Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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Focus on line, n. 9, maggio-giugno 2001
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ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

IL POTERE GOVERNANTE

 di Antonio Chiocchi

 

Preliminari

Nell'analisi dei sistemi politici la correlazione tra indagine storico-politica e proposizione teorico-interpretativa va tenuta ben salda e, di più, alimentata di continuo con uno strumentario innovativo. Muovendo da quest'assunto, si propone qui una riflessione sul riposizionamento delle coordinate della politica italiana nella fase di governo del centrosinistra (1996-2001), procedendo in uno con la formulazione delle categorie di approccio. L'intento perseguito è quello di cogliere in azione il sistema politico italiano nelle sue ultime evoluzioni, misurandone le innovazioni passive, gli adattamenti inerziali ai mutamenti globali in corso, le strategie e le tattiche di riproduzione, estensione ed affinamento del comando politico.

Prima di cominciare a dipanare il filo dell'anaisi, tuttavia, corre obbligo fare qualche altra scarna precisazione.

Intendiamo per innovazione passiva l'atteggiarsi tipico del sistema politico italiano di fronte ai processi tendenziali dello storico-sociale e del politico-culturale: in linea permanente, il contingente ha costituito l'asse di manovra della decisione politica e delle forme di governo. Sul primato del contingente hanno fatto aggio le tattiche e difetto le strategie. Possiamo concludere, con buona presunzione di certezza, che: (i) il regime democratico-parlamentare italiano si sia caratterizzato per una elevata dotazione di tattiche ed un corrispettivo deficit di strategie; (ii) la celebrazione del contingente costituisca la base su cui è stata scritta la grande narrazione del primato dell'emergenza, altra regolarità della democrazia italiana, soprattutto a far data dalla seconda metà degli anni '70 1.

Le capacità/necessità di innovazione hanno finito con l'avere un profilo passivo: più che agire il mutamento, il sistema politico l'ha subito, pur di mantenere a galla le élites dominanti, così bloccando, sul nascere, ogni processo/progetto di autentica democratizzazione della sfera pubblica, a tacere dell'allargamento dei campi di esercizio dei diritti dei singoli e della collettività, tenuti sempre strettamente sotto controllo e regolati da meccanismi escludenti.

Quando argomentiamo di adattamenti inerziali, invece, intendiamo significare che il sistema politico italiano, dal secondo dopoguerra in avanti, si è lasciato inglobare inerzialmente nei dispositivi di protezione internazionali della Nato. Non si può parlare, nel caso italiano, di partnership nel governo del sistema di alleanze egemonizzato dagli Usa. Piuttosto, fino a tutta la "caduta del Muro" avvenuta nel 1989, nel teatro europeo l'Italia ha costituito l'anello dipendente principale della catena di controllo sovranazionale allestita dagli Usa, configurando un tipico esempio di sovranità limitata. Né oggi, dopo la fine della "guerra fredda" e il venir meno del duopolio Usa-Urss nell'ordine mondiale, l'Italia pare intenzionata a ricontrattare la sua posizione nei sistemi delle alleanze internazionali che la vedono, anzi, sempre in posizione di soggezione assoluta allo strapotere americano. A dire il vero, ad una situazione di subalternità non sfuggono nemmeno gli altri paesi della Comunità Europea, a partire dalla Gran Bretagna (per effetto della "sindrome americana" di Tony Blair) e dalla Germania.; come la recente "guerra umanitaria" nel Kosovo ha dimostrato in abbondanza.

Ciò premesso, accingiamoci ad entrare nel vivo dell'argomentazione.

 

Intorno ad un'origine prossima ed alla sua attualizzazione

Muoviamo da un dato politico essenziale: dalla strage di Piazza Fontana (dicembre 1969) alla sconfitta della lotta armata (anni '80), la situazione politica italiana è stata caratterizzata da una guerra civile strisciante 2. È, questo, il coerente risultato di lungo termine del blocco di sistema tenuto a battesimo con il varo del regime democratico-parlamentare, irrisolto tra antifascismo costituzionale e anticomunismo governante. Tra la costituzione antifascista e il sistema politico anticomunista si incuneava una stridente contraddizione che non ha impedito (anzi) per cinquant'anni che l'esercizio dell'egemonia democristiana si servisse del Pci per la costruzione delle alleanze costituzionali e, all'opposto, del codice Rocco e degli eredi del fascismo per la delineazione delle decisioni esecutive. L'esecutivizzazione delle strategie e delle forme politiche ha finito con il mettere il guinzaglio alla dinamica politico-costituzionale: la prolungata collocazione del Pci ai margini del sistema politico italiano parte da qui. Legittimazione costituzionale e legittimazione politica si divaricavano: gli attori costituzionali legittimi non coincidevano con gli attori politici legittimi. Il Pci non era legittimato al governo, nel mentre era ritenuto un soggetto pienamente costituzionalizzato. All'opposto, per il Msi, ritenuto privo di legittimità costituzionale, rimaneva aperto il canale dell'appoggio all'azione di governo. Questa processualità politica schizoide, sul lungo periodo, ha condotto all'esplosione del sistema politico italiano, attraverso l'implosione distruttiva di tutti i suoi attori. La "caduta del Muro" del 1989 e "Tangentopoli" nel 1992-93 non sono stati che gli acceleratori esogeni di un processo di consunzione endogena di lunga durata.

In questo clima, il conflitto politico e sociale è stato perennemente strozzato, non riuscendo a trovare canalizzazioni e forme di espressione adeguate, con responsabilità (ovviamente differenziate) tanto dell'attore di governo che della classe politica di opposizione. Ciò ha favorito forme di eversione armata a destra e a sinistra. Ma mentre dell'eversione di destra veniva fatto uno scaltro uso da settori vicini, se non interni, alle forze di governo e da apparati di controllo legati a reti di comando sovranazionale direttamente collegate agli Usa, l'eversione di sinistra si indirizzava indiscriminatamente contro il sistema in quanto tale. L'intenzionalità dell'eversione di sinistra era antisistemica; quella, al contrario, dell'eversione di destra era finalizzata alla stabilizzazione sistemica in funzione anti-mutamento. Senonché, con un perfetto esito controintenzionale, riconducibile alla vasta gamma degli "effetti perversi" dell'azione sociale, l'aspirazione antisistemica dell'eversione armata di sinistra si risolveva nella stabilizzazione dello status quo, alimentando i meccanismi anti-mutamento di cui sistema politico e classe politica erano imbevuti 3.

Cosicché la cruciale questione del potere, condizionata e plasmata dalla centralità democristiana, è stata interamente governata da meccanismi politici divaricati, eppure complementari: (i) trasformismo politico, sul piano degli assetti delle forme di governo; (ii) consociativismo costituzionale, sul piano della lealizzazione e costruzione del consenso sociale, da cui hanno preso origine i grandi "patti sociali" che hanno governato la società industriale dal dopoguerra a tutti gli anni '90. Con il "governo di solidarietà nazionale" degli anni '70, la divaricazione complementare è venuta meno, con il risultato di far coincidere il trasformismo politico con il consociativismo costituzionale. Forme di governo ed equilibri costituzionali si sono, così, interamente schiacciati sulle logiche e sulle razionalità dell'emergenza. Vittima designata ed, insieme, eccellente di questa concentrazione e chiusura dei poteri sono stati i movimenti sociali, le loro richieste civico-politiche e le loro domande di senso. In ossequio al primato dell'emergenza, alcuno spazio veniva concesso al conflitto sociale e culturale: i movimenti finivano stretti in una morsa d'acciao: ad un lato, i loro limiti endogeni; a quello opposto, l'assalto esterno concentrico dei poteri statuali e della lotta armata 4.

Molti dei problemi attuali dei Ds e, su un piano opposto, di Rifondazione continuano a richiamare i nodi irrisolti del Pci che, per rimanere al passato prossimo, datano agli anni '70. Essi ci riconducono di filato all'errata lettura della società italiana fornita da Berlinguer nella fase politica che va dal "compromesso storico" alla "solidarietà nazionale". Da questa lettura erronea hanno preso origine processi formativi di "gruppi dirigenti" rivelatisi inidonei, assolutamente non all'altezza della situazione storica che si trovavano ad affrontare. Né allora, né dopo e né ora, sia all'interno del Pci, del Pds, dei Ds e del Pdci che di Rifondazione, di quella lettura e di quei "gruppi dirigenti" è stata fornita una profonda e conclusiva rimessa in questione. Quella lettura o è stata bellamente rimossa con produzioni estemporanee di "nuovismi" a catena; oppure è stata riproposta in forme sempre più estenuate e distorte. Possiamo dire, con fondatezza, che dal Pci degli anni '70 ai Ds, a Rifondazione ed al Pdci una rete di irresponsabilità è stata eretta a protezione dei "gruppi dirigenti" di ieri e di oggi. In virtù di questo vuoto culturale e di questo silenzio politico, gli eredi del Pci hanno mancato l'appuntamento con la crisi di sistema esplosa tra la fine degli anni '80 e l'inizio dei '90. Incapaci di capitalizzare la crisi per il mutamento di sistema, hanno preferito ripiegare verso politiche di gestione della crisi, proponendosi come classe dirigente democratica affidabile, aliena all'introduzione di laceranti elementi di rottura e nemmeno di discontinuità nei confronti del passato regime politico, ormai, collassato irreversibilmente. Le sinistre di governo hanno, da allora, definitivamente cessato di porsi come classe dirigente alternativa, proponendosi, invece, come mera classe dirigente sostitutiva. Non poteva che condurre a questo esito il mancato taglio del cordone ombelicale con la teoria-prassi del "compromesso storico" e della "solidarietà nazionale".

La crisi di sistema è, così, rimasta senza interpreti autentici e conseguenti; anche da qui prende avvio la "presa sociale" di forze come la "Lega" e di aggregazioni come "Forza Italia", entrambe miscuglio di passatismo e nuovismo: la prima orientata verso territorialismi e razzismi etnici di nuovo conio; la seconda, verso forme miste di oligarchia che al "primato del capo" associano il "primato dell'impresa". Una crisi che a sinistra non ha avuto attori e interpreti non poteva che dare inizio ad un transito incerto. Il tanto conclamato passaggio dalla "prima" alla "seconda" repubblica, in realtà, è stata una transizione balbettante. Da una parte, ha disvelato e "sceneggiato" i limiti insanabili dei meccanismi e dei processi di formazione della giovane repubblica italiana, mettendone impietosamente in evidenza il carente profilo democratico. Dall'altra, ha mancato di promuovere le trasformazioni sociali, culturali e politiche necessarie. Non v'è ancora stata, a sinistra, la presa di congedo coerente dal prima; né si profila all'orizzonte l'approdo ad un dopo configurato come alternativo o perlomeno differente. Tutti i vizi del "prima" continuano a galleggiare nel "dopo", in uno scenario che si fa sempre più melmoso e, a tratti, inquietante per il revisionismo culturale con cui si riscrive la "storia patria".

Se, negli anni '70, il "governo di solidarietà nazionale" faceva cadere il dualismo funzionale tra legittimazione politica e legittimazione costituzionale, dalla seconda metà degli anni '90, con il coagularsi intorno a "Forza Italia" delle nuove e vecchie destre e l'accentuarsi della deriva culturale e politica delle sinistre di governo, il dualismo antifascismo/anticomunismo viene letteralmente meno: tutti si professano, indifferenziatamente, antifascisti (perfino Fini) e anticomunisti (inclusi D'Alema e Veltroni). L'indifferenzialismo politico tende capziosamente a costruire intorno all'anticomunismo (in piena epoca storica del crollo del comunismo!) tanto il mandato costituzionale che le forme di governo. L'ideologia anticomunista è qui il "pretesto": (i) nel centrodestra, per assettare e coagulare nuovi autoritarismi oligarchici; (ii) nel centrosinistra, per arretrare dagli orizzonti della cittadinanza sociale e accreditarsi presso i poteri dominanti, sia sul piano nazionale che su quello internazionale.

 

Sul rapporto tra politica e tecnica

Prima di approssimarci al nucleo del nostro discorso, dobbiamo necessariamente rivisitare il rapporto tra tecnica e politica e tra potere e tecnica 5.

È largamente invalsa (anche nelle culture di sinistra) una nozione di tecnica quale destino dell'uomo moderno che deve ad Heidegger e Nietzsche le sue formulazioni perspicue. Si misurerebbe qui lo scarto incolmabile tra mondi dell'umanità e mondi ambientali. In questa accezione convivono e, in un certo senso, confliggono due concezioni strumentali della tecnica: (i) l'una che vuole l'umanità dominatrice del mondo e dell'ambiente a mezzo della tecnica; (ii) l'altra che vuole l'umanità dominata dalla tecnica che la schiaccia sotto il suo tallone di ferro. Da un lato, l'umanità impiega il mondo e l'ambiente attraverso la tecnica; dall'altro, la tecnica impiega l'umanità con i suoi codici e la rende sempre più inerte e inerme macchina. La razionalità della tecnica, in ogni caso, non sfugge alla maledizione dei codici del dominio: impiegabilità della tecnica da parte del socio-umano e impiegabilità del socio-umano da parte della tecnica sono due facce della stessa medaglia. La concezione strumentale della tecnica risponde agli inputs dei codici del dominio: o si domina la tecnica o si è dominati da essa.

Le politologie ricorrenti gettano la stessa politica in faccia a questo dilemma: (i) o essa comanda la tecnica, facendone un mezzo di impiegabilità per il conseguimento del fine politico, come nella tradizione che va dal pensiero politico antico a quello moderno; (ii) oppure è ridotta a mezzo di amministrazione e procedimentalizzzazione dai codici calcolistici e misuranti della tecnica, come nella tradizione del pensiero politico che si suole definire post-moderno.

Riteniamo entrambi gli approcci riduttivi, perché sviante è la loro base epistemologica, ancorata come è ad una concezione strumentale della tecnica. La tecnica poggia su una costitutiva e ineliminabile ambivalenza: essa è sempre mezzo e fine, contenuto e contenitore, valore e utile. Giammai può essere fatta rientrare in una diade che la vede ora opposta alla politica, ora alla natura, ora all'ambiente, ora all'umanità e così via. L'impossibilità di polarizzare la tecnica in una relazione dicotomica fa sì che essa, dagli strati profondi dell'epistemologia alle superfici affioranti dei valori e del senso, sia sempre un continuum irrisolto di destino e scelta: È vero: siamo destinati alla tecnica, in quanto umani. È altrettanto vero, però, che scegliamo la tecnica, per alimentare un progetto di dominio, oppure per elaborare un cammino di uscita dal dolore, dall'indigenza e dall'ingiustizia: nella prima ipotesi, la tecnica ha un carattere redistributivo verticale; nella seconda, il carattere redistributivo della tecnica è orizzontale.

A ben guardare, la combinazione di destino e scelta che distingue la tecnica accompagna l'intera storia dell'umanità, costituendone la cifra autentica. Tanto le concezioni apocalittiche, per le quali la tecnica è la tremenda destinalità infelice dell'umanità, quanto quelle apologetiche, per le quali in essa riposa il progresso, se non la salvezza e la catarsi dell'umanità, si rivelano come soluzioni unilaterali e fuorvianti. Non c'è redenzione o smarrimento assoluto nella tecnica in quanto tale. Piuttosto, è sempre questione di mantenere con la sua ambivalenza un flusso relazionale complesso, senza mai schiacciarsi su una delle sue polarità costitutive. Ciò è sempre stato vero; lo è tanto più oggi, in un'epoca in cui il contesto socio-culturale si va sempre più caratterizzando in senso biotecnologico 6.

È responsabilità del 'politico' moderno e contemporaneo, a partire dalla costituzione dello Stato-nazione e dal Jus publicum europeum, essersi piegato ad una interpretazione unilaterale della tecnica, messa al servizio della decisione sovrana, con la conseguente sottoposizione del conflitto politico e sociale alla giurisdizione degli arcana imperii. Le tecniche e le tecnologie del potere, da qui in avanti, hanno assunto il conflitto come loro bersaglio fisso e, all'opposto, l'ordine quale gabbia entro cui confinare e fluidificare tutte le forme di relazionalità sociale, politica, economica e culturale. Parte già da qui il dominio sui corpi (umani) e sui soggetti (del conflitto).

La polarizzazione del rapporto politica/tecnica, in una prima lunga fase, ha elevato il dominio della prima sulla seconda: questo atto costitutivo della modernità si è concluso esemplarmente con i totalitarismi del XX secolo. Ma proprio nel bel mezzo del XX secolo, il primato della politica sulla tecnica si è rovesciato specularmente nel dominio della tecnica sulla politica: Hiroshima e Nagasaki hanno costituito la prima tappa di questo percorso; Cernobyl, l'inquinamento ambientale ed alimentare le ultime, in ordine di tempo. La politica è deflagrata per accumulo di potere e onnipotenza, perché giunte a saturazione le sfrenate pulsioni di decisionismo sovrano che la divoravano dall'interno. Non riuscendo più a mediare la tecnica, si è fatta pura gestione del potere.

Ma v'è ancora dell'altro. A differenza dalla prima esplosione della bomba atomica, oggi la tecnica non è solo capace di porre mano alla distruzione completa dell'umanità; essa è ora anche in grado di ricostituire artificialmente tutte le forme di vita, a partire dalla specie umana. Il potere assoluto della tecnica è un potere di morte e, insieme, un potere di vita. La combinazione di destino e scelta immanente al carattere della tecnica si fa più stringente e, in un certo senso, si sublima. La politica che si limita alla gestione del potere si espone fortemente sul baratro del potere di morte, scindendo con ciò il destino dalla scelta e, ancor prima, la vita dalla morte. Si compie qui il cammino, forse, più tragico della storia occidentale: l'incapacità di pensare vita e morte in un unitario e complesso flusso relazionale e comunicativo. Tutte le dicotomie su cui si è retto il pensiero politico occidentale, dall'antichità alla contemporaneità, partono dalla scissione elementare della vita dalla morte (e viceversa). Di questa scissione la separazione del corpo dall'anima (e viceversa) costituisce lo specifico assoluto della cultura occidentale, a cominciare dai sofisti 7. Quando si parla, comunemente, di politica senz'anima si sta parlando di questa scissione, anche quando non se ne ha piena consapevolezza; nel contempo, si allude ad un corpo della politica ridotto a pura tecnicalità, volendo ricorrere ad un neologismo che rende in pieno la plasticità della situazione di vuoto in cui stazioniamo.

 

Per una prima definizione di potere governante

È sin troppo facile rilevare come l'indifferenzialismo politico, di cui si è prima detto, agevoli le "campagne" di sensibilizzazione e radicamento del centrodestra; mentre destruttura fortemente l'area del consenso sociale e le basi elettorali del centrosinistra. Le antinomie classiche destra/sinistra, pur non più congruenti con l'attuale e complesso scenario politico-culturale, saltano in aria: la rappresentazione e individuazione delle forze e degli attori politici si complica. Ora gli schieramenti in campo tendono a contrastarsi e differenziarsi sempre meno intorno ai programmi e sempre più intorno alle perfomances ed al rendimento. Il criterio di identificazione politica si fa interamente performativo: contano i risultati e i mezzi con i quali si ottengono, a nulla importando i costi sociali, umani ed ambientali intanto sopportati. Si tratterebbe qui soltanto di governare il contingente storico, ricavando da esso i migliori rendimenti politico-economici possibili, fornendo allo scopo le prestazioni funzionali. I fini del 'politico' e della politica si risolvono, per intero e immediatamente, nella produzione e gestione di progetti di potere. La gestione performativa del potere: ecco il nucleo duro del 'politico' nell'epoca della globalizzazione. e a cui sembrano uniformarsi, con particolare talento, le sinistre di governo italiane.

Il politicismo governante è la strategia estrema dell'agire politico performativo. Pallidi precedenti li rinveniamo in azione già in Italia in altri periodi:. Alludiamo al partito governo di fabbricazione degasperiana che ha costituito negli anni '50 la forma svelata del centrismo e uno dei punti di massima condensazione dell'egemonia democristiana. Nel partito governo si concentravano le funzioni imputate ai partiti coalizionali, con il risultato che il governo invariabilmente finiva col primeggiare sui partiti. L'attuale fase storica, invece, è politicamente definita (anche) dalla estinzione dei partiti di massa. Il primato del governo, dunque, non si esercita più sui partiti, ormai simulacri di rappresentazione politica; bensì direttamente sulla società e sulle sue articolazioni.

Nessun ascendente organico è rinvenibile nemmeno nei confronti del partito-macchina, fulcro della costruzione e diffusione clientelare del consenso sociale e asse di rotazione principale del potere democristiano. Oggi il partito-macchina è improponibile, perché, non essendovi risorse da redistribuire diffusamente, il rapporto di insediamento e consolidamento politico non può affatto reggersi sulla diade patrono/cliente. Il politicismo governante non redistribuisce le risorse; bensì le assegna secondo precise gerarchie di potere interne e vincoli di compatibilità internazionali. Dal sistema di patronage transitiamo al sistema di ripartizione selettiva.

Il politicismo governante è una strategia di governo che prescinde dai partiti e dal loro stato di salute politica. I governi Ciampi e Dini sono la prefigurazione razionale di questa tendenza; quelli Prodi, D'Alema (1 e 2) e Amato (2) mettono in marcia la tendenza. L'esecutivo diviene il collettore della raccolta delle domande sociali, le quali vengono selezionate in funzione della scelta di quelle attivanti la riproduzione allargata del potere governante: non più un partito, ma un potere che governa. Da qui l'esigenza di dotarsi non già di una cultura di governo; bensì di una cultura di potere adeguata ai compiti. Le partizioni classiche tra "potere costituente" e "potere costituito", risalenti alla rivoluzione francese, tendono a oscurarsi, superate come sono nella situazione in cui massimo si va facendo il potere governante e minimo il potere dei governati. Del resto, funzione precipua del politicismo governante è massimizzare il potere governante e minimizzare il potere dei governati.

Ma si può dire che il potere (governante) rimanga senza  politica, essendo questa ridotta ad epigonalità o a mera macchinalità amministrativa? Oppure che la politica del potere governante va elaborando nuove categorie del 'politico'? La nostra analisi indulge verso la seconda ipotesi. Proveremo ora ad argomentarlo.

L'ordito relazionale entro cui il potere governante prende forma — e che immediatamente consolida e sviluppa — è quello in cui la comunità perde definitivamente la polis e questa, a sua volta, smarrisce altrettanto definitivamente l'agorà. Non è l'assenza della politica e nemmeno l'antipolitica ad insediare il potere governante che, piuttosto, è la risposta alla crisi del 'politico' nelle società globali. Risposta che rimane bloccata allo stesso piano della crisi a cui tenta di reagire. Nondimeno, le categorie del 'politico' risultano scompaginate; non semplicemente riscritte in termini calcolistici e performativi.

Occorre osservare che con la crisi dei partiti di massa e dei movimenti sociali l'agire collettivo ha perso il suo spazio naturale. L'ingresso nell'era del consumo individualistico di massa ha inferto il colpo di grazia a ogni speranza di messa in scena dell'azione collettiva nelle forme storiche con cui l'abbiamo finora conosciuta. La sfera pubblica è rimasta senza attori collettivi e l'azione collettiva è stata coerentemente surrogata dalle politiche dell'immagine (la medesima "Tangentopoli" va letta in questa chiave). Ora, quelle virtuali non vanno intese come "politiche deboli"; viceversa, sono la forma che le politiche forti assumono nell'epoca della comunicazione globale. Il simulacro della rappresentanza politica viene disinvoltamente dribblato: la virtualizzazione della comunicazione politica insedia un rapporto diretto e immediato tra i "decisori politici" ed il "pubblico". Grazie al supporto organico della mediacrazia, il potere governante si fa contestualmente uno, nessuno e centomila; mentre i governati restano confinati nel recinto di quell'uno che non fa che replicare il nessuno (in questa prospettiva va letta la propaganda elettorale di Berlusconi). L'esasperazione del "personalismo politico", accompagnatasi all'affermazione del maggioritario, obbedisce a queste regolarità profonde. Dietro e oltre il leaderismo spinto vi sono sempre dei congegni e dei codici di funzionamento oggettivati, a cui lo stesso leader carismatico deve uniformarsi, se non vuole soccombere nella competizione politica 8.

Il potere governante tenta di rispondere alle accelerazioni della storia con l'accelerazione della politica. Si stabilisce, forse, qui la più profonda discontinuità con le categorie del 'politico' moderno: pur animati da irrefrenabili pulsioni di comando, il decisionismo politico e le teorie della sovranità (inclusa quella democratica) avevano un ritmo decelerato rispetto a quello accelerato della storia. La politica si vedeva perennemente costretta ad inseguire la storia, fino allo smaccato tentativo di imbalsamarla, per cercare di tenerle testa. Il potere governante, invece, tenta di anticipare il ritmo della storia e mette, in tempo reale, la politica di fronte ai problemi rilevanti. Solo che qui contano solo i problemi messi in agenda dal potere: quelli su cui si basa il suo sviluppo. Diversamente da quanto rinveniamo ancora nel funzionalismo sistemico di Luhmann, qui non siamo in presenza di una pura e semplice "riduzione di complessità"; più propriamente, assistiamo al tentativo di far coincidere la complessità del potere con la complessità sociale. Il potere governante intende, per l'appunto, sovraimprimere la sua complessità alla complessità della società e trasformare la storia dell'umanità sociale nella sua propria particolare storia. Non "fine della storia", dunque; bensì storia come potere. Una sorta di "nuovo inizio" del potere, quindi. In queste cornici, il potere governante è precisamente la dimensione del 'politico' nelle società globali.

Pare evidente che la concettualizazione di potere governante verso cui stiamo inclinando stabilisca un netto spartiacque con la nozione di cesarismo e/o bonapartismo politico 9.

.Al di là delle forme di leaderismo carismatico con cui, di volta in volta, il potere governante si traveste, sembra a noi chiaro che il personalismo politico sia una sottoespressione del potere governante, il quale va sempre ben al di là del destino del capo e non si risolve con esso. Prima di essere il trono del leader di turno, il potere governante è una "struttura poietica" complessa che va ben oltre lo specifico dello stesso Stato-nazione (ormai, in crisi).

Il potere governante continua ad essere — come lo Stato-nazione — una grande macchina affabulatrice ed unificatrice, attraverso la neutralizzazione e rimozione delle differenze. Contrariamente dallo Stato-nazione, però, unifica ed espelle non più basandosi sui criteri di rappresentanza e sovranità; ora l'unificazione avviene a mezzo della rappresentanza dei "poteri forti" e la marginalizzazione di quelli deboli. Con il circuito della rappresentanza politica cade il sistema della cittadinanza sociale: non esistono più diritti; ma solo e sempre poteri da esercitarsi, riducendo diritti. Il che intenziona anche una crisi profonda del diritto pubblico, soppiantato da postulati privatistici mutuati tanto dalla teoria economica del mercato che dalla teoria realista delle relazioni internazionali; teorie che, come è noto, espungono dal loro corpus dottrinario e dal loro campo di azione ogni motivazione ed opzione etica. Ed è proprio affrancandosi dalle "pastoie" della rappresentanza e della cittadinanza che il potere governante si fa politica forte; ai deboli ed agli esclusi è lasciato unicamente il lamento dell'etica. Politica forte è ancora e sempre politica dei forti, in una prospettiva che attualizza ad un livello di intensità inaudita il discorso di potere del sofista Trasimaco 10. Dire che il potere governante è un potere immorale significa arrivare al cuore del problema. Nessun potere è mai stato morale; ma finora era sempre stato temperato da contrappesi politici e da istanze etiche che, per quanto la modernità aveva espulso dalla politica, continuavano a costituire l'orizzonte di riferimento dell'immaginario collettivo. Ora non più: niente di tutto questo è più tollerato.

Subentra qui una scissione ben più dilacerante di quella tra etica e politica, introdotta dalla modernità. Qui il forte non compare più come il giusto, perché più non interviene la legge a temperarne il potere. Nel mentre si continua ad impedire al giusto di divenire forte, nessun meccanismo sociale si preoccupa più di fare in modo che il forte sia giusto, con buona e definitiva pace tanto di Pascal che delle politiche di welfare. Funzione delle leggi e delle istituzioni è ora direttamente il consolidamento del potere dei forti, senza più alcuna preoccupazione di mediazione sociale che non sia quella della riproduzione del dominio; in quest'ottica aquisiscono una valenza dirompente le politiche di immagine e di domesticazione dell'"uno" verso il "nessuno", a cui innanzi si è fatto cenno. Ecco perché il governo dei migliori (di origine oligarchica) può essere tranquillamente surclassato dal governo dei peggiori che pare essere uno dei tratti distintivi del capitalismo globale.

Nel potere governante si innesta una sorta di sindrome espansionistica tucididea 11. Solo che ora il dispiegamento della potenza non è a scopo difensivo, ma ha fin da subito natura offensiva. Nel capitalismo globale, non v'è più Stato (confinante o remoto) da cui tutelarsi; ma semplicemente territori, risorse ed esseri umani da colonizzare, sia che siano dislocati nelle periferie terzomondiali che negli avamposti del supersviluppo. Così, la dinamica di potenza si svincola dalla gracilità delle istituzioni (nazionali) e si accumula di continuo su scala allargata. Nessun potere come quello governante ha teso ad esibire la sua potenza incrementale ed occultare i propri protocolli strategici. Proviamo a interpretare con queste chiavi di lettura la "guerra umanitaria" nel Kosovo (e, con essa, tutte le "operazioni di polizia internazionale" che hanno preso principio con la "guerra del golfo") e le sperimentazioni diffuse delle tecnologie genetiche (a fini di profitto) e, allora, vedremo quanto avanti si siano già spinte le dinamiche di potenza del potere governante.

 

Il potere governante in Italia nel ciclo politico 1996-2001

Insistiamo su un punto, su una doppia perdita, per essere più precisi:: la perdita della polis da parte della comunità e la perdita dell'agorà da parte della polis. Questa caratteristica fondante del potere governante è stata colta, in Italia, come il passaggio alla postpolitica 12, su cui si sarebbe agevolmente inserito il gioco dell'antipolitica 13. La concettualizzazione della postpolitica è proprio svolta nei termini dell'assenza della polis e dei polites 14. Su questa assenza prospererrebbe l'antipolitica, definita come: (i) insofferenza diffusa nei confronti dei professionisti della politica; (ii) repulsione verso ogni forma di organizzazione politica strutturata; (iii) esaltazione populistica della società civile; (iv) condanna, senza appello, delle burocrazie statuali 15.

Appare chiaro che nella fase postpolitica il progetto dichiarato dell'antipolitica sia la destrutturazione regressiva del tessuto democratico e lo smantellamento delle politiche sociali welfaristiche, tout court identificate come appesantimenti clientelari e burocratici. Aver insistito su questo non inessenziale punto è un merito non da poco dell'indirizzo politologico a cui si sta qui facendo riferimento. Tuttavia, emerge la necessità di un prolungamento di analisi: la distanza tra antipolitica e potere governante è meno pronunciata di quello che, a tutta prima, può sembrare. Anzi, l'antipolitica è il complemento necessario del potere governante: ambedue perseguono l'obiettivo del dissesto delle regole democratiche e della liquidazione degli istituti del welfare; ambedue si richiamano e mobilitano gli umori ferini della società civile. Da questo intreccio perverso nasce l'insediamento campale delle politiche di sicurezza nell'agenda politica e nelle strategie di mobilitazione mediatica. Qui saltano tutte le concettualizazioni tradizionali intorno alla relazione tra società civile e società politica: non si tratta più di sceverare quale polo del rapporto sia quello "buono" e quale quello "cattivo". Non è più possibile mobilitare una società civile "buona" contro una società politica "cattiva"; e viceversa. Tanto l'una che l'altra sono marchiate dalle stesse fenomenologie socio-culturali e attraversate dai medesimi desideri di esclusione dell'altro.

Non appare, quindi, strano che "Mani pulite" sia stata abbandonata dal suo stesso popolo che ora sposa, senza mezzi termini, l'insofferenza del sistema politico avverso il potere giudiziario. Non appare strano, ancora, che la surroga politica concessa alla magistratura nel periodo 1992-1994, in uno con un'indifferibile opera di legalizzazione del potere politico, abbia prodotto nel tessuto democratico più di uno strappo sul piano dell'esercizio dei diritti. Non appare strano, infine, che i cuori della società politica e della società civile battano all'unisono in tema di inasprimento illimitato della sanzione penale.

Il potere governante riassembla e ricuce il legame tra società politica e società civile in un nuovo ordito: questo è stato il compito principale a cui, accanto a quello del rispetto dei vincoli di stabilizzazione economico-monetaria sanciti a Maastricht, hanno atteso i governi di centrosinistra. In entrambi i casi, ridisegnati sono stati la nozione e il campo relazionale della sfera pubblica 16. È proprio tornando a riflettere su questa categoria che possiamo tentare di scandagliare meglio i nessi e le funzioni che, in Italia, si sono disegnati intorno alla relazione politica, in quest'ultimo decennio.

In linea generale, l'emergere della sfera pubblica è stato ricondotto alla formazione dei partiti quali soggetti politici stabili: in una prima lunga fase, dentro il Parlamento (fine XVII sec.-fine XVIII sec.); successivamente, "fuori" nella società, col che può dirsi definitivamente costituita la società politica. Già qui, però, insorgono non lievi difficoltà definitorie.

Il Parlamento, tra fine Seicento e fine Settecento, è la sede del processo decisionale. E, dunque, la sfera pubblica che in esso si risolve e da esso promana diviene l'ambito in cui si danno i processi di razionalizzazione e assunzione delle decisioni politiche, attraverso la dialogica della persuasione tra diverse e opposte convinzioni. Quello che qui mette conto rilevare non è solo la coincidenza tra Parlamento e sfera pubblica, ma anche la sostanziale assenza di una polarità conflittuale tra opposte formazioni politiche, in virtù di cui la comunicazione politica e il dibattito pubblico procedono attraverso la dialettica del convincimento.

Verso la fine del Settecento, ma più ancora nell'Ottocento, il conflitto entra anche in Parlamento, con il doppio riconoscimento della legittimità: (i) della costituzione di partiti collettivi portatori di interessi "di parte"; (ii) della discussione tra posizioni politiche (non più tra convinzioni) divergenti. Col che la comunicazione politica fuoriesce dal Parlamento, finendo con l'investire tutti gli attori collettivi che operano in base ad un programma politico o lo assumono come riferimento. Sfera pubblica e Parlamento non coincidono più. Il concetto e la prassi della sfera pubblica si espandono. I processi di persuasione e decisione politica acquistano una valenza sociale più spinta e più larga.

Già qui la teoria/prassi della società politica non coincide con quella della sfera pubblica. Entrano nella sfera pubblica non solo gli attori politici; ma anche tutti quei soggetti che esprimono e comunicano delle opinioni politiche, in un qualche modo, vincolanti per lo stesso sistema politico. Non coincidendo più con essa, la società politica è soggetta al condizionamento della sfera pubblica. Il processo di formazione delle decisioni deve calibrarsi anche su "soggetti terzi" che, pur non essendo attori politici, hanno la forza ed il potere di esprimere opinioni politiche.

Il "potere di condizionamento" della sfera pubblica è particolarmente rilevante nell'ambito dei rendimenti elettorali. La traduzione del consenso politico in consenso elettorale ha nella sfera pubblica e nei gestori dei processi di formazione dell'opinione pubblica un elemento di decisiva importanza: nessun consenso elettorale duraturo e massiccio può essere organizzato e realizzato, senza l'appello alla e l'appoggio della sfera pubblica, almeno nelle sue componenti più vitali.

L'esplicazione di questo passaggio ci consente di introdurre una ulteriore e, non meno importante, distinzione: come la società politica non si risolve nella sfera pubblica, così la sfera pubblica non coincide con la società civile. Entra nella sfera pubblica solo chi ha l'autorità, la forza ed il potere di esprimere opinioni politiche; non già l'elettorato in quanto tale. Anzi, a fasce crescenti di elettorato è precluso non solo l'accesso alla politica, ma anche e soprattutto alla sfera pubblica. La tendenza sarà esasperata nei regimi democratici del XX secolo

Nel Novecento ed, in particolare, con l'avvento delle democrazie pluraliste, il processo di formazione delle decisioni va progressivamente slittando dal Parlamento verso il Governo. Il sistema politico tende a divenire una variabile dipendente dell'esecutivo. Le condotte di espressione della sfera pubblica sono regolate da una dialettica selettiva. Ora il "potere di condizionamento" della sfera pubblica deve esercitarsi sull'esecutivo; non già sul Parlamento e/o sul sistema politico. Ma non si circoscrivono e riprecisano soltanto i poteri di condizionamento; le cerchie medesime della sfera pubblica si restringono: ancora più difficile diviene assicurare il riconoscimento pubblico alle proprie opinioni, ai propri interessi e alle proprie posizioni. Conseguentemente, il banco principale di applicazione dei poteri di condizionamento della sfera pubblica e di conversione del consenso politico in consenso elettorale diventano le politiche della spesa pubblica.

A far inizio dagli ultimi decenni del XX secolo, con l'affermazione del capitalismo globale, il Parlamento è stato ulteriormente esautorato delle sue prerogative; ma lo stesso esecutivo ha perduto la pienezza delle sue facoltà di potere. Con la crisi irreversibile dello Stato-nazione, ora il processo di formazione delle decisioni risponde direttamente agli inputs di comando e stabilità trasmessi da istituti di potere sovranazionali. La sfera pubblica è stata investita in pieno da una processualità polarizzata su due fronti complementari: (i) ad un polo, le sue condotte di senso e i suoi campi di azione si sono internazionalizzati; (ii) all'altro, il numero di attori e soggetti che vi fa accesso si comprime ulteriormente. Possiamo, anzi, dire che nell'attuale epoca solo gli attori e i poteri forti hanno accesso alla sfera pubblica. L'erosione dei diritti incarnata dalle politiche postwelfaristiche e la dissoluzione del tessuto democratico è alla base non solo della crisi della società politica e della società civile, ma anche del progressivo connotarsi in senso neo-oligarchico della sfera pubblica. Quest'ultima, dopo essersi scissa dalla società politica, si separa definitivamente anche dalla società civile.

Dalla sfera pubblica sono ora messe fuori gioco, contemporaneamente, società politica e società civile. Da qui la necessità imperiosa di politiche di immagine che medino e recuperino questo vuoto; investendo, anzi, su di esso. La società politica e la società civile sono recuperate alla dimensione pubblica dalla mediacrazia. Il media system è, insieme, un attore decisivo della sfera pubblica e un'agenzia di mediazione sociale tra i poteri dominanti e i dominati. Quale attore della sfera pubblica partecipa alla messa in agenda dei protocolli su cui vengono prese le decisioni politiche rilevanti; quale agenzia di mediazione sociale indirizza e raccoglie il consenso sociale non sulle questioni di rilevanza strategica, bensì sui temi su cui si crea il consenso elettorale. Quanto più potere il media system accumula quale agenzia di mediazione sociale, tanto più aumenta il suo peso quale attore della sfera pubblica. Allo stesso tempo, la sfera pubblica è: (i) canale di comunicazione tra società politica e società civile (entrambe in crisi); (ii) fattore di comunicazione tra i "poteri forti" a scala locale; (iii) agente di intermediazione tra i poteri "forti globali" e i "poteri forti" locali. Gli umori della società civile, come quelli della società politica, sono fortemente esposti alla eterodirezione di questa complessa aggregazione di relazioni di potere che pone in cattività la stessa sfera pubblica.

La lamentata assenza di riferimenti politici che caratterizzerebbe in negativo la situazione italiana degli anni' 90, quindi, è più apparente che reale. La verità è che i riferimenti politici sono altri rispetto a quelli a cui siamo stati educati da antiche e, per molti versi, "gloriose" culture politiche, maneggiando le quali non possiamo leggere perspicuamente la realtà 17. Dobbiamo procedere verso altre direzioni, muovendo da altre categorie di interpretazione, la cui messa in opera non può essere ulteriormente differita.

Ciò che emerge, prima di ogni altra cosa, è la necessità di mettere a fuoco i meccanismi intorno cui, nella crisi degli anni '90, il sistema politico italiano ha ridefinito strutture di funzionamento, finalità, strategie, dispositivi di comando, reti di mediazione etc. Per rimanere al nostro campo di indagine, allo scopo, tratteggiamo il campo delle problematiche politiche dalle quali è più agevole estrarre il profilo che ha caratterizzato i governi di centrosinistra, dal 1996 al 2001 18.

A) I baricentri dell'azione di governo

I baricentri politico-culturali che hanno pesantemente influenzato l'azione dei governi di centrosinistra sono così rappresentabili: (1) neoliberismo, sul piano delle politiche economiche e sociali; (2) securitarismo, sul piano delle politiche della giustizia e dell'ordine pubblico; (3) fondamentalismo etico, sul piano delle politiche dei diritti civili e della persona.

  • A1) L'apologia delle virtù salvifiche e competitive del mercato ha fatto da centro regolatore delle politiche economiche e sociali dei governi di centrosinistra: dalle politiche di sostegno agli investimenti produttivi alle politiche attive del lavoro, fino alle politiche di concertazione tra le parti sociali per il "rilancio dello sviluppo e dell'occupazione". Logiche privatistiche di destrutturazione progressiva degli spazi del diritto pubblico hanno ispirato costantemente l'azione di governo; a partire dall'ottemperanza del "patto di stabilità" scaturito da Maastricht e finendo con i processi di privatizzazione della struttura industriale e finanziaria dello "Stato imprenditore". Questo insieme di politiche conferma e dilata una costante negativa del "caso italiano": alla crescita della base economica-industriale (peraltro, non nei settori a più elevato "valore aggiunto") fa eco il logoramento dei meccanismi di regolazione intorno cui si stabiliscono i nessi di coesione tra Stato e società. Sul quale logoramento continuano a innestarsi e prosperare i processi di carenza di legittimazione dell'autorità pubblica e la messa in sofferenza della società civile. La risultanza politica maggiormente caratterizzata in negativo è che il potere di impresa, in Italia, seguita ad essere concentrato nelle mani di poche "famiglie" che, a loro volta, continuano ad essere pesantemente condizionate dal potere delle banche. Dal che deriva un sistema di relazioni industriali sempre più squilibrato, anacronisticamente incentrato sulle grandi imprese e vistosamente deficitario in tema di esercizio dei diritti dei lavoratori.
  • A2) In piena adesione ai paradigmi neoliberisti della "tolleranza zero", gli esecutivi di centrosinistra hanno varato politiche sempre più autoritarie che hanno eroso il campo di esercizio dei diritti individuali e ridotto il già esiguo repertorio dei diritti dei devianti e degli esclusi, in particolar modo dei migranti e dei detenuti. Come una sorta di metaorganismo pavloviano, in piena assonanza col media system, il centrosinistra ha ristretto l'ambito di espressione delle politiche sociali, riducendole alla "sicurezza pubblica".  Si consuma qui lo strappo definitivo con le politiche welfaristiche della sicurezza sociale, le quali ponevano in capo allo Stato una serie di obbligazioni in tema di lavoro, previdenza, sanità, salute, pensioni ecc. Le politiche della sicurezza sociale sono state ridotte alla geometria dell'inasprimento della sanzione penale. La cattura del consenso elettorale si è andata sempre più calibrando sulla suscitazione delle paure arcane e sugli istinti ferini del singolo e della collettività.
  • A3) La laicità dello Stato è stata pesantemente messa a rischio, per il rispuntare del fondamentalismo etico con cui sono state affrontate le questioni connesse ai "nuovi diritti". In tema di fecondazione assistita, di coppie di fatto, di omossessualità etc., l'interventismo della neoteocrazia vaticana non è stato arginato; anzi, è stato supinamente subito. Persino su temi che sembravano acquisiti, come l'aborto, il divorzio, le scuole private etc., l'interferenza vaticana ha prodotto risultati scardinanti. I diktat vaticani hanno intenzionato una pericolosa regressione verso lo "Stato etico", per il quale la sfera pubblica viene interamente decisa dai valori confessionali. Inevitabilmente, il fondamentalismo etico si è tradotto in un pensiero accecato e accecante e in un agire politico liberticida. Per convincersene, a puro titolo esemplificativo, si veda il dibattito intervenuto nella maggioranza in occasione: (i) dei fondi stanziati per le scuole private; (ii) dell'ordinanza del febbraio 2000 del tribunale di Roma, con cui si autorizzava la fecondazione assistita; (iii) del "World Gay Pride" di Roma. Addirittura, in piena campagna pre-elettorale, alla stregua di un qualsivoglia "gruppo di pressione", il Vaticano (nella persona del cardinale Sodano) ha avviato un negoziato formale con maggioranza e opposizione sui programmi politici del governo che uscirà il 13 maggio 2001 dalle urne.

B) La lotta alla corruzione politica

La crisi di "Mani pulite" è venuta particolarmente in luce nella fase dei governi di centrosinistra. Palese è stato il processo di recupero alla classe politica degli attributi di poteri "confiscati" dal potere giudiziario, nel periodo 1992-1994. Qui, del resto, il centrosinistra ha fatto quadrato con il centrodestra: comune ad entrambi gli schieramenti è sia l'intolleranza verso le limitazioni delle loro attribuzioni di potere che l'insofferenza verso i controlli di legittimità del loro operato. I paradigmi dell'uso privatistico delle risorse pubbliche sono stati rimessi a nuovo, alimentati potentemente dall'ideologia liberista vincente. L'obiettivo dell'esercizio dei poteri, con particolare virulenza, è divenuta la supremazia politica, non già il bene pubblico, di cui pure si continua a discettare. Lo sviluppo della corruzione politica continua ad avere un grado esponenzialmente crescente, per il basso livello dei presidi democratici che caratterizzano, in Italia, lo Stato di diritto. I governi di centrosinistra non hanno assunto alcuna efficace iniziativa legislativa anticorruzione. Dei 72 progetti di legge in discussione ne sono stati approvati soltanto due che non hanno esattamente un alto profilo anticorruzione; anzi. Si tratta: (i) della legge che reintroduce il finanziamento pubblico dei partiti (gennaio 1997); (ii) della legge che modifica il reato di abuso di ufficio (luglio 1997), con l'abolizione del reato di abuso di ufficio per reati non patrimoniali ed il dimezzamento delle pene per l'abuso di ufficio per fini patrimoniali. Ne è conseguita una elevata soglia di impunibilità che, in uno con la lentezza della macchina giudiziaria, hanno fatto sì che le prescrizioni per i reati di corruzione politica, solo nel periodo 1996-1997, siano aumentate dell’85%, con la conseguenza che circa 50 mila imputati hanno chiuso il loro conto con la giustizia, senza passare per il giudizio 19. In Italia, anche nella fase dei governi di centrosinistra, la corruzione politica è stata perseguita con estrema lentezza e incertezza e, anche laddove con ritardo è arrivata a segno, ha rivelato un alto tasso di inefficienza, garantendo alte soglie di impunibilità.

C) Il modello sociale vincente: la società centrifuga

Le politiche sociali, economiche e culturali dei governi di centrosinistra, in piena coerenza con i dettami monetaristi e neoliberisti che regolano i processi del capitalismo globale, hanno partorito nuovi modelli sociali e nuove forme di socialità sotto il segno dell'esclusione. Accresciuto risulta essere il raggio di estensione della povertà, della marginalità e dei lavori servili. Secondo il Rapporto Istat del 1999, in Italia si è poveri anche lavorando. Le famiglie in condizione di povertà relativa sono ben 2.660.112, su un totale di 21.770.664; quelle in condizione di povertà assoluta, 1.038.000. Il tutto si traduce in 10.785.000 persone povere. In questa situazione prospera il lavoro senza diritti che, non di rado, precipita nelle spirali del lavoro servile. Il lavoro atipico ha conosciuto un potente sviluppo, grazie ad apposite iniziative legislative di supporto (il cd. "pacchetto Treu"). Non a caso, gli sviluppi occupazionali più rilevanti sono fatti registrare proprio dai lavori atipici, per definizione privi delle tutele riconosciute al lavoro subordinato. Nella fase 1994-1998, i lavoratori a termine sono cresciuti del 10,2%, a fronte dell'aumento dello 0,4% dei lavori a tempo indeterminato 20. Considerando la variazioni percentuali, nella fase 1994-1999, il lavoro standard ha subito un decremento del 2,3%, mentre il lavoro atipico si è incrementato del 26,4%. In una recentissima ricerca del "Servizio Studi" della Banca d'Italia, il trend esce confermato; ma le cornici del fenomeno divengono ancora più preoccupanti 21. Il fatto è che — come rileva lo studio di Cipollone — il mercato del lavoro italiano è caratterizzato dalla preponderanza di cattivi lavori: cioè, lavori con bassi salari, scadente sicurezza del lavoro e scarse possibilità di mobilità verticale. Da qui viene ricavata la necessità improcrastinabile di creare buoni lavori, di varare misure di sostegno al reddito per i lavoratori a bassa retribuzione. I governi di centrosinistra, invece, hanno continuato a legiferare in senso opposto. Così disegnando i contorni di una società centrifuga che sospinge verso il margine della povertà, dell'esclusione e della marginalizzazione fette sempre più larghe di cittadinanza 22. La società centrifuga crea un eccesso di ricchezza per pochi ed un eccesso di povertà per molti. Questo modello, come già ammoniva Hegel, non potrà mai impiantare una società veramente ricca, proprio perché non impedisce (anzi) la produzione crescente di povertà..

D) La dissoluzione dei valori fondanti della sinistra

Dall'esecutivo Prodi, la sinistra italiana approda al governo e subitaneamente si appresta a dissolvere quello che ancora di sinistra restava in piedi nel tessuto politico-istituzionale della società. Muta regressivamente il suo proprio genetico, con un'adesione confusa ed ondivaga alla tendenza internazionale di disarticolazione dei paradigmi socialdemocratici (Schroeder, in Germania) e laburisti (Blair, in Gran Bretagna), fino a stabilire una frattura non solo con il Welfare, ma con i medesimi princìpi costitutivi della rivoluzione francese ed americana. La sconfitta alle elezioni regionali del 16 aprile del 2000 segna la chiusura della fase agonica della crisi delle sinistre storiche in Italia, il cui processo di innesco è databile alla "caduta del Muro". Tale sconfitta ha certificato la morte del patrimonio ideale e politico-culturale del Pci e del Psi, senza che questo fosse mai stato criticamente riattraversato in profondità. Nell'esecutivo Amato 2 viene a riconciliazione il dissidio tra gli antichi "duellanti": la ricomposizione è di segno neoliberista e mercatista (sul piano economico) e neo-oligarchica e neo-eltista (sul piano politico). La sanzione post-mortem dell'eclissi delle sinistre storiche italiane, significata dall'esecutivo Amato 2, ha ulteriori portati dirompenti. Intanto, conferma e allarga l'inversione dei processi di legittimazione su cui era nato il governo Prodi ed esaltata dalle modalità di formazione dei due governi D'Alema: non più dal basso della società, bensì dall'alto dei poteri. Inoltre, ma non secondariamente, approfondisce i processi di livellamento politico generale, in virtù dei quali le forze politiche appaiono e sono intercambiabili rispetto ai contenuti delle strategie politiche. I due processi, commassando e combinandosi, producono un effetto di paralisi nella mobilitazione politica, rendendo oziosa la competizione elettorale e rituale la scelta politica. È indubbio che sia stato proprio il centrosinistra, a fronte nelle sconfitte elettorali successive al 1996, a pagare lo scotto più alto all'operatività delle tendenze appena descritte. Non poteva che portare a questi esiti amari il completo sottrarsi alla responsabilità di lavorare alla rielaborazione integrale dei codici culturali e dei paradigmi politici delle sinistre.

I campi problematici che abbiamo sezionato danno ragione, anche sul piano storico-empirico, delle regolarità proprie del sistema politico italiano in fatto di "innovazione passiva", di "adattamento inerziale" e ridefinizione del "comando politico" in termini tattici, piuttosto che strategici, di cui all'esordio della nostra riflessione. Anche per questo il centrosinistra è stato incapace di chiudere da sinistra la "transizione italiana".

 (marzo-aprile 2001)

Note

1 Per l'argomentazione compiuta di queste tesi, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, Il circolo vizioso. Meccanismi e rappresentazioni della crisi italiana (1945-1995), Mercogliano (Av), Quaderni di "Società e conflitto", 1997. Si rinvia, altresì, a questo lavoro per tutte le ipotesi ricostruttive a cui si pone mano nella prosecuzione dell'analisi.

2 Il discorso viene inizialmente argomentato in A. Chiocchi, Dal blocco di sistema al blocco come sistema. Anche in successivi passaggi analitici si continuerà a fare riferimento a tale lavoro.

3 Per un'analisi del fenomeno da quest'angolo di osservazione, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Catastrofi del 'politico'. Teatro di senso, razionalità e categorie della lotta armata, Mercogliano (Av), Quaderni di "Società e conflitto", 19993.

4 Sul punto, sia permesso rimandare ad A. Chiocchi, Movimenti. Profili culturali e politici della conflittualità sociale in Italia negli anni '60 e '70, Mercogliano (Av), Quaderni di "Società e conflitto", 1997.

5 Per un recente scandaglio della problematica, con riferimento particolare alla situazione italiana, si rinvia a: M. Prospero, Segnali di postpolitica, "Dissensi", n. 1, gennaio-marzo, 2001; D. Breschi, Il vascello, la chiglia e il capitano. La personalizzazione della politica nell'era della tecnica, ivi; R. Miglietta, Morfologie del potere e società disciplinare in Foucault: l'impossibile personalismo in politica, ivi. Per una approfondita e interessante analisi delle trasformazioni subite dal sistema politico italiano in quest'ultimo decennio, in un ambito tematico che fa intersezione col rapporto tecnica/politica, cfr. A. Lattarulo, Presidenzialismo, leaderismo, crisi dei partiti: appunti di viaggio, ivi.

6 Per una discussione più ampia del tema, si rimanda all'Editoriale n. 4/2000 di "Focus on line", Il valore della conoscenza e la creazione del valore. Elementi di discussione.

7 Su questa intensa area tematica, si veda il bellissimo libro di U. Galimberti, Il corpo, Milano, Feltrinelli, ult. ed. 1999.

8 Si leggano, in proposito, le pertinenti osservazioni di R. Miglietta, op. cit.

9 Per una lettura di tali fenomeni, in rapporto alla parabola democratica, cfr. D. Losurdo, Democrazia o bonapartismo? Trionfo e decadenza del suffragio universale, Torino, Bollati Boringhieri, 1993.

10 Per la discussione di questo topos della "repubblica platonica", sia permesso rinviare ad A. Chiocchi, Verso gli inizi. La polis greca: filosofia e politica, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1996; cfr., in particolare, il cap. 1. Più recentemente, è tornato sullo stesso tema P. P. Portinaro, Il realismo politico, Roma-Bari, Laterza, 1999. Pp. 52 ss.. A Portinaro (op. cit., p. 130) si deve, parimenti, il riferimento ai "Pensieri" di Pascal di cui si dirà da qui a poco.

11 Cfr., per tutti, ancora P. P. Portinaro, op. cit., pp. 67-83.

12 Cfr. Cfr. A. Mastropaolo, La crisi della democrazia. Tra interessi e paradigmi, Torino, Giappichelli, 1997. Sul punto, cfr. anche M. Prospero, op. cit.

13 Ancora A. Mastropaolo, Antipolitica. All’origine della crisi italiana, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 2000. Cfr. anche, su piani di analisi non coincidenti. R. Terzi, Politica e anti-politica, in AA.VV., Quale Repubblica?, Roma, Ediesse, 1996; P. Flores d’Arcais, Il populismo italiano, Roma, Donzelli, 1996; M. Tronti, La politica al tramonto, Torino, Einaudi, 1998. Da tenere in conto, parimenti, le considerazioni, talora anche critiche, in argomento svolte da A. Lattarulo, op. cit.

14 Cfr. A. Mastropaolo, La crisi della democrazia, cit.; A. Lattarulo, op. cit.

15. Cfr. A. Mastropaolo, op. ult. cit.

16 Per una recente ed agile ricognizione sulla categoria, cfr. A. Pizzorno, Il potere dei giudici. Stato democratico e controllo della virtù, Roma-Bari, Laterza, 1998.

17 Per una puntuale ricognizione sulle "interpretazioni di sinistra" della crisi italiana degli anni '90, si rinvia ad A. Lattarulo, op. cit.

18 Nel far questo, assumiamo lo spettro delle analisi svolte in Zoom 2000. Temi del dibattito politico italiano, Quaderni di "Società e conflitto", 2001.

19 Cfr. "l'Espresso", 24 dicembre 1998. Ma sulla persistenza strutturale della corruzione politica in Italia, si rinvia a Donatella della Porta-A. Vannucci, Un paese anormale. Come la classe politica ha perso l'occasione di Mani Pulite, Roma-Bari, Laterza, 1999. Di D. della Porta, sul punto, rileva anche Lo scambio occulto, Milano, Feltrinelli, 1993.

20 Per questi dati e quelli successivi, si rinvia a Censis, Rapporto sui lavori atipici, Roma, 1999; reperibile anche sul sito http://ww.censis.it

21 Cfr. P. Cipollone (Banca d'Italia), Is the Italian Labour Market Segmented? (La segmentazione del mercato del lavoro in Italia), "Temi di discussione", n. 400, marzo 2001; reperibile anche sul sito http://www.bancaditalia.it.

22 Indulgono verso questo genere di conclusioni anche studiosi e commentatori di provata cultura liberal-industriale. Cfr., per tutti, M. Deaglio, La nuova borghesia e la sfida del capitalismo, Bari, Laterza, 1991.