quasi aggiungere che parte dei ricavi viene redistribuita alle major, di cui viene ora riconosciuto il copyright.

Ma si tratta anche di osservare che Internet rivela un'alta "soglia di imperfezione" sia come "mezzo di liberazione" che come "mezzo di mercificazione". Il che rende la rete tanto un territorio infido e insidioso quanto una frontiera di libertà. Il cybernavigatore deve sapere, in premessa, di trovarsi perennemente in bilico tra questi due poli opposti. Perciò, la navigazione non è mai facile e richiede dosi di responsabilità critica crescenti.

Non dobbiamo dimenticare che il mezzo Internet è anche figlio di una cultura iconoclasta che ha inteso opporre alla serialità e alla cosificazione delle comunità reali la libertà e la forza inventiva delle comunità virtuali. Tale pulsione iconoclasta non appare ancora soccombente sotto il primato delle merci che si va affermando nella rete; tuttavia, ha mancato di costruire proiezioni adeguate e si trova ora in ripiegamento su se stessa. È venuto meno l'adeguato livello di passione poietica che ha tenuto lontano le comunità virtuali dalla sfera pubblica, così abbandonata al controllo delle comunità seriali, seriose e affariste dominanti.

Più propriamente, possiamo denominare questo livello mancante come passione per la sfera pubblica. Quanto più questa mancanza perdura tanto più le comunità virtuali iconoclaste si rinchiuderanno nei recinti simbolici della setta e nelle gabbie culturali della marginalità. Le loro scoperte più geniali, creative e socializzanti saranno distorte e messe a frutto dagli ordini simbolici, culturali e politici dominanti. Così è già stato per il '68 e tutti i movimenti di protesta e creatività sociale che sono venuti in seguito. Così è stato tutte le volte che "movimenti di libertà" non sono stati capaci di rendere pubblica, generalizzata e condivisa la loro rivoluzione culturale e politica.

Proprio muovendosi nel territorio labirintico di Internet e nel pieno delle sue ambivalenze e ambiguità quale medium, le comunità virtuali possono aprirsi alla sfera pubblica e conferire ad essa significati nuovi, mettendo in circuito contenuti di creatività, libertà e socialità più ricchi. Come già sapevano i Greci e gli illuministi (al di là dei loro, pur, notevoli e diversificati limiti), solo nello spazio condiviso della sfera pubblica si offrono a tutti opportunità di sviluppo umano. Se la libertà del "foro interiore" è una conquista irrinunciabile, altrettanto deve dirsi della libertà del "foro esteriore". Occorre mantenere perennemente aperto il dialogo tra queste due forme di libertà, senza mandarle in cortocircuito, opponendo l'una all'altra.

Rispetto a quest'ordine di esigenze Internet è un mezzo imperfetto; ma, forse, è anche il medium più potente che finora gli essere umani abbiano potuto manipolare. Si tratta tanto di immergervisi dentro, quanto di contribuire con passione al suo positivo superamento.

 

2.6. La gravità digitale

Accanto a quelle passate sinteticamente in rassegna nei due paragrafi precedenti, esistono altre procedure che hanno per scopo la flessibilizzazione e il potenziamento della comunicazione via Internet. Tra queste, una particolare menzione meritano quelle che si imperniano sul concetto di gravità digitale.

A tutta prima, l'approccio appare minimalista a confronto di quelli che abbiamo appena esaminato e che erano finalizzati alla riduzione dell'unità di tempo della trasmissione dei dati e delle informazioni via Internet. Qui, al contrario si agisce sul "peso" delle strutture e architetture attraverso cui fluisce la comunicazione digitale, alleggerendone la "gravità". La teoria si deve a Steve Armon, esperto di e-commerce ed editorialista di "Internet.com" (4) e si basa, fondamentalmente, su interventi tendenti a ridurre a zero la gravità digitale delle transazioni e delle comunicazioni via Internet.

Ora, il concetto di gravità digitale è stato elaborato per soddisfare le specifiche esigenze di flessibilità e velocità di intercomunicazione dell'e-commerce. Esso postula la necessità dell'affrancamento dalla maggior quantità possibile delle strutture e infrastrutture logistico-comunicative che presiedono alla normale attività economica. L'immaterialità dei bit, in quanto scorrere di flussi invisibili, si presta a questo tipo di operazione. Attraverso la web line, sostiene Armon, l'immissione e il trasferimento dei dati, delle informazioni e delle merci acquisiscono la leggerezza tipica dei bit, dismettendo la zavorra pesante degli atomi.

La rete viene qui concepita come un continuum spazio-temporale. Lo spazio intercomunica e interagisce col tempo nella stessa unità di tempo ed il tempo intercomunica e interagisce con lo spazio nella stessa unità di spazio. Il tempo non si frappone più come barriera allo spazio e, similmente, lo spazio non è più il confine invalicabile che condanna il tempo alla finitezza.

L'uso che qui viene suggerito del continuum spazio-temporale rappresentato da Internet è, fin troppo chiaramente, finalizzato all'abbassamento dei costi ed alla lievitazione dei profitti. La web line, consentendo il conseguimento della leggerezza commerciale (condizione imprescindibile per far convergere verso lo zero la gravità digitale), aprirebbe quel circolo virtuoso che garantirebbe alle (net)aziende la massimizzazione dei ricavi e la minimizzazione delle spese.

Gli inconvenienti maggiori a cui questa teorizzazione va incontro sono di triplice ordine:

a) presupponendo una sorta di dimensione pura di net economy, essa non tiene sufficientemente in conto il carattere complesso e ibrido delle transazioni economiche e degli scambi commerciali;

b) l'abbassamento della gravità digitale non ancora trova il suo adeguato corrispettivo nella creazione di una logistica connessionale e interattiva; serve poco alleggerire il "peso di gravità" delle transazioni in rete, se poi la logistica a cui ci affidiamo rimane in gran parte ancora imperniata sull'atomo, anziché sul bit;

c) è oltremodo complicato agire in funzione della riduzione della gravità digitale, sino a quando rimangono indeterminati i metodi e impregiudicate le procedure di misurazione del valore specifico degli oggetti e dei prodotti digitali, dovendoci avvalere ancora degli strumenti di misurazione e calcolo tradizionali.

Lo stesso Armon è, in parte, consapevole di questo genere di difficoltà, a partire dal carattere ancora indefinito dei valori e dei profitti specificamente generati dalla net economy a gravità digitale prossima allo zero. Il problema sarebbe risolto, in astratto, se riducessimo l'intera sfera economico-risproduttiva all'e-commerce. Ma anche in questo caso rimarrebbe aperta una questione di non poco conto: il passaggio dal produttore al fruitore.

Si potrebbe far intervenire un'ulteriore astrazione: la riduzione dell'intero processo di produzione-riproduzione sociale e di tutti i processi di "costruzione sociale" di significato e senso a pura e semplice immaterialità. Col che tutte le dimensioni di corporeità e fisicità, di spiritualità e intelligenza sensibile, di carnalità e passionalità della vita umana e del vivente non umano si dissolverebbero nelle anguste sfere di un'algida concezione del virtuale.

Verso scenari riduzionisti di questo tipo vanno inclinando molte delle utopie tecnocratiche e dei filoni delle cyberculture che hanno segnato e accompagnato la nascita e l'esplosione di Internet; come abbiamo cercato di illustrare nel primo capitolo. Ma, ora, la leggerezza sostenibile di Internet non fa da contrappunto alla insostenibile pesantezza del reale. La struttura medesima del mezzo Internet appare afflitta da pesantezze varie; come abbiamo visto. Non si viene a capo del dilemma attraverso scorciatoie, cercando di compensare la pesantezza del mezzo con la leggerezza dei contenuti. La gravità di Internet dipende tanto dal mezzo che è quanto dai contenuti che come mezzo media e fluidifica. Ancora, il mezzo Internet non è indifferente ai contenuti che attraverso esso fluiscono. Come sempre, si richiedono interventi rispettosi della complessità delle variabili in gioco. Altrimenti si corre il rischio di incanalarsi in un vicolo cieco: o cancellare dalla postazione Internet la gravità del mondo; oppure cancellare dalla postazione mondo la gravità di Internet.

 

2.7. Internet e la differenza

Appare corretto e calzante qualificare Internet come un continuum spazio-temporale. Tuttavia, non bisogna arrestare a questa soglia (di partenza) la catena argomentativa. Si richiedono ulteriori specificazioni di discorso.

Abbiamo visto come proprio Internet a mezzo di Internet non riesca a inverare le dimensioni del tempo reale: il mezzo qui non appare adeguato alla forma. Occorre ora indicare con nettezza che il dilemma è irresolubile, fino a quando la comunicazione in tempo reale (come forma) dovrà passare per Internet. Questa forma richiede un altro mezzo. Ed è indubbio che verso un altro mezzo ci avviamo a transitare. Il che significa, evidentemente, che stiamo per assistere anche alla nascita di altre forme di comunicazione in tempo reale.

Non minori problematiche restano aperte su un versante di discorso, a torto, ritenuto concluso: quello della distanza. Se problemi e perplessità permanevano a livello di "scale temporali", si dava per conclusivamente risolta la questione della distanza, visto che, con Internet, essa moriva. Internet è stata generalmente assunta come morte della distanza.

In realtà, le cose stanno in maniera diversa. Con Internet la distanza non muore, ma viene, semmai, attraversata in maniera completamente diversa. L'ubiquità della rete consente un diverso modo di abitare, attraversare e comunicare lo spazio. Anche nel senso che saltano le mappe dicotomiche tra locale e globale. Le distanze e le differenze spaziali permangono; solo che ora vengono percorse, comunicate e visualizzate da postazioni remote. La prossimità garantita dalla rete consente la comunicazione e la presenzialità del remoto spaziale, di cui si fa ora una esperienza altrimenti interdetta. Il remoto spaziale che ci diviene prossimo non è la morte della distanza; ma il suo permanere nelle condizioni della comunicazione connessionale.

La distanza permane, dunque. Ma ora ne possiamo fare esperienza in condizioni di prossimità. Questo nuovo modo di esperire la distanza ha conseguenze rilevanti, non solo e non tanto nella sfera economica, ma in tutti i campi del vivere associato e del destino dei singoli.

I luoghi fisici e i territori spaziali non diventano irrilevanti; bensì la loro rilevanza di senso potrà essere meglio comunicata, abitata e agita. L'esperienza della distanza nelle condizioni della prossimità, ben lungi dal sospingerci negli universi dell'indifferenziato, apre i continenti delle differenze. Di queste ora si dovrà tenere supremamente conto, se non si vuole abbassare al grado zero la comunicazione interumana e sociale.

Il differente è il grado di comunicazione più autentico di Internet. Questo ne ha sigillato la nascita e segnato l'esplosione. Internet è sia il mezzo del continuum spazio-temporale che la forma del differente comunicativo. Ora, il differente comunicativo è allocato sempre in un tempo e uno spazio diversi che, nel continuum di Internet, possono farsi prossimi, compenetrarsi, dialogare e trasformarsi a vicenda. Con tutte le difficoltà che ciò comporta e ben dentro tutti i limiti e i problemi che affliggono Internet.

La prossimità spazio/temporale assicurata da Internet apre una possibilità inedita: i luoghi non vanno deperendo e disseccando verso i non-luoghi; ma si fanno più-che-luoghi, perché dimora simultanea del medesimo e del differente. Richiedono, perciò, un surplus e non un minimum di esperienza, attenzione e sensibilità.

Occorre guardare Internet da quest'angolo di osservazione, se si vuole fare un impiego virtuoso delle sue enormi potenzialità e non finire schiacciati dal carico immane delle sue contraddizioni e dei suoi limiti. Da quest'angolazione, la proliferazione delle idee e degli interscambi che l'esperienza in prossimità delle differenze temporali e delle distanze spaziali può acquisire un carattere sempre più creativo ed assicurare la germinazione di nuove comunità culturali e nuove "affinità elettive".

Ogni esperienza e ogni pratica che si avventura, immerge o inciampa in Internet ha questo preliminare bacino di problemi da affrontare e risolvere, se non vuole finire depauperata dai limiti del mezzo, senza metterne a frutto i pregi.

Passare indenni attraverso il continuum spazio-temporale e il differente comunicativo di Internet non è impresa facile. Ma, come diceva il poeta, dove sta il pericolo, là sta la salvezza.

(novembre-dicembre 2000)

 

Note

(1) In questi termini si esprime John Chambers, amministratore delegato della potentissima Cisco; cit da G. Caravita, Tutti a scuola via Internet, "Il Sole-24ore", supplemento "New Economy", 25/10/2000.

(2) Per questo e gli altri dati di carattere informativo riportati in seguito, cfr. il bell'articolo di G. Caravita innanzi citato.

(3) Cfr, ancora, il citato articolo di G. Caravita.

(4) Per una riflessione più ampia intorno alla teoria di Armon, cfr. E. Pulcini, Dopo Internet, Roma, Castelvevecchi, 1999, pp. 106-112. Il libro di Pulcini si segnala per la pregevolezza dell'analisi e la ricchezza della documentazione e va, certamente, annoverato tra i riferimenti italiani ineludibili della discussione sul "superamento di Internet".