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Focus on line, n. 4, luglio-agosto 2004
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

IL VALORE DELLA CONOSCENZA E LA CREAZIONE DEL VALORE
ELEMENTI DI DISCUSSIONE

di Antonio Chiocchi

1) In linea di massima, l'analisi generale delle merci è stata considerata la "struttura inattaccabile" dell'edificio teorico di Marx; lo ricordava efficacemente alcuni decenni fa A. Sohn-Rethel, proprio nell'accingersi a criticarla (1). Riteniamo motivata sul piano epistemologico-formale la critica di Sohn-Rethel; nondimeno, consideriamo poco convincenti i suoi approdi teorico-pratici. Ma non è questa la sede per un confronto a tutto campo con lo scavo critico proposto da Sohn-Rethel. Qui il suo contributo ci interessa, perché costituisce il primo tentativo di lettura in profondità del legame che, in ambito capitalistico, si istituisce tra forma valore e forma pensiero. A dire il vero, nemmeno su questo punto gli argomenti di Sohn-Rethel reggono ad una critica penetrante; tuttavia, va loro riconosciuto un carattere pionieristico e un approfondimento teorico di notevole spessore.

Prima di approssimare per passaggi successivi il nostro tema, si rende necessaria una breve premessa di carattere storico-teorico.

Come è noto, nella sua analisi delle merci, Marx distingue tra valore d'uso (determinatore di varietà) e valore di scambio (indicatore di equivalenze astratte). Il valore di scambio, in ragione della sua astrattezza, è condannato ad essere l'equivalente generale delle quantità e nel regno calcolistico delle quantità va imprigionando le qualità sociali e umane. Per contro, il valore d'uso perde progressivamente la determinazione della varietà qualitativa che lo connota originariamente. Il lavoro e i valori vengono scambiati in via calcolistica. Tale processo è nascosto dalla reificazione sociale diffusa dallo scambio. Il lavoro e i valori calcolistico-astratti si ergono a lavoro e valori umani in generale. La forma merce si regge proprio sul lavoro astratto umano, costituendone, in un certo senso, la forma sensibile capitalistica. A sua volta, il denaro (quale equivalente generale delle merci e, dunque, dei lavori e, dunque, dei valori) si pone e riproduce come forma sensibile della merce.

Possiamo, così, concludere: in virtù delle concatenazioni appena descritte, il denaro diventa la forma sensibile (capitalistica) del lavoro astratto. Per questa via, il capitalismo si fa onnicomprensiva forma sensibile dell'umano. Propriamente qui, a questo livello, possiamo ritenere svelato il marxiano arcano del carattere di feticcio delle merci (1bis).

Fin qui siamo poco lontani dall'universo concettuale marxiano.

Muovendo da questa base, Sohn-Rethel ha il merito indubbio di leggere la trasposizione dei concetti-merce nel cervello umano (2), sviluppando e, insieme, distanziando l'analisi di Marx. Dice Sohn-Rethel: il linguaggio delle merci si introflette nella coscienza dei loro possessori e consumatori. E precisa: i possessori/fruitori divengono essere razionali appunto per il fatto che recano depositato e stratificato nella loro coscienza il linguaggio delle merci.

Ma proprio qui andava introdotta un'ulteriore e significativa linea di cesura: se il regime capitalistico è concettualizzabile come estraniazione dell'umano nella forma merce, ha poco senso individuare (come fa ancora Sohn-Rethel) una rigida partizione capitalistica tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, per demandarne la soluzione alla "sintesi sociale" superiore della società comunista. Al contrario, sono proprio i requisiti e i valori di conoscenza ad essere sommamente ambiti dalla voracità logistica del capitalismo. La riduzione della conoscenza a merce è una costante del modo di produzione capitalistico; solo che è sempre venuta alla luce in forme determinate storicamente. Anche quando succhiava lavoro vivo, il modo di produzione capitalistico mirava alla conoscenza. Ciò in un doppio senso: a) espropriare la soggettualità operaia dei suoi propri saperi; b) trasferire, dal lavoro vivo, al sistema macchinico la padronanza cognitiva dei processi della riproduzione sociale.

Oggi siamo in grado, a posteriori, di dare una valutazione più attenta del processo, essendosi per intero collocato alle nostre spalle. Già Marx, però, ne aveva fornito potenti e suggestive anticipazioni, nonostante i limiti epistemologici e teorici che ancora caratterizzano la sua posizione (3).

 

2) La problematica che ci accingiamo ad affrontare è una delle più controverse e, tuttavia, segna uno dei quei discrimini da cui dipendono progetti, piani e strategie della politica. Il modo con cui si fa fronte alla "questione della conoscenza" e a quella intrecciata della "creazione del valore" è assolutamente rilevante nella determinazione delle forme e del senso dell'agire politico. Intorno a questo nucleo caldo, le sinistre si sono divise e si dividono; e presumibilmente continueranno a dividersi.

Ma il punto positivo/negativo non è rappresentato dalla "divisione in sé"; piuttosto, è dato dalla specificazione di uno spettro di posizioni plurali e intercomunicanti, capaci di "sostenere" la complessità e la ricchezza della problematica in gioco. Ciò richiede a tutti, a sinistra, un'analisi articolata ed elastica del "valore della conoscenza" nelle attuali condizioni della riproduzione sociale, per cercare di dipanare da qui il filo del dialogo.

Nel dibattito sociologico è, ormai, acclarato che siamo nel bel mezzo della più importante rivoluzione tecnologica che l'umanità abbia finora conosciuto, il cui impatto risulta decisivo su due dimensioni fondamentali dell’esperienza umana: il tempo e lo spazio (4). Da questa consapevolezza nascono due teorie generali che proviamo rapidamente a schematizzare:

  1. La teoria della società postindustriale (e/o dell'informazione). La complessità sociale delle società dell'informazione risiederebbe nella circostanza che ora, diversamente dalle società avanzate, i princìpi sociali attivi si depositerebbero nella conoscenza teorica, senza passare per i fattori della produzione (capitale + lavoro). Se l'informazione (e non il lavoro) è il principio sociale attivo, argomenta D. Bell, la società, da industriale, diventa postindustriale. Ne consegue che la società postindustriale è, per intero, focalizzata sull'informazione, esattamente come la società industriale era, per intero, focalizzata sul (capitale e sul) lavoro. Telecomunicazione e computers sono qui i mezzi precipui della circolazione e produzione dell'informazione e, dunque, i contrassegni più autentici dell'epoca. Contrassegni e selettori ineludibili: attraverso di essi passano ora gli scambi economici e sociali, "per il modo in cui si crea e attinge alla conoscenza e per il carattere del lavoro e delle organizzazioni in cui gli uomini sono impegnati" (5). Si colloca a quest'altezza la metamorfosi più rilevante. Passando ora per le tecnologie della informazione e comunicazione, i princìpi sociali attivi si sedimentano non solo nei processi di produzione, ma anche e soprattutto nelle menti e nelle coscienze degli individui. La biocultura si va saldamente intrecciando con la tecnocultura, nel senso che la componente tecnologia diviene dimensione coessenziale dell'agire e del pensare umani (6). I processi della valorizzazione sono ora plasmati direttamente dalla conoscenza teorica; da ciò consegue, in linea diretta, la dominanza dei settori specializzati nella erogazione di servizi. Ma, ora, al di là delle celebrazioni apologetiche della società dell'informazione e, al lato opposto, delle retoriche celebrative del lavoro salariato, un effetto di prima grandezza della dominanza dei servizi sta nella distribuzione diseguale dei vantaggi sociali comportati dalle economie della conoscenza, in un approfondimento perverso della dialettica centro/margine caratteristica delle società avanzate fondate sui fattori della produzione (capitale + lavoro).
  2. La teoria della società postmoderna (e/o della comunicazione). In questa teoria, il mondo postmoderno si emancipa dall'idea di progresso cumulativo di matrice illuminista e, nel contempo, i nuovi media elettronici delineano una vera e propria intrascendibilità mondana. Il progresso rientra nell'ordine delle possibilità e non appare più certo; altrettanto impregiudicati sono i suoi esiti e le sue forme sociali. La caduta definitiva delle "grandi narrazioni" è la chiave con cui viene letta la nuova condizione. L'emancipazione del mondo dal progresso e l'intrascendibilkità dei media elettronici pongono qui direttamente la scienza come discorso che si divarica dalla cultura, sussumendola sotto il suo comando. A misura in cui la divaricazione procede, il discorso scientifico si fa funzione dell'accumulazione del potere. Raggiunto questo stadio, la conoscenza emerge qui in tutto il suo splendore di merce per antonomasia. Cioè, per riprendere la concettualizzazione marxiana con cui abbiamo esordito: si consuma qui il compimento della trasformazione estrema del "valore d'uso" in "valore di scambio". Il destino tragico della società, secondo l'approccio postmoderno, sta nell'evidenza che la comunicazione per accumulo delle conoscenze si fa veicolo privilegiato dell'accumulo di potere e di estraneazione. La razionalità comunicativa che plasma l'accumulo di conoscenze è, perciò, di tipo performativo. L'agire comunicativo è qui interamente sussunto sotto l'agire dei media elettronici che procede secondo i giochi linguistici comandati dalla razionalità informatica. La comunicazione si basa ora sul gioco linguistico informatico, con un azzeramento istantaneo dei giochi linguistici di pertinenza umana diretta. Vengono, così, veicolati i modelli di pensiero e gli stili di vita della macchina artificiale che, in uno scenario post-foucaultiano, si spingono fino all'estremo dell'eterodirezione dei comportamenti sociali e del condizionamento delle pulsioni emotive e cerebrali. Il processo è agevolato, se non attivato, dalla centralità acquisita dal consumo nel sistema sociale. La "rottura" vera della società postmoderna starebbe proprio nella perdita di centralità del lavoro a favore del consumo. Se la società moderna era assumibile come società dei lavori, quella postmoderna è identificabile come società dei consumi (7). Per effetto di questa trasformazione, la società postmoderna diviene lo spazio/tempo privilegiato del consumo individualistico, attraverso cui si sedimentano le nuove procedure del legame sociale. Il consumo individualistico assume qui una funzione specifica di integrazione sociale, lasciando senza scampo e senza critica le varie soggettualità sociali emergenti. Anzi: attraverso la soddisfazione di consumi individuali proliferanti, l'integrazione acquisisce un volto ammaliante e seduttivo (8). Più consumi = più integrazione: il controllo sociale si fa "dolce" e "mite", a misura in cui la spirale consumistica si espande e affonda in profondità nel sociale e nell'umano. Qui le trasformazioni epocali subite dalla civiltà occidentale esprimono una discontinuità assoluta rispetto alla modernità e, dunque, rispetto alla stessa società post-industriale (9).

Come si vede, la teoria della società postindustriale è caratterizzata da non nascosti intenti celebrativi ed apologetici. Per parte sua, la teoria della società postmoderna presenta un profilo doppio: ad un lato, la catastrofe implosiva di tutti gli universi del discorso nelle strategie comunicative e, al lato opposto, l'adattamento narcisistico alla proliferazione dei consumi.

 

3) Il nodo critico che le teorie del postindustriale e del postmoderno non riescono a districare lo troviamo, invece, ben concettualizzato nelle teorie della comunicazione.

Gli umani sono costretti alle condizioni di artificialità, per poter sopravvivere socialmente. Per rimediare alla loro indigenza costitutiva, essi hanno fatto da sempre impiego della protesi tecnologica che ha consentito loro di creare un ambiente docile, entro cui riprodursi socialmente come specie e come architetti sociali. L'antropologia si è costituita proprio intorno a questo bacino tematico (10). Le teorie della comunicazione, a loro volta, hanno ulteriormente problematizzato la questione: già il contributo, per molti versi, pionieristico di Hinnis, Hawelock, Ong e McLuhan ci ha reso edotti della "naturalità" della protesi tecnologica quale estensione del corpo umano (11).

L'orizzonte di senso entro cui noi ora viviamo ed operiamo si à spostato ulteriormente più avanti, a confronto di questi pur preziosi contributi pionieristici.

Come rilevato dalle teorie del postindustriale e del postmoderno, siamo effettivamente nel bel mezzo di un passaggio d'epoca. Soltanto che tale metamorfosi non ha propriamente il senso e la prospettiva che queste teorie hanno elaborato. Siamo transitati da un contesto socioculturale tradizionale ad un altro di nuova generazione: bioculturale in senso lato e biotecnologico in senso forte. L'evoluzione contemporanea del sistema socioculturale associa intimamente la componente sociale alla componente umana e a quella tecnologica (12). Tutte le fenomenologie e tutti gli eventi che avvengono a livello bioculturale si trasferiscono istantaneamente alla dimensione biotecnologica; e viceversa. La figura, per molti versi, inquietante del cyborg è una delle prime manifestazioni di questa nuova dialettica connessionale/reticolare.

La componente macchinica e tecnologica, dalla diffusione dei personal computers (anni '70) all'invenzione del Web (1989) fino alla conseguente esplosione di Internet (anni '90), non è più una protesi artificiale del corpo degli esseri umani; ma elemento intimo della loro intelligenza e del loro fare socio-culturale. A monte del tutto sta l'evidenza che vede ora come "forza produttiva" principale non più la materia e/o l'energia, bensì l'informazione connessionale.

Possiamo, quindi, dire: l'informazione connessionale è parte integrante del corpo degli umani. Più densamente ancora: l'evoluzione della specie passa oggi attraverso l'incorporazione al corpo umano del bit informazionale-comunicativo (13).

Recuperiamo a questo crinale di indagine, una antica sapienza critica: quella che ci fa consapevoli della fallacia della credenza scientista, secondo la quale la tecnologia sarebbe "inventata" per risolvere i problemi della società. Come ci ha ricordato, da ultimo, G. O. Longo, in ogni epoca la tecnologica trasforma a tal punto i tempi, i ritmi e le forme della società che non è possibile istituire alcun relazione comparativa nemmeno con il contesto storico-sociale precedente (14).

Tanto più è necessario il recupero/rinnovo di saperi critici, quanto più la disseminazione tentacolare del bit informazionale va inclinando verso l'avvento di una nuova e invasiva forma di dominio della tecnologia, configurantesi come razionalizzazione totale e totalitaria del mondo e che N. Postman ha pregnantemente definito tecnopolio (15). Questa nuova modalità di dittatura tecnologica va, per Postman, ben oltre la "normale" tecnocrazia, in quanto conduce alla scissione definitiva tra tecnica e valori etici, essendo plasmata da una razionalità di tipo performativo, per la quale contano solo i risultati di efficienza e giammai i mezzi/fini.

Ora, però, la critica puntuale della tecnocrazia e/o del tecnopolio non può convertirsi in rifiuto tout court della tecnologia. Non si dà alcun passaggio lineare tra tecnologia e tecnocrazia. Come già suggerivano Bacone e Marx: senso e uso della tecnica e/o delle macchine vanno annoverati tra i possibili filtri di selezione di una prospettiva di liberazione socio-umana. Polany, dal canto suo, ha apertamente riconosciuto che la tecnologia è (anche) l'architetto di un legame sociale organico (16). Per il suo tramite, tra l'altro, sono sempre passate l'invenzione e l'organizzazione di nuovi sistemi di trasmissione e comunicazione (anche dei saperi e dei poteri) e, quindi, di integrazione/esclusione sociale. Tutte queste possibilità stanno ad indicare, molto in concreto, come la tecnica non rechi scritto nel suo proprio codice genetico il destino tragico dell'autodissoluzione dell'umanità, diversamente da quanto contemplato dalle filosofie esistenzialiste, negazioniste e nichiliste nei primi e negli ultimi decenni del '900.

 

4) Poste queste premesse, possiamo spingere ancora più a fondo l'analisi, spostandola verso un crinale decisivo: la scrittura.

Grazie al contributo fornito dalle teorie della comunicazione, possiamo tranquillamente assumere la scrittura come una particolare tecnologia e/o un linguaggio tecnologico, subentrata con cesure "violente" all'oralità, essa stessa da ritenere una peculiare tecnologia della comunicazione (17). La scrittura, in quanto forma e tecnologia comunicativa specifica, è violazione dell'oralità e profonda alterazione del suo carattere affabulatorio, del suo profilo seduttivo e poetico. Da Platone in avanti (Fedro, LIX), non casualmente, essa è stata considerata una tecnologia esterna.

Le nuove tecnologie della comunicazione e/o i nuovi media elettronici approfondiscono questa esternalità; nello stesso tempo, però, la introiettano come non mai nel corpo e nella psiche dell'individuo e dell'organismo associato, fino a capovolgere gli assunti di McLuhan e della sua scuola: non è più il medium ad essere l'estensione del corpo umano; al contrario, è il corpo umano a divenire estensione del medium.

Gli esseri umani hanno profondamente interiorizzato tutte le forme di scrittura finora conosciute, al punto da stabilire con esse un rapporto intimo di possesso esclusivo. In questo modo, le hanno addomesticate e rese docili ai loro piaceri, voleri e poteri.

I media elettronici incuneano una linea di frattura: sono ora gli esseri umani ad appartenere alla scrittura. La scrittura elettronica ci cattura, sbalza e proietta in un'oltredimensione connessionale infinita, in cui gli intervalli temporali e le distanze spaziali vengono infranti e i soggetti si rilocalizzano e rideterminano.

La scrittura elettronica nasce da una cultura (e da una tecnologia) filemotoria e, in quanto tale, destruttura sia le culture verbomotorie (le culture orali) che le culture scrittomotorie (le culture scritte). Parimenti, con questa profonda opera di destrutturazione, essa getta le basi per il superamento definitivo della contrapposizione oralità/scrittura che abbiamo ereditato dalla tradizione.

Prendiamo l'ipertesto elettronico, per esempio. Esso si rivela uno straordinario mix di testo orale e testo scritto, testo audio e testo video, di immagine, suono parola e segno.

Grazie ai media elettronici, tutte le forme di comunicazione (parola, scrittura, suono, immagine ferma o in moto ecc.) possono essere digitalizzate e trasferite in un file, con una loro propria estensione e un loro proprio format. Ogni file, a sua volta, può trasmutarsi in un ipertesto, entro cui tutti i vari format convivono e colloquiano, definendo una struttura complessa di tipo metacomunicativo.

Pervenuti allo stadio della scrittura elettronica, è da ritenersi impossibile il recupero della incontaminatezza sorgiva dell'oralità e della scrittura. Ma questo non appare (più) un dramma; al contrario. Nelle forme della scrittura elettronica, si produce una forma nuova di oralità e una forma altrettanto nuova di scrittura. Mentre l'oralità primaria collideva con la scrittura alfabetizzata, ora l'oralità alfabetizzata (elettronicamente) e la scrittura ipertstestuale convivono nello stesso metaframe, si scambiano informazioni tra di loro: diventano, insomma, unità simbiotiche. Ed è la loro combinazione simbiotica a trasformarsi in una sorgente di informazioni e comunicazioni addizionali, più complesse, intelligibili ed evolute.

Se le tecnologie rivestono un caratterte di artificialità e l'artificialità ha costituito il regno e l'ambiente degli umani, dovendosi frapporre rimedio alla loro condizione di minorità rispetto alla natura e al mondo esterno, l'artificialità matura dei media elettronici, accanto ad effetti di incisiva desacralizzazione, può dispiegare processi di superamento delle antinomie culturali che hanno finora segregato gli umani nel recinto di un pensiero dimidiato e nelle prigioni di una esistenza storica alimentata dalle culture (verbomotorie e scrittomotorie) della scissione antagonizzante.

Le culture filemotorie che presiedono ai nuovi media possono essere la chiave di volta per una riconessione unitaria di tutte le facoltà ed esperienze umane, in quanto assegnano ad ognuna il suo spazio di espressione e lasciando che ognuna si contamini liberamente e plasticamente con l'altra. I media elettronici sono i più potenti mezzi di contaminazione tecno-culturale e socio-politica finora conosciuti e, forse, proprio in ciò risiede la loro cifra più autentica.  

Diversamente da quanto ancora rinveniamo in Ong, qui non è l'"oralità secondaria" (quella scaturente dal medium elettronico) a riconferire il senso di comunità scisso e frantumato dalla scrittura. Quel senso di comunità è irrimediabilmente perso, perché, con esso, si è estinta la comunità di riferimento.

Nemmeno è possibile recuperare il senso della comunità dal sapere collettivo ingenerato per partenogenesi dai medium elettronici (18). Una comunità, soprattutto nelle attuali condizioni epocali, non è la risultante spontanea della disseminazione sociale delle tecnologie; è, pur sempre, esistenza cooperativa di soggetti e di differenze che condividono mezzi, piani, fini, condotte, obiettivi, motivazioni e aspettative. Le comunità del cyberspazio e le intelligenze collettive non sono semplicemente date dall'esistenza e dalla frequentazione del cyberspazio; del cyberspazio e dell'intelligenza sociale costituiscono, anzi, una delle declinazioni e organizzazioni possibili, accanto a tutte le altre declinazioni/organizzazioni possibili.

È possibile stabilire e recuperare un rinnovato ed inedito senso di comunità solo istituendo nuove e inedite forme di comunità.

 

5) Dal problema della scrittura possiamo ora transitare a quello del linguaggio. C'è un intero filone di pensiero definibile in senso lato neo-operaista che fa della "svolta linguistica" la cifra del passaggio dal fordismo al post-fordismo (19). Ora, secondo una linea di interpretazione che si prolunga da A. Smith fino a Marx ed Engels, passando per il "giovane Hegel", il linguaggio si forma nel processo della divisione del lavoro (20). Invece, la linguistica (da Saussure a Chomsky e oltre) ha sempre ritenuto che il valore linguistico sia determinato non dal lavoro sociale, bensì dallo scambio. 

Lo prospettiva linguistica viene "aggredita" da F. Rossi-Landi che, negli anni '60, ha creativamente applicato l'analisi marxiana delle merci alla forma linguaggio (21). Operata la rottura del paradigma linguistico, però, Rossi-Landi preserva senza sostanziali discontinuità quello marxiano, del quale intende palesemente allargare l'ambito di applicazione.

Un percorso di deviazione dal paradigma marxiano, dall'interno di esso, viene tentato dall'approccio neo-operaista al linguaggio, tra il finire degli anni '80 e tutti i '90. Il centro dell'analisi rimane il lavoro sociale. Solo che ora il processo di accumulazione sociale, passando per il filtro delle teorie del postmoderno, viene letto come unità e sovrapposizione tra la dimensione della produzione e quella della comunicazione. Il processo di creazione del valore è qui specificamente postulato come incorporazione della comunicazione alla produzione e, a questo livello, viene recuperata la categoria marxiana di "general intellect". L'introflessione dei processi comunicativi in quelli produttivi segnerebbe il passaggio dal modulo sociale fordista a quello post-fordista, segnando la crisi irreversibile del lavoro vivo quale produttore di valore e costituendo, insieme, la premessa della "fuga" e dell'"esodo" dal lavoro salariato. Con tutta evidenza, il recupero della categoria marxiana di "general intellect" si accompagna alla ripresa dell'analisi negriana sulla "crisi di vigenza" della legge del valore (22).

Ma la sovrapposizione di produzione e comunicazione funge qui da elemento disvelatore di un ulteriore processo di ricomposizione: quello tra l'agire strumentale e l'agire comunicativo (23), separati e contrapposti dal modulo fordista e, viceversa, ora riconnessi dal postfordismo. Il fatto che ora la produzione avvenga a mezzo di comunicazione indica qui che il calcolo di razionalità monodirezionale dell'agire strumentale viene sospeso e messo in crisi dai polidirezionali mezzi/fini comunicativi: i mezzi di produzione diventano macchine linguistiche. A mezzo della comunicazione, insomma, è già nella produzione che si insedia il rapporto con il mercato, la domanda e il consumo. La produzione cessa di autoriferirsi al proprio stock di magazzino, ma comunica in tempo reale con la proliferazione delle variegate domande di consumo, su di esse modellandosi e organizzandosi. L'agire secondo un calcolo è scalzato dall'agire secondo fini comunicativi differenziati, segnati/segnalati dall'attività delle macchine linguistiche. Ecco, quindi, individuate le ragioni profonde che fanno definire:

  • il postfordsimo: come la società della comunicazione generalizzata;
  • il linguaggio: come materia prima del processo produttivo.

Poiché le assonanze con le teorie del postmoderno sono fin troppo evidenti e poiché esse vengono assunte come "l'ideologia italiana" degli anni '80 e '90, ecco come P. Virno postula la discriminante: "Anche il postmoderno parte da una constatazione lucida — ed è questo il suo merito —: viviamo nella società della comunicazione generalizzata. Solo che il postmoderno applica a questa situazione gli stessi miti che i liberali dell'Ottocento applicavano alla raffigurazione del mercato. I liberali dicevano che il mercato è l'Eden dei diritti, il reame dell'eguaglianza e del reciproco riconoscimento; il postmoderno analogamente sostiene che nella società della comunicazione generalizzata ognuno può sempre 'cambiare canale', ognuno può ritagliarsi uno spazio di inconfondibile espressione, che il pluralismo dei linguaggi, dei gerghi, dei dialetti, delle sottoculture è indefinitivamente autorizzato" (24).

Questa posizione assegna al linguaggio una consistenza ontologico-sociale. Vediamone il motivo: "… oggi processo produttivo materiale e linguaggio, o attività comunicativa, sono la stessa cosa. È questa identità tra lavoro salariato ed uso del linguaggio che ha come riverbero quella pluralità, e tutti i miti neoliberali che il postmoderno alimenta sul terreno della della pluralità dei giochi linguistici. Dietro il pluralismo comunicativo c'è quindi un nocciolo duro che consiste nel fatto che il linguaggio 'è stato messo al lavoro'. E che linguaggio e processo produttivo materiale giungano a coincidere è l'altra faccia della fuoriuscita dalla società del lavoro … : perché quando il linguaggio stesso è il modo con cui concretamente si lavora, niente più potrebbe essere realmente e propriamente lavoro" (25).

I maggiori punti deboli della posizione, nell'ordine, sembrano essere questi:

  • l'isomorfismo produzione postfordista/società;
  • la riduzione dei "processi materiali" di produzione ad attività linguistico-comunicativa (26);
  • la riduzione del linguaggio a tecnologia (del potere).

Diamo un primo sviluppo alla critica.

È nostro convincimento che la condizione contemporanea ruoti attorno a questi tre fulcri strategici:

  1. il momento produttivo, fondandosi sulla produzione/estorsione di senso e identità, si pone direttamente come fare poietico;
  2. i rapporti sociali si configurano come struttura metapoietica del capitale;
  3. la produzione di valore assume le sembianze della produzione di plusvalore poietico.
  4. Dobbiamo, pertanto, concludere che:

  5. si dà produzione di plusvalore, non soltanto nella sfera economica, ma in tutte le giunture dell'essere sociale, in tutte le manifestazioni di vita dell'individualità, dell'intersoggettività e della comunità (27).

Possiamo, ancora meglio, precisare: "È proprio nei domini rarefatti e mossi dell'interiorità e della comunicazione interumana che il plusvalore poietico tocca i vertici della sua condensazione estorsiva. Vi sono un plusvalore etico e un plusvalore simbolico, tanto per fare solo due esempi, che si cristallizzano come luoghi estremi della cattività a cui sono sottoposti i corpi e le anime. Plusvalore come estrazione ed estorsione di senso e di identità è molto di più di lavoro vivo congelato non pagato; assai di più di pluslavoro non retribuito. La poietica della produzione, assunti il senso e l'identità come nervature essenziali, scalza la produzione fondata sul lavoro vivo. Il fare poietico è ora direttamente in grado di riprodurre la vita degli esseri umani; non più le pure e semplici condizioni di riproduzione della forza-lavoro. Esso si qualifica per essere contrassegno diretto della manipolazione riproduttiva della natura di tutte le forme viventi, del patrimonio genetico degli esseri umani, dell'ordito simbolico e pulsionale della vita affettiva e sentimentale. A questo livello, l'azione e la produzione sono scalzate come determinazioni fondanti della mediazione sociale e storico-esistenziale, su cui per l'innanzi si erano date storia, società, associazione, statualità e politica. A questo snodo, tutte le deficienze nodali dei paradigmi della produzione e della riproduzione vengono al pettine e saltano in aria" (28).

L'approccio neo-operaista, purtroppo, rimane irretito nei paradigmi della produzione e della riproduzione, non riuscendo a porre in tema il salto dal "fare produttivo" al "fare poietico". Conseguentemente, il linguaggio viene esclusivamente posizionato come lavoro comunicativo e non già come poiesi. Lo schema marxiano di base (linguaggio = lavoro sociale) rimane pienamente in vigore, arricchito semplicemente da dimensioni linguistico-comunicative. Sohn-Rethel, con il pieno riconoscimento della dialettica forma merce/forma pensiero, si colloca su un orizzonte di ricerca più avanzato. Ancora: qui, invece che ad un "uso wittgensteiniano di Marx" (certamente, più stimolante e produttivo), assistiamo ad un "uso marxiano di Wittgenstein" che riprende lo spirito (ma non le indicazioni teoriche) della proposta formulata alcuni decenni fa da F. Rossi-Landi (29).

Come l'intera società non è riducibile ai moduli di penetrazione e comando postfordisti (nessuna società quale "forma" è riducibile ad un "modo del produrre"), così il linguaggio non è circoscrivibile alla funzione di "materia prima" del processo di produzione.

La prospettiva di ricerca delineata da Wittgenstein nelle Ricerche filosofiche chiarisce, una volta per tutte, che il linguaggio è una forma di vita che dà luogo a giochi impredicibili e continuamente rinnovantisi. Il linguaggio non è, insomma "materia prima" di alcunché, se non di sé. Con un'apparente tautologia, possiamo dire: il linguaggio è (solo) materia prima di giochi linguistici. Esso, dunque, ci pone continuamente in faccia al differente, al nuovo e al vario: lo stesso medesimo viene qui continuamente riposizionato, rinominato e ridefinito senza posa.

Ma non basta ancora. Il surplus significazionale di cui il linguaggio è costitutivamente dotato, in quanto "forma di vita" tra le "forme della vita", non ci pone semplicemente in dialogo col diverso e le continue mutazioni di senso del medesimo; bensì ci conduce all'intimo colloquio con le assenze altrimenti inesperibili ed inesprimibili dell'indicibile. È già il Wittgentein del Tractatus che situa il linguaggio in faccia all'indicibile e all'inesprimibile, come ben coglie la grande Ingeborg Bachmann (30).

Grazie a Wittgenstein, sappiamo che il mondo non si lascia rinchiudere nel linguaggio e che il linguaggio non rimpiazza i mondi della vita. È tanto possibile uscire fuori dal linguaggio che racchiude e rappresenta il mondo che saltare fuori dal mondo che trova posto nel linguaggio. Ma uscire fuori dal mondo ospitato provvisoriamente dal linguaggio vuole dire proprio essere posti all'ascolto e al contatto dell'indicibile; meglio ancora: significa incontrarlo. E possiamo farlo, perché è spezzata, in via definitiva, la catena di asservimento logica/linguaggio/mondo.

Le macchine linguistiche postfordiste non possono impedire la fuoriuscita dal mondo sottoposto a critica, esattamente perché non possono rinchiudere il mondo umano-sociale nei loro codici e nel loro senso. E non possono rinchiuderlo, per due essenziali ordini di ragioni:

  • perché le costellazioni di senso degli affetti, dei sentimenti e delle passioni rimangono precluse alla grammatica del linguaggio postfordista;
  • perché il "lavoro sociale" sempre meno si caratterizza come linguaggio (comunicativo) e sempre più come conoscenza e creazione di senso/identità.

Sono, per l'appunto, questi due ordini di ragioni a segnare l'attuale impasse del postfordismo. Diversamente da quanto rinveniamo nell'aproccio neo-operaista, qui celebriamo il tramonto irreversibile del postfordismo; non già i suoi splendori. Proprio per la rachiticità poietica delle sue strutture portanti, il postfordismo è una forma sociale transeunte, in rapida via di esaurimento e superamento.

Dalla/sulla crisi del postfordismo, purtroppo ancora scarsamente tematizzata, stanno emergendo nuove forme di organizzazione autoritativa della società e strategie di regolazione e controllo sociale più pervasive e intrusive. È in pieno svolgersi sotto i nostri occhi, su scala planetaria, il farsi e fissarsi di un una nuova galassia di rapporti tra struttura metapoietica del capitale e forme di potere insieme reticolari e gerarchizzanti, secondo un nesso di complementarità che non assegna alcuna gerarchia fissa né al 'politico', né all'economico e né al socio-culturale.

Non è possibile districare questa aggrovigliata matassa, se non passando preliminarmente per l'analisi ravvicinata della questione: "valore della conoscenza"/"creazione del valore" oggi. Le teorie del postindustriale, del postmoderno e del postfordismo vengono meno a questo compito. Da qui la necessità della ricerca di chiavi di lettura più mature.

 

6) Sia le teorie del postindustriale che del postmoderno e del postfordismo concordano nel riconoscere una dimensione cognitiva all'agire produttivo. Tutte assegnano alla conoscenza un ruolo valorizzante fondamentale nelle attuali "formazioni sociali". Tuttavia, a nostro avviso, esse non risolvono soddisfacentemente il carico dei problemi che la questione implica.

Pur presentando fra di loro alcune non secondarie divergenze, finiscono col ricondurre il processo di produzione della conoscenza entro l'ambito del sistema di impresa. Sicché la conoscenza si trova ad essere appiattita come una variabile endogena del sistema sociale di produzione, pur rimanendo allocata fisicamente fuori dall'impresa. Il processo di apprendimento che si colloca a monte della conoscenza acquisisce, così, una valenza che rimane eminentemente economica.

Cogliamo qui una prima serie di contraddizioni.

Intanto, il processo di apprendimento può anche darsi senza produzione di conoscenza nuova, in una semplice iterazione seriale del conosciuto dato; come, al contrario, l'acquisizione di nuova conoscenza può avvenire anche al di fuori dei canali dell'apprendimento, ma a mezzo di compravendita e imitazione.

Inoltre, la funzione di "Ricerca & Sviluppo" di impresa non sempre è attestata mediamente ai livelli alti dei sistemi di elaborazione cognitiva; anzi.

Il rapporto, in termini di generazione di valore, tra apprendimento e conoscenza è alquanto controverso; e lo è soprattutto a livello di impresa. Diventa sempre più problematico stabilire, seppur in via di approssimazione, il valore economico della conoscenza e dell'apprendimento. Ciò è la spia flagrante di come l'economia sia sprovvista di una adeguata teoria della conoscenza (31); anche per questo, essa cerca di ricondurre riduttivamente le dinamiche della conoscenza alle curve dei rendimenti aziendali.

Ora, la conoscenza ha valore soltanto se il suo valore cresce ed è esteso dall'apprendimento (32). Anzi, nelle attuali condizioni storico-sociali, possiamo affermare: la conoscenza in tanto ha valore, in quanto più lo accresce nel tempo ed estende nello spazio. Da qui l'esigenza impellente di "produrre" e rigenerare, di continuo, processi di socializzazione della conoscenza, rompendo la "gabbia d'acciaio" del sistema di impresa e dei vincoli del mercato.

La conoscenza richiede a monte processi di interpretazione; mentre a valle esige processi di socializzazione. In tutte e due le situazioni, viene fatta domanda di relazioni di fiducia, di condivisione e di cooperazione che mal si adattano all'architettura che ha finora regolato i suoi processi di produzione, imperniati come sono stati su gerarchia di impresa e razionalità di mercato (33). La conoscenza, in altri termini, richiede lo sviluppo di circuiti sociali cognitivi aperti che non siano soffocati dalle spirali avvolgenti del mercato e dalle angustie dell'impresa.

La conoscenza, allora, non è soltanto una risorsa distribuita, ma anche una risorsa prodotta (34). Il che ci fa dire: il circuito cognitivo si estende dalla produzione alla distribuzione, oltre le rigidità di impresa e di mercato. Esiste un vero e proprio ciclo cognitivo, su cui si basa la produzione/distribuzione della conoscenza e attraverso cui oggi passa la creazione del valore. Specifichiamo qui, per inciso, che la critica dei vigenti processi di conoscenza vale, per noi, come consustanziale individuazione dei punti critici negativi del postfordismo e delle ragioni che lo hanno rapidamente reso obsoleto.

Diversamente dalla razionalità di impresa e dalle rappresentazioni sociali a cui mette capo il mercato, il ciclo cognitivo è costruzione di creatività umana; meglio: condivisione di creatività umana costruita. Qui i problemi (non solo cognitivi e organizzativi) sono sempre affrontati al loro livello di massima complessità, senza mai essere ridotti a problemi di efficienza. Il ciclo cognitivo, in questo senso, ha un principio e non ammette mai un termine: la medesima soluzione di problemi ne ingenera costantemente altri, non di rado di rango superiore. Gli standards di razionalità e performatività del mercato e dell'impresa saltano del tutto. Il "valore della conoscenza" conferisce valore alla complessità cognitiva. E lo fa per il buon motivo che riposiziona e squarcia il cristallo delle conoscenze standardizzate. Il postfordismo è, sì, stato la completa destandardizzazione della produzione; ma ha mancato di destandardizzare le conoscenze, limitandosi al semplice decentramento connessionale dei processi decisionali. Il suo tallone d'Achille, cioè, è stato e sta nella sussunzione del ciclo cognitivo all'interno del ciclo decisionale.

Qui tocchiamo con mano uno dei limiti più rilevanti delle teorie del postfordismo. La complessità cognitiva mette in crisi il postfordismo, proprio perché essa non è sussumibile all'interno dei processi decisionali. Lo potrebbe in un unico caso. Questo: che la scienza fosse direttamente forza produttiva, senza il bisogno di ricorrere ad alcuna mediazione sociale. Ma così non è. La scienza ha bisogno di mediazioni cognitive che la interpretino, ritraducano e riconnettino ai contesti sociali organizzati in cui si dà la produzione di valore. A questa funzione cardine risponde il ciclo cognitivo. Diversamente da quanto sostenuto dal paradigma postfordista, il "general intellect", di per sé, non è forza produttiva; ma lo diviene, attraverso le concatenazioni di conoscenza prodotta e conoscenza applicata ingenerate nel ciclo cognitivo che, a questo titolo, produce delle vere e proprie organizzazioni e figure sociali, formali ed informali. Qui il ciclo cognitivo fornisce, sì, l'informazione sui contesti (35); ma, con tutta evidenza, non si limita ad erogare prestazioni di pura e semplice informazione.

Per essere ancora più precisi: il ciclo cognitivo è il luogo deputato alla produzione della conoscenza-informazione, attraverso la quale la scienza è connessa ai contesti in cui avviene la produzione di valore. Perciò, diciamo che l'informazione connessionale, non già la scienza, è la forza produttiva dell'epoca che stiamo vivendo. Ed è proprio la concatenazione conoscenza-informazione-scienza-riproduzione sociale ad essere l'ambito della creazione del plusvalore poietico. Il ciclo cognitivo funge da cerniera fra scienza, riproduzione sociale e creazione di valore. Esso integra al suo interno funzioni mentali, cerebrali, affettive, emotive e passionali e tutte quante le spende e le canalizza nella creazione di valore.

Il ciclo cognitivo diviene la confluenza in cui intelligenza razionale ed intelligenza emotiva si incrociano. Qui, a questa altezza, tutte le dicotomie classiche tra il biologico e lo psico-mentale, tra l'etico e l'estetico, tra il corpo e l'anima ecc. crollano. Il sistema di riproduzione bio-psichica non è più disgiunto dal sistema di riproduzione bio-culturale e bio-tecnologica. Nel ciclo cognitivo tutte quante queste dimensioni ora si interconnettono e "contagiano" reciprocamente. L'intelligenza sociale — il marxiano "general intellect" — ora altro non è che incastro in continuo rifacimento di intelligenza emotiva e intelligenza razionale, così come si vanno storicamente ricombinando all'interno del ciclo cognitivo.

Del resto, le emozioni stesse vanno ritenute capaci di grandi orchestrazioni mentali, artefici di complesse operazioni cognitive e, a questo titolo, vanno considerate una sorgente preziosa e ineliminabile del pensiero creativo (36). Anche per questo, in un editoriale precedente, abbiamo posto al centro dell'attenzione l'esigenza di conferire "sguardo" e "cuore" alla critica.

  (luglio 2000)