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Temi del dibattito politico italiano.

INFERNO CARCERE
di Antonio Chiocchi

 

1) Nella propria ordinanza di custodia cautelare, il gip Mariano Branda di Sassari, sulla base delle dichiarazioni dei detenuti e delle considerazioni del medico legale, perviene alle seguenti conclusioni: "... deve ritenersi che tra le ore 14-15 e le ore 17 del 3 aprile 2000 all'interno del carcere di Sassari si sia svolto un vero e proprio pestaggio, organizzato e voluto intenzionalmente, di molti detenuti sui corpi dei quali sono rimasti ben visibili i segni e le conseguenze" (1).

Dalla stessa ordinanza si apprendono particolari raggelanti: "Ciascun detenuto è stato prelevato dalla cella o dal luogo nel quale si trovava in quel momento e portato con la forza e all'improvviso fino al corridoio dove è ubicato l'ufficio matricola per un percorso che prevedeva l'attraversamento della cosiddetta rotonda (luogo di confluenza dei vari corridori ospitanti i diversi bracci o sezioni del carcere) e lungo il quale i malcapitati venivano letteralmente trascinati (alcuni per i capelli) e percossi dagli appartenenti alla polizia penitenziaria esterna (erano vestiti in tuta mimetica e indossavano gli stivaletti anfibi) con spinte, calci, pugni e schiaffi oltreché ingiuriati con espressioni tipo bastardi, voi siete i boss, ecc. riferite pressoché da tutti i detenuti" (2).

Ancora: "Una volta all'interno delle sale colloqui, i detenuti erano costretti a spogliarsi, rimanendo completamente nudi, e subito dopo venivano ammanettati con le mani dietro la schiena in modo di impedire ogni possibile offesa e, soprattutto in modo da impedire ogni difesa, esponendosi così ai colpi che i poliziotti continuavano a sferrare, senza poterli parare o schivare. Tutti i detenuti, nudi e ammanettati, erano costretti a rimanere con il volto girato verso la parete proprio per non vedere in faccia i loro aggressori e appena uno tentava di girarsi veniva immediatamente picchiato con maggiore violenza e accanimento".

Concludiamo con un'ultima citazione: "Alcuni detenuti mentre erano completamente nudi venivano inondati con secchiate di acqua e lasciati bagnati per tutto il tempo (due ore) e, anzi, per provocare maggiore danno, venivano aperte le ampie finestre ed esposti all'aria ... In almeno due casi nelle sale dei colloqui sono state effettuate operazioni di soffocamento con l'acqua in danno di altrettanti detenuti ... In particolare alle vittime veniva consentito di pulirsi il sangue che colava abbondante dal naso e dalla bocca con dell'acqua posta in un secchio e poiché i detenuti erano ammanettati con le mani dietro la schiena dovevano immergere il viso nell'acqua: non appena ciò accadeva, uno tra i prevenuti gli teneva la mano (o forse il piede) sulla nuca e spingeva con forza dentro l'acqua tutta la testa, lasciandola in quella condizione fino a quasi soffocare il malcapitato. Alcuni detenuti hanno poi riferito di compagni che per la paura hanno defecato sporcandosi di escrementi e rimanendo sporchi fino alla destinazione del nuovo carcere" (3).

Ebbene, di fronte a questi terribili eventi, non si è levato alcun coro di voci indignate; al contrario, la maggioranza delle forze politiche e dei mezzi di comunicazione si sono affrettati ad esprimere solidarietà alla polizia penitenziaria, le cui organizzazioni sindacali più rappresentative, in accese manifestazioni di protesta, hanno difeso l'uso di strategie extragiudiziarie ed extraterritoriali per il controllo dei detenuti.

In ossequio ai principi costituzionali della responsabilità penale personale e della presunzione di innocenza, non ci addentreremo nelle complesse problematiche della colpa e colpevolezza di coloro che sono stati raggiunti dall'ordinanza di custodia cautelare del gip Branda. Del resto, l'accertamento della colpa, con tutti i suoi ineludibili passaggi e garanzie giurisdizionali, ha necessariamente altre forme e sedi di espressione.

Dai fatti di Sassari, dalle successive manifestazioni sindacali della polizia penitenziaria e dal comportamento sul punto mantenuto dalle forze politiche e dai media vogliamo, piuttosto, estrarre alcuni umori culturali profondi che marchiano col sigillo dell'inciviltà la società politica e la società civile. Quel marchio in forza del quale si è, appropriatamente, potuto parlare di carcere di Caino (4).

Come avvio di analisi assumiamo una delle poche indignate proteste che si sono levate dopo i fatti di Sassari: "Né la malattia mentale, né l'abisso dell'irrazionalità possono spiegare i pestaggi e i maltrattamenti a cui sono stati sottoposti i detenuti di Sassari ... In fondo è sempre stato rassicurante pensare al 'mostro'. Questa categorizzazione serviva ad esorcizzare il male, corrispondeva alla nostra esigenza di circoscrivere Caino dentro il recinto dell'irrazionale e dell'incontrollabile, che è sempre e comunque faccenda altrui. Non è così. Caino ha i guanti puliti, si lucida le scarpe tutte le mattine, si aggiusta per bene la divisa e prende servizio secondo orari rigorosamente rispettati ... Forse sente il vociare inconsulto che, fuori dal carcere, invoca la mano pesante, che richiede persino l'innalzarsi di forche. E, forte di un presunto sostegno popolare, Caino colpisce, sapendo di essere lui quello che finalmente gliela fa pagare ai delinquenti ... Ma ora Caino è nudo. Guardiamolo solo per un attimo. E visto che ci sentiremo rispecchiati nel suo volto rispettabile, vergogniamoci" (5).

 

2) Prima di addentrarci in questo tipo di riflessione, però, è opportuno rinviare ad alcune situazioni tipiche che consentono di comprendere meglio attraverso quali profili e assetti la società politica e la società civile vanno metabolizzando culturalmente e storicamente il carcere. Per farlo, partiremo dagli ultimi tre Rapporti di Amnesty International sulla violazione dei diritti umani nel mondo.

Prenderemo in considerazione i Rapporti di Amnesty del 1997, 1998 e 1999, con esclusivo riferimento al nostro paese e alle violazioni dei diritti umani dei detenuti (6).

Nel Rapporto 1997 di Amnesty, leggiamo:

  • Numerosi agenti di custodia sono stati coinvolti in procedimenti penali per presunti maltrattamenti e torture nei confronti di detenuti, avvenuti negli anni precedenti.

Vi sono stati sviluppi in alcuni procedimenti penali riguardo a presunti maltrattamenti da parte di agenti di sicurezza, avvenuti negli anni precedenti.

Il Procuratore della Repubblica di Voghera ha chiesto al giudice competente di archiviare la denuncia di Ben Moghrem Abdelwahab, in cui egli afferma che nel settembre del 1995 alcuni carabinieri lo hanno maltrattato, insultato razzialmente e costretto a firmare una dichiarazione minacciandolo con la pistola (vedi Rapporto 1996). Ben Moghrem Abdelwahab ha contestato la richiesta del Procuratore e ha chiesto al giudice di ordinare ulteriori indagini fra cui gli interrogatori degli amici e dei medici dell’ospedale che lo hanno visto subito dopo il suo rilascio. In ogni caso, in settembre il giudice ha accolto la richiesta del procuratore e ha archiviato la denuncia. Alla fine dell’anno non era stata ancora conclusa l’indagine giudiziaria nella denuncia di maltrattamenti fatta nel giugno del 1995 da Salvatore Rossello contro alcuni carabinieri a Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia (vedi Rapporto 1996). Nel corso delle indagini i carabinieri lo hanno accusato di averli insultati durante l'arresto. Tuttavia, in agosto le autorità giudiziarie hanno stabilito che non vi erano le basi per portare avanti tale accusa e hanno archiviato la denuncia dei carabinieri. Sono ancora aperti vari procedimenti penali relativi a casi di presunti maltrattamenti e torture commessi da agenti di custodia, dal 1992 in poi e soggetti a numerosi ritardi. Si teme che le indagini riguardo al maltrattamento di Marcello Alessi, avvenuto nel dicembre del 1992, non siano state condotte né prontamente né imparzialmente. Le udienze di un agente di custodia del carcere di San Michele accusato di lesioni personali sono cominciate soltanto in ottobre - circa quattro anni dopo la denuncia. Anche Marcello Alessi ha ricevuto l’ordine di comparire alle stesse udienze come imputato di oltraggio a pubblico ufficiale, avvenuto sempre durante i fatti del dicembre 1992. Sempre relativamente a quei fatti, egli era già stato processato nel maggio 1994, e condannato a sei mesi di carcere per oltraggio e violenza pubblico ufficiale. Il processo del 1994, nel quale non sembra siano stati chiamati testimoni a favore di Marcello Alessi o siano state prese in considerazione tutte le prove disponibili, era stato il risultato della denuncia fatta dall’agente di custodia 24 ore dopo che Marcello Alessi lo aveva a sua volta denunciato. Le udienze dell’appello di Marcello Alessi contro la sentenza del 1994 sono state posposte dal novembre 1996 al gennaio 1997.

In marzo, circa 65 agenti di custodia e l’ex direttore del carcere di Secondigliano sono comparsi a giudizio per presunto maltrattamento sistematico dei detenuti (vedi Rapporto 1994-1996). Il risultato del processo non era ancora noto alla fine dell’anno. L’apertura delle udienze del processo di altri sei agenti di custodia di Secondigliano, imputati anche di altre accuse connesse ai presunti maltrattamenti, sembra sia stata rinviata a causa dell’enorme mole di cause ancora pendenti presso il Tribunale di Napoli. Non ci sono ancora notizie riguardo all’esito delle indagini giudiziarie sui presunti maltrattamenti ai detenuti del carcere di Pianosa nel 1992 (vedi Rapporto 1993-1996).

  • Interventi di Amnesty International
  • Amnesty International ha chiesto informazioni alle autorità sui progressi e i risultati delle indagini penali sulle denunce di tortura e maltrattamenti. In ottobre, in risposta alle richieste dell’organizzazione riguardo alle azioni intraprese per indagare sulla denuncia di Edward Adjei Loundens, il Ministero di Grazia e Giustizia ha affermato che il caso era stato trasferito alla Procura della Repubblica di Roma. Amnesty International ha anche espresso la sua preoccupazione riguardo al modo in cui sono condotti i procedimenti giudiziari riguardo al presunto maltrattamento di Marcello Alessi. All’apertura delle udienze in ottobre, il giudice ha ordinato ulteriori indagini sulle circostanze del caso e ha aggiornato le udienze al dicembre del 1997.

 

 Nel Rapporto 1998 di Amnesty, leggiamo:

  • Numerosi agenti di custodia sono stati coinvolti in procedimenti penali per presunti maltrattamenti e torture nei confronti di detenuti, avvenuti negli anni precedenti. Nel mese di dicembre sono state pubblicate le conclusioni cui è arrivata la Commissione Europea per la Prevenzione della Tortura e dei Trattamenti o delle Punizioni Crudeli Inumani e Degradanti dopo la sua visita del 1995 a vari luoghi di detenzione e le relative prime risposte del governo. La Commissione ha dichiarato che un "numero considerevole" dei detenuti di Milano e "un certo numero" di quelli di Roma sarebbero stati maltrattati da tutori dell’ordine, in particolare da agenti della polizia di stato e, in numero minore, da carabinieri. Ulteriori segnalazioni sono state raccolte a Napoli e Catania. La Commissione ha ripetuto le conclusioni a cui arrivò al termine della sua visita del 1992, i detenuti "ed in particolar modo gli stranieri o le persone arrestate per reati connessi al traffico di stupefacenti, corrono un rischio non trascurabile di essere maltrattati". Ha inoltre ribadito le sue principali raccomandazioni per la tutela contro i maltrattamenti e ha chiesto al governo di avviare un’indagine indipendente sul trattamento dei detenuti da parte della polizia di Milano.
  • La Commissione ha espresso particolari preoccupazioni per la persistenza di un grave problema di sovraffollamento nelle carceri e ha dichiarato che rispetto alla sua precedente visita del 1992, il sovraffollamento del carcere di San Vittore, già allora tale da poter essere considerato un trattamento "inumano e degradante", era addirittura peggiorato. Ha inoltre dichiarato che per "un gran numero di detenuti" del carcere di Poggioreale c’erano state notizie di maltrattamenti da parte delle guardie carcerarie. Dopo aver visitato la prigione di Spoleto, è stata espressa preoccupazione per il regime di carcerazione previsto dall’articolo 41 bis della legge penitenziaria cui vengono sottoposti alcuni detenuti provenienti dalle fila della criminalità organizzata: l’isolamento estremo in cui vengono tenuti unito ai frequenti trasferimenti cui sono sottoposti potrebbero causare danni mentali irreversibili. Stando a quanto sostenuto dalla Commissione, uno degli obiettivi "non dichiarati" di tale regime di carcerazione potrebbe essere quello di esercitare una pressione psicologica sui detenuti per spingerli a collaborare con le autorità giudiziarie.
  • Ci sono state nuove notizie di maltrattamenti da parte di appartenenti alle forze dell’ordine e agenti di polizia penitenziaria.
  • Si sono registrate nuove segnalazioni di maltrattamenti da parte dei tutori dell’ordine provenienti da tutto il paese. Le denunce più comuni riguardano percosse con manganelli, schiaffi, calci e pugni, spesso accompagnate da abusi a sfondo razziale. Stando alle cifre ufficiali, nel 1996 sarebbero stati aperti 170 procedimenti penali contro agenti di polizia accusati di percosse e lesioni o altre infrazioni lesive della dignità e della libertà personale. Tra il giugno del 1995 e il novembre del 1996 sono state formalizzate 55 denunce contro appartenenti all’arma dei carabinieri, come conseguenza sono stati aperti 64 procedimenti penali: nella gran parte dei casi non si è ancora arrivati alla sentenza. I procedimenti giudiziari nei confronti di tutori dell’ordine e guardie carcerarie accusati di maltrattamenti hanno spesso subito dei ritardi.
  • Alla fine dell’anno non si era ancora concluso il procedimento giudiziario nei confronti di alcune guardie carcerarie di Secondigliano indagate per i sistematici maltrattamenti dei detenuti avvenuti nel 1992 e nel 1993 (vedi Rapporto 1994-1997). Nel mese di gennaio una corte d’appello ha prosciolto Marcello Alessi dall’accusa di oltraggio verso una guardia carceraria in relazione ad un episodio verificatosi durante gli scontri avvenuti nel 1992 nel carcere di San Michele (vedi Rapporto 1997), è stata tuttavia confermata la condanna per violenza a pubblico ufficiale. In dicembre si sarebbe dovuto aprire il processo congiunto dell’agente accusato di lesioni personali ai danni di Marcello Alessi e di Marcello Alessi nuovamente accusato di aver insultato l’agente durante gli scontri del 1992, ma è stato rinviato a marzo '98.
  • In febbraio la Corte di Cassazione ha annullato una condanna al carcere (poi sospesa) emessa nel 1996 da una corte d’appello nei confronti di quattro agenti di polizia di Palermo per la tortura e il successivo decesso di Salvatore Marino, avvenuto nel 1985, e ha ordinato che il processo fosse ripetuto (vedi Rapporto 1986-1991). Nel mese di febbraio è iniziato il processo congiunto contro due agenti di polizia accusati di lesioni personali, ingiuria, minaccia e abuso d’ufficio nei confronti di Grace Patrick Akpan e contro quest’ultima per rifiuto di fornire indicazioni sulla propria identità personale, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. È stato subito rinviato all’ottobre 1998. In settembre il Ministero di Grazia e Giustizia ha dichiarato che la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma aveva fatto richiesta di archiviazione per il procedimento nei confronti degli agenti di polizia accusati da Edward Adjei Loundens di averlo maltrattato nel 1995 (vedi Rapporto 1997). Non sono state fornite indicazioni su quali indagini siano state svolte dal pubblico ministero sui sospetti maltrattamenti.
  • Nel mese di marzo, l’organizzazione ha attirato l’attenzione del Presidente del Consiglio Romano Prodi sui diversi rapporti pubblicati dall’associazione; in tali rapporti Amnesty International esprime le sue preoccupazioni sulle denunce di maltrattamenti, che in qualche caso arrivano alla tortura, inflitti da tutori dell’ordine e guardie carcerarie. L’organizzazione ha anche chiesto di essere informata su eventuali iniziative intraprese o previste per dare attuazione alle raccomandazioni fatte nel 1995 al governo dalla Commissione della Nazioni Unite contro la Tortura (vedi Rapporto 1996). In settembre il Presidente del Consiglio ha inviato un documento del Ministero della Giustizia contenente informazioni sullo stato delle indagini o dei processi riguardanti alcuni casi di maltrattamenti documentati nei rapporti di Amnesty International.

 

Nel Rapporto 1999 di Amnesty, leggiamo:

  • In luglio la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani ha valutato il quarto rapporto periodico dell’Italia relativo all’applicazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici. La Commissione ha rimarcato i continui ritardi nell’introduzione nel Codice Penale del reato di tortura, così "come definito dalla normativa internazionale". Ha espresso nuovamente preoccupazione per "l’inadeguatezza delle sanzioni" previste nei confronti degli agenti delle forze di sicurezza e della polizia carceraria "che abusino dei propri poteri" ed ha raccomandato che "venga mantenuta desta l’attenzione su eventuali denunce" a carico di persone che ricoprano questi ruoli. Ha espresso inoltre preoccupazione per il "grave problema" del sovraffollamento delle carceri ed ha chiesto che vengano adottate misure urgenti per porvi rimedio. Sebbene abbia evidenziato "i passi intrapresi dal governo per accelerare sia i procedimenti civili che quelli penali", la Commissione ha espresso preoccupazione per il fatto che "per ora queste misure non sembrano aver prodotto alcun miglioramento concreto". Ha richiesto quindi l’adozione di "ulteriori misure per migliorare l’efficienza e la rapidità dell’intero sistema giudiziario".
  • I procedimenti giudiziari relativi a presunte torture e maltrattamenti a danno di detenuti per mano di agenti della polizia carceraria e delle forze dell’ordine sono stati spesso soggetti a lunghi ritardi.
  • I procedimenti giudiziari relativi a presunte torture e maltrattamenti di detenuti da parte di agenti delle forze dell’ordine e della polizia carceraria accumulano spesso pesanti ritardi. Sembra siano ancora in corso i procedimenti penali a carico di quattro agenti di polizia di Palermo perseguiti in relazione alle torture inflitte a Salvatore Marino ed alla sua morte successiva nel 1985 (vedi precedenti edizioni del Rapporto). Non sono ancora noti i risultati del nuovo processo a loro carico ordinato dalla Corte Suprema di Cassazione nel febbraio 1997.
  • Dopo essere stato rinviato in un primo tempo al febbraio 1997, è stato avviato solamente a dicembre il processo congiunto a carico di due agenti di polizia accusati di "lesioni personali, ingiuria, minaccia e abuso d’ufficio" ai danni di Grace Patrick Akpan e della stessa Grace Patrick Akpan per "rifiuto di indicazioni sulla propria identità personale, oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, lesioni personali", fatti risalenti al febbraio 1996 (vedi Rapporto 1997 e 1998). Tuttavia, dopo un solo giorno, l’udienza è stata rinviata al marzo 1999, apparentemente per permettere alla corte di interrogare ulteriori testimoni.
  • Alla fine dell’anno non si erano ancora conclusi i processi a carico di oltre 60 agenti della polizia carceraria in relazione a presunti maltrattamenti sistematici ai danni dei detenuti del carcere di Secondigliano negli anni 1992 e 1993 (vedi precedenti edizioni del Rapporto).
  • Il processo congiunto a carico di un agente accusato di "lesioni personali" ai danni di Marcello Alessi e dello stesso Marcello Alessi accusato in un secondo tempo di oltraggio a pubblico ufficiale (vedi Rapporto 1997 e 1998), fatti avvenuti nel 1992 nella prigione di San Michele, previsto per il mese di marzo, dopo essere stato rinviato una prima volta nel dicembre 1997, è stato ulteriormente rinviato al gennaio 1999, dopo che Marcello Alessi non si era presentato in tribunale.
  • L’organizzazione ha espresso preoccupazione per i ritardi dei procedimenti giudiziari relativi a presunte torture e maltrattamenti da parte di agenti delle forze dell’ordine e della polizia carceraria

 

Il quadro che emerge dal Rapporto sulle carceri italiane dell'Osservatorio di Antigone, una organizzazione non governativa che opera, da anni, per la tutela dei diritti umani dei detenuti, è ancora più preoccupante. Per un anno, l'Osservatorio di Antigone ha accumulato materiali e informazioni direttamente alla fonte, anche per il tramite di 100 visite negli istituti penitenziari italiani. I casi più allarmanti di maltrattamento emersi dal Rapporto sono stati anticipati da "Italia Oggi"; qui li riproduciamo integralmente.

  • Questura di Biella. Tre agenti di polizia e l'ex capo della squadra mobile indagati per sequestro di persona, lesioni e violenze. Vittime tre nomadi arrestati il 12/11/1998.
  • Casa circondariale di Brescia. Il 6/10/99 un detenuto muore per cause non accidentali. Nello stesso anno a novembre una detenuta denuncia atti di violenza e maltrattamenti (trauma cranico con prognosi di 15 giorni) da parte delle poliziotte penitenziarie.
  • Questura di Caserta. A dicembre del '99 il questore decide di installare una gabbia esterna nella quale rinchiudere immigrati e prostitute in attesa di identificazione. Poco dopo, anche a seguito di interrogazioni parlamentari e cronache giornalistiche, il ministro dell'interno fa smantellare la struttura.
  • Ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere. Il direttore dell'ospedale il 3/1/2000 apre un'inchiesta per spaccio di droga e violenza sessuale dentro il reparto femminile. Dieci tra medici e infermieri sono denunciati all'autorità giudiziaria per omissione di atti d'ufficio.
  • Casa circondariale di Lecco. Il 17 settembre del 1999 un detenuto muore in carcere per un'infezione. La madre annuncia la presentazione di un esposto in cui chiede l'accertamento di eventuali responsabilità sulla morte del figlio che è stato ricoverato in ospedale solo pochi minuti prima di morire.
  • Commissariato di polizia di Matera. Dopo essere stato fermato dalla polizia in stato di ubriachezza, un ragazzo muore poco dopo per emorragia cerebrale. Il procuratore, Giovanni Leonardi, apre un'inchiesta contro alcuni poliziotti per omicidio preterintenzionale.
  • Casa di reclusione di Milano Opera. Nel febbraio del '99 alcuni detenuti scrivono al sottosegretario della giustizia Corleone, per denunciare alcuni fatti di violenza che avrebbero comportato la morte di un ragazzo.
  • Casa circondariale Secondigliano di Napoli. Nel '97 viene aperta un'inchiesta su presunti maltrattamenti a danno di detenuti. Nel '99 vengono indagati oltre 100 testimoni e 200 poliziotti sono rinviati a giudizio dalla procura di Napoli.
  • Casa circondariale di Novara. Nel dicembre del '99 i genitori di un giovane tossicodipendente morto in carcere denunciano violenze e pestaggi da parte degli agenti di custodia. Viene presentata un'interrogazione parlamentare al ministro di giustizia.
  • Carcere di Nuoro. Tre agenti di polizia penitenziaria indagati per lesioni e uno per omissione di soccorso, in seguito alla morte di un detenuto avvenuta il 23 gennaio del 2000. Il detenuto era stato protagonista qualche giorno prima di una protesta nella quale era stato fatto ostaggio un agente di polizia.
  • Carcere di Orvieto. Un disertore jugoslavo nel 1997 sarebbe stato pestato da alcuni agenti che lo denunciano per resistenza e oltraggio. Il pretore valutato il referto medico inoltra la documentazione al pubblico ministero. Nel marzo del 2000 inizia il processo a carico di due agenti.
  • Carcere di Parma. Viene trovato morto suicida nella propria cella uno dei protagonisti della rivolta contro gli agenti di custodia. Poco dopo muore di infarto un altro rivoltoso.
  • Carcere di reclusione di Pianosa. Condannati, nel febbraio del '99, due agenti a sei mesi di reclusione per aver picchiato e punito ingiustamente un detenuto. È noto il caso di Benedetto Labita, arrestato con l'accusa di associazione mafiosa, che nel '94 ha presentato ricorso alla commissione europea sui diritti dell'uomo per maltrattamenti.
  • Carcere di Prato. Dopo 48 giorni di sciopero della fame un detenuto di 29 anni muore nel carcere di Pisa nel reparto ospedaliero.
  • Casa circondariale di Reggio Calabria. Dopo due anni di indagine il pm ha rinviato a giudizio 24 agenti di custodia con l'accusa di omicidio volontario e di favoreggiamento per l'omicidio di un giovane di 28 anni avvenuto nel 1997.
  • Carcere di Rebibbia di Roma. A marzo del 1999 la Caritas ha denunciato che un algerino era stato dimenticato in cella per 2 mesi, nonostante avesse già finito di scontare la pena. Il 3 marzo sette persone sono state arrestate a seguito della morte di un detenuto.
  • Casa circondariale Regina Colei di Roma. È noto il caso di Marco Ciuffreda arrestato per detenzione di stupefacenti e morto in ospedale per una polmonite della quale nessuno, nonostante fosse stato visitato due volte in carcere, aveva notato i sintomi. Sono state attivate un'inchiesta disciplinare e penale.
  • Casa circondariale di Sassari. Il 2/12/99 sono stati rinviati a giudizio tre agenti di polizia accusati di aver picchiato un marocchino.
  • Casa di reclusione di Sulmona. Lettere aperte di alcuni detenuti e interrogazioni parlamentari denunciano atti di violenza ai danni di detenuti.
  • Casa circondariale Le Vallette di Torino. Dopo tre casi di overdose mortale avvenuti nel giro di pochi giorni, quattro agenti di polizia sono stati arrestati in quanto coinvolti nel traffico di sostanze stupefacenti.
  • Carcere di Vicenza. Secondo quanto riferiscono alcuni detenuti i reclusi extracomunitari sarebbero sottoposti a maltrattamenti e percosse da parte degli agenti di polizia.
  • Casa circondariale di Viterbo. Muore presunto suicida, ai primi di novembre, un tunisino (7).

 

3) Dai dati raccolti dai Rapporti a cui ci siamo richiamati emerge, purtroppo, che l'uso della forza contro i detenuti non è circoscrivibile a casi sporadici; bensì costituisce una tendenza profonda che impregna di sé e, in gran parte, plasma i modelli di esercizio dei poteri sui reclusi. I fatti di Sassari, per di più, ci pongono al cospetto di una tendenza, se possibile, ancora più inquietante: i poteri che si esercitano sui detenuti non sono disposti a riconoscere loro il diritto di dichiararsi vittime, vantando nei loro confronti una signoria assoluta sconfinante apertamente nell'impunità assoluta.

Ci imbattiamo qui in una delle leve arcane dei poteri e uno degli strati ancestrali intorno cui essi assestano e articolano la produzione delle loro forme simboliche. Nella situazione concreta dell'istituzione totale carcere, in maniera ricorrente, i poteri si ritengono legittimati all'uso della forza, in virtù della circostanza di avere a che fare con dei criminali, ai quali non viene riconosciuto alcun attributo umano. Nell'immaginario del potere il criminale è deprivato dei contrassegni dell'umanità: è sottospecie umana.

La società politica e le istituzioni pubbliche hanno trasferito questi archetipi virali ben dentro l'immaginario collettivo. La società civile, anzi, si fa promotrice di forme di ostracismo sociale ancora più estreme che vanno dalla richiesta della reintroduzione della pena di morte al secco rifiuto opposto all'abrogazione dell'incivile pena dell'ergastolo.

Da questo lato, è perfettamente normale che il carcere sia ritenuto una enorme discarica umana e niente altro. Rimontano da queste profondità le proteste rabbiose della polizia penitenziaria e la solidarietà ad essi espressa dal sistema politico-mediatico: tutti, sul punto, si sentono rinfrancati e "coperti" dagli umori fobici e forcaioli che solcano le pulsioni profonde della società civile.

L'esigenza avvertita da sparute minoranze di chiedere giustizia per i detenuti sottoposti a sevizie e maltrattamenti è ritenuta illegittima; anzi, non viene letteralmente tollerata. Con il che è come se si dicesse: non può essere pretesa alcuna giustizia per chi si è macchiato di crimini.

Ma questo stesso corollario è a senso unico e contraddittorio.

È principio universalmente riconosciuto, infatti, che il corpo e l'integrità della persona debbano essere ritenuti inviolabili. Ove questo principio imperativo viene vulnerato, là si concreta la commissione di un crimine. La violazione dei corpi e dell'integrità dei detenuti configura, per l'appunto, un crimine. Chi lo compie si macchia di un delitto estremo: l'esercizio di violenza contro corpi e persone già privi di libertà.

In virtù degli assunti dianzi illustrati, ne conseguirebbe che per gli autori di tale delitto estremo non potrebbe essere invocata alcuna giustizia, in quanto soggetti criminali. Così non è, perché il più delle volte la giustizia si mette dalla loro parte, con procedimenti lunghi e sovente unilateralmente assolutori.

La conclusione amara è, allora, segnata da questo doppio regime:

a) per i criminali dietro le sbarre non può essere inoltrata richiesta di giustizia;

b) per coloro i quali ne offendono la dignità e la persona viene sollecitata l'impunità.

Il carcere è un inferno proprio per l'insopprimibile cumularsi e intrecciarsi di questi due regimi. Dentro l'inferno carcere la pura e semplice sopravvivenza diviene una posta in gioco altissima, dall'esito altamente improbabile.

Se, come ci ha indicato Canetti in pagine ineguagliabili, il discorso stesso della sopravvivenza impatta inesorabilmente con quello del potere (8), la sopravvivenza in carcere ha costitutivamente a che fare con il potere estremo dalla posizione dell'estrema impotenza.

L'uso ricorrente della violenza contro i detenuti ha lo scopo di instillare e generalizzare in loro il terrore, cercando con ciò di atterrarli e piegarli alla volontà di potenza sfrenata che il potere dispiega in carcere (e in tutte le istituzioni totali). Si tratta di uno scambio simbolico che ha per posta in gioco la morte. Il potere qui non si accontenta della reclusione dei corpi, vuole la sottomissione illimitata delle menti: cioè, la morte simbolica, prima ancora che fisica. In questo modo, il carcere diviene misura risarcitoria totale che i poteri offrono alla società civile, trasformata nella società delle vittime. Risiede qui un'ulteriore ragione del perché i poteri non possono riconoscere ai detenuti sottoposti a sevizie e maltrattamenti lo statuto della vittima: le vittime sono sempre fuori, mai dentro il carcere.

Nella produzione delle forme simboliche dei poteri, il carcere diviene il pegno che lo Stato paga alla società civile per i torti e i lutti da essa patiti per colpa dei criminali. Il carcere costituisce il risarcimento simbolico totale che lo Stato retribuisce alla società delle vittime, per alleviarne il dolore simbolico e rimuoverne le follie e paure arcane. Guai a metterne in discussione la legittimità e i poteri che da esso e in esso promanano.

Su questa linea sottile, ma profondamente incuneata nei cromosomi del comportamento sociale e nei meccanismi dei poteri istituzionali, si stabilisce un doppio movimento di rimandi giustificativi: dallo Stato verso la società e dalla società verso lo Stato. Lo Stato si legittima agli occhi della società, riproducendo l'inferno del carcere; la società civile si legittima di fronte allo Stato, richiedendo che le condizioni del carcere diventino sempre più dure.

Stato e società civile qui producono e inoltrano esclusivamente messaggi di morte, dai quali finiscono con l'essere ossessionati. Recuperano all'esterno i loro terrori interiori, indirizzandoli e scaricandoli contro i "nemici della società": i detenuti vengono prima di tutti gli altri. Ciò anche perché essi si trovano già segregati e pronti per questo funerario uso simbolico: in questo senso, sono anche l'obiettivo più comodo da centrare.

Lo Stato e la società civile si specchiano con soddisfazione nell'inferno del carcere: dallo specchio traggono l'impagabile e galvanizzante compiacimento che ad esser morti non sono loro; bensì gli altri: i nemici, i detenuti, le varie sottospecie umane. Recuperano, così, la loro morte e la rielaborano, invasati da un crescente senso di onnipotenza e onniscienza. L'inferno del carcere è la conquista del loro paradiso: la propria vita simbolica contro la morte simbolica dell'altro. Ma in carcere morte simbolica e morte fisica procedono tremendamente e strettamente avvinte.

(maggio 2000)

Note

(1) Cit. da G. Ruotolo, Racconto d'inferno, "il manifesto", 5 maggio 2000.

(2) Ibidem.

(3) Ibidem.

(4) Cfr. Mina, Il carcere di Caino, "La Stampa", 6 maggio 2000. Oltre che da "il manifesto", una netta critica dei "fatti di Sassari" è venuta anche da "Italia Oggi" che l'11 maggio 2000 ha anticipato i risultati dell'Osservatorio Antigone, pubblicando a commento un bell'articolo di P. Gonnella-Ginevra Sotirovic, Oltre Sassari, in 29 carceri abusi e sevizie.

(5) Mina, op cit.

(6) I Rapporti sono reperibili al seguente indirizzo web: http://www.amnesty.it/pubblicazioni/rapporto1999/index_paesi.html

(7) Cfr. "Italia Oggi", 11 maggio 2000, cit., p. 52.

(8) Cfr. E. Canetti, Massa e potere, Milano, Adelphi, 1986;  Potere e sopravvivenza, Milano, 1987.