Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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Focus on line, n. 5, settembre-ottobre 2000
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

RIMOZIONI PROGRESSIVE.
IL DIBATTITO CULTURALE A SINISTRA

di Antonio Chiocchi

1) Il dibattito che, negli anni '90, si è sviluppato sulla crisi delle sinistre è andato raccogliendosi intorno a due posizioni principali:

a) una che riconduce la crisi delle sinistre al collasso storico delle élites politiche che, dalla rivoluzione francese del 1789 alla caduta del "muro di Berlino" nel 1989, erano emerse e si erano affermate come interpreti dei bisogni e rappresentantative degli interessi esclusi e, nel contempo, espressive delle vere ragioni della coesione sociale e della complessità dell'organismo associato (1);

b) l'altra che, a fronte della crisi della centralità della politica e del primato del 'politico', opera una sorta di secessione dalle "categorie del politico", per costruire la sinistra sociale, in opposizione e alternativa alla sinistra politica (2) .

Nel primo caso, si tratterebbe di riformulare un percorso storico, culturale e politico di formazione delle élites politiche, secondo due prospettive di marcia: i) la prima, attorno ad un principio rigenerato di razionalità politica di matrice weberiana, prima ancora che marxiana e leniniana; ii) la seconda, aprendo la politica ai territori degli affetti, di cui il 'politico' sarebbe una modalità perspicua di rappresentazione (3).

Nel secondo, i princìpi di razionalità politica risultano essere sospesi o messi in secondo piano da nuovi princìpi di razionalità sociale, configurati come gli agenti dell'agonia della società fondata sul lavoro salariato.

Prima di affrontare il merito delle singole posizioni tratteggiate, per intanto, precisiamo: i) la politica non è più riducibile a rappresentanza; ii) il 'politico' è costitutivamente incapace di organizzare sistemicamente il sociale, tantomeno di coniugare gli affetti; iii) il sociale non può valere come causa di estinzione del 'politico'.

La discussione di questo complesso arco di temi obbliga a prendere le mosse dalla crisi di tutte le forme di rappresentanza e rappresentazione, di cui il funzionalismo sistemico ha dato una pronta e "potente" lettura e una parimenti "potente" risoluzione conservatrice-autoritaria, già a cavallo degli anni '70-80. Il dibattito culturale delle sinistre storiche italiane, invece, no. Salvo, poi, inseguire Luhmann nella terapia tecnocratica della "riduzione di complessità", senza averne pienamente metabolizzato il realismo disincantato della diagnosi.

In ombra è rimasto il nuovo dato storico di partenza: la crisi della politica si esprime proprio come crisi della rappresentanza politica e della rappresentanza sociale.

Non si dà rappresentanza politica degli esclusi, proprio per la perdita di vigenza dell'universalità del 'politico'.

Non si dà rappresentanza sociale, perché socialmente ciò che emerge e si afferma è, sempre più, l'irrapresentato (4).

Né si dà rappresentazione politica degli affetti: anzi, l'irruzione degli affetti scompagina il 'politico' e la politica e li costringe ad incrociare altri linguaggi e altri codici, di fronte ai quali non hanno padronanza alcuna. Ecco perché non è la "guerra per il governo della vita", la nuova e vera "posta in gioco" del conflitto (5); al contrario, sono le "forme di vita" che ovunque vanno messe in condizione di "governare".

Sta qui l'oltre-frontiera del conflitto che la politica e il 'politico' sono chiamati a pensare. E stanno in questo oltre-frontiera i conflitti che hanno fatto deflagrare le tradizioni del pensiero politico moderno, i corrispondenti apparati istituzionali e le relative strategie di potere.

Non si tratta di uscire dalla modernità; ma prendere atto che, ormai, la modernità è morta e che sopravvive come fantasma. Non ci si può più affidare ai suoi costrutti culturali e ai suoi codici politici. Farlo, significa condannarsi ad essere simulacri della modernità e servitori o vittime cieche dei nuovi poteri, nelle dimensioni altre e oltre dalla modernità che ci circondano e segnano il tempo che stiamo vivendo.

È saltato conclusivamente in aria quello che possiamo definire il principio barocco della rappresentanza e della sovranità; principio che ha proiettato la sua cupa ombra sulla storia degli ultimi cinque secoli, mantenendo avvinti pensatori pure, per altri versi, polarmente distanti come Schmitt e Benjamin (6).

La nuova realtà storica non appare di per sé drammatica; né va subita come una perdita irreparabile e inenarrabile di valori irrinunciabili. Anzi, ha sgombrato il campo da concezioni residuali, costituendo l'occasione per la ritraduzione e rielaborazione del principio libertà, del principio giustizia e del principio felicità. Un'occasione, si tratta di aggiungere, puntualmente mancata.

Ma procediamo, sezionando meglio il campo dei problemi, cercando, del pari, di argomentare puntualmente gli assunti di partenza.

 

2) La rappresentanza politica degli interessi (anche quelli degli esclusi) recava con sé un ineliminabile e insopportabile tratto elitario e, inevitabilmente, ha condotto a forme di democrazia elitista, in cui la titolarità piena dei diritti e delle garanzie era appannaggio di strati sociali che sono andati progressivamente restringendosi. A tacere dell'oppressione del genere femminile di cui era veicolo e, nel contempo, causa.

La contrazione delle sfere dei diritti di cittadinanza è un fenomeno che ha interessato sia i regimi democratici che quelli socialisti e comunisti; ovviamente, con diverse gradazioni di forme e contenuti. Nel "blocco atlantico", hanno preso campo, variamente mascherati, regimi di democrazia elitista di depoliticizzazione delle masse; nel "blocco sovietico", regimi autoritari di collettivizzazione delle masse. Nonostante l'evidente e, per molti versi, incolmabile differenza, tra questi due universi paralleli si danno importanti convergenze:

a) l'iterazione e la rielaborazione di strategie di allontanamento delle masse dall'azione politica: in un caso, delegata alla democrazia rappresentativa (e alla relativa classe politica "professionale"); nell'altro, sublimata nella forma Stato e nella forma partito;

b) la riconduzione del principio di autorità al principio del potere statuale.

Pur tra esiti e strategie differenti, assistiamo qui ad una comune concezione forte della politica: politica come potere. Ed esattamente qui individuiamo il cordone ombelicale non rotto con il decisionismo dello Jus Publicum Europaeum (il "principio barocco" di rappresentanza e sovranità, di cui parlavamo in avvio), da parte tanto dei regimi democratici che di quelli socialisti e comunisti. La sovranità della decisione si separa dal corpo politico e lo domina, fino a straripare, da questa fessura, nell'intera società civile: regolata statualmente e politicamente nei regimi democratici; azzerata statualmente e politicamente nei regimi socialisti e comunisti.

Il processo di costruzione della società moderna reca il marchio del progressivo passaggio dalla condizione di suddito a quello di cittadino, ma anche le stigmate del progressivo allontanamento delle masse dal fare politico. La democrazia parlamentare è, insieme, una conquista e una perdurante catena. Contrariamente a quanto ritenuto dal migliore pensiero politico controrivoluzionario (da Donoso Cortés a Carl Schmitt), quella liberale e democratica non è dispregiativamente riducibile a classe politica eternamente discussionale e mai decisionale. In realtà, il decisionismo liberaldemocratico sopravanza quello assolutistico e, all'opposto di questo, trova modo di legittimarsi e legalizzarsi in tutte le nervature del "sociale" e del "civile", ad un livello di ramificazione e complessità inarrivabile per il sovrano assoluto. Il decisionismo schmittiano affiora qui in tutta la sua ingenuità; ed è questa sottostante ingenuità epistemologica a sospingere Schmitt nel "ventre del mostro", fino a farlo divenire sostenitore convinto del "Reich".

L'espulsione delle masse di cittadini dalle sfere del fare politico ha tradotto il principio di responsabilità come criterio di imputazione del sistema della classe politica (di professione). La responsabilità politica è stata ascritta alla classe politica che, in una movenza unica, è divenuta tanto responsabile della politica e dello Stato che ad essa si accompagnava quanto responsabile degli interessi sociali che variamente al suo interno rappresentava.

Il concetto di responsabilità è stato coniugato dal concetto di rappresentanza. Fuori della rappresentanza non si dava responsabilità alcuna. Le masse venivano completamente deresponsabilizzate, limitandosi il loro fare politico alla sola scelta periodica dei rappresentanti.

Il principio di responsabilità, così, attribuito alla classe politica si è tradotto in una rappresentanza doppia:

a) una primaria e assoluta: verso lo Stato e la politica (cioè: verso se stessa);

b) l'altra secondaria e relativa: verso i rappresentati, sì, cittadini, ma senza la responsabilità della politica e, perciò, progressivamente deprivati del potere e resi eccentrici rispetto ai poteri.

Nel "blocco sovietico", dal 1919 al 1989, il passaggio da suddito a cittadino è stato dribblato: abbiamo qui assistito al tentativo di saltare la mediazione delle istituzioni borghesi, per addivenire direttamente all'"umanità libera", a mezzo della dittatura del proletariato. Da un lato, si sono potentemente evocati gli interessi e la voce degli oppressi; dall'altro, proprio gli oppressi sono stati ridotti a massa anonima. Da suddito a massa anonima: ecco il passaggio.

Ora, questa massa anonima ha vissuto per 70 anni la tragedia enorme di non aver conosciuto e conquistato le libertà e i diritti borghesi e, in sovrappiù, di aver dato corso ad un cammino di negazione della prospettiva comunista di eguaglianza da cui era, pur, germinata la rivoluzione d'Ottobre. Così, la democrazia borghese restava il "nemico" e il comunismo un mito. Qui la politica come potere, impiantata dall'escatologia comunista, si legittimava come radicale presa di distanza dalla democrazia borghese. Dramma veniva ad aggiungersi a dramma:

a) si dava corpo a organismi politici statalisti e autoritari;

b) si inclinava verso moduli politici di rappresentanza più arretrati e discriminatori di quelli borghesi;

c) si riduceva il comunismo a puro richiamo mitico-nominalistico;

d) si ometteva di riflettere sui limiti culturali, politici e storici del comunismo inteso come "progetto di società" e "orizzonte" dell'umanità (libera).

Ciò che vi è di veramente essenziale nell'esperienza bolscevica sta qui. Il resto — incluse le effettive e profonde differenze tra Lenin e Stalin, tra Trotzkij e Stalin e tra Stalin e Breznev —, per quanto importante, appare largamente secondario.

Anonimato di massa e autoritarismo statale sfrenato sono le due coordinate principali dell'esperimento sovietico e le due leve qui azionate dalla politica come potere. Il dissolvimento dell'impero sovietico, esemplificato simbolicamente e materialmente dal crollo del "muro di Berlino", altro non costituisce che una particolare forma di espressione della perdita di centralità del 'politico' e della politica.

La politica come potere mostra tutta quanta la sua impotenza proprio nell'epoca della caduta del primato della politica. Laddove più elevato era stato lo statalismo e più diffuso e territorializzato l'anonimato di massa, là i paradigmi, le strategie e le istituzioni della politica come potere hanno massimamente mostrato il volto dell'impotenza. Le ragioni della deflagrazione sistemica del "blocco sovietico" partono da qui e hanno queste radici profonde; radici, occorre precisare, strettamente abbarbicate nella storia europea di questi ultimi 5 secoli (altro che "Lenin l'asiatico"!). Come erompono da qui le cause profonde del caos, della frantumazione e dell'indigenza che, a tutti i livelli, serrano alla gola tutti i paesi del "blocco".

Volendo concludere in via schematica e provvisoria l'ordine delle argomentazioni svolte, possiamo, così, riassumere le tre transizioni di lunga durata tracciate dalla modernizzazione borghese:

a) il passaggio dalla responsabilità assoluta alla responsabilità personale: dalle società di antico regime alla rivoluzione francese;

b) il passaggio dalla responsabilità personale alla socializzazione delle responsabilità: dalla rivoluzione francese alla formazione dei regimi parlamentari liberaldemocratici (7);

c) il passaggio dalla socializzazione delle responsabilità alla deresponsabilizzazione dell'autorità politica: dalla crisi novecentesca dell'"Europa borghese" alla costituzione dello Stato sociale, fino allo smantellamento del welfare e alla dissoluzione del sistema mondiale bipolare (8).

La responsabilità, da fondamento della politica, è stata via via subita dal sistema politico e dalla classe politica come vincolo ingombrante, se non come minaccia. Ha preso, così, origine un progressivo processo di disimpegno e deresponsabilizzazione rispetto agli attori e soggetti della sfera pubblica non riconducibili al sottosistema politico. Il che, a sua volta, ha prodotto un fenomeno ancora più esiziale: l'autoreferenzialità della politica e del 'politico', autoresponsabilizzati unicamente verso l'azionamento delle leve del potere.

Collocati storicamente alla fine della terza delle transizioni indicate, non possiamo che rilevare che l'epoca della modernità è giunta a maturo coronamento. Più in particolare, dobbiamo aggiungere che due secoli di storia si sono conclusi senza residui: a compimento è pervenuta sia la parabola borghese inaugurata dalla rivoluzione del 1789 che quella sovietica avviata dalla rivoluzione del 1919.

Prenderne atto è un utile e indifferibile esercizio critico. Occorre riflettere sulle ragioni di questo doppio compimento e sui limiti insuperabili che le due parabole recano scritte nel loro codice genetico. Per "andare avanti", è necessario farvi fino in fondo i conti.

Il dibattito culturale delle sinistre ha, invece, proceduto attraverso la rimozione di questo campo problematico, girando a zig zag tra vuoti storici, ritardi culturali e silenzi politici. Ciò ha loro impedito di riconoscere pienamente le proprie eredità culturali che, non di rado, sono state tradite, anziché essere riattraversate criticamente, per una radicale rimessa in questione.

Le sinistre storiche, poi, sono finite in pasto ad un'illusione ottica: hanno creduto di salire sul treno della modernizzazione e, invece, sono andate sempre più arretrando verso posizioni che stanno tra le concause della crisi della modernità. Nella realtà storica Hobbes è morto (e Schmitt con lui); ma egli sopravvive come spettro nelle elaborazioni delle sinistre di governo, a misura in cui fanno assurgere "ordine e sicurezza" a centri di gravitazione del fare politico.

 

3) Ci ricorda P. Rosanvallon: "Non si è ancora riflettuto abbastanza sul fatto che la percezione che un tempo avevamo del mondo ha conosciuto una notevole accelerazione negli ultimi due secoli, mentre il tempo delle istituzioni politiche in cui viviamo è sempre ancora quello delle istituzioni pensate fra il mondo greco e romano ed il Settecento" (9). Da qui egli ricava una conseguenza di importanza cruciale: "Emerge così un nuovo tipo di dualità della legittimità: non si tratta più di un problema di legittimità che nasce dal fatto che qualcuno non viene più rieletto, bensì un problema di sfasamento, giacché la delegittimazione dell'evento precede la delegittimazione, per così dire, istituzionale e politica. In passato questo sfasamento era il preludio di una rivoluzione. La rivoluzione era infatti definita un processo attraverso il quale delle istituzioni venivano maltrattate e trasformate in conseguenza dell'accelerazione del tempo degli eventi. La rivoluzione corrispondeva al processo di riaggiustamento fra il tempo degli eventi e quello delle istituzioni" (10). Da questo punto di vista, conclude Rosanvallon, oggi ci troviamo in presenza di società considerabili in rivoluzione permanente a cui corrisponde una disillusione permanente, in quanto permane e si approfondisce il ritardo temporale delle istituzioni (11). Sicché l'accelerazione della politica si risolve in una confusione e in un intreccio di legittimazioni (12).

Sviluppando le argomentazioni di Rosanvallon secondo le direttrici della nostra analisi, possiamo dire che l'evento storia va progressivamente e costitutivamente delegittimando la risorsa politica, senza che quest'ultima se ne possa avvedere tempestivamente e senza che possa frapporvi rimedio ultimativo. Tutti i processi e i percorsi della legittimazione politica risultano sfasati.

La politica, cioè, rimane prigioniera della sua percezione ritardata delle accelerazioni della storia. Per evadere dalla prigione che si costruisce con le sue proprie mani, ha tentato essa medesima il colpo dell'accelerazione estrema. Sta qui la sorgente nascosta da cui ha preso origine il decisionismo e la decisione sovrana che hanno marchiato la modernità; da qui, in epoca contemporanea, germinano i miti e i riti della governabilità.

Con ciò, la politica non ha fatto che stendere intorno a sé il reticolo dell'autoreferenzialità, elevandolo a sistema. Da qui promana l'angustia della classe politica e, insieme, la rachiticità dei suoi orizzonti culturali, sotto tutte le latitudini.

Il prolungarsi nel tempo di questo processo ha finito, già nella prima metà del XX secolo, col rendere la politica incapace di fare le rivoluzioni, fino a farla ergere contro di esse, anche laddove erano intanto esplose. Proprio da questo immane processo sotterraneo è nato il ripiegamento ed il tradimento della rivoluzione ad opera della politica rivoluzionaria e dei rivoluzionari di professione. Col che l'accelerazione del tempo storico ha trovato occlusi i residui sbocchi e canali di espressione politici ed istituzionali.

Si sono aperte falle enormi nella relazione fra tempo e politica e fra storia ed istituzioni. I conflitti non emersi, interdetti o rimossi, si sono incancreniti, venendo alla luce nella forma di comportamenti fobici di massa, prolungatisi nell'attualità in periodiche esplosioni di odio etnico e fanatismo razziale.

L'evento storico continua nelle sue accelerazioni e scontrandosi con politiche e istituzioni autoreferenziali si fa non-evento politico. La politica non lo interiorizza e non lo metabolizza, finendo esclusivamente col subirlo passivamente; allora, furbescamente, tenta di cavalcarlo, presumendo di domare e razionalizzare le fobie di massa in termini di potere. Così, l'impolitico distruttivo è stato agito e usato da politiche di potere, di cui le dittature del XX secolo sono state un'esemplare traduzione.

La rottura, nel 1989, dell'ordine bipolare planetario ha visto l'approfondirsi di questa fenomenologia patologica: le accelerazioni della storia hanno spiazzato come mai prima classe politica e sistema politico, senza che essi ne avessero, né prima e né dopo, una sia pur pallida percezione. Anziché lavorare al ripensamento e alla ricostruzione integrali dei codici, dei profili e dei campi di azione del 'politico' e della politica, per riequilibrare il rapporto con le accelerazioni storiche, politica e istituzioni hanno preferito conservare l'impronta decisionista che le corrodeva, animando un furioso progetto di domesticazione dello storico-sociale.

A quest'altezza, il decisionismo politico si è risolto fatalmente in decelerazione della politica che ha aumentato le sue pretese di onnipotenza, a misura in cui la sua impotenza veniva stanata. L'accelerazione storica, trovando come risposta le decelerazioni della politica impotente, ha trasformato la storia in un ferino teatro. La geniale e inascoltata critica vichiana del logos del 'politico' moderno ha trovato una tremenda conferma; anzi, gli scenari di desolazione e guerra del XX secolo surclassano la "grande selva" vichiana (13). La storia si va facendo sempre più feroce, proprio perché fronteggiata con un progetto di dominio politico che altro non è che la sublimazione di tutte le pulsioni di impotenza nelle forme alterate e schizoidi del delirio di onnipotenza.

L'incisione nella/e della storia a mezzo della politica era l'humus vitale della decisione da cui sgorgava l'atto rivoluzionario medesimo che cercava, così, di riequilibrare la relazione tra storia e politica, tempo e società, tempi storici e tempi istituzionali, tempi sociali e tempi politici. La rivoluzione altro non era che l'accelerazione della politica, per riabbracciare la storia e trasformarla dall'interno. Lo scarto tra storia e politica rimaneva, come permaneva lo sforzo di regolarlo politicamente. Da questo lato, tutti i paradigmi della rivoluzione sono stati una coniugazione particolare del primato del 'politico' e della centralità della politica. In questa forma, hanno ereditato in maniera irrisolta i codici del decisionismo politico cinquecentesco.

Le cose si sono irrimediabilmente complicate col venir meno, all'interno degli organismi sociali, della centralità e dell'onnipervasività della politica. Col che è venuta irrimediabilmente meno anche la soluzione rivoluzionaria dello scarto tra storia (come evento) e politica (come risorsa). La circostanza avrebbe dovuto costringere ad un profondo ripensamento sia della politica che della rivoluzione; così non è stato. Sicché lo scarto si è riprodotto in forme sempre più gravi e distorte.

Mentre il tempo storico è in accelerazione permanente, la politica è in decelerazione permanente; mentre la società è in rivoluzione permanente, la politica è in autoreferenzialità permanente. Le sinistre sono state colpite in pieno da questo fenomeno, sino a rimanerne contuse e confuse. Col risultato non irrilevante che le contraddizioni e i conflitti che si sono progressivamente aperti sul terreno della legittimazione e della legalità sono rimasti senza una tematizzazione adeguata, soprattutto a sinistra.

Alla brama di onnipotenza schizoide della politica e del 'politico' e ai comportamenti fobici di massa ha fatto eco la contusione-confusione politica e culturale delle sinistre che hanno, persino, completamente trascurato di far tesoro della lezione della psicologia delle masse, a partire dai primi e fondamentali contributi di Freud (14). Per non parlare del ritardo (prima) e della superficialità (dopo) con cui hanno accolto la geniale indagine di Elias Canetti del nesso massa/potere (15). Rimozioni progressive: ecco lo stato del dibattito culturale a sinistra negli anni '90.

 

4) Ma è tempo di dirigere l'attenzione verso il secondo dei due filoni che ha maggiormente caratterizzato il dibattito culturale a sinistra, negli anni '90 (16). Registriamo, sul punto, un "salto di paradigma": dal paradigma politico trascorriamo a quello sociale. Viene celebrata una sorta di (post-hegeliana) "morte della politica", intenzionata dalla mondializzazione dell'economia e dalla economicizzazione del mondo, reputate le due lame affilate della globalizzazione (17).

La crisi del 'politico' altro non sarebbe che il portato della imperante e dilagante sovranità dell'economico. Il rachiticismo della politica è qui misura diretta del titanismo dell'economia che si appropria non più mero lavoro vivo, ma direttamente territorio e forza sociale, desocializzandoli. O meglio: socializzandoli tutti e per intero alle ragioni e regioni del profitto globale. La deterritorializzazione e decostruzione di tutte le unità politiche si accompagnerebbe all'extraterritorialità delle nuove ragioni del profitto globale che attraversa paesi e continenti, senza più rispettare o seguire i princìpi della nazionalità.

Ora, è vero che:

a) alla situazione ereditata dal XX secolo di nazioni senza territori (curdi, palestinesi, armeni ecc.) se ne affianca una nuova e specifica: territori extranazionali, squassati da flussi e reti di comando planetario che non rispondono più ai criteri di organizzazione e alla sovranità territoriale dello Stato nazione;

b) la decostruzione e il riassemblaggio dei territori sono fatti agire, al pari dei saperi e delle tecnologie, come fattore produttivo diretto;

c) le regole e i mercati della competizione si spostano dai sistemi di impresa ai sistemi e sottosistemi territoriali sovranazionali, attraversandoli in lungo e in largo, a prescindere dalla loro locazione geo-fisica, ma seguendo unicamente i flussi delle connessioni reticolari;

d) le unità di produzione-comunicazione sono, prima di tutto, unità extraterritoriali, dislocate planetariamente attorno ai nodi apprestati dalle "reti lunghe" di connessione molecolare, non più intorno alle convergenze e congruità dello Stato nazione e nemmeno della ubicazione (fissa) dell"impresa madre";

e) la società fondata sul lavoro salariato, sotto la mole di queste pressioni destrutturanti, entra irrimediabilmente in agonia.

Ma questa, pur devastante, complessità di processo non può essere fatta valere quale "base" dell'esplosione mercatista del sociale. E dunque: la reciprocità dell'"economia solidale" non può essere fecondamente contrapposta alla razionalità ipermercificata delll'economia del profitto globale.

Un nuovo soggetto collettivo non può costituirsi direttamente dalle scomposizioni e aggregazioni che avvengono nell'economico-sociale, erigendo in parallelo e contro l'economia globale dell'oggetto-merce l'economia liberata dei soggetti critici. Non è dato costruire una nuova forma società, senza costituirne simultaneamente le istituzioni politiche. Interrogarsi intorno al nodo "quale società?" rimanda ineliminabilmente all'altro nodo: "quale politica?" e "quali istituzioni?".

Il punto è esattamente questo: sono morte le politiche e le istituzioni politiche della modernità e della contemporaneità. Siamo chiamati a pensarne e sperimentarne altre, al di fuori del titanismo decisionista e del minimalismo dei paradigmi del sociale. Se il sociale viene designato e disegnato come possesso dell'economicità onnivora del profitto globale, nessun margine di azione e di identità autonoma e liberata può essere rintracciato o coltivato in esso. Qui l'aporia terribile che depotenzia la generosità dell'approccio dell'economia solidale.

Il sociale, contrariamente alle letture di esso che si stanno qui criticando, non è preda dell'economico; ma con esso interagisce e in esso conserva il suo spazio di autonomia. Non si dà la "sussunzione totale" del sociale all'economico, esattamente come non si era data la "sussunzione reale" del lavoro vivo nel capitale. Tra queste determinazioni si inseriscono, invariabilmente, spazi di conflitto intorno cui si formano le nuove identità conflittuali dell'epoca.

Del pari, si inseriscono delle relazioni conflittuali tra l'economico e il 'politico' che assolutamente non è riducibile a pura amministrazione. Così recita la vulgata funzionalistico-sistemica, fatta propria dalle culture di sinistra e subita dal ceto politico di sinistra, al governo come all'opposizione. Le potenti macchine politiche che oggi vediamo in azione non si limitano ad "accompagnare lo sviluppo"; ne decidono anche i termini e i luoghi entro i quali si vanno assettando e ricomponendo nuovi equlibri di potere.

Che la decisione non sia più, per intero, riconducibile alla sovranità della politica non significa che questa perda completamente i suoi attributi di potere; piuttosto, ne veicola la rideterminazione semantica e topologica. D'altro canto, l'aggressione dei ceti economico-finanziari ai luoghi del potere è una variabile costante delle società borghesi-capitalistiche, a fronte di cui lo spazio vero della decisione politica non ha mai avuto il carattere della pubblicità.

Già all'origine dello Stato moderno ci imbattiamo negli arcana imperii. Del resto, nelle democrazie parlamentari pluraliste il lobbyng è stata ed è una delle componenti strategiche del processo decisionale. Che molte delle istituzioni sovranazionali da cui dipende oggi il destino del pianeta (Fmi, Wto, Nato ecc.) non siano a base elettivo-rappresentativa non può farci ignorare che i meccanismi dell'inclusione e della rappresentanza, su base democratica, hanno una natura escludente ed emarginante e che finiscono per essere rappresentativi esattamente dei medesimi interessi difesi dalle istituzioni sovranazionali prima citate.

L'intreccio 'politico'/economico/sociale, proprio nelle società globali in cui ormai viviamo, si fa sempre più complesso e complicato. Discernerne soggetti e oggetti, flussi, modalità di esistenza, forme di interazione, luoghi di intersezione e spazi di conflitto diventa sempre più difficile. Nondimeno, è su questo banco di prova che il pensiero critico è chiamato ad esercitarsi.

A questa prova si è finora tenacemente sottratto, venendo meno ad una delle sue responsabilità fondative. Prova che qui non viene neanche tentata. Qui si può rintracciare solo un invito al cimento; niente d'altro e niente di più. Un cimento per il quale chi scrive non è attrezzato nemmeno minimamente e per il quale si richiede lo sforzo cooperativo di un'intelligenza collettiva che, già ora, mostra qua e là embrioni vitali.

 

5) Non possiamo, tuttavia, esimerci da scarne osservazioni provvisoriamente conclusive: uno schema di lettura e rilettura, da cui ci riproponiamo di ricominciare il lavoro di scavo e di ricerca.

5.1) L'irrappresentato contesta in radice i meccanismi della rappresentanza classica (politica e/o sociale che sia). Tali meccanismi, come la storiografia politica della modernità ci ha insegnato e il pensiero femminista ha ribadito, si fondavano sulla presentificazione dell'assente, attraverso (appunto) la rappresentanza e la rappresentazione.

5.2) L'assente chiede direttamente di essere presente e preme per entrare direttamente nel teatro del 'politico' e del 'sociale'.

5.3) Non si tratta più di dare voce, né di interpretare. I soggetti irrappresentati prendono voce e si autointerpretano. Da qui la messa in scena di una nuova forma di agorà, non costituita interamente intorno ai luoghi del 'politico', ma di cui il 'politico' rimane una componente essenziale.

5.4) Irrompono i territori dell'etico e dell'estetico, del comunicare e del dialogare, con tutti i loro linguaggi in continua rielaborazione sinergica.

5.5) Il fare politico non risolve più la dialogica sociale: è ora uno spazio ristretto che, nella sua autoreferenzialità, si rivela un mero luogo di cattività. L'irrapresentato fa esplodere il fare politico e lo spazio del 'politico': lo squassa per linee interne e pressioni esterne dirompenti.

5.6) Il problema non è aprire il 'politico' all'etico, ma far esplodere l'etico e l'estetico nel 'politico'.

5.7) Mandare all'aria le strutture pre-esistenti del 'politico' serve a prendere definitivo commiato dal principio barocco della rappresentazione. Significa abbandonare definitivamente la concezione della politica come potere, fino ai suoi corollari minimalisti del "governo dei processi". Significa riprendere e continuare a "ragionare di politica", non servendosi soltanto delle "categorie del politico".

 (settembre 2000)