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Temi del dibattito politico italiano.

ARROGANZA E PREGIUDIZI.
L'OSTRACISMO AL WORLD GAY PRIDE
di Antonio Chiocchi

 

1) Gran parte del dibattito politico si è, in quest'ultimo periodo, incentrato sulla manifestazione del "World Gay Pride" che si terrà a Roma il prossimo 8 luglio. Noti sono i veti delle gerarchie vaticane; egualmente nota è la prontezza con cui la maggioranza delle forze politiche (di parte cattolica e, purtroppo, anche laica) si è supinamente allineata agli ostracismi vaticani.

La laicità dello Stato e delle istituzioni, dai temi del finanziamento delle "scuole private" (leggi: cattoliche) a quelli ritornanti dell’aborto e del divorzio fino a quelli emergenti della fecondazione artificiale, si sta andando progressivamente dissolvendo. Neanche la Dc degasperiana, nel pieno della guerra fredda, si era così piegata ai diktat vaticani.

Oggi il neoliberismo nella sfera politico-economica, il securitarismo nello spazio del dibattito pubblico e il fondamentalismo religioso nell’ambito etico-civile costituiscono i fulcri intorno cui si va costruendo e dipanando l’agenda politica italiana. Col risultato che una immensa nebulosa teologica avvolge, in tutti i campi, la discussione politica, rendendola asfissiante.

In piena post-modernità, assistiamo alla regressione verso lo Stato etico, in cui la sfera pubblica veniva decisa e circoscritta da valori e opzioni confessionali. I percorsi/processi della secolarizzazione, della laicizzazione e civilizzazione dello Stato e delle istituzioni, con il relativo repertorio di diritti e libertà del singolo e della collettività, risultano letteralmente azzerati, in guisa di agnello sacrificale. Una forma moderna di teocrazia indiretta governa ora il sistema delle decisioni pubbliche.

La dissoluzione del sistema chiuso della Dc, anziché fungere da acceleratore della crisi del cattolicesimo nella sfera pubblica, eleva direttamente il Vaticano a primo referente della comunità politica. Non sussistendo più il filtro della mediazione politica assicurata dal partito-governo, dal partito-Stato, dal partito-regime, dal partito-territorio e dal partito-economia, il Vaticano è costretto a scendere direttamente nell’agone politico. E lo fa, giocando sapientemente sulla debolezza e instabilità del sistema politico italiano.

L'adempimento di parti non secondarie delle indicazioni di provenienza vaticana in fatto di "regole" del "gioco politico" introduce direttamente la teocrazia nel Parlamento e in tutte le sedi della decisione pubblica. Il decisore politico pur non essendo il teocrate, della teocrazia è qui un indiretto e fedele coniugatore/declinatore. La teocrazia va esplicandosi per interposta persona e il sistema della decisione viene regolato, in parte rilevante, da inputs di carattere confessionale. Per il Vaticano, tra l’altro, la circostanza rappresenta indubbiamente la soluzione ideale della crisi delle vocazioni nelle società secolarizzate. Divenendo sempre più difficile evangelizzare le coscienze, si passa alla evangelizzazione della politica e delle istituzioni.

Dove questa prospettiva integralista e fondamentalista abbia portato, lo abbiamo visto con le Crociate, l'Inquisizione e la colonizzazione gesuita delle popolazioni indigene, di cui le guerre di religione nell’Europa del Cinque-Seicento hanno costituito un feroce punto di passaggio. Ma se le Crociate e le guerre di religione avevano una massa da mobilitare e impegnare, l’evangelizzazione della politica e delle istituzioni si trova oggi deprivata di una massa di mobilitazione diretta. L’ultimo esempio di mobilitazione confessionale diretta, in Italia, sono state le truppe sanfediste del cardinale Rufo, grazie cui i Borbone poterono regolare sanguinosamente i conti con la "Repubblica Partenopea".

Il tentativo teocratico di occupazione della politica è ragione diretta della crisi dell’evangelizzazione delle coscienze nell’Occidente avanzato. Il sistema ideologico teocratico, con tutti i suoi apparati materiali, trovandosi senza "massa di manovra", tenta direttamente di "manovrare" le istituzioni, per l’affermazione dei valori confessionali. Ciò è immediatamente indice della sua rarefazione sociale e, nel contempo, della sua sfrenata ambizione di potere. Più potere nelle istituzioni è la soluzione apprestata dalla neoteocrazia, per surrogare la crisi irreversibile della evangelizzazione nelle società secolarizzate. Qui il "più potere" cristallizza la legalizzazione del sistema delle opzioni confessionali all’interno dell’ordinamento giuridico, a fronte della loro ardua, se non impossibile, introflessione nelle coscienze individuali.

Non a caso, intorno a questo sistema di valori e a questo disegno di confessionalizzazione delle istituzioni sta, a fatica, tentando di aggregarsi quel composito arcipelago erede della "vecchia Dc". L’ambizione è esplicita: avviare un’altra fase della storia politica dell’Italia contemporanea (la cd. "terza repubblica"). Il superamento dei "poli" equivale qui alla costituzione della repubblica confessionale. Nemmeno la "prospettiva di marcia" della "vecchia Dc" appariva così retrograda.

La sinistra di governo vede con il fumo negli occhi tale processo e, tuttavia, lo subisce, patendo una serie di ingiunzioni in nome dell’unità dello schieramento di centrosinistra. Manca qui la recezione critica che quell’unità non è mai esistita sul piano politico, ma solo su quello elettorale. Le alleanze elettorali si liquefano proprio sotto la pressione dei … calcoli elettorali che, come ben si sa, sono mutevoli, essendo interamente votati al potere.

Inoltre, la sinistra di governo fa del suo ripiegamento centrista e moderato un motivo di forza: accreditarsi davanti all'opinione pubblica e ai poteri che contano quale "soggetto centrale" della promozione e gestione della "modernizzazione del paese"; quando, invece, il ripiegamento è tra le concause delle ricorrenti sconfitte elettorali sue proprie e della coalizione di governo. Essa è immemore, sul punto, di un'evidenza politica lapalissiana: i poteri che contano (istituzionali e non) "usano" e "scaricano" gli interlocutori politici, secondo il calcolo della contingenza che è, di per sé, variabile. E, poi, sia detto qui per inciso, il paese è già stato interamente e profondamente modernizzato. Urge, piuttosto, prendere congedo dal modello della modernizzazione italiana e dai suoi moduli operativi, per correggerne vizi, guasti, ingiustizie palesi e aprire una nuova stagione, assecondando e raccordando nuove microprogettualità diffuse. In questa direzione, sì, occorre svecchiare e far progredire il paese.

Per parte sua, la sinistra di opposizione approccia il fenomeno inedito della neoteocrazia con gli stessi strumenti concettuali e politici (già anacronistici, allora) con cui il Pci analizzava il "clericalismo" negli anni '50. Qui non si riesce a dar conto dei fenomeni dilaganti di reificazione del sacro e del simbolico che imperano nelle società globalizzate e che costituiscono la base perversa della ripresa dei fondamentalismi religiosi.

Nell'arco temporale del presente e della sua durata, i fondamentalismi religiosi si fanno spettacolo globale, perché nel loro spettro ricomprendono in tempo reale tutte le opzioni della sequenza circolare nascita-vita-morte. Del resto, dello spettacolo costituiscono una delle forme primigenie, con il corredo del loro rutilante rituale. Dal palco dello spettacolo globale, essi possono prepotentemente ritornare sulla scena.

La neoteocrazia vaticana si è spinta fino a fare dei valori confessionali lo spettacolo. In quanto decodificati e messi in opera come spettacolo, i valori confessionali possono ora di nuovo comunicare e comunicarsi. Da qui l'urgenza imperiosa di stratificarli per innervazione politica nell'ordinamento giuridico. La politica che si confessionalizza diviene uno degli ambiti privilegiati della comunicazione. La comunicazione confessionale, per questa via, tende a proporsi e imporsi come comunicazione tout court. Come si vede, siamo anni luce lontani dal "clericalismo" degli anni '50.

Dietro e intorno all’arroganza e ai pregiudizi del Vaticano e di gran parte delle forze politiche italiane si agita e preme il complesso processo che abbiamo sommariamente descritto. Il "World Gay Pride" è divenuta una delle ultime occasioni, in ordine di tempo, in cui sono venute allo scoperto la confessionalizzazione della politica e la politicizzazione della religione (cattolica) in Italia.

 

2) Con l'avvio della modernità e gli approdi della modernizzazione, l'omossessualità costituisce la questione maledetta dei regimi totalitari e delle teocrazie. Per gli omossessuali uomini e donne o vige direttamente l'eliminazione fisica, attraverso la pena di morte, oppure la morte simbolica, attraverso l'emarginazione culturale e lo stigma sociale. È appena il caso di sottolineare che il mondo greco-romano, nei confronti dell'omossessualità aveva un atteggiamento di aperta accettazione, non ammettendo alle intrusioni fobiche e autoritative dello Stato di regolare le intime e libere opzioni sessuali dei singoli. Anche qui, dunque, si tratta di mettere in discussione uno dei processi perversi della modernizzazione.

Alle teocrazie contemporanee risulta intollerabile che gli omossessuali, da minoranza ghettizzata e senza diritti, siano divenuti soggetto sociale visibile e comunicativo; risulta intollerabile che essi celebrino pubblicamente la loro diversità nella "città santa" in concomitanza dell'"anno santo" del Giubileo.

Per l'udito di quei regimi politici democratici che vanno progressivamente approfondendo la distanza che li separa dai diritti di libertà e di emancipazione sanciti dalle rivoluzioni del XVIII e XIX secolo e dalle conquiste di cittadinanza sociale realizzati dal XX, la sirena teocratica risulta quanto mai ammaliante.

Fredda tecnocrazia politica e neoteocrazia si sposano perfettamente e l'Italia è il teatro ideale per la celabrazione dei più sfrenati deliri di onnipotenza messi in scena dal connubio. Il Giubileo, a sua volta, di questo tecnomatrimonio è una delle stelle polari di riferimento e di sperimentazione, ridotto (come è stato) interamente a tecnospettacolo.

Il problema non è circoscrivibile al diritto costituzionale degli omossessuali di sfilare liberamente e pacificamente per le vie di Roma (anche se il Presidente del Consiglio Amato ha trovato motivo di dolersene); il punto è un altro: la questione sessuale deve entrare a pieno diritto nel dibattito etico-politico (1). Esattamente come le donne sono state espulse dall'universo simbolico e dai codici della politica (maschile), gli omosessuali sono stati banditi dall'ordine dei discorsi pubblici: quando non sono direttamente annichiliti, sono rinchiusi nelle gabbie dell'esclusione totale e della sofferenza. L'emarginazione sessuale viene puntualmente brandita come una delle clave più devastanti della sacralità del potere maschile, sessuofobico per definizione.

Il problema qui, stringendo ancora di più il discorso, è quello dei diritti umani e civili, terreno sul quale l'Italia non ha mai brillato eccessivamente. Per restare sull'argomento, basti pensare che negli Usa gli omossessuali costituiscono una comunità visibile e ben integrata nella vita sociale, politica e civile. Note sono, del resto, le aperture pubbliche dell'amministrazione Clinton verso gli omosessuali: nel 1995, Clinton abolì la norma che vietava l'assunzione di agenti gay nella Cia; quest'anno, poche settimane fa, sempre Clinton ha proclamato giugno come "mese dell'orgoglio gay". Cosicché proprio il mese di giugno 2000, in Usa, è divenuto laboratorio di eventi-simbolo:

  • la General Motors, la Ford e la divisione Chrysler della DaimlerChrysler hanno fatto cadere alcune clausole discriminatorie attive contro le coppie gay che ora potranno godere della copertura dell'assicurazione privata e aziendale in campo sanitario;
  • un passo in tale direzione era già stato compiuto da Ibm e Citigroup;
  • la Corte d'Appello del Texas ha dichiarato incostituzionale, in quanto discriminatoria, la legge che vietava i rapporti omosessuali, assolvendo i due uomini che erano stati condannati;
  • nel campus di Langley Virginia, gli agenti omossesuali della Cia hanno festeggiato apertamente il "gay pride", con la partecipazione di uno dei massimi dirigenti dell'agenzia (George J. Tenet); l'anno precedente, invece, il "gay pride" era stato festeggiato segretamente.

Si tratta di eventi in linea con la migliore tradizione liberale di quel paese.

Eventi non meno significativi si sono verificati in tutta Europa. Basti qui solo ricordare le grandi manifestazioni di gay e lesbiche del 24 giugno a Parigi (250mila persone) e Berlino (500mila persone), a cui hanno partecipato esponenti delle istituzioni e della comunità politica.

La televisione francese ha dato ampio spazio, su tutti i canali, alla giornata dell'orgoglio gay che è stata anche l'occasione per la celebrazione dell'approvazione, risalente a pochi mesi fa, del Patto civile di solidarietà (Pacs) che prevede forme di semi-istituzionalizzazione per coppie che non vogliono e/o non possono sposarsi. A tutt'oggi, in Francia sono stati firmati circa 18mila Pacs.

A Berlino, la manifestazione dei 500mila è stata raggiunta dai telegrammi di solidarietà del cancelliere G. Schroeder e del sindaco della città.

In Italia, eventi del genere farebbero scandalo e inorridire non solo e non tanto le gerarchie vaticane e i loro vessilliferi politici, quanto e soprattutto gran parte delle forze della sinistra istituzionale, politica e sociale, portatori insani di una cultura oscurantista e omofobica in materia di diritti civili e umani intorno ai temi riconducibili alla questione sessuale.

Il totem fallocratico si associa istantaneamente al tabù sessuale. La norma totemistica dell'eterosessualità, ridotta essa stessa a simbolo estremo della mercificazione dei corpi (vedi pubblicità, per fare solo un esempio immediato), diviene persecuzione immediata dell'alterità sessuale. Ora, a monte della presunta normotipicità della scelta eterosessuale sta un modello universale di famiglia, incentrato sulla visione androcentrica del mondo: di questa visione il totem fallocratico è la manifestazione conseguenziale.

L'androcentrismo, come è noto, oltre a stabilire l'incontrastato dominio dell'uomo sulla donna, postula ruoli sociali differenti, a seconda del sesso e della scelta sessuale, con l'aperta ed inesausta discriminazione/repressione del sesso diverso (le donne) e delle scelte sessuali diverse. Il modello di famiglia universale che ne deriva assegna alle donne un ruolo subordinato e, nel contempo, non ammette nemmeno l'esistenza concettuale di una famiglia tra sessi dello stesso genere.

Tabù è, così, l'altro sesso (le donne), a cui non viene riconosciuta vera e propria dignità di sesso; tabù sono, così, tutte le altre scelte sessuali, quelle che fuoriescono dal modello universalistico dell'eterosessualità; tabù sono, così, le famiglie altre che si sottraggono allo schema eterosessuale.

 Il dominio maschile sulle donne è strettamente intrecciato alla discriminazione dei diritti delle minoranze sessuali: la seconda è una sottoespressione del primo. Per la rimozione dei tabù sessuali occorre indirizzare dei colpi ben assestati contro il totem fallocratico, la cui arroganza e i cui pregiudizi sono tra gli ostacoli primari da abbattere, se si vuole far procedere la prospettiva dei diritti delle differenze. In gioco, con i diritti dei gay e delle lesbiche, sono i diritti di tutti.

(giugno 2000)

 

Nota

(1) Lo ricorda con misura G. Rossi Barilli, La grande parata, "Alias", n. 23, 10 giugno 2000.