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L'ETERNO PREGIUDIZIO.
A PROPOSITO DI MOVIMENTI, VIOLENZA, BR E ALTRO

di Antonio Chiocchi

 

1. I due lati del problema

Come rispondendo ad un riflesso pavloviano, da anni, scattano regolarmente discussioni politiche aventi una chiara linea di svolgimento: "riscontrare" la connessione tra movimenti, violenza e terrorismo. Non diversa appare l'ultima polemica che, anzi, ha ampliato il suo raggio d'azione, postulando, addirittura, un rapporto di contiguità tra lotte sindacali e terrorismo. Una polemica che trova i suoi elementi  caratterizzanti:

a) nel particolare livore ideologico con cui le forze della maggioranza tentano di accreditare due teoremi politici generali in forma di equazioni stringenti: (i) conflitto sociale = violenza; (ii) violenza = terrorismo;

b) nello smaccato tentativo di ricompattare, col sostegno attivo del mass media system, la società politica contro i movimenti, con la speranza (neanche troppo celata) di marchiarli con lo stigma dell'estremismo violento e insensato.

Niente di molto nuovo sotto il sole, come si vede. Vecchi scenari e vecchi copioni ricomposti, però, da nuovi attori. Ma nuovi sono anche i contesti sociali. Nuove sono, soprattutto, le connotazioni culturali, politiche e simboliche della mobilitazione collettiva emersa ed affermatasi in questi ultimi anni. Non è, poi, detto che il gioco riuscito negli anni '60 e '70 sortisca anche oggi effetti positivi. Ma di questo si dirà più avanti. Ritorniamo a dipanare con ordine il discorso. 

Il carattere strumentale della polemica alimentata dal centrodestra è evidente e, altrettanto palesemente, ha un bersaglio ben circoscritto: provare a destabilizzare e delegittimare l'opposizione sociale, sotto l'impulso di motivazioni politiche organiche e a fronte della grave impasse attraversata dall'esecutivo. Che autorevoli esponenti del governo e delle forze di maggioranza arrivino ad accusare perfino il sindacato di "collusione col terrorismo", è un inequivocabile segno dei tempi e del degrado politico, culturale e sociale entro cui siamo avviluppati.

Eppure, questo dato, per così dire, contingente costituisce il lato meno spinoso della questione, essendo sufficientemente stagliati le cornici e lo sfondo della polemica politica in corso. Che una coalizione con aperti e forti contrassegni autoritari mal digerisca, già sul piano culturale, il conflitto sociale e politico non fa meraviglia. Anche se, ogni volta, continua a costituire motivo di stupore l'accanimento con cui le ideologie e le culture autoritarie che cementano le forze del centrodestra si aggrappano anche al più irrisorio degli appigli, per scatenarsi. 

Certo, la circostanza è sintomo dell'anacronismo intrinseco di queste culture e delle forze che le sostengono. Ma ciò fa problema, conducendoci a porre una domanda conseguenziale: come mai culture antiquate e internamente spossate riescono a dettare temi, tempi e modi della discussione pubblica, fino a diventare acuminati strumenti di viscerali battaglie politiche?

Le risposte che riconducono tutto alla personalità ed alla formazione personale dei leader del centrodestra non convincono e non spostano di una virgola i termini del problema. Sottostante rimane inevaso un interrogativo di fondo: perché questi leader hanno quelle culture? Interrogativo che conduce di filato ad un altro: perché sui movimenti degli anni '60 e '70 e sulla lotta armata le forze politiche, ancora oggi, si dividono e si fanno strumentalmente battaglia? Perché diversamente dalla Germania e dalla Francia, p. es., su questi temi non esiste ancora una cultura condivisa, ma unicamente una contrapposizione retrodatata che mima stancamente il copione cinque-seicentesco delle "guerre di religione"?

Gli interrogativi ci conducono a impattare il lato strutturale del problema, sepolto in un impenetrabile cono d'ombra proprio dalle polemiche strumentali della contingenza politica. Il dato di fondo è questo: la democrazia italiana non è mai riuscita a metabolizzare il conflitto culturale e sociale degli anni '60 e '70, divenendo, perciò, sempre più debole. Ha ricorsivamente mantenuto e rimodulato connotazioni anticonflittuali, incapace di tradurre coerentemente e rielaborare congruamente la domanda sociale e civico-politica in termini di innovazione politica e istituzionale. Il conflitto ed i suoi soggetti sono stati considerati solo e sempre degli avversari da sconfiggere con tutti i mezzi e tutte le armi, da P.zza Fontana in avanti. Le conquiste strappate dalle lotte sociali e politiche di quei decenni sono state considerate delle "concessioni a tempo", da rimangiarsi alle prime occasioni favorevoli; non già la tessitura di un nuovo e irreversibile reticolo di diritti democratici diffusi e partecipati. Da qui ha preso origine l'onda lunga che ha condotto all'attualità, senza che, sui temi in questione, siano state introdotte significative modifiche. Per i soggetti forti della debole democrazia italiana, l'insediamento neo-autoritario dell'esecutivo Berlusconi del 2001 ha rappresentato l'occasione esemplare, per fare tabula rasa di quanto rimasto in piedi di quelle lotte e di quei diritti, procedendo non solo al loro espianto storico, ma anche alla loro criminalizzazione politica definitiva. 

Se così stanno le cose, ieri e oggi, le responsabilità di questi esiti sconfortanti e palesemente distorsivi non vanno imputate soltanto alle forze di destra e di centro, ma anche a quelle di sinistra: oggi come ieri, riluttanti ad assegnare al conflitto sociale e culturale un ruolo nella definizione dell'assetto istituzionale e dell'agenda politica. Non si può non ricordare che le sinistre storiche italiane hanno costantemente teso a delegittimare culturalmente e criminalizzare politicamente la conflittualità sociale, da P.zza Statuto ai movimenti del '77.  

Alla contrarietà culturale del sistema politico al conflitto risalgono le strumentalizzazioni, a fini di supremazia politica, nelle interpretazioni storiche della lotta armata, dalla nascita delle Br al "caso Moro" e oltre. Strumentalizzazioni che, giova dirlo, non sono state prerogativa esclusiva della destra, ma anche patrimonio della sinistra. L'ipotesi dietrologico-cospirativa è stata organicamente e reiteratamente elaborata a sinistra; così come l'ipotesi delle contiguità sinistra/terrorismo, sindacato/terrorismo e movimenti/terrorismo è stata generata e rimessa a nuovo a destra.

Risulta quanto mai agevole comprendere come la pregiudiziale strutturale anti-conflitto abbia partorito e partorisca strumentalizzazioni cicliche, in fatto di analisi della lotta armata e dei movimenti. Il tono strumentale della discussione fa il paio con il profilo liquidazionista e superficiale dell'analisi che finisce col sovrapporre continuamente la lotta armata ai movimenti sociali e viceversa. Viene, così,  arbitrariamente costruita una relazione di coincidenza tra i due fenomeni che, in realtà, sono tra di loro polarmente distanti, già sul piano concettuale e, ancora più, su quello storico e politico. Il contingente oscura lo strutturale, per poi reinventarlo secondo le sue esigenze di comando e di lotta politica. Si trova abbarbicato a questo livello di profondità il "teorema dei teoremi", secondo cui il '68 sarebbe stata la "palestra del terrorismo" e i movimenti sarebbero stati e sono "il laboratorio sociale" dei terroristi. Certo, le forze del centrodestra si distinguono per coniugare in maniera ultrareazionaria questo "teorema"; occorre, però, riconoscere che le sinistre storiche ieri e il centrosinistra oggi non sono stati e non sono immuni dal suo virus letale.

Ora, l'incrociarsi continuo degli elementi contingenti con quelli strutturali alimenta l'eterno pregiudizio del sistema politico e mass-mediatico sulla presunta natura violenta dei movimenti e sulla parimenti presunta eterodirezione della lotta armata. Pregiudizio che si risolve in teorie cospirative e/o teorie onnicomprensive, a seconda degli obiettivi politici da conseguire e delle forze politiche in prima fila nell'innescare la polemica. Sia detto di passaggio: qui reperiamo in azione i sempiterni moduli indiziari e inquisitori delle culture dell'emergenza, a cui attingono a piene mani il mass media system e il sistema politico e secondo cui il sospetto è matrice di verità. Fino a che queste coordinate politiche e culturali prevarranno o permarranno semplicemente come residuo, la discussione pubblica su questi temi sarà viziata in radice e sarà impossibile elaborare opinioni condivise sull'argomento, oltre gli interessi di potere e di partito delle forze politiche di governo e di opposizione. 

A fronte del magma copiosamente distribuito dal pregiudizio, non è sperabile squarciare ultimativamente la tela delle falsità storiche, politiche e culturali su cui si reggono le strumentali analisi dei movimenti e le tendenziose interpretazioni della lotta armata. Questo, almeno, nel presente. Sulla lunga durata storica, il discorso può essere diverso. La parabola lunga della ricerca storica e politica può acquisire le marche caratteristiche che la grande Marguerite Yourcenar ha attribuito al tempo, inteso come un grande scultore (1). Sulla lunga durata, tutto può ritornare al suo proprio posto, là dove era stato scolpito; anche i falsi storici. Proprio per questo, è responsabilità etica e culturale, prima ancora che politica, testimoniare, elaborare e via via affinare un altro punto di vista, ben altrimenti rispettoso della verità storica. Un punto di vista critico-autocritico che, nella ricerca e nella difesa del vero, non tema di esporsi. 

Fatta questa doverosa premessa, passiamo ad approcciare i temi della discussione. Volendo esaminare i rapporti tra movimenti, violenza e Br, fa obbligo ricorrere a contestualizzazioni storiche puntuali, capaci di far risaltare le continuità e le discontinuità tra i periodi considerati, le differenze e le correlazioni tra i soggetti in causa (2).

Dobbiamo subito rilevare che le discrepanze di contesto e di senso tra i movimenti degli anni '60 e '70 e i movimenti sociali dell'attualità sono abissali. Per esigenze di sintesi, possiamo così schematizzare:

a) quelli degli anni '60 e, in generale, i movimenti del '68 possono essere definiti movimenti massa, caratterizzati da identità gruppuscolari ed equilibranti in cui si esprime la dialettica "movimenti verso identità";

b) quelli del ciclo 1974-76 possono essere identificati come nuovi movimenti sociali, caratterizzati da identità plurime in cui si esprime la dialettica "movimenti oltre il 'politico'"; 

c) i movimenti del '77 sono classificabili come movimenti pulviscolo, caratterizzati da identità atomizzate e squilibranti in cui viene alla luce la dialettica "identità oltre i movimenti";

d) quelli dell'attualità, a partire da Seattle nel 1999, si qualificano come movimenti planetari, caratterizzati dalla differenziazione dei progetti in cui si manifesta e comunica la dialettica della libertà delle differenze.

Conviene qui precisare che, quando parliamo di movimenti del '68 e, dunque, di movimenti massa, ci riferiamo a un prolungato e polivalente ciclo di lotte sociali (1962-1973) che: 

a) parte dalle tornate contrattuali dei metalmeccanici del '62 e '63 ed arriva all'autunno caldo del '69;

b) passa per l'insorgenza studentesca del '67-'68, le lotte per la casa e contro le istituzioni totali della fine degli anni '60 e l'inizio dei '70;

c) trabocca nelle mobilitazioni operaie del '71-'73.

Il progetto della lotta armata viene insediato dalle Br a cavallo degli anni '60 e '70; vale a dire, nella fase di maturazione finale dei movimenti massa. Raggiunge, ancora, il suo culmine nel 1978, con l'"operazione Moro"; vale a dire, nella fase in cui vanno declinando i movimenti pulviscolo. Muore, infine, sul finire degli anni '80 ("azione Ruffilli", aprile 1988); vale a dire, ben prima della formazione dei movimenti planetari. Ora, chiediamoci: quale, in sequenza, il rapporto tra la lotta armata e i movimenti massa, i nuovi movimenti sociali, i movimenti del '77 ed, infine, i movimenti planetari? 

Procediamo, seguendo un ordine cronologico-politico.

 

2. Gli anni '60, l'inizio dei '70, i movimenti e le Br

È innegabile che il "nucleo di fondazione" e molti dei quadri dirigenti e dei militanti delle Br provengano dal '68: questa provenienza non può essere sottaciuta. Nondimeno, non è politicamente e culturalmente legittimo e storicamente corretto derivare da ciò una sorta di isomorfismo tra '68 e lotta armata. Al contrario, il progetto di costituzione della lotta armata significa, per il "nucleo di fondazione" delle Br, l'uscita dal '68. Nel suo stesso costituirsi, il progetto della lotta armata si separa dai movimenti del '68: si concepisce e rappresenta come cesura, come discontinuità funzionale al superamento dei limiti del '68 e della crisi dei movimenti. Ciò appare chiaro fin da subito (3) e viene ribadito nelle memorie politiche proposte da alcuni dei più qualificati leader delle Br (4). Il progetto della lotta armata, per le Br, è la "presa d'atto" e, insieme, la certificazione dello stato di morte del '68.

Ma le cose stanno veramente così? Davvero, come argomentano le Br, la crisi dei movimenti del '68 ruota esclusivamente intorno alla mancata ricomposizione del 'politico' col 'militare'? Sul serio, come sostengono le Br, la questione irrisolta dal '68 è la "questione del potere"?

La realtà è assai diversa. Le Br, già all'atto del loro insediarsi, riducono la ricchezza tematica di quei movimenti alla questione del "potere politico". Nelle Br, l'ipotesi della rottura rivoluzionaria parte da un concetto retrodatato di rivoluzione: la rivoluzione politica attraverso il rovesciamento violento dello Stato borghese. Il meglio ed il prevalente dei movimenti del '68 è estraneo a queste costruzioni teoriche e alle pratiche corrispondenti. È tale estraneità che le Br interpretano come crisi. E, invece, la crisi dei movimenti del '68 sta altrove: (i) sul piano culturale: nella riproposizione di modelli universalistici; (ii) sul piano politico: nella sottovalutazione della "questione istituzionale". Come meglio vedremo in seguito.

Il campo culturale dei movimenti non viene affatto investigato dalle Br; ciò è comprensibile, altrimenti avrebbero dovuto revocare in dubbio gli strati culturali profondi su cui allignano le loro analisi ed i loro progetti. Ora, è proprio in questo campo che vanno ad annidarsi alcuni dei limiti sostanziali dei movimenti del '68. La contestazione di massa dell'autorità e di ogni forma di potere (in fabbrica, nella scuola, nella famiglia, nelle istituzioni chiuse, nel sociale e nella politica), costituisce il picco alto dell'esperienza del '68; nello stesso tempo, ne evidenzia spietatamente il limite. La contestazione della cultura e dell'autorità dà, infatti, luogo a neomodelli culturali: la controcultura e la controautorità. Ed è qui che il '68 implode. Si affermano neomodelli culturali, di cui la "rivoluzione culturale" costituisce la forma estrema e, insieme, la costante posta a base dell'agire. Senonché la critica della cultura a mezzo della cultura non tollera altri modelli, al di fuori di quelli rappresentati dalla e nella "rivoluzione culturale". Ne discende che tutto deve sottostare alle regole rivoluzionarie, all'infuori della "rivoluzione culturale". Col che i neomodelli culturali rivoluzionari si ipostatizzano e divengono nuovi dogmi. La "rivoluzione culturale", insomma, diviene l'ultima (e dunque: l'unica) rivoluzione necessaria e possibile. Il '68 entra in crisi, perché non riesce a liberare in forme perspicue la sua ricchezza e la sua multiformità. Esattamente il contrario di quanto sostenuto dalle Br.

Sul piano più strettamente politico, va rilevato che i movimenti del '68 sono la causa scatenante della crisi di tutti i modelli di rappresentanza allora invalsi: da quelli politici a quelli sindacali. Il monopolio della rappresentanza, incardinato politicamente sul sistema dei partiti e socialmente sulle organizzazioni sindacali, cola a picco: tutti gli attori politici e sociali che, fino ad allora, hanno mediato e fluidificato la domanda sociale sono spiazzati da una massa di richieste, aspettative e comportamenti che lacerano le maglie fin troppo strette del reticolo istituzionale. Ebbene, del biennio '68-69 sono due i fenomeni politici che le Br assolutamente non comprendono: (i) la "crisi della rappresentanza"; (ii) la fine del "monopolio politico" della società (5). Fenomeni, questi, che pongono ai movimenti, come ben colto da P. Farneti, il tema urgente delle istituzioni. È la "questione delle istituzioni", non già quella del potere, il nodo politico irrisolto dei movimenti del '68 e del '77. Il mancato scioglimento del nodo impedisce che la crisi del monopolio della politica sulla società riverbi effetti positivi e liberatori sulla società civile. Il fatto che la mobilitazione collettiva non si ponga il tema della costruzione di istituzioni più democratiche indebolisce la società civile, perché la lascia in pasto ad un sistema politico, ormai, autoreferenziale che si difende, autoriproducendo e dilatando tutti i suoi limiti e i suoi vizi, con tutti i mezzi leciti e non leciti: "Questa ambivalenza e questa ambiguità originarie segnano molte sconfitte dei movimenti degli anni Settanta, fino alla loro crisi definitiva" (6)

I movimenti del '68 hanno anche esercitato una "violenza di massa". Non solo nel senso negativo della coazione, ma anche in quello positivo dello smascheramento, mettendo sottosopra gli equilibri politici e culturali esistenti e disvelando impietosamente i limiti sostanziali della democrazia italiana. Hanno agitato e praticato diritti egualitari, comunicato aspirazioni e bisogni di vita umanamente e socialmente più ricchi. Sono andati incontro ad ostilità culturali e repressioni politiche. Le loro domande sensate si sono scontrate con risposte violente: dalla "strategia della tensione" alla "pratica stragista" inaugurata da P.zza Fontana. La violenza di massa, a cui pure quei movimenti hanno fatto ricorso, nasce in questo contesto storico chiuso ed è, comunque, cosa qualitativamente diversa dal "terrorismo" e dalla lotta armata. Non è, poi, una coincidenza paradossale che contro i movimenti il sistema dei poteri dominanti applichi la "strategia stragista" e che proprio da "P.zza Fontana" le Br facciano discendere la necessità indifferibile della fondazione della lotta armata. Sin dal post-'68, i movimenti appaiono stretti nella morsa che vede ad un polo la pressione repressiva dello Stato democratico e all'altro la prassi destabilizzante dell'anti-Stato brigatista. Pagano, quindi, lo scotto tremendo dei loro limiti e l'azione congiunta dei poteri dominanti e degli aspiranti dominanti.

Il '68 non ha saputo andare compiutamente oltre il suo carattere gruppuscolare: la dialettica movimenti verso identità non riesce a coronarsi, per i limiti interni e le interdizioni esterne di cui sopra. Ciò appare particolarmente chiaro, se si seguono le sorti dell'operaio massa, la figura cardine delle lotte operaie tra il '69 ed il '71-73. L'ascesa ed il declino dell'operaio massa descrivono l'apogeo e la caduta delle lotte di fabbrica e la loro incapacità di stabilire dei "punti di non ritorno" nell'acquisizione sociale dei diritti operai. L'operaio massa è stato il dominus delle lotte di fabbrica e gli va riconosciuto l'enorme merito storico di aver conferito visibilità culturale e corposità politica ai diritti operai. Le lotte per aumenti salari eguali per tutti; per la riorganizzazione dell'ambiente di lavoro e contro la nocività; per il riconoscimento del diritto allo studio; per la riduzione dei tempi di lavoro e l'allungamento dei tempi di vita; per nuove forme di organizzazione dal basso; per i diritti sindacali; per il consolidamento dei diritti democratici in fabbrica ecc. hanno disegnato un nuovo orizzonte culturale e storico, facendo circolare in fabbrica e nella società un'aria di libertà contagiosa, in aperto dispregio dell'ordine plumbeo e soffocante dei tempi.  

E tuttavia, la composizione sociale delle lotte non assume un'impronta operaista. Anzi, sul territorio la lotta operaia non riesce a saldare i suoi conti. La città, con le sue voci e i suoi soggetti, rimane una frontiera sociale che non si lascia ridurre o ricondurre ai temi delle lotte operaie. L'operaio massa ha, ben presto, scoperto che la città fabbrica è poco più di un mito: una proiezione imperfetta; più che una realtà viva. Il sistema di fabbrica capitalistico non ha mai sussunto sotto di sé e per intero la società borghese, trasferendo il taylorismo-fordismo dalla catena di montaggio ai rapporti sociali e di dominio.  In un certo senso, l'ascesa ed il declino dell'operaio massa hanno segnato i pregi e limiti dell'operaismo teorico e militante della pur eccezionale esperienza dei "Quaderni Rossi". Il movimento di lotta operaia è, alla fine, rimasto chiuso alla germinazione e allo sviluppo delle nuove identità sociali. Sta scritta già qui la crisi dei gruppi di impostazione operaista. 

Spostandoci alle Br, dobbiamo rilevare come esse, nella fase del compimento delle lotte dell'operaio massa, abbiano assunto come loro referente storico-politico l'operaio specializzato. Una figura, questa, in via di superamento definitivo, ma perfettamente rispondente ai dettami di origine terzinternazionalista della loro teoria dell'organizzazione e della rivoluzione. Alla "centralità operaia" della teoria dell'organizzazione fa eco la "centralità dello Stato" nella teoria della rivoluzione; quando, invece, sia nella composizione di classe che nella geografia del dominio politico ogni "centralità" è già implosa/esplosa. Le società capitalistiche avanzate sono, ormai, sistemi policentrici complessi e, dunque, la composizione di classe non può che articolarsi secondo una molteplicità di centri molecolari. L'"assalto al cielo" non può estrinsecarsi come la bolscevica presa del "Palazzo d'inverno": il "potere centrale" è poco di più di una figura retorica e, in aggiunta, obsoleta. 

Il policentrismo della formazione sociale capitalistica e della composizione sociale delle lotte relega le Br ai margini dello scontro sociale e politico in atto nel paese, in una posizione residuale a difesa di programmi/valori sorpassati. Mentre il '68 è la risposta critica e, insieme, il prodotto conseguente della grande mutazione degli anni '60 (passaggio dalla "società industriale" alla "società post-industriale"), le Br ne sono l'eccedenza residua: il "vecchio" che sopravvive e che, reagendo al "nuovo", si assolutizza e sclerotizza, perdendo del tutto il contatto con il reale. Nell'universo sociale della differenziazione e della complessità, le Br rimangono i solitari paladini della centricità. 

Saltate fuori dai movimenti con chiari intenti palingenetici, escatologici ed egemonici, le Br restano, sì, nella composizione sociale delle lotte, ma come depositari pietrificati di architetture politiche e di  un immaginario culturale spazzati via dalla forza inarrestabile della grande mutazione in atto nelle società capitalistiche avanzate.  La residualità della loro posizione è ben espressa dalla carente consistenza organizzativa e dall'ininfluente ruolo politico che hanno contrassegnato la loro esperienza fino a tutta la prima metà degli anni '70. Il loro tentativo di sovrimprimere la cifra della conflittualità sociale secondo le logiche astraenti e furenti della "strategia della lotta armata per il comunismo" delinea una prospettiva politica in stridente attrito con l'orizzonte politico-culturale disegnato dai movimenti. Effettivamente, esse "scommettono sul futuro, puntando sul passato" (7)

Travasare d'autorità il mito infranto della "rivoluzione comunista" nella composizione sociale delle lotte col ricorso ai codici della guerra: questo, l'imperativo categorico delle Br. L'idealtipo dello statuto delle organizzazioni comuniste combattenti da esse modellato costituisce la riscrittura dell'impianto teorico-politico dei Soviet a mezzo della guerriglia, postulata quale fattore della ricomposizione del 'politico' col 'militare'. Le Br presumono, con ciò, di dare origine ad una nuova modellistica, accomiatandosi definitivamente dalle tradizionali teorie dell'organizzazione e della rivoluzione. In realtà, esse non riescono allora  - e non vi riusciranno dopo - ad emanciparsi dai modelli terzinternazionalisti dei quali, anzi, forniscono versioni peggiorative. Come si erano infranti i sogni operaisti di portare "Lenin in Inghilterra" e/o "Marx a Detroit" (8), così è destinato a dissolversi il miraggio della "guerriglia nella metropoli". Con la differenza che la deriva brigatista ha lasciato dietro di sé una drammatica scia di sangue e lutti, contribuendo come causale assolutamente rilevante all'isolamento e alla sconfitta dei movimenti.

 

3. Gli anni '70 e i movimenti del 77

I movimenti degli anni '70 scrivono e descrivono, in teoria ed in fatto, la crisi dei movimenti del '68. Il 1974 e gli anni immediatamente successivi vedono l'ingresso in scena di nuovi soggetti e nuove entità sociali che portano con sé un nuovo patrimonio di idee, di fini e mezzi. Nascono, così, i nuovi movimenti sociali  (9). Il repertorio della protesta sociale si arricchisce e allarga. Fanno irruzione le lotte delle donne, dei giovani, dei pacifisti, degli ecologisti, dei precari e dei disoccupati. Nuovi campi di mobilitazione vengono aperti dalle lotte contro il nucleare e per la tutela attiva della biosfera. A ben osservare, il percorso dei movimenti del '68 va dalla "crisi degli anni '60" alla "crisi degli anni '70". Del resto, il rapporto crisi/movimenti sociali è stato sempre intenso ed ha sempre visto tutti e due i termini interagire come causa e, insieme, risultato dell'altro.

Il passaggio ai nuovi movimenti sociali, senza la cui esperienza i movimenti del '77 sarebbero letteralmente impensabili, segna la chiusura definitiva dei movimenti del '68. Per le questioni più direttamente implicate dalla nostra analisi, possiamo dire che il passaggio consta essenzialmente in un decentramento crescente dalla politica e dal sistema politico, con la new entry nel catalogo della mobilitazione collettiva di temi che ineriscono direttamente l'ambiente, la vita umana, il senso del vivere, il genere, il corpo, le relazioni interpersonali, le identità individuali ecc. In ciò, i nuovi movimenti sociali recepiscono il meglio del '68 e ne varcano l'orizzonte, aprendo le nuove frontiere dei bisogni collettivi e individuali. Con ciò, sanciscono l'esaurimento irreversibile delle sperimentazioni della sinistra extraparlamentare italiana, legata a doppio filo alla teoria-prassi dei movimenti massa. Possiamo dire, con sufficiente approssimazione al vero, che i movimenti sociali esauriscono senza residui la decennale fase organizzativo-gruppuscolare aperta agli inizi degli anni '60 dai "Quaderni Rossi". Le progettazioni e le pratiche della sinistra extraparlamentare italiana vengono definitivamente meno: perdono referente sociale e riferimenti culturali; così come era già accaduto dieci anni prima alle sinistre storiche. 

Su un punto, in particolare, i nuovi movimenti sociali indirizzano una critica irridente e sferzante: i modelli della teoria e pratica dell'organizzazione. La critica degli idealtipi della militanza declinati dalla sinistra extraparlamentare è uno dei tratti distintivi dei nuovi movimenti sociali. Obsoleti si rivelano gli schemi gruppuscolari della "militanza rivoluzionaria" regolati da una razionalità emarginante e depauperante, per effetto della quale soggetti e temi peculiari dei nuovi movimenti sociali vengono centrifugati. Da qui si originano l'isolamento, l'inaridimento progressivo e il declino inesorabile della sinistra extraparlamentare. Per rimanere ai gruppi storici più importanti, ciò è vero sia per un'organizzazione monista come "Potere operaio" che per una pluralista come "Lotta continua"; per la galassia delle formazioni minori, il processo di decadimento appare ancora più marcato. Di fronte alla trasversalità, alla transitorietà e alla morfogenesi dei temi e dei collettivi di lotta, la unilineare modellistica della "militanza rivoluzionaria" si scioglie come neve al sole. 

Nello specifico italiano, i nuovi movimenti sociali generano un fenomeno assolutamente peculiare: il '77 (10). La situazione italiana di accumulo (ventennale) della mobilitazione collettiva e di furibonda resistenza (parimenti ventennale) del sistema politico-istituzionale al cambiamento fa da cornice allo slittamento che conduce dai nuovi movimenti sociali ai movimenti pulviscolo del '77. Tra le due forme di movimenti non v'è coincidenza; ma rapporto di filiazione storico-culturale. Gli uni non si risolvono negli altri; ma i primi restano, certamente, la matrice dei secondi. Possiamo parlare di movimenti pulviscolo con esclusivo riguardo all'Italia; mentre, invece, parliamo di movimenti massa e nuovi movimenti sociali con riferimento a tutta l'area capitalistica avanzata.

Con i movimenti del '77, dalla dialettica movimenti oltre il 'politico' traslochiamo alla dialettica movimenti oltre l'identità. Irrompe nella scena, quell'anno, una pluralità di voci e di soggetti che nemmeno eventuali progetti/piattaforme molecolari  avrebbero potuto ricomporre. I soggetti in azione non sono tessitori della trama dell'interesse collettivo e nemmeno individuale. Da molla della mobilitazione agiscono non gli interessi e i bisogni; bensì il desiderio. In scena sono tanti micro-soggetti desideranti che non sono portatori di convergenze sociali e culturali, ma di dissonanze. Si allargano e differenziano all'infinito, conseguentemente, le motivazioni, le elaborazioni, le finalità e le costellazioni di senso del conflitto sociale. Irregolarità e asimmetrie irrompono nella composizione sociale delle lotte, dissestandone gli equilibri pregressi.

Patterns, forme, contenuti e temi della conflittualità mettono in scena un'inestricabile e proteiforme accumulazione pulviscolare di soggettività multiverse, agenti e comunicanti fuori da ogni quadro di coerenza culturale, sociale e politica data o supposta. Lotte e strategie, linguaggi e forme di comunicazione, controrivendicazioni conflittuali e flussi desideranti, aspettative e ricerca di senso decostruiscono e fanno deflagrare, per vie interne, le residue figure simbolo e le persistenti categorie mitopoietiche attraverso cui si erano composte l'identità genealogica e la cartografia culturale dei movimenti. Il teatro del conflitto sociale si trasforma nella messa in linguaggio, in comunicazione e in contraddizione delle differenze. I tradizionali processi di costruzione delle identità individuali e collettive ed i loro costrutti linguistici, semantici e teorici sono impetuosamente messi a soqquadro. Dalla crisi della totalità e del gruppo, di cui i nuovi movimenti sociali erano stati il detonatore, trascorriamo alla crisi delle stesse culture e linguaggi del frammento: il pulviscolo spazza via le medesime identità frammentarie. 

L'identità pigra ancora trinceratasi nei movimenti non trova più alcun referente (di massa o singolare) entro cui depositarsi. Con i movimenti pulviscolo, l'identità si pensa e costruisce come superamento dei movimenti. Per questo, il '77 italiano sopravvive alla sua morte. E resta, proprio morendo: la morte lo salva dalla trivializzazione. Tace, perché di più non sa dire; muore, perché altra vita non riesce a figurare e respirare. Zittito da poteri estranei e ostili e ammutolitosi per autoconsunzione interna, muore per non risolversi in chiacchiera. E a chiacchiericcio universale non sapranno ridurlo nemmeno i codici di potere messi in forma ed azione nei freddi e rifluenti anni '80, con l'esplosione dell'edonismo reaganiano, dello yuppismo e dell'amoralismo di massa. Il '77 non è il preannuncio del profluvio metapolitico, impolitico e antipolitico del successivo decennio. Non è anticipazione recuperata e/o preambolo addomesticato a posteriori dei tempi glaciali e amorali che subentreranno. Rimane un'altra cosa: il tumulto festante e, insieme, disperante contro la nientificazione delle strutture, delle forme, delle sfere e dei soggetti della vita; la sommossa esistenziale contro l'egotismo sfrenato dei poteri e la cecità tragica del 'politico'. Il '77 non sa mettere il piede nel futuro, abbacinato come è dal presente: non ha un oltre e un tempo dove andare che non siano il qui e l'ora. Ma il presente fatto solo di presente - il tempo zero - strozza il respiro. Strangola non solo la durata, ma la possibilità stessa di inventare e reinventare la vita, rendendola abitabile: una dimora esposta al tempo e allo spazio. Del '77, comunque, restano voci, tracce e anticorpi, da cui ripartire; ma non da ripercorrere e riprodurre. Resta, soprattutto, la sovversione del convenzionalismo e del conformismo non solo dell'ambito borghese-capitalistico, ma anche e soprattutto dell'"ambiente rivoluzionario".

Gli schemi classisti saltano definitivamente: non è più l'appartenenza di classe a fare da discrimine della posizione assunta nel conflitto; così come non è il ristretto ambito della produzione e riproduzione sociale il campo privilegiato in cui si esercita il conflitto sociale e culturale. Rispetto ai movimenti massa, i movimenti degli anni '70 (nuovi movimenti sociali + movimenti pulviscolo) coniugano il conflitto con un approccio più problematico e, insieme, infinitamente più aperto, estendendolo ai temi nevralgici dell'esistenza e del vivere felice e giusto, della comunicazione e della sperimentazione linguistica, del desiderio e della fantasia, dell'ecologia e dell'ambientalismo. Temi crucialissimi, questi, messi all'ordine del giorno dalle immani trasformazioni sociali, culturali ed ambientali in corso. L'operaio massa, che già intonava il canto del cigno nel ciclo '71-'73, qui scompare dalla scena della mobilitazione, anche per effetto della poderosa ristrutturazione capitalistica in corso, del capillare decentramento produttivo, della diffusa precarizzazione del mercato del lavoro e della incipiente, ma inarrestabile rivoluzione microelettronica. L'arricchimento del repertorio di risorse della mobilitazione collettiva comporta una radicalizzazione ed un'estensione del senso, dei linguaggi e del fronte delle lotte. Per parte sua, il sistema politico va sprofondando nel vortice della autoreferenzialità assoluta,  chiudendo, così, tutte le porte di comunicazione con i movimenti e la domanda che sale dalla società civile. Persino l'opposizione interna al sistema politico, con la strategia del "compromesso storico" prima ed il governo di "solidarietà nazionale" dopo, viene fagocitata nei meccanismi escludenti e spoliatori della democrazia italiana.  

E tuttavia o, forse, proprio per questo, non mancano le lacerazioni. Il ciclo 1974-'80 rimarca lo sgretolamento per linee interne del "fronte di lotta", divaricato tra un movimento difensivo (la classe operaia e l'occupazione di Mirafiori del '74) e un movimento proiettivo (i nuovi soggetti sociali). Tra i due movimenti manca di svilupparsi un'adeguata dialogica ed entrambi finiscono prigionieri delle loro contraddizioni interne dalle quali, non di rado, sono scagliati l'uno contro l'altro. Le lotte operaie (difensive) si concludono con la sconfitta del contratto del '79 e quella, ancora più cocente, dell'anno successivo dei "35 giorni" alla Fiat che sancisce la fine di un'epoca. Le lotte (proiettive) dei nuovi soggetti, per parte loro, non riescono a comunicarsi socialmente e vanno culminando nello scacco dei movimenti del '77 che, pure, costituiscono la più elevata e densa soglia offensiva della mobilitazione nel corso del decennio.

Ma il nostro discorso sui movimenti del '77 sarebbe tremendamente monco, se non prendessimo in considerazione il loro lato oscuro (11). Che non è tanto circoscritto al loro rapporto con la violenza, pure non secondario, quanto dato dal loro profilo antropologico dissipativo. Anche i movimenti del '77 fanno risuonare il terribile grido del no future del punk londinese del 1976. L'azione punk è urlo disperato e ribelle: è da questo gorgo  che risale alla superficie la migliore musica del movimento punk (i Sex Pistols, p. es.). Qui il tempo istante si sublima come tempo totalità. La cancellazione del tempo procede a mezzo dell'autovalorizzazione estrema del presente: perduto tutto, si tenta di rimanere avvinghiati almeno all'istante. Nel '77 italiano, il tempo istante si proietta, invece, come tempo zero. L'istante è il tutto che evapora e, dunque, si converte immediatamente in niente. Un niente senza presa e radici esistenziali che viene alla luce come una dissipazione allo stato puro, confinata nell'esclusivo consumo di sé.  Qui l'istante è gioia listata a lutto. Ma la gioia che cerca la salvezza dalla morte, autoreplicandosi indefinitivamente, è gioia che muore istante per istante e punto per punto. Da qui la pulsione imperiosa a riprodursi come una coazione a ripetere (12). Da qui l'esposizione a comportamenti violenti. 

Il movimento punk si ferma alla soglia della ricusazione dell'esistente e delle istituzioni, per aver essi respinto o recintato le loro domande di senso e le loro sperimentazioni creative. Il '77 italiano si spinge oltre. Emerge dalle zone interne più vive e creative, più doloranti e oppresse dell'esistente sociale e da qui disgrega la mappa degli ordini costituiti. Non è, dunque, la società degli esclusi (la "seconda società") che qui si oppone a quella degli inclusi (la "prima società") (13); piuttosto, è il core dell'universo sociale, immaginativo ed esistenziale che si ribella e squarcia trasversalmente tutte le appartenenze e collocazioni di classe. Così come già con l'operaio massa e i nuovi movimenti sociali, la ribellione diparte dai luoghi centrali e al livello più alto del mutamento sociale, dalle basi fondanti delle trasformazioni in atto nelle società complesse. Della crisi irreversibile della società fordista e del corrispettivo patto sociale; della caduta di tensione del Welfare e dei suoi modelli di regolazione universalistici basati sulla coppia accumulazione/inclusione; del tramonto dello sviluppo e delle sue culture produttiviste ed etiche lavoriste; dell'informatizzazione dei processi produttivi e della conseguente svalorizzazione del lavoro vivo  ecc. i movimenti del '77 fanno il loro fondamento storico. Solo che ora, rispetto ai movimenti del '68 e a quelli della prima metà degli anni '70, la scommessa e la posta in gioco sono tremendamente più elevate. I movimenti del '77 insorgono, per passare oltre il dato, pretendendo di restarvi dentro; e di restarvi dentro, per contestarne totalmente le regole. Le escatologie messianico-rivoluzionarie sono definitivamente messe al bando; egualmente bandite sono le utopie salvifiche e le etiche dell'astinenza; schernite, addirittura, le pianificazioni sia del riformismo gradualista che del sovversivismo politico. Non si chiede qui un altro tempo; qui non si cerca un altro luogo. È nel tempo/luogo dell'istante che i movimenti del '77 coltivano la loro richiesta di assoluto. 

Il '77 italiano non tenta affatto di costituirsi come società altra e nemmeno come società al (e del) potere  (14). Al contrario,  cerca di organizzare le proprie libertà e felicità nella società vigente: non si stanca di attraversarla, giacché deve procedere alla sua inesausta ed infinita sovversione. Non esprime alcuna rinuncia alla fruizione dei prodotti mercantili e immateriali evoluti della società complessa; intende, anzi, consumarli al di là dei divieti giuridico-politici e della liquidità economica, spezzando gli ingranaggi reificanti della moneta (valgano, per tutte, le pratiche emblematiche dell'"esproprio proletario", delle "autoridizioni" e delle "spese proletarie"). I movimenti del '77, paradossalmente, prendono sul serio alcuni dei cardini delle società affluenti: l'individualismo e il consumismo. Li tendono fino all'estremo limite e da qui principiano a sovvertirli. Il loro consumismo individuale di massa non solo si affranca dalle equivalenze monetarie, ma oppone alle compatibilità economiche, alle costrizioni giuridiche e ai divieti politici la libertà assoluta. Un mix veramente esplosivo di anarco-liberalismo e anarco-comunismo.

Nella condizione di rifiuto, i movimenti del '77 si sentono come blindati: l'unica forma di vita da loro percepita come autentica è l'esistere desiderante e senza limiti della libertà assoluta. Le modalità della creatività e dell'interazione sociale, pur essendo alla base della loro formazione e del loro sviluppo, si pervertono, assumendo le sembianze dell'autoreferenzialità estrema. In queste forme autoreferenziali il no future si esprime come una pulsione catartico-disssipativa secondo una direttrice bidirezionale: la purificazione procede attraverso la dissipazione e la dissipazione si spaccia come purificazione. Il Sì assoluto alla libertà è l'altra faccia del No assoluto al dato. Ma il Sì ed il No sono qui egualmente dissipativi, presumendo erroneamente di essere entrambi catartici. Qui libertà e realtà vengono consumate insieme in una spirale perversa. Il Sì e il No finiscono con l'interscambiarsi posto e ruolo. Il Sì è anche No ed il No anche Sì. Come in uno specchio in frantumi, non riescono più a comporsi le immagini originarie. Il No opposto al dato bruto è anche No elevato contro la libertà. Il Sì alla libertà è anche Sì al dato bruto. Si apre un circuito infernale entro il seno del quale i movimenti del '77 diventano figure reificate, in balia della controintenzionalità delle loro azioni e dei loro desideri, rimasti linguaggi che non riescono a trasmutarsi in discorsi.

Pervenuti a questo approdo, l'originario no future va degradando inarrestabilmente verso il no assoluto, esteso alla totalità estranea o appena prossima al proprio sé limitato. Il no assoluto è, in realtà, indifferenza assoluta, anche per il proprio sé. Ecco perché sono il silenzio e lo straneamento la destinazione infelice da cui germina il ripiegamento nel "privato" e/o nelle "professioni", verso cui si dirige la gran parte dei partecipanti ai movimenti del '77, dopo la sconfitta. Ecco perché la parte più debole e largamente esigua dei movimenti del '77, non riuscendo a metabolizzare il senso della sconfitta né ad elaborare il lutto, traslittera la coazione del rifiuto esistenziale estremo con i codici delle organizzazioni combattenti, saltando dal vicolo cieco del no assoluto al buco nero del "calcolo della guerra".

L'incedere dell'argomentazione ci pone, ora, nelle condizioni di rispondere ad un quesito di grande rilevanza: quale il rapporto tra no assoluto e coazione, tra movimenti del '77 e violenza?

La violenza ha come causali limite: 

a) l'universale esterno: il discorso che si fonda su un principio categorico superiore (arché nei Greci; Grundnorm nei moderni) che fonda un potere trascendente; 

b) l'universale interno: il discorso che si avvolge intorno a sé (il dispotismo antico e il totalitarismo moderno) e che legittima un potere immanente totale (15)

Gran parte della storia della cultura occidentale si trova racchiusa tra queste due situazioni limite. Nella prima ipotesi, la violenza nasce dal precetto-comando impartito dal potere superiore, insediato come autorità suprema; nella seconda, la violenza è emanazione diretta del potere immanente totale nell'atto del suo rinserrarsi. I linguaggi che coniugano princìpi categorici e/o che insediano comunità internate emanano potere; non soltanto servono il potere. Essi chiudono il cerchio del discorso e il filo della comunicazione: sono i linguaggi attraverso cui la violenza parla e si diffonde. Non a caso, tutti i tentativi di fuoriuscire dalla metafisica e/o dall'ontologia si sono dichiaratamente spiegati e dispiegati come superamento della violenza. E, sempre non casualmente, intorno al mancato esonero dalla violenza hanno misurato il loro fallimento.

La ricaduta rovinosa nei linguaggi e nelle pratiche della violenza è agevolmente rilevabile nelle componenti dei movimenti del '77 che rivendicano istanze di potere e/o contropotere che formano una piccola galassia entro cui si esercita l'egemonia politica e culturale di Autonomia Operaia Organizzata. Ma, ora, il potere è violenza; e dunque: la limitazione del potere è limitazione della violenza. Il contropotere è controviolenza; e dunque: la limitazione del contropotere è limitazione della controviolenza. Per limitare il potere e il contropotere servono, dunque, discorsi, pratiche e linguaggi che non pongano il proprio principio responsabilità come principio autorità e questo come principio totalità. La mistica della P38 e la "violenza offensiva", esplose nelle giornate di marzo-aprile del '77 a Bologna, Milano e Roma, non si giustificano semplicemente come reazione al durissimo intervento degli apparati repressivi; sono il portato di una "filosofia della storia" che fa dell'alterità un valore assoluto e assolutamente non dialogico. Qui è la lotta dell'Altro contro il Sé ad occupare la scena. Qui il Sé è definito come nemico dell'Altro e l'Altro come nemico del Sé. Qui lo "stato di guerra" è il prolungamento immediato dello "stato di pace": lo "Stato di pace" occulta lo "Stato di guerra"; lo "Stato di guerra" impone la "pace" del potere (16)

Queste aree del '77 codificano culturalmente e simbolicamente l'alterità come nemicità avverso un potere estraneo, oppressivo e schiavizzante, a cui si tratterebbe di strappare massivamente il monopolio della violenza. Questa codificazione è già, di per sé, costruzione ed espressione di linguaggi violenti. Circostanza, del resto, apertamente rivendicata e gestita, visto che si ritiene che la violenza riempia di sé tutta intera la vita sociale. Parole e atti della violenza valgono qui come pratiche di riappropriazione della vita: sottrazione di essa alla custodia armata del potere. Da qui muove l'imperativo categorico di quella autovalorizzazione proletaria che costituisce il crinale di smottamento principale lungo cui precipita Autonomia Operaia Organizzata. La scala esponenziale della violenza qui intende innescare la scala espansiva dell'appropriazione; in realtà, espone i movimenti ad un un corpo a corpo mortale con il potere e, suo malgrado, incanala verso le organizzazioni combattenti un flusso di militanza accolto con compiacimento.  

Neanche le ali creative e quelle culturalmente più innovative presenti nei movimenti del '77 si salvano dal "triangolo delle Bermude" rappresentato dalla concatenazione potere-linguaggio-violenza. Esse sono consapevoli del vincolo categoriale al potere trascendente e della terribile esposizione alla asfissiante totalità che le imprigiona. Ma il loro tentativo di saltar fuori dalla totalità chiusa e di affrancarsi da imperativi disincarnati è viziato in radice: non si declina come congedo dalla violenza-linguaggio. E qui la violenza, essendo più linguistica che politica, si situa ad un livello di pulsionalità profonda. La secessione dal sistema chiuso richiama, sì, l'Altro; ma l'Altro è immediatamente ipnotizzato come Sé. Non importa qui che questo Sé sia prefigurato e visto in azione come la molteplicità dei soggetti e delle pratiche desideranti. Il desiderio come principio di alterità naufraga nelle pratiche desideranti che non sanno guardare al di là di se stesse. L'assolutamente altro dalla totalità chiusa non è niente di diverso dai soggetti desideranti in moltiplicazione: coincide con essi. Il Sé, pure postosi come altro dalla totalità, si perverte nelle forme di una identità autovalorizzata che assume le sembianze della totalità desiderante. 

Chi è qui l'Altro dei soggetti e delle pratiche desideranti? Scompare: non c'è più o non c'è mai stato. Dove sporge il desiderio? Qui si affaccia su se stesso: cioè, sulla violenza del vuoto. Tutte le classi di significanti, significati e soggetti non riconducibili alla classe "pratiche e soggetti desideranti" sono escluse dall'universo del discorso; meglio: l'universo del discorso del desiderio esclude tutti gli altri universi di discorso (17). Ora, poiché soggetti e pratiche desideranti rinviano a un numero indeterminato di variabili significanti, la logica che prevale è di tipo non-formale e asistematica. L'asistematicità è coniugata come polisemia linguistica. Il linguaggio polisemico del desiderio qui surroga l'esistenza dell'Altro, se non, addirittura, la simula. Attraversando lo specchio del desiderio, qui non ci si tuffa nel paese delle meraviglie; ma nella attività pura della performance iridescente, mediante cui si cerca di elaborare-produrre eventi nuovi e smontare-deviare gli avvenimenti esistenti. Davvero, qui ha ragione M. Calvesi: il '77 è stata l'ultima avanguardia di massa (artistica) del secolo (18). Ma le suggestioni semiotiche, il rovesciamento dei significanti e/o dei significati, le contaminazioni dadaiste ed il détournement situazionista, l'uso della parola come evento e del linguaggio come pratica sovversivo-istrionesca (19) non salvano dalla violenza-linguaggio le correnti calde del '77; anzi, sublimano la violenza e devitalizzano le pratiche, bruciandole in "tempo reale".

Il punto è questo: il '77 istruisce e decostruisce il desiderio come situazione linguistica. Il desiderio, così, si posiziona solo e sempre come linguaggio catartico e non anche quale artefatto linguistico. Giustappunto il desiderio come linguaggio è qui il problema. Linguaggio come desiderio e desiderio come linguaggio non ammettono e nemmeno prevedono fratture e scarti rispetto al desiderante. Ma il desiderio che si affaccia su se stesso confina con la morte, danzandovi sopra. Qui è il discorso con l'Altro, non già col potere, ad essere occluso. Qui la violenza-linguaggio rimpiazza il dialogo conflittuale: la prima è chiusura; il secondo, apertura. Quando all'altro lato della relazione ritroviamo le forme cangianti del Medesimo, allora interviene una relazione comunicativa e discorsiva permeata di violenza. Solo se all'altro capo del filo del discorso irrompe l'apertura all'Altro, il linguaggio dismette le sue bardature violente e si fa dialogica. 

Imboccata questa prospettiva di maturazione, il linguaggio catartico del desiderio non può che esprimersi nell'iperbole del desiderio di desiderio. Sta qui il vulnus interno più esiziale: la spirale desiderante è la modalità di espressione complementare del "diritto eguale" borghese. Scade, come lui, a "diritto del più forte" e/o a "diritto della forza", a misura in cui il desiderio si fa attività e forza (20). Laddove o allorché attività e forza vengono meno, il desiderio manca; subentrano i tempi e i luoghi della disperazione. La polisemia linguistica nasconde proprio questo processo di esplosione/implosione: l'esplosione della forza verso il desiderio che si fa attività; l'implosione dell'attività desiderante nella distruzione/autodistruzione, non essendo riuscita l'attività a farsi forza capace di imporre la "pratica del desiderio". L'ipertrofia del linguaggio, con una simmetria impressionante, si risolve in atrofia decisionale. La decontaminazione linguistica della violenza e del tasso di violenza insito nel linguaggio richiede, allora, l'effrazione della struttura dissipativa entro cui il desiderio si trova scisso tra eccesso di vita (attività alla ricerca di forza) e ricaduta nel nulla (disperazione derivante dalla mancanza di forza). Entro questa struttura dissipativa, i viventi fanno da pasto per i morti ed i morti sono nutrimento per i viventi, perché tra felicità e disperazione, tra vita e morte non v'è soluzione di continuità. Prende luogo in questo magma infuocato l'oscillare eterno tra una gioia vacua e una sofferenza tragica.  

L'inferno dei destini esistenziali, il precipizio dell'eroina, la deriva dei vissuti personali, la rabbia furibonda e la violenza cieca e accecante di tanti, troppi giovani del '77 nascono da questi coaguli gordiani non sciolti. Da qui occorre ripartire. Non rimane che preparare l'incontro con l'Altro. Quell'Altro di cui il Sé è conseguenza; senza affatto dimenticare che lo stesso Altro è conseguenza del Sé. È sperabile che un passaggio siffatto possa immettere in un percorso che sappia emanciparsi dalla violenza della metafisica e dell'ontologia e disporre a linguaggi depurati del loro portato di violenza. Linguaggi che non riducano (a sé), ma aprano (all'altro). Occorre, dunque, restare nella storia, per riaprirla e mantenerla aperta. Rivela qui tutto il suo carattere di drammatica parzialità la terribile accusa del '77: "la storia ci uccide". La storia non solo uccide; ma salva, se ci manteniamo aperti e ci apprestiamo ad aprirla, anziché apprestarci a dominarla. Aprire la storia significa salvarci. E la storia salvata ci salva. 

 

4. Gli anni '70 e le Br

Abbiamo appena finito di fare i conti con le enormi trasformazioni sociali e culturali che hanno contrassegnato gli anni '70 e profondamente modificato la composizione dei soggetti sociali e le forme della mobilitazione collettiva. Che cosa avviene in questi stessi anni nell'universo chiuso delle Br? Le abbiamo lasciate che avevano, da poco, attestato le ragioni del loro essere e le finalità dei loro progetti, con le due "Autointerviste" del 1971 e del 1973. 

In verità, gli anni  intercorrenti tra le due "Autointerviste" vedono le Br in grande difficoltà:

a) sul piano politico: la loro campagna contro il "blocco d'ordine" è messa in crisi, sul nascere, dai processi che vanno incubando il "compromesso storico"; difatti, alla fine del 1972, E. Berlinguer (neosegretario del Pci) lancia la strategia della "svolta democratica", poggiante sull'alleanza tra le forze di ispirazione comunista, cattolica e socialista; 

b) sul piano militare: tra aprile e maggio del 1972, sotto l'offensiva degli apparati di sicurezza, le Br vengono falcidiate nelle strutture e negli effettivi (21)

Nel 1973 e 1974 sono coerentemente impegnate a portare avanti il loro progetto di attacco al "fascismo in camicia bianca" e al neogollismo. E, dunque, non può sorprendere che approfondiscano l'"assestamento teorico" inaugurato con le due "Autointerviste" con un documento del 1974, in cui è teorizzato l'"attacco al cuore dello Stato" (22)

Nel paragrafo precedente, si è visto come il ciclo 1971-73 segni la fine dei movimenti massa e che quello 1974-76 tenga a battesimo i nuovi movimenti sociali. Questo passaggio, per le Br, non esiste. Per loro, la composizione sociale delle lotte continua ad essere a dominante operaia, con l'egemonia espressa dall'operaio (specializzato) delle grandi fabbriche sull'intero "fronte di classe". Per le Br, come non è esistito l'operaio massa, così non esistono i nuovi movimenti sociali. Il mutamento di composizione della mobilitazione collettiva e la trasformazione delle domande inoltrate dalla conflittualità sociale non le investe. Esse mantengono ferme l'architettura teorica originaria e le relative strategie; anzi, le implementano, combinando ora l'operaismo con lo statualismo (23).

Le Br assumono la crisi dei movimenti massa come "accerchiamento strategico delle lotte di fabbrica", inconsapevoli che quell'epoca della mobilitazione collettiva si è chiusa e se ne sta aprendo un'altra. La rottura dell'accerchiamento, conseguenzialmente, è da esse esposta nei termini della disarticolazione delle strutture di comando statuali. Il discorso di potere delle Br trova qui modo di perfezionarsi: colpire il "cuore dello Stato", per rompere l'accerchiamento e consentire alle lotte operaie di dipanarsi liberamente. In questo disegno, la lotta armata dovrebbe funzionare come elemento strategico che, da un lato, scardina le direttrici di sviluppo del potere statuale e, dall'altro, ricompone il fronte di lotta operaio al livello più alto. La ricombinazione di questi due elementi attiverebbe, per le Br, la sinergia tra lotta armata e lotte di massa. 

Che i nuovi movimenti sociali siano indisponibili a questi approcci culturali e a questi programmi appare subito chiaro. Essi sono protagonisti di una differenziazione molecolare della composizione sociale delle lotte ereditata dai movimenti massa, fatta di macrounità soggettive e sintesi politiche oggettivanti. Tanto più dichiarano la loro estraneità al progetto totalizzante e reificante della lotta armata. Soprattutto emerge un dato: mentre la caratteristica prioritaria dei nuovi movimenti sociali è il decentramento dal 'politico' e dalla politica, le Br centrano le loro pratiche e i loro progetti sul 'politico', coniugato con i codici della lotta armata. 

La residualità della posizione delle Br all'interno della composizione sociale delle lotte si accentua. In linea di fatto e teorica, esse si pongono come argine granitico contro lo sviluppo positivo e creativo della mobilitazione, di cui intendono invertire il senso di rotazione. Si oppongono al passaggio in avanti: movimenti massa verso nuovi movimenti sociali; ne fissano coattivamente uno ripiegato all'indietro: nuovi movimenti sociali verso movimento di lotta operaia. A tacere, poi, del successivo passaggio: nuovi movimenti sociali verso movimenti pulviscolo. Questi ultimi, dalle Br, sono classificati come una pura e semplice espressione piccolo-borghese di ribellismo decadente ed estetizzante. Se con la loro fondazione si erano poste al di fuori e al di sopra dei movimenti, ora dal di sopra dei movimenti intendono surdeterminare le forme e l'evoluzione della mobilitazione collettiva.

Depositarie di antiquate culture politiche, le Br risultano storicamente allocate come polo marginale della conflittualità sociale. E marginale in un duplice senso: (i) perché ai margini delle linee di sviluppo della complessità sociale; (ii) perché intercettano il distillato periferico della protesta sociale. In questa fase, le Br operano come attrattore periferico della mobilitazione collettiva. Fino a tutto il 1976, le figure e le soggettività che, per posizione sociale e/o opzione culturale, si trovano pendenti più verso il passato che il futuro costituiscono il serbatoio ristretto della militanza brigatista.

La base sociale all'interno di cui le Br nascono e da cui attingono militanti è quella peculiare che, nelle transizioni storiche, vede condensarsi subformazioni elitarie regressive, secondo codificazioni politiche multiformi. Le Br sono una élite regressiva con dichiarate e chiare connotazioni di sinistra che fanno della lotta armata il fulcro del passaggio alla società comunista. Tutte le élites regressive patiscono i processi di innovazione, di differenziazione e stratificazione comportati dalla complessità della transizione. Si oppongono, quindi, al flusso storico, assumendo la forma di cristallizzazioni sociali ostili al mutamento. 

Nel caso delle Br, l'ostilità si traduce e sublima nella palingenesi combattente. Esse non trovano posto in un sistema di società complesso; perciò, debbono ignorarlo teoricamente, rimuoverlo culturalmente e combatterlo politicamente. Agiscono il loro spazio/tempo elitario e regressivo di contro allo spazio/tempo storico effettivo. Forniscono, sì, delle vie di uscita dal dato; ma dalla porta che dà sul retro. La condizione di residualità è la condizione di vita delle Br; ma è anche la base della loro contemporaneità indigente, da cui prende origine il loro progressivo disfacimento (24)

La ridefinizione complessiva della struttura sociale della formazione capitalistica italiana, dei soggetti e degli attori che la solcano e trapassano colloca le Br sempre più fuori dal gioco. Nel quale, però, rientrano inopinatamente e in grande stile, di lì a qualche anno. In ciò agevolate dagli "errori di marcia" dei movimenti e dalle strozzature del sistema politico-istituzionale. L'esplosione dei movimenti del '77 vede attestate le Br in una posizione di contrarietà politica e contrapposizione culturale. Nondimeno, della sconfitta di quei movimenti esse sono il maggiore beneficiario. Cerchiamo di capirne le ragioni.

Intorno al 1975-76, le Br danno luogo ad una rilevante riorganizzazione interna, per far fronte alle "sconfitte" del 1972 e alle ricorrenti "perdite" registratesi negli anni successivi. Espressione teorica più compiuta di questo processo di assestamento è la "Risoluzione della Direzione Strategica" del 1975 (25). Già dal 1972, le Br cercano di conferire un migliore assetto al loro modello organizzativo, riarticolandolo e decentrandolo in orizzontale (le brigate) e in verticale (i fronti); ma è la "Risoluzione" del '75 che completa la razionalizzazione interna, fissando con chiarezza un nuovo "punto di partenza", non solo organizzativo, ma anche politico.

Ed è proprio qui che si registrano le prime e significative crepe. I princìpi organizzativi e la modellistica politica presenti nella "Risoluzione" del '75 trovano una applicazione, tutto sommato, rigorosa; non altrettanto può dirsi, per la linea politica e la strategia in essa sostenute. La "Risoluzione", infatti, stabilisce un imprescindibile punto di saldatura tra "disarticolazione dello Stato" e radicamento tra le masse della "proposta strategica della lotta armata". Secondo il lessico politico delle Br, l'"attacco al cuore dello Stato" deve preparare e assecondare la prospettiva strategica della "organizzazione delle masse sul terreno della lotta armata". Sul punto, ancora più sbilanciata è la successiva "Risoluzione della Direzione Strategica" del 1978 (26). Essa conferma la contestualità dei due fuochi del progetto brigatista, dilatandone l'ambito di vigenza: afferma, difatti, che il periodo storico attraversato è da definirsi come "congiuntura di transizione" dalla "propaganda armata" alla "guerra civile dispiegata". Ora, rimane da osservare che, dal 1976 in avanti, il doppio carattere (distruttivo-costruttivo) di questa proposta conosce una graduale disapplicazione: sempre più, le Br assumono la strategia della disarticolazione come baricentro principale, se non unico, della loro azione. Ciò è fonte di stridenti contraddizioni interne che si vanno stratificando nel tempo e, nel 1980-81, sfociano in delle vere e proprie scissioni.

Su questo punto specifico emerge un'incongruenza, più apparente che reale. L'affermarsi nelle Br, a partire dal '76, di una linea di direzione sostanzialmente organizzativistica consente loro di capitalizzare forza, garantendone la riproposizione offensiva. La linea sostenuta nella "Risoluzione" del '75 (e in quella del '78) di saldare movimenti e lotta armata avrebbe, certamente, collassato l'organizzazione in tempi brevi. Quella saldatura, difatti, è impossibile: altra è la natura dei movimenti; altro il profilo della lotta armata. Certo, proprio quella linea organizzativistica, a misura in cui riproduce nel tempo le logiche della lotta armata, ha eretto ancora di più le Br come avversario dei movimenti.

Questa è la cornice storico-politica entro il seno della quale maturano le condizioni che conducono le Br all'"operazione Moro" (marzo 1978). Intanto, si sono accesi e rovinosamente spenti i movimenti del '77, rimasti isolati e impigliati nella ragnatela dell'"illegalità di massa" e della violenza. Intanto, il sistema politico-istituzionale compatto ha fatto quadrato contro i movimenti, affrontandoli "manu militari". Intanto, la legislazione dell'emergenza ha dichiarato fuori legge il conflitto sociale. Intanto, intanto ...

Quello che emerge con limpidezza è che la caduta dei movimenti nelle sacche della violenza favorisce il capillare gioco di pressione e assedio che la società politica va intessendo contro di loro. L'isolamento e la sconfitta dei movimenti lascia senza canalizzazione e rappresentatività la conflittualità sociale. È, così, che le Br, loro malgrado, si trovano ad essere il principale attrattore politico antisistemico. Tanto più dopo l'esibizione della "geometrica potenza" di via Fani. 

In questa fase, le Br diventano uno degli attori politici principali della scena italiana, per il concorso di circostanze contingenti (che abbiamo appena ricostruito) e di ragioni strutturali (che abbiamo delineato già in avvio). E lo sono in una maniera distorta: più destabilizzano il sistema politico ("operazione Moro") e più ne inducono la coesione attorno a linee di stabilizzazione sociale e politica apertamente autoritarie (27). Dal canto suo, il sistema politico più si chiude su se stesso e stringe la camicia di forza sui movimenti e più finisce col proporre la lotta armata come principale collettore del conflitto sociale. Conseguentemente, più risultano inibite e interdette l'azione e l'esistenza stessa dei movimenti. È un circolo diabolico entro cui tutti gli attori (sistema politico, Br e movimenti) finiscono con lo stravolgere il loro ruolo. Tutti ne escono sconfitti; anche se vince l'emergenza e la classe politica (di governo e opposizione) da essa partorita. Ma è una vittoria di Pirro. In capo a qualche anno, "Tangentopoli" espone in bella mostra che quegli equilibri politici stavano intonando il loro canto funebre. Si avvera, così, anche la maledizione che Moro lancia dalla "prigione del popolo" contro il suo ex partito ed il sistema politico, in generale.

Le Br si trasformano in bacino di drenaggio delle cerchie della conflittualità sociale: le svuotano. Soltanto qualche anno prima, come abbiamo visto, ne erano il polo marginale. Le risorse residue e deboli del '77 fanno il grande balzo: dalla sconfitta disperante dei movimenti saltano alla euforia meccanica della lotta armata, trovando nelle Br e nelle altre organizzazioni armate l'approdo funzionale. La base di sviluppo del progetto di lotta armata portato avanti dalle Br ha, dunque, una natura fittizia: nessuna crescita o maturazione può, evidentemente, derivare da figure simbolo della sconfitta. In maniera logicamente contraddittoria e, invece, politicamente esemplare, le Br restano impermeabili e avversano il meglio dei movimenti del '77, per accoglierne alla fine le parti usurate e più deprivate di senso vivo.  

L'"operazione Moro" conferisce alle Br uno slancio che ha vita breve; e questo indipendentemente dalla sua conduzione politica e dalla sua gestione militare. L' operazione, più che rilanciarla al più alto livello, esaurisce la proposta delle Br. Al di là di quella frontiera, la linea organizzativistica delle Br non può spingersi. Nel momento storico in cui collocano più in alto il loro attacco allo Stato, esse si trovano in una relazione di divaricazione massima dai movimenti. Oltre quella linea le Br non possono avviarsi, indietro non possono tornare: ecco il vicolo cieco. Da qui a tutto il 1979, le Br vivono di ricadute di immagine: inquietano il sonno dei "potenti" e raccolgono per strada i depositi rabbiosi e disperati dei movimenti.

Che il processo di erosione interna alle Br sia galoppante lo dice, già nella primavera del 1980, il pentimento di Patrizio Peci che ingenera un effetto domino che mette in ginocchio l'intera organizzazione. "Perché i pentiti?", ci si chiederà poi. Ma questa domanda le Br non l'hanno mai enunciata con la trasparenza necessaria ed il rigore adeguato. E tuttavia, per chi quel progetto ha imbracciato, un altro era ed è l'interrogativo secco da formulare e riformulare: "Perché la lotta armata?". 

 

5. La globalizzazione, i movimenti e il post-brigatismo

Il salto alla globalizzazione, convenzionalmente datato alla caduta del muro di Berlino del 1989, per un verso, si dispone in una relazione di continuità con i meccanismi deregolatori della "controrivoluzione reaganiana", per l'altro, li frantuma e disloca delle vere e proprie discontinuità culturali, storiche e geopolitiche (28). Per quello che ci riguarda più da vicino, dobbiamo osservare che la globalizzazione dei poteri (politici, economici e finanziari) e dei processi informativo-comunicativi ridetermina, in toto, la scena e gli attori della mobilitazione collettiva. Una pietra tombale cala sui movimenti degli anni '70, dei quali rimane desto solo il ricordo della crisi e delle sue ragioni. 

Nelle nuove condizioni, prendono progressivamente corpo nuovi movimenti: i movimenti planetari, la cui nascita si è soliti far coincidere con Seattle nel 1999. Ma, altrettanto unanimemente, si fa risalire il processo di lenta maturazione che ad essi conduce alle campagne che: (i) nel 1995, collegano le politiche commerciali alla difesa dei diritti umani; (ii) successivamente - e fino al 1999 - si estendono alle tematiche della difesa della biodiversità e della valorizzazione delle diversità culturali. Questi temi ed i loro intrecci, però, dovremo riprenderli in considerazione altrove, con un maggiore e più articolato sforzo di riflessione. Torniamo al nostro oggetto di indagine. 

Se i movimenti del '77 segnano l'affermazione dell'identità oltre i movimenti, i movimenti planetari ratificano la morte dei soggetti sociali. Essi sono multidimensione vivente che allarga alla vita intera del pianeta il senso del proprio essere ed agire. Il pianeta è ora il teatro; aggregati umani multiformi sono ora gli attori. L'umanità delle differenze in azione: ecco il nuovo avvio. 

In quanto multidimensione vivente i movimenti planetari si raccontano come testo ed evento autorganizzati. Le loro identità plurime e stratificate si rielaborano e riarticolano perennemente in un mosaico mobile, entro cui si incrociano e confliggono appartenenze disomogenee e non declinabili da linguaggi lineari ed eurocentrici. Essi sono la gestante caotica ed energetica dei linguaggi delle differenze e delle differenze messe in linguaggio. 

In quanto multidimensione  vivente, inoltre, i movimenti planetari sono costitutivamente oltre confine; vale a dire: (i) abbracciano il mondo nella sua onniglobalità biofisica, antropologica e tematica; (ii) ridisegnano nell'ora le frontiere del possibile. Si può, perciò, dire: non è il sovrastorico e nemmeno il post-storico, bensì l'infrastorico della valorizzazione del vivente (umano e non umano) e del naturale cosmico il loro orizzonte di senso, di impegno ed esperienza. 

Le culture di formazione ed educazione dei movimenti degli anni '60 e '70, come è sin troppo facile arguire, sono qui delle reliquie imbalsamate: richiamano mondi storici e universi simbolici che non esistono più. Quando, per effetto di sussulti pulsionali del rimosso, tentano la "presa della parola", assumono l'aspetto di figure larva della replicazione e dell'evacuazione. La replicazione e/o la riproduzione forzosa è segno di stupidità e simbolo di morte. Come ben sa la replicante Priss dello splendido "Blade Runner" di Ridley Scott, allorché conclude: "Siamo stupidi, moriremo". 

La differenza, non da poco, con il contesto tratteggiato in "Blade Runner" è che le culture dei movimenti della fine del secolo scorso sono intanto già morte. La situazione della replicante Priss, in un certo senso, si capovolge. Quelle culture possono solo dire: "Siamo morte e possiamo rivivere solo come stupidità". Ma la condizione di sopravvivenza della stupidità è una sola: il potere. Solo il potere consente la riproduzione della stupidità; anzi, si serve della diffusione della stupidità. La stupidità, finché è al potere, non muore; muoiono i replicanti (appunto) e tutti coloro che, con "tragica stupidità", finiscono in pasto alle logiche del potere.

Ma morte non sono soltanto le culture dei movimenti degli anni '60 e '70: gli anni '80 vedono decomporsi la parabola brigatista. Il decennio si apre con la dispersione dell'universo Br, frantumato in tre tronconi principali: "Partito comunista combattente", "Partito guerriglia" e colonna "Walter Alasia" di Milano. Le Br-Pg e le Br-Walter Alasia concludono la loro corsa già nel 1982. Le Br-Pcc restano l'ultimo erede della storia delle Br: danno, a loro volta, luogo a ulteriori scissioni, fino a raggiungere il terminale con l'"azione Ruffilli" del 16 aprile 1988. 

Volendo periodizzare meglio, l'intera storia delle Br è, così, riassumibile:  

a) ciclo 1969-1970: la gestazione;

b) ciclo 1971-1976: l’assestamento teorico, politico e organizzativo;

c) ciclo 1977-1979: la fase apicale;

d) ciclo 1980-1985: la fase crepuscolare;

e) ciclo 1986-1988: la fase epigonale.

La storia delle Br finisce, dunque, prima della caduta del muro di Berlino (29). Nessuna relazione di empatia può stabilirsi tra i movimenti planetari e le Br: lo impediscono fratture temporali incolmabili e  insormontabili barriere storiche. La società degli anni '90, in tutte le sue forme di espressione, è totalmente diversa da quella degli anni '60, '70 e anche '80: alcuna contiguità culturale, simbolica e politica è dato reperire. Il dileguamento definitivo di quelle forme storiche comporta l'estinzione dei contesti entro cui conflittualità sociale e Br, negli anni '60 e '70, sono andate maturando congiuntamente, pur rimanendo divaricate dall'inizio alla fine. Morti i movimenti degli anni '60 e '70, alle Br non può che toccar in sorte il declino irrimediabile: di quei movimenti si erano, difatti, proposte come alter ego demiurgico. All'altezza degli anni '80, il verdetto della storia è fin troppo chiaro: il progetto di lotta armata pianificato dalle Br era tanto impercorribile per il passato quanto è improponibile per il presente.

Nondimeno, il 20 maggio 1999, lo spettro delle Br si abbatte sulla storia, con l'"azione D'Antona"; il 19 marzo 2002, la rappresentazione viene replicata con l'"azione Biagi". Una neo-formazione armata procede all'autoinvestitura di sé come "Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente", emulandone e simulandone l'esistenza, con le tecniche reificanti della riesumazione. Poco importa che quella esperienza sia conclusa e dichiarata espressamente defunta; ne viene egualmente estratto e rimesso in circolo il "logo" (30). Nasce il post-brigatismo: vale a dire, una cristallizzazione ideologica estraniata che, ancora più accentuatamente delle Br storiche, della realtà non coglie i dati di attualità e i quadri di complessità e differenza. 

Il post-brigatismo si propone come belligeranza nelle forme della mimesi della guerra. Inconsapevolmente, si autotrasforma in un clone attivo che mima l'esperienza delle Br storiche in forme allucinate e derealizzate. Esso non ha la consapevolezza della replicante Priss; anzi, nemmeno ha cognizione della condizione di replicante che lo contraddistingue. Non sa di essere "stupido" e, quindi, nemmeno può sapere di dover morire. Muore, distribuendo morte. Ha il deserto intorno a sé e desertifica l'ambiente vitale che aggredisce. Il post-brigatismo è l'esatta antitesi dei movimenti planetari: tanto elargitori di vita questi quanto dispensatore di morte quello.

Chiarito che alcuna relazione di contaminazione e contatto, nemmeno a livello epidermico, può insinuarsi tra movimenti planetari e post-brigatismo, resta da prendere in esame la questione della violenza (31).

Come si estroflette sul tema della violenza la morte delle culture dei movimenti degli anni '60 e '70? Questa, la domanda da cui dobbiamo ripartire.

Riassumiamo sinteticamente:

a) le culture dei movimenti massa affermano identità politiche di gruppo che coniugano problematiche pubbliche e private sotto il primato del pubblico, attraverso cui procede la socializzazione del mutamento;

b) le culture dei nuovi movimenti sociali rompono il primato del pubblico sul privato e affermano identità fondate sui bisogni, attraverso cui la socializzazione del mutamento si riverbera nelle coscienze;

c) le culture dei movimenti del '77 approfondiscono il fossato tra privato e pubblico e affermano identità desideranti, fondate sull'individualismo libertario-consumistico e votate all'appropriazione delle chances di vita messe a disposizione dal mutamento.

La condizione culturale dei movimenti planetari stabilisce una netta linea di frattura con tutti e tre i tipi di queste culture, essendo caratterizzata dalla responsabilità etica collettiva (32). Per essi, non è più in questione il rapporto con il mutamento sociale, i suoi effetti virtuosi, i suoi paradossi e le sue conseguenze viziose. Il mutamento sociale "inserito" dai modelli di accumulazione sviluppisti ha reso "insostenibile" la vita e i diritti del pianeta e di tutte le sue specie, a partire da quella umana. L'approccio sistemico-gruppuscolare e quello asistemico individualista mostrano la corda. È dalla ridefinizione del rapporto ecosistemico ed ecoresponsabile con il mondo, la natura e le specie viventi (umane e non umane) che nascono e partono i movimenti planetari. Il nesso tra la mobilitazione collettiva e la violenza (ed i suoi linguaggi), da ora in avanti, muta profondamente.

L'esigenza primaria qui avvertita non è quella di evitare di cadere nelle trappole del passato; al contrario, urge schivare le insidie del presente. E porsi quesiti nuovi.

In quali modi inediti le responsabilità etiche collettive possono ritradurre il prolungamento maledetto della metafisica e dell'ontologia in violenza? Quali i modi e i linguaggi mediante cui scongiurare questo esito terribile? Sta qui il banco di prova più serio e difficile che attende i movimenti  planetari. Quanto meno sapranno procedere in queste direzioni, tanto più essi saranno esposti al rischio di essere parlati dalla violenza-linguaggio

Ma, a questa angolazione del tempo, la violenza-linguaggio non è più data dal post-brigatismo replicante e nemmeno dalla rabbiosa disperazione dei movimenti del '77. Non è dalle sopravvivenze che ci si deve guardare; bensì dalle persistenze. E la persistenza più esiziale è quella di non rompere le sedimentazioni con cui il linguaggio fascia e nasconde la violenza. Quanto più questa persistenza resta, tanto più in essa nuotano le sopravvivenze.

Dopo le Twin Towers, per i movimenti planetari, questo cimento si è fatto ancora più severo. Ma intanto, si possono già trovare prime risposte soddisfacenti, la più importante delle quali è, certamente, data dalla eccezionale giornata di mobilitazione planetaria contro la guerra del 14 febbraio di quest'anno. Un primo mattone è stato lì posto. Partendo da questo livello, si possono sciogliere i nodi della violenza che sempre offusca e pesa sul comportamento umano. Focalizzare il dibattito sul "perimetro nazionale" è riduttivo e rischia di essere fuorviante. I nodi contradditori possono essere risolti, soltanto partendo dall'alto: dalla condizione di planetarità dei movimenti; non già dall'"area nazionale". 

Proiettare la discussione verso la sua dimensione più propria, ovviamente, non significa cancellare le specificità del "perimetro nazionale". Piuttosto, ha: (i) un significato strutturale, perché non isola le specificità nazionali dal contesto planetario; (ii) un significato contingente, perché non cade nel tranello della società politica e del mass media system di emarginare e screditare i movimenti. Lo stesso discorso sulla non-violenza va recuperato a tale ambito. Di nuovo, siamo condotti al tema cruciale del rapporto linguaggio/violenza. Qui dobbiamo limitarci ad alcune stringate osservazioni. 

L'insidia più grande che si para innanzi alla responsabilità etica collettiva è che essa non si apra alla  asimmetria delle identità in gioco, limitandosi alla comunicazione delle differenze. Reperiamo qui un atto violento ed un linguaggio violento, a misura in cui il riconoscimento dell'altro non si prolunga in responsabilità verso l'altro, finalmente non più sentito e rappresentato come "essenza oggettiva". Sta qui, d'altronde, uno dei motivi cardini della critica levinasiana all'ontologia di Heidegger (33). Se l'attenzione è puntata sempre sull'altro, il discorso non si chiude mai (sull'essere) e rimane sempre aperto. La responsabilità etica collettiva, così, schiva il linguaggio della violenza; o meglio: la decontaminazione del tasso di violenza del linguaggio "produce" eventi di libertà significativi. Si apre qui un varco che conduce oltre la comunicazione; e questo oltre si qualifica come comunione delle differenze. Gli eventi-linguaggi si fanno finalmente discorsi, perché il Sé e l'Altro sono il comune.

Quali le indicazioni politiche derivabili da questo passaggio? Tra le tante possibili, una essenziale: la consapevolezza che i movimenti planetari hanno come impegno precipuo dell'ora il superamento della responsabilità ontologica (responsabilità dell'essere del pianeta). Molte delle loro possibilità di crescita e sviluppo si legano alle loro capacità di coniugare il principio responsabilità non tanto con l'alfabeto della sopravvivenza, quanto con i linguaggi della supervivenza. La sopravvivenza è ripiegamento sul noto; la supervivenza, invece, apertura all'ignoto e alle sue infinite possibilità di vita. La supervivenza è plusvita non dedotta da alcun sfruttamento o dominio; bensì espressa direttamente dal puro e semplice rispetto della sua dignità, ricchezza, oscurità e indeterminatezza.

La supervivenza non chiude sul Sé del pianeta e delle infinite specie che in comunione lo differenziano; bensì apre il pianeta all'Altro ed espone alle infinite responsabilità che in confronto all'Altro occorre assumersi. Il Sé è sopravvivente e nella sopravvivenza agisce e patisce violenza; l'Altro è supervivente e nella supervivenza scioglie il nodo gordiano della violenza. L'Altro è supervivenza; l'essere, sopravvivenza. La sopravvivenza è rivoluzione sotterranea che manca lo scopo, destinata come è a insediare un nuovo ordine di violenza con nuovi linguaggi violenti. La supervivenza è rivoluzione manifesta che spezza il linguaggio della violenza e, senza indugio, si avvia allo scopo che la fonda e trasforma: l'Altro. 

(novembre 2003)

Note

(1) Si allude qui a Marguerite Yourcenar, Il tempo, grande scultore, Torino, Einaudi, 1985.

(2) Lo sviluppo del discorso si regge su tre studi di taglio generale: A. Chiocchi,  Il circolo vizioso. Meccanismi e rappresentazioni della crisi italiana 1945-1995, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 13, 1997;  Id., Catastrofi del 'politico'. Teatro di senso, razionalità e categorie della lotta armata, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 8, 4a ediz., 2002; Id., Moto perpetuo. Dai movimenti del '68 ai movimenti planetari, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 2003. 

(3) Cfr. Brigate Rosse, Autointervista del 1971; Id., Autointervista del 1973. Entrambe le "Autointerviste" sono reperibili in Soccorso Rosso, Brigate Rosse. Che cosa hanno fatto, che cosa hanno detto, che cosa se ne è detto, Milano, Feltrinelli, 1976.  

(4) Cfr. A. Franceschini, Mara, Renato e io (intervista raccolta dai giornalisti de "l’Espresso" Buffa e Giustolisi), Milano, Mondadori, 1988; R. Curcio, A viso aperto (intervista raccolta dal giornalista de "l’Espresso" M. Scialoja), Milano, Mondadori, 1993; M. Moretti, Brigate Rosse. Una storia italiana (intervista raccolta da Carla Mosca di "Rai 1" e Rossana Rossanda de "il manifesto"), Milano, Anabasi, 1994.

(5) Sulle problematiche in questione, particolarmente lucide appaiono, ancor oggi, le osservazioni di P. Farneti: a) Introduzione a Politica e società (a cura di P. Farneti), Firenze, La Nuova Italia, 1979; b) Dimensioni della scienza politica, "Teoria politica", n. 2, 1985. Sul punto, cfr. anche Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", Conflittualità sociale e lotta armata nel caso italiano, "Società e conflitto", n. 0, novembre 1988-aprile 1989 (in seguito, il lavoro è stato recuperato in Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", Snodi. Percorsi di analisi sugli anni '60 e '70, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 6, 1995); A. Chiocchi-C. Toffolo, Il sindacato tra conflitto e movimenti, "Società e conflitto", n. 3, luglio 1990-giugno 1993 (successivamente recuperato in A. Chiocchi-C. Toffolo, Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 7, 1995).

(6) Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", op. cit., p. 78.

(7) Ibidem, p. 100.

(8) Le due "parole d'ordine" rappresentano le coordinate politiche rispettivamente di partenza e di arrivo dell'operaismo trontiano che, in gran parte, caratterizza l'esperienza di "Classe operaia", a cui si rifaranno ampiamente sia "Potere Operaio" (nei primi anni '70) che "Autonomia Operaia Organizzata" (nella seconda metà degli anni '70). Con tutta chiarezza, esse sono indicative della necessità di impiantare l'organizzazione operaia rivoluzionaria e la critica teorico-pratica al livello più alto dello sviluppo del capitale. I testi "Lenin in Inghilterra" e "Marx a Detroit" sono in M. Tronti, Operai e capitale, Torino, Einaudi, 1980; rispettivamente a pp. 89-95 e  290-303. 

(9) Per l'analisi dei nuovi movimenti sociali, ineludibile rimane il contributo di A. Melucci, di cui qui si segnalano solo i contributi assolutamente rilevanti: L'azione ribelle. Formazione e struttura dei movimenti sociali, in A. Melucci (a cura di), Movimenti di rivolta, MIlano, Etas Libri, 1976; L'invenzione del presente. Movimenti, identità, bisogni individuali, Bologna, Il Mulino, 1983; Altri codici. Aree di movimento nelle metropoli (a cura di), Bologna, Il Mulino, 1984; Libertà che cambia. Un'ecologia del quotidiano, Milano, Unicopli, 1987; Sistema politico, partiti, movimenti sociali, Milano, Feltrinelli, 1977, 1989. 

(10) Così già M. Grispigni,  Il Settantasette, Milano, Il Saggiatore, 1997, pp. 23-24; anche se le linee critico-ricostruttive di Grispigni non sempre coincidono con le nostre.

(11) In un'opera estremamente interessante, hanno  particolarmente insistito su questo tratto precipuo del '77 italiano V. De Matteis-A. Turchini, Machina. Osservazioni sul rapporto tra movimento, istituzioni, potere a Bologna, Bari, Dedalo, 1979. Cfr. anche M. Grispigni, Elogio degli invisibili, in AA.VV., Millenovecentosettantasette, Roma, manifestolibri, 1997; Id., Il Settantasette, cit. Per una "presa in diretta", si rinvia ai documenti raccolti in AA.VV., Bologna marzo 1977 ... fatti nostri, Verona, Bertani, 1977.  Per una recezione culturale del '77 italiano secondo un registro fedele agli approcci dei movimenti, cfr. il romanzo di N. Balestrini, Gli invisibili, Milano, Bompiani, 1987. Di Balestrini è parimenti importante, sull'argomento, il libro scritto a quattro mani con Primo Moroni sulle lotte sociali italiane dal '68 al '77: cfr. N. Balestrini-P. Moroni, L’orda d’oro (1968-1977). La grande ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale,  Milano, SugarCo Edizioni, 1988. Materiali critici sul e documenti del '77 sono ampiamente presenti in rete, dove è possibile reperire anche ricche bibliografie, audiografie e videografie: è sufficiente digitare l'anno nei migliori motori di ricerca.

(12) In questa direzione già V. De Matteis-A. Turchini, Machina, cit, p. 196  e passim; non sempre, comunque, il discorso che stiamo proponendo converge con l'analisi svolta da De Matteis e Turchini. 

(13) Come ben si ricorderà, la "teoria delle due società" fu il "paradigma" politico-culturale più avanzato con cui il Pci tentò di delegittimare i movimenti del '77: cfr. A. Asor Rosa, Le due società, Torino, Einaudi, 1977. 

(14) Significativa, sul punto, questa affermazione "programmatica" di "A/traverso", una delle riviste culturalmente più interessanti del '77 bolognese: "Fuoriuscire. La soluzione del problema del potere è oggi non prendere il potere ... Che lo stato del capitalismo continui a gestire il suo spazio ... mentre nello spazio dell'autonomia si avvia questa accumulazione definitiva che è l'applicazione dell'intelligenza, della progettazione e la costruzione di una società che non lavora, che non accumula, che vive; una società dell'attività" ("A/traverso", settembre 1977; cit. da M. Grispigni, Il Settantasette, cit., p. 89). Materiali di "A/traverso" sono disponibili in: Collettivo "A/traverso", Alice è il diavolo. Sulla strada di Majakoskij: testi per una pratica di comunicazione sovversiva, MIlano L'erba voglio, 1976, 1977; G. Martignoni-S. Morandini, Il diritto all'odio. Dentro/fuori/ai bordi dell'area dell'autonomia, Verona, Bertani, 1977. Uno dei principali animatori di "A/traverso", attualizzandone le chiavi di lettura semantiche, comunicative e desideranti, ha fornito un'importante analisi del '77 quale "premonizione" e "innocenza", intesa come "dissociazione dall'esistente", "radicale estraneità": cfr. F. Berardi (Bifo), Dell'innocenza. Interpretazione del '77, Bologna, Agalev, 1989.

(15) Non è questo il luogo per una discussione di tematiche aventi un profilo così marcatamente filosofico. Si rinvia, sul punto, alle interessanti considerazioni di G. Vattimo, Metafisica, violenza, secolarizzzazione, Roma-Bari, Laterza, 1986; anche se non pare condivisibile l'ipotesi finale di Vattimo, secondo cui il "superamento della metafisica" non sarebbe niente altro che la secolarizzazione. Sul nesso metafisica/violenza gli autori/opere chiave (richiamati da Vattimo) sono: T. W. Adorno, Dialettica negativa, Torino, Einaudi, 1970; M. Heidegger, Essere e tempo, Torino, Utet, 1968; E. Lévinas, Totalità e infinito, Milano, Jaca Book, 1977; Id. Altrimenti che essere, Milano, Jaka Book, 1983; J. Derrida, La scrittura e la differenza, Torino, Einaudi, 1971. Ancora più pregnante, sul tema, è il saggio di L. Bottani, Storia, violenza e metafisica. Per un'ermeneutica del sospetto come decostruzione della tradizione della violenza, "Fenomenologia e Società", n. 1, 1989. Sulla problematica relazione tra violenza e cultura, in senso lato e profondo, sia concesso rinviare anche a A. Chiocchi, Strutture epocali e quotidiane della violenza, in questo stesso numero della rivista.  Per quanto concerne, invece, la secolarizzazione la bibliografia è sterminata; basti qui richiamare due rimarchevoli lavori di G. Marramao: Potere e secolarizzazione, Roma, Editori Riuniti, 1983; Passaggio a Occidente, Torino Bollati-Boringhieri, 2003.  

(16) Una delle migliori argomentazioni teoriche di questa posizione è stata articolata dal compianto L. Castellano, Vivere con la guerriglia, "Preprint", n. 1, 1978; successivamente in La politica della moltitudine, Roma, manifestolibri, 1996, pp. 133-140. Il testo è ora disponibile anche in rete al seguente indirizzo web: http://firenze.linux.it/~franco/guerriglia.html. Di Castellano ricordiamo qui un altro lavoro parimenti importante, di cui fu curatore:  Autonomia operaia. La storia e i documenti. Da Potere operaio all’autonomia operaia, Roma, Savelli, 1980.

(17) Su questo argomento cruciale, rimangono attualissime le considerazioni di F. Rossi-Landi, Significato, comunicazione e parlare comune, Venezia, Marsilio, 1998; in part., pp. 62-83

(18) Cfr. M. Calvesi, Avanguardia di massa, Feltrinelli, Milano, 1978.

(19)Su queste dimensioni del '77, cfr. l'importante Claudia Salaris, Il movimento del '77, AAA Edizioni, Bertiolo, 1997.

(20) Una critica in tale direzione è stata, per tempo, svolta da G. Jervis, Quali bisogni?. Alcune note, "Ombre rosse", n. 17, 1977.

(21) Cfr., Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", La decisione armata. Il ruolo politico delle Brigate rosse negli anni '70, "Società e conflitto", n. 1, 1990, pp. 106-114; successivamente, il lavoro è stato recuperato in  Snodi. Percorsi di analisi sugli anni '60 e '70, cit.

(22) Brigate Rosse, Contro il neogollismo portare l'attacco al cuore dello Stato, "Il Giornale d'Italia", 13 maggio 1974. 

(23) "All'accerchiamento strategico delle lotte operaie si risponde estendendo l'iniziativa rivoluzionaria ai centri vitali dello Stato; questa non è una scelta facoltativa, ma una scelta indispensabile per mantenere l'offensiva anche nelle fabbriche" (Ibidem).

(24) Cfr. A. Chiocchi-C. Toffolo, Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, cit.; in part., il § 1.1. del Cap. III.

(25) Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica, aprile 1975, "Contro-Informazione", n. 7/8, 1976.

(26) Brigate Rosse, Risoluzione della Direzione Strategica, febbraio 1978, in G. Bocca (a cura di), Moro. Una tragedia italiana, Milano, Bompiani, 1978.

(27) Cfr. Gruppo di Ricerca su "Società e conflitto", La decisione armata. Il ruolo politico delle Brigate rosse negli anni '70, cit; A. Chiocchi-C. Toffolo, Passaggi. Scene dalla società italiana degli anni '70 e '80, cit., cap. III.

(28) Per una visione del fenomeno, secondo le chiavi di ricerca qui applicate, sia consentito rinviare a A. Chiocchi, Dismisure. Poteri, conflitto e globalizzazione, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2002. 

(29) Questa consapevolezza è, del resto, ampiamente diffusa nei militanti imprigionati delle Br, già da qualche anno. Coloro che non avevano, a titolo individuale, optato per la scelta della dissociazione, si vanno progressivamente riconoscendo nelle posizioni sostenute da R. Curcio, M. Moretti, P. Bertolazzi e M. Iannelli che, in una lettera-documento del marzo 1987, propongono una "battaglia di libertà" per la "soluzione politica". Con ciò, di fatto, essi dichiarano la fine dell'esperienza storica delle Br. Nell'estate del 1987, alla proposta aderiscono anche B. Balzerani, L. Novelli,  M. Petrella e via via un numero crescente di ex militanti, fino ad investire sostanzialmente l'intero corpo delle Br. Tutti i documenti in questione sono pubblicati da "il manifesto" che promuove anche un  dibattito ad hoc che si prolunga fino al 1989. Le Br chiudono la loro storia facendo ricorso a questo  metodo informale. L'informalità del metodo e la sua inadeguatezza politica hanno fatto legittimamente discutere; ma rimane indubbio che, a partire dal cd. "nucleo storico", da qui in avanti le Br riconoscono conclusa la loro storia.

(30) Innegabilmente, l'operazione è stata agevolata dal modo informale con cui le Br hanno posto fine alla loro storia; la responsabilità primaria, in ogni caso, resta a carico di chi si è indebitamente appropriato quel nome.

(31) Per le questioni nodali, rimandiamo al già citato saggio Strutture epocali e quotidiane della violenza. Sul rapporto specifico tra "movimenti globali" e violenza, considerazioni interessanti propone P. Ceri, Movimenti globali. La protesta nel XXI secolo, Roma-Bari, Laterza, 2001; il testo, a dire il vero, si segnala per essere un piccolo gran bel libro sul tema complessivo dei "movimenti globali" (e dintorni), a prescindere dalla condivisione o meno dei suoi contenuti. 

(32) Sull'argomento, acute osservazioni svolge P. Ceri, op. cit., pp. 52-56, 144-145. Più in generale, Ceri propone l'abbozzo di un modello ciclico di lettura dell'azione dei movimenti sociali che cerca di fissarne, sul lungo periodo, le linee di transizione e le regolarità.

(33) Oltre al testo citato alla nota n. 15, di Lévinas decisiva e illuminante è qui l'intervista Filosofia, giustizia e amore, "aut aut", n. 209-210, 1985; il testo levinasiano chiave, sull'argomento, rimane Altrimenti che essere, Milano, Jaka Book, 1983.