Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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Focus on line, n. 3, maggio-giugno 2000
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

ESSERE NELLA TRANSIZIONE.

REINVENTARE LE CULTURE DELLE SINISTRE

di Antonio Chiocchi

1) La passerella delle sigle politiche, a cui stiamo assistendo in questi ultimi 5-6 anni, in aperta e flagrante smentita dei progetti di semplificazione politica che hanno accompagnato la balbettante transizione italiana dal proporzionale al maggioritario, non è un fatto nuovo nella storia politica dell'Occidente moderno e contemporaneo (1) . Ma, forse, più di altre volte è indicativa di un vuoto culturale e categoriale che regredisce alla forma archetipica della crisi del lessico politico, la cui semantica sembra essere afferrata dal demone dell'insensatezza.

La presenza operosa di questo vuoto categoriale deve, però, indurre ad attente riflessioni. Il fenomeno è di ampia portata, percorso da dinamiche di sostrato strutturali e gravido di implicazioni rilevanti. Non possiamo spiegarlo con la confusione e il corto raggio delle idee e dei progetti che caratterizzano lo sterile e litigioso dibattito della scena politica italiana. Nemmeno possiamo liquidarlo come un "tradimento" di sacri e antichi principi. Tantomeno, circoscriverlo alle linee perimetrali dell'opportunismo e del trasformismo politico.

Esso è, più propriamente, carenza di inedito, a cui tentano di porre rimedio - sotto tutte le latitudini - nuovismi declinati al riparo dei conformismi ideologici di tradizioni culturali ormai in crisi. In cima alla lista degli anacronismi culturali vanno inseriti il liberalismo e/o il liberismo, nondimeno assurti a ordine simbolico/culturale del mondo, dopo l'ennesima crisi del marxismo e il "crollo del comunismo".

L'evento che rimane da prendere seriamente in considerazione pare un altro. Come sempre, di fronte ad un vuoto culturale e politico epocale, prende avvio un processo di reinvenzione categoriale. Questo processo è in atto a scala mondiale, perlomeno a far data dalla "controrivoluzione reaganiana" degli anni '80.

Che le categorie finora elaborate siano di basso livello e che le culture politiche assunte come referente costruttivo siano, per lo più, ammiccamenti e/o prolungamenti distorsivi di molte delle vecchie costituisce un dato che non attenua la portata di questo processo; anzi, lo rende acre e doloroso. La produzione di nuovismi categoriali, anziché dell'inedito è, allo stato (e non soltanto in Italia), la forma dominante attraverso cui la transizione culturale sta passando. È probabile che tale forma rimanga dominante per una lunga fase storica; ma non è certo, in assoluto. Molto dipende dalle capacità autopropulsive e di rinnovamento insite nella forma e dal conflitto culturale che intorno ad essa si consumerà (o non consumerà).

Intorno all'inedito culturale si gioca la scommessa del ripensamento della politica da sinistra. Qui, del pari, stanno tutti i passaggi politici, per ripensare le sinistre. Reinventare le proprie culture: ecco la sfida che l'epoca lancia alle sinistre.

Ogni epoca di transizione ha lanciato - e lancia - questa sfida. Chi se ne rivela all'altezza, meglio abita e percorre la transizione: diviene abitante del suo tempo, nel mentre stesso si slancia verso il futuro e porta con sé il proprio passato, rivisto, ripensato e rivissuto.

Prendiamo, per esempio, il trionfo del capitalismo, estesosi nella seconda metà del XIX secolo dall'Inghilterra vittoriana a tutto il resto del mondo e che K. Polany ha pregnantemente designato come "grande trasformazione" (2). Esso, in gran parte, si è retto sulla invenzione culturale del mercato libero, elevatosi a spazio metasimbolico per eccellenza.

Prendiamo, ancora, l'epoca attuale. Essa, per parte cospicua, si regge sulla invenzione culturale della globalizzazione che, ancor più del mercato libero, si presta alle ingegnerie sociali postulanti la creazione di una civiltà planetaria, avente un'omogenea e compatta scala valoriale-culturale di riferimento (3).

Del resto, è stato sostenuto, non senza fondamento, che le nazioni medesime prima sono immaginate e dopo costruite e trasformate (3bis).

Nel presente, in barba al pensiero post-moderno e alla crisi conclamata delle ideologie e delle narrazioni (grandi e piccole), perfino nel quotidiano più banale, siamo rinserrati nelle gabbie simboliche della mitopoietica della globalizzazione, una metanarrazione che non ha eguali rispetto al passato.

Il "mercato libero" e la "globalizzazione", ovviamente, non sono semplicemente delle invenzioni culturali; sono anche (qualcuno dirà: soprattutto) processi storico-sociali di portata eccezionale. Il punto in questione è un altro: così come si sono imposti - e si stanno imponendo - sono soprattutto dei costrutti culturali, stratificati e diffusi da codici semantici sempre più invasivi e scardinanti. In altri termini, non rappresentano la dirompenza sorgiva del moto storico; piuttosto, costituiscono il punto intermedio di incastro mutevole di soggetti/oggetti della più svariata natura e composizione.

Diversamente da quanto postulato dall'imperativo causalistico e deterministico (di ascendenza sia razionalistico-illuministica che idealistico-storicistica), quella vincente non era - e non è - l'unica delle storie possibili. Parimenti, quella che ci viene oggi offerta dal media system non è l'unica chance a disposizione dell'umanità sociale.

Pochi accadimenti sono così insufficientemente autoreferenziali e neutrali come la storia che non emerge come una trama preordinata, procedente secondo un disegno finalistico di progresso sociale cumulativo e/o redenzione salvifica. Essa è, per antonomasia, il terreno elettivo dell'irruzione del discontinuo, dell'imponderabile e del caos. Il suo repertorio ammette sempre un campo aperto di possibilità, le quali dipendono tanto dalle "correnti profonde" che dalla contingenza; tanto dall'incontro che dallo scontro tra attori conflittuali e tra fattori disomogenei, in un gioco continuamente ridefinito e dall'esito impredicibile.

Contrariamente agli archetipi e stereotipi del dispotismo ingenuo di marca illuministica (e neo-illuministica), la storia non è il teatro razionale del senso; spesso, anzi, è apertamente insensata e crudele. Territorio dell'insensato e del crudele è stato, soprattutto, il teatro storico del XX secolo, contaminato dal male estremo di Auschwitz e del Gulag, con cui è stato indelebilmente marchiato a lutto il futuro entro cui non ancora dimoriamo. Dopo Auschwitz, un interrogativo tremendo riempie di sé le più intime pieghe dell'esistenza degli umani: "la storia è il male?".

La transizione culturale che stiamo vivendo si colloca entro il teatro storico del XX secolo, di cui è l'erede. In che termini se ne distaccherà? In che termini, metabolizzerà il silenzio ed il male di Auschwitz e del Gulag? Sarà capace di restituire la parola viva agli umani e agli organismi associati? Sarà capace di "riprendere la parola"?

Una volta di più, decisiva pare l'elaborazione dell'inedito culturale. Determinante soprattutto per le sinistre.

Se questo banco di prova saprà mutarsi in un laboratorio itinerante, prenderà finalmente avvio una metamorfosi non ulteriormente rinviabile: il passaggio dalla sinistra alle sinistre. Il transito implica la presa di congedo definitiva, irreversibile e senza rimpianto alcuno, dai metalinguaggi universali, per mettersi all'ascolto degli infiniti linguaggi delle forme della vita e del sociale.

Non si tratta di "rifondare" la sinistra e nemmeno di "fondare" una "sinistra pluralistica". Qui il problema è: mettere in dialogo tutte le sinistre che vivono la transizione culturale.

È questione non tanto di produrre un "movimento di idee", quanto di porre in comunicazione le forme sociali della transizione culturale con la soggettualità multiversa che trasuda dal sociale. Quella soggettualità che non solo e non tanto patisce gli ordini simbolici, culturali e politici dati, quanto e soprattutto già sperimenta e allude a forme di socialità e liberazione dislocanti una più matura libertà.

Le sinistre nascono, vivono e proliferano in tale intercomunicazione. In essa si riproducono e si ridefiniscono le nuove forme e i nuovi soggetti multiversi del conflitto.

Lungo e dentro le nuove frontiere del sociale stanno i futuribili della società. Là v'è l'urgenza dell'insediamento delle sinistre, perché già lì sono in opera i soggetti multipli del conflitto e della libertà.

Affinché un siffatto processo di insediamento delle sinistre avvenga, è necessario che esse si pongano all'altezza di una triplice e simultanea arena di significati fortemente correlati.

1. L'arena cognitiva-produttiva:

a) agire comunicazione, facendo produzione;

b) agire produzione, facendo comunicazione.

2. L'arena socio-culturale:

a) fare società, facendo cultura;

b) fare cultura, facendo società.

3. L'arena cooperativa-socializzante:

a) agire come produttori di sapere cooperativo evoluto, fungendo quale anello intermedio di socializzazione;

b) agire come distributori di socializzazione evoluta, fungendo quale anello intermedio di sapere cooperativo.

L'arena specificamente politica in cui si colloca l'agire politico delle sinistre deve essere capace di fare intersezione e mediazione con le arene di significato descritte, consentendo il passaggio dalle reti cognitive della socievolezza comunicativa al conseguimento di obiettivi sociali condivisi. A questo livello, è possibile il potenziamento dello spazio pubblico della discussione politica e della dialogica sociale.

Inverate tali condizioni, lo spazio pubblico si caratterizza come:

a) l'attraversamento delle fratture spazio-temporali e socio-culturali tra le differenze;

b) la messa in dialogo delle conoscenze e identità remote nella prossimità cooperativa;

c) la determinazione di nuove identità collettive e la rielaborazione di quelle individuali.

 

2) Creare linguaggi è creare mondi, diceva Wittgenstein (4). Nessun mondo nuovo, senza un nuovo linguaggio, aggiungeva la grande Ingeborg Bachmann (5).

Ma tutto questo non basta ancora. Occorre mettere tra di loro in comunicazione linguaggi e mondi.

L'elaborazione dell'inedito culturale, per le sinistre di cui stiamo parlando, si muove (appunto) tra i nuovi linguaggi del mondo e i linguaggi nei nuovi mondi.

In quanto multiverso cognitivo e pratica di saperi diffusi, l'arena dei significati e quella politica che abbiamo provveduto a tratteggiare si situano oltre la classica divisione di funzioni, di qualità e di status tra cultura umanistica, cultura scientifica e cultura di massa; rompono, perfino, le tradizionali barriere tra cultura e politica. Nell'atto stesso del loro posizionarsi, apprestano una delle possibili linee di evasione dalla tragedia della cultura moderna che E. Morin ha pregnantemente definito tragedia della riflessione (6). La tragicità risiede qui nella progressiva espulsione della riflessività:

a) dalla cultura scientifica, ridotta a glaciali asserti logico-matematici;

b) dalla cultura di massa, ridotta a rumore;

c) dalla cultura umanistica, degradata a impotente erudizione.

L'accumulo proliferante delle informazioni nelle banche dati elettroniche si presta a fungere quale fattore di espropriazione al genere umano del sapere e delle conoscenze, inaugurando - come già diceva Morin - un nuovo tipo di ignoranza: l'ignoranza per accumulo di conoscenze. Cultura e sapere divengono, così, una terra di nessuno. Così li sorprendono e li attraversano i nuovi soggetti multipli del conflitto, definitivamente sottratti all'angustia e all'anacronismo delle figure della singolarità industrialista e post-industrialista.

Conoscenze e saperi, mediante pratiche storicamente e culturalmente determinate, divengono immediatamente fruibili, manipolabili e rielaborabili da un numero potenzialmente illimitato di soggetti cooperanti, tanto nello spazio/tempo reale che in quello virtuale. Le terre di nessuno delle culture e dei saperi vengono ora abitate e animate dal valicamento della distanza spaziale e dal percorrimento del tempo differito operati dai nuovi soggetti multipli, grazie alla extraterritorialità cognitiva e alla trasversalità culturale che li caratterizza.

Non possiamo limitarci a fare i conti con la poliarchia dei valori di una società secolarizzata, complessa, differenziata e globalizzata. Il policulturalismo e l'interculturalismo di impronta (neo)illuministica si consegnano ancora nelle mani del tiranno che pure contestano: il primato delle forme calcolanti ed escludenti sull'infinita varietà del vivente umano e non umano.

Non è il caso di riscrivere un mero elogio della tolleranza e nemmeno l'apologia della convivenza fra diversi. In tempi storici caratterizzati da una ferina selezione sociale delle specie socio-umane "superiori" e dalla eliminazione per fame, povertà o guerra di quelle "inferiori", non il politeismo dei valori e delle culture, ma la trasversalità culturale è la salvezza.

Policulturalismo e interculturalismo hanno un profilo contraddittorio, come il Giano bifronte:

a) fluidificano i messaggi, i segni, i simboli e le informazioni tra culture diverse;

b) accentuano le pulsioni interne ad ogni cultura di difendere il loro proprio statuto originario, contro ogni contaminazione esterna.

Nella "società planetaria", pensare di preservare l'incontaminatezza della propria singolarità identitaria è insensato, prima ancora che fattualmente impossibile. Accanto all'altra nessuna identità può conservarsi in pace: prima o poi, o aggredisce o è aggredita; solo nell'amalgama e contaminazione delle identità sta la via d'uscita pacifica e, insieme, trasgressiva.

Nella comunicazione policulturale e interculturale l'agire comunicativo è costretto a convivere con l'agire emarginativo. Dalla comunicazione, del resto, sono inestirpabili le pulsioni contro l'Altro; solo nella situazione della trasversalità culturale l'Altro non è più minacciato. È qui che il motto di Rimbaud: "Io è un Altro" (7), diviene realtà storico-esistenziale inconfutabile e non più soltanto moto poetico e slancio dell'anima .

 

3) La società dell'informazione e della comunicazione ha precipitato in crisi irreversibile il fare produttivo, scalzato e sostituito dal fare poietico che ha nella creazione e comunicazione di senso e identità la sua proprietà perspicua.

Nelle nuove condizioni storiche, il lavoro sociale non è semplicemente caratterizzabile come lavoro cognitivo e comunicativo; ma più propriamente come creazione/comunicazione allargata di senso e di identità.

La singolarità e centralità delle antiche forme e figure produttive si dissolve: le forme e le figure produttive sono ora une e molteplici. In ogni forma del produrre e riprodurre sociale si insediano le forme del comunicare. In ogni forma del comunicare alloggiano le figure e le forme del senso. I soggetti della produzione sono contemporaneamente soggetti della comunicazione, del senso e dell'identità: unicità e molteplicità nello stesso tempo.

L'unicità è data dall'impiego attivo dei nuovi saperi e delle nuove conoscenze implicate dalle nuove tecnologie telematiche; la molteplicità sta nell'evidenza che queste nuove forme e figure produttive si scompongono e ricompongono in una pluralità di soggetti. Niente più della creazione e comunicazione di senso e identità reca il contrassegno della pluralità. Al punto che ogni singola unità/figura è sede di una molteplicità di funzioni cognitive, conoscitive e tecniche. Non solo non è più possibile pensare ad una unità/figura in maniera autonoma e/o dissociata dalle altre; ma, perfino, ogni singola unità/figura è segmentata e connotata da una molteplicità di variabili culturali, tecniche e conoscitive.

Le nuove figure e forme produttive contestualizzano la compresenza di Uno e Molto, come la troviamo anticipata nella geniale "botanica morfologica" di Goethe (8).

Costruire e comunicare senso e identità divengono il centro di imputazione in cui si forma, cresce ed agisce un soggetto plurale cooperativo, il quale:

a) è titolare di una molteplicità di saperi e conoscenze;

b) condivide e comunica ad altri la molteplicità delle sue attribuzioni e funzioni cognitive e conoscitive;

c) aziona e traduce in prassi operativa e cooperativa linguaggi complessi, i cui codici squarciano e innovano le strutture dei saperi;

d) è architetto collettivo di funzioni conoscitive e cognitive multidimensionali che si confrontano e immergono in tutte le sfere delle attività umane.

Scompaiono le figure sintesi della produzione taylorista-fordista; si sviluppano le figure multiple. Soppiantati sono i linguaggi delle universalità rigide; si affermano i linguaggi delle differenze e delle trasversalità. Pluralità, molteplicità e multidimensionalità divengono i nuovi contrassegni dell'epoca.

Il soggetto plurale cooperativo, di cui abbiamo cominciato a parlare, è una delle punte di iceberg di questo profondo sommovimento culturale, sociale, tecnologico, organizzativo e comunicativo. L'ammasso eterogeneo di differenze in movimento perpetuo: questo il punto che l'analisi/intervento trova al suo primo impatto; ma questo anche il suo punto di arrivo. Da qui un duplice paradosso, non esente da venature tragiche:

a) quanto più le cose si avvicinano, tanto più si allontano;

b) quanto più le cose si allontanano, tanto più si avvicinano.

Non siamo ancora dotati degli attrezzi concettuali e culturali per abitare e analizzare questo terribile paradosso. Ma a questo "compito" siamo chiamati a rispondere.

(maggio 2000)