Focus on line - Bimestrale telematico per ripensare la politica e le sinistre

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Focus on line, n. 22-23, luglio-ottobre 2003
E-mail: focusonline@cooperweb.it

PRIGIONIERI DELLA GUERRA.
LA GEOPOLITICA UNIVERSALISTICA

di Antonio Chiocchi

Quali campane vuoi che suonino a morto per questi che
muoiono come bestie?
Wilfred Owen

1. Dalla proiezione del 'politico' alla proiezione del potere

Uno dei limiti fondanti della diplomazia americana, fino a tutta la "guerra fredda", è stato il postulato strategico in forza del quale sono messi in piano unicamente obiettivi "massimi" e "totali": l'annientamento politico e militare del nemico. Solo con Kissinger il postulato è stato messo in questione in maniera tagliente (1). La tensione assoluta finalizzata al perseguimento di obiettivi "massimi" e "totali", secondo lui, blocca le strategie diplomatiche, condannando ad una situazione di stallo. Soltanto la resa incondizionata del competitore o dell'antagonista, fa ancora acutamente osservare, renderebbe siffatta strategia vincente. Ma uno degli "a priori" del discorso polemologico esclude, sul piano concettuale come su quello operativo, che l'antagonista sia disposto alla capitolazione assoluta, nel corso della competizione. Il "realismo strategico" di Kissinger (2), già in questi scarni asserti, valica l'orizzonte assolutistico della tradizione americana culminata con la "guerra fredda".

Lo scenario teorico-pratico messo in moto dalla "dottrina Bush" (3) opera un arretramento rispetto all'orizzonte definito da Kissinger; anche se tende apertamente a prospettarsi come un suo netto superamento. Nell'epoca kissingeriana, la guerra totale era agibile unicamente in contesti locali; il che la rendeva improduttiva, irrealistica e perdente (vedi Cuba, Vietnam ecc.). Da qui hanno preso origine le ridefinizioni alla diplomazia americana apportate da Kissinger e che hanno caratterizzato più di un decennio di storia delle relazioni internazionali.

Dopo la crisi del sistema bipolare, sopravvenuta con la caduta del "muro di Berlino", il nuovo pensiero strategico americano ritiene che la guerra totale sarebbe ora finalmente globalizzabile, attraverso scansioni cronologiche, sequenze geopolitiche e slittamenti topologici. Con la globalizzazione, si sarebbe prodotta una ontologia attiva della guerra totale, finalizzata all'annientamento preventivo del nemico. Il carattere totale e totalitario della nuova ontologia bellica affrancherebbe dai limiti della "guerra fredda", la quale condannava all'attesa della resa senza riserve dell'avversario. Da questo punto di vista, l'atomica su Hiroshima e Nagasaky è stato il primo e, insieme, ultimo atto totale della "guerra fredda".

Secondo questo "calcolo strategico", teoricamente e di fatto, il teatro della guerra prevede un solo attore decisionale: gli Usa. Tutti gli altri o sono alleati docili e sottomessi, oppure simulacri viventi, destinati all'annichilimento. Qui non si affaccia, nemmeno lontanamente, l'idea che quanto più la forza viene dispiegata crudamente e intensamente, tanto più provoca un capillare sistema di resistenze e reazioni, articolate nel tempo e nello spazio; come, da ultimo, il "dopoguerra" in Irak ribadisce.

La nuda forza non può valere come potere ed il crudo potere non è in grado di sradicare il conflitto. Si rende sempre necessario l'impiego dosato di complesse e flessibili strategie di comunicazione, regolazione, mediazione, recupero e adattamento. Un ordine complesso e una complessa stabilità non sono mai il portato del brutale esercizio della forza; al contrario, la forza, in quanto tale, è causa primordiale del vacillare dell'ordine e del montare strisciante dell'instabilità.

Kissinger, per quanto fosse un pensatore e un politico reazionario (nel senso più intenso del termine) e pericolosamente contiguo alla controrivoluzione pura (non per niente, ha assunto Metternich come suo ideale punto di riferimento), non è mai stato un cultore dell'uso intensivo della forza totale, fuori da ogni scala di controllo interno ed esterno. In ciò egli era nettamente superiore ai teorici e ideologi della "guerra fredda"; tanto più risulta inavvicinabile dai teorici della guerra preventiva. Il nuovo pensiero strategico conservatore americano recupera l'armamentario ideologico della "guerra fredda" e tenta di adattarlo alle condizioni della guerra preventiva, quale forma della guerra totale nelle condizioni della globalizzazione. L'asse di scorrimento della diplomazia kissingeriana era il realismo politico; per i teorici ed i politici della "guerra preventiva", diventa l'irrealismo politico, a misura in cui si persegue la sottomissione del mondo intero alla totalitaria volontà di dominio degli Usa. Questo regresso epistemico, teorico, concettuale e politico è già costato molto sangue all'umanità; molto altro ancora ne costerà.

Ma fino a che punto la forza è fuori dal diritto ed il diritto è completamente estraneo alla forza? Sono proprio i teorici  della guerra preventiva come guerra totale a costringerci a riformulare questo antico interrogativo.

Classicamente, il rapporto tra forza e diritto è posizionato come relazione tra mezzo e fine: nel senso precipuo che la forza è ritenuto il mezzo conforme al trionfo del diritto. Da questa catena relazionale primaria ne consegue un'altra, non meno rilevante: se la forza è un mezzo subordinato al diritto, il diritto è, a sua volta, mezzo conforme al supremo fine di garantire l'esistenza della società. Il diritto è, quindi, da intendere costitutivamente come una tecnica di controllo sociale, in quanto tale inestirpabile dall'ordigno statuale, in cui trova la sua più organica attuazione. Questo è concettualmente vero almeno dal percorso che ci conduce da Jhering a Kelsen e oltre (4). Dal diritto consegue sempre una coercizione riconducibile al potere statuale; sempre dal diritto il potere statuale trae linfa vitale per la sua riproduzione formale e materiale. Il diritto ha un'immanente struttura coercitiva, allo stesso modo con cui lo Stato ha un'intrinseca struttura normativa.

La sanzione (della norma), evidentemente, non è assimilabile alla coazione fisica. La forza rimane, pur sempre, un elemento esterno al diritto: lo ripristina o insedia; dopodiché le è estranea. Possiamo, però, dire, come ben colto da Kelsen, Olivecrona e Ross, che il diritto organizza la forza (5). Intorno all'immanente struttura coercitiva del diritto si organizza il potere normativo dello Stato: forza organizzata delle norme e monopolio della forza fisica costituiscono i due versanti indisgiungibili dell'autorità statuale. Dietro il monopolio della violenza legittima c'è sempre la forza organizzata delle norme; per contro, la prospettiva normativa del diritto rimane sempre la riproduzione del potere coercitivo dello Stato.

Organizzazione della forza a mezzo del diritto significa che la norma crea una disciplina regolamentata di tipo coattivo, a cui tutti debbono conformarsi e sottostare. Più che sostituirla, come ancora riteneva Kelsen, il diritto fa un complesso uso disciplinatore e regolatore della forza. Grazie alle fondamentali ricerche di Foucault, ormai, sappiamo che accanto alla coazione fisica esiste una non meno invasiva tipologia di forza: la costrizione normativa, regolata e disciplinata da istituzioni ad hoc, la quale tende a spacciarsi come neutra, impersonale, fredda e avalutativa. Non si dà una frattura irricomponibile tra l'organizzazione della forza operata dal diritto e l'impiego della forza fisica deciso dalle strutture coercitive dello Stato. Non è affatto vero che l'evoluzione verso "superiori" forme di società comporti la soccombenza della forza fisica a favore della forza del diritto. Nelle società complesse e globali, al contrario, la connessione tra norma e forza si fa più cogente e perversa.

L'uso della forza non è contemplabile come alternativo all'uso della ragione. In tutta l'epoca moderna e fino a quasi tutto il XX secolo, l'impiego della forza è stato sempre regolato dalle ragioni della sovranità dello Stato-nazione. Il diritto, come organizzazione della forza, ha funzionato tanto come codice di controllo sociale all'interno, quanto come "regolatore attivo" della guerra nelle "relazioni esterne". Il "diritto di guerra" è una figura antica; allo stesso modo con cui antica è la figura del Leviatano statuale.

Di "leggi della guerra" parlano apertamente Platone (Repubblica) e Cicerone (De Officiis), tanto per fare due illustri esempi. Ed è proprio con Cicerone che il concetto di "guerra giusta" (bellum iustum) riceve il suo vero battesimo teorico (De Officiis, I, XI, 36). Qui, secondo il lessico e la costellazione teorico-politica dei romani, la guerra giusta si struttura e dispiega, senza infingimenti, come guerra di conquista. Non a caso, i teorici della guerra preventiva guardano con particolare favore alla Roma imperiale.

Senonché la pax romana non dipendeva dal potere imperiale (imperium), bensì era il prolungamento (con i mezzi della guerra) del patrocinio e della protezione del mondo sviluppati e potenziati a livello del 'politico'; "compiti" di cui Roma si sentiva l'esclusivo ed esclusivista titolare. L'imperium romano si stabiliva esattamente in proporzione delle capacità effettive di Roma di assicurare le funzioni di patrocinio e protezione: il potere imperiale era una funzione della pax romana. Per i romani, la conquista non si configurava, dunque, come una mera proiezione di potere; bensì costituiva una categoria del 'politico'.

L'ontologia bellica della guerra preventiva capovolge la relazione causale romana: situa l'imperium come origine della protezione e del patrocinio. Per i romani, la conquista è in funzione della protezione; per la teoria-prassi della guerra preventiva, è in funzione dell'imperium. Il potere cessa di essere un'articolazione plasmata dalle leggi e dalle categorie del 'politico'; diviene il metaspazio del 'politico' senza più alcuna mediazione e articolazione. L'imperium che si fa mondo è la risultante estrema e drammatica di questa ontologia: la proiezione spaziale della potenza, vero e proprio fulcro della controrivoluzione operata dal pensiero militare statunitense, è la strategia ritenuta meglio adeguata a questo tipo di necessità.

Il potere imperiale americano si incardina preminentemente, se non in linea esclusiva, sulla propria potenza tecnologico-militare. Parlavamo innanzi di controrivoluzione proprio a fronte dell'evidente scardinamento e capovolgimento delle categorie del 'politico' qui operati, manovrando intensamente e rimodulando con asprezza i codici di potenza del potere. "Colpire a distanza" e "proiettare a distanza" la potenza di fuoco del potere: ecco le due variabili strategiche della "dottrina Bush", ampiamente esplicitate dall'amministrazione medesima, del resto.

E dunque, diversamente da quella romana, la pax americana è paralisi del 'politico', ora direttamente infeudato sotto l'imperium. Con l'ulteriore e non lieve differenza che qui l'imperium non è, come nel caso di Roma, possesso, organizzazione, amministrazione e controllo del mondo. La proiezione a distanza della potenza fa qui tutt'uno con la proiezione degli Usa come mondo.

Con tutta evidenza, profittando dei processi di globalizzazione, la proiezione del potere salta la fase intermedia dell'organizzazione dell'imperium. L'amministrazione americana intende dominare un mondo ancora non interamente organizzato e non interamente amministrato dagli Usa. Deflagrano, con ciò, le regole classiche del 'politico' che è, sì, sempre comando sullo spazio/tempo, ma sempre secondo i codici di espansione delle sfere della sovranità (6). Qui, invece, l'imperium americano intende far corrispondere alla estensione del proprio comando sullo spazio/tempo il restringimento della legittimazione attiva alla sovranità, imputata unicamente agli Usa.

Da questo estremo lembo, la prospettiva amico/nemico del decisionismo schmittiano è trasfigurata e viene preannunciata una situazione permanente di guerra totale. Spezzate e dissolte tutte le catene causali e gerarchiche tra 'politico' e 'potere' ancora presenti in Schmitt, non ci troviamo più affacciati sul precipizio della "guerra civile mondiale"; bensì siamo sospinti nell'abisso delle proiezioni della guerra planetaria. In un lungo salto mortale, trascorriamo dalla pax romana alla guerra americana. Una geopolitica universalistica rende il mondo prigioniero della guerra.

 

2. Dalla costituzione senza sovrano al sovrano senza costituzione

Rifacendoci ad alcune dotte e mirabili pagine di S. Mazzarino, possiamo concludere che il mondo delle monarchie assolute del Cinque e Seicento abbia trasmesso "in retaggio" alla storiografia moderna la problematica del conflitto e/o della conciliazione possibile tra costituzione e potere (7). E non v'è dubbio, come lo stesso Mazzarino insegna, che questo sia stato uno dei temi prediletti del "pensiero storico" classico.

D'altronde, il rapporto/conflitto tra costituzione e potere delinea l'orizzonte entro cui matura la stessa "prospettiva tucididea" (8). Al suo più alto livello di sviluppo, la guerra comporta lo sconvolgimento della contemporaneità. È da qui che Tucidide conclude che la guerra spinta alla massima tensione si rivela come una sciagura per l'umanità. Da qui, inoltre, si ingenera una sorta di circolo infernale che fa di ogni guerra subentrante una sventura ancora più grande della precedente. La guerra estrema qui non è "levatrice" dell'umanità; bensì l'affossa. Ciò è tanto più vero oggi, nell'epoca del big-bang nucleare e della proliferazione delle armi di distruzione di massa. Ma ancora: il circolo della guerra assoluta mostra, con tutta chiarezza, le degenerazioni estreme del potere ed il progressivo sgretolarsi degli apparati costituzionali. Per Tucidide, di conseguenza, la catastrofe estrema è rappresentata dalla guerra del Peloponneso: una guerra fra greci che sconvolse l'equilibrio e l'immagine del mondo antico.

Certo, nella concezione di "sviluppo" approntata da Tucidide non mancano motivi "reazionari". Alla concezione ottimistica di Erodoto egli affianca ed oppone una visione della storia pessimistica, se non catastrofica che nel "progresso" individua le ragioni della decadenza. E tuttavia, pur a fronte di questi evidenti limiti, la "prospettiva tucididea" ha il merito notevole di inquadrare il "fenomeno guerra" in tutta la sua drammatica intensità storica ed al massimo di vigenza del suo potenziale politico distruttivo.

In una prospettiva tucididea rovesciata, C. Schmitt dirà: la guerra concentra la "manifestazione estrema" della relazione amico/nemico ed, in questo senso, è il "presupposto" del 'politico' (9). Essa, in quanto tensione all'assoluto, si fa regolatrice della relazione tra potere e costituzione. Diversamente che in Tucidide, la guerra (totale) non rompe l'equilibrio delle forze, ma consente di mantenerlo ed estenderlo. Consolida, così, la potenza, trasformando il potere nel custode della costituzione. Perciò, in Schmitt, la crisi e/o il vuoto di potere lascia la costituzione senza sovrano.

Nondimeno, la prospettiva tucididea rovesciata di C. Schmitt non soddisfa il nuovo pensiero strategico americano: mentre il primo è impegnato nel tentativo titanico di costituzionalizzare il potere assoluto e la forza estrema (che lo porrà al servizio del Leviatano nazista), il secondo coniuga direttamente il potere assoluto e la forza estrema come gli unici agenti della costituzionalizzazione della materialità storica e sociale. La costituzione non corre più il rischio di rimanere senza sovrano, insomma. Meglio ancora: il sovrano diviene l'artefice e l'architetto della costituzione materiale. Siamo qui in una situazione di assenza della costituzione formale, dalla quale il sovrano tende a divincolarsi definitivamente.

Ma, differentemente dalle monarchie del Cinque e Seicento, il nuovo sovrano assoluto (gli Usa) non si preoccupa di conferire legittimazione politica e sociale alla propria autorità, con adeguate e articolate strategie di potere. La sovranità è ora declinata come potestas senza auctoritas. Registriamo, sul punto, una polarità contraddittoria: per un verso, ci si allontana dalla tradizione politica europea; dall'altro, si rimane preda della pulsione sintomatica della politica vetereuropea: la concezione del potere come "bene di possesso" (10). Qui è il possesso di potere che fa la forza, stabilendo le regole e la posta di un gioco politico che tende, in permanenza, a fare a meno della costituzione formale. Uno dei più caratteristici paradigmi schmittiani si trova ad essere perfettamente capovolto: la situazione a cui tende il potere assoluto degli Usa è quella del sovrano senza costituzione.

Ritorniamo, anche se per altra via, al nesso cruciale sussistente tra diritto e forza. Maggiore è la forza, maggiore il diritto: non è il diritto che qui organizza la forza; bensì la forza si presenta come diritto, assumendo le sembianze del potere assoluto. E qui il potere assoluto si avvale della facoltà (assoluta) di dichiarare preventivamente e unilateralmente la guerra. Il "diritto di fare la guerra" (jus ad bellum), dall'epoca moderna a quella contemporanea, è attribuito al potere sovrano; qui, invece, è la sovranità senza auctoritas (ovvero, gli Usa: "sovrano senza costituzione") ad autoinvestirsi di tale prerogativa. Vale a dire: per l'unilateralismo americano, la guerra si qualifica come giusta, anche se non è il diritto a sancirne la giustizia. Reperiamo qui una frattura non lieve tra jus ad bellum e bellum justum, con la conseguenza inevitabile che sono destinati a franare tutti i vincoli della "giustizia in guerra" (jus in bellum) (11). Non ci si può, perciò, meravigliare delle atrocità della guerra; in particolare, l'accanimento dei mezzi e degli strumenti di distruzione sulla popolazione civile. Ora e qui, il regno della forza si costituzionalizza non più attraverso lo Stato sovrano (Machiavelli, Hobbes e Locke); bensì lo Stato privo di auctoritas costituzionalizza la (propria) forza, con la quale regola le relazioni internazionali.

Sembra di assistere ad un ritorno ferino allo "stato di natura" hobbesiano o alla "grande selva" vichiana. Ma così non è. Interviene qualcosa di più terrificante. La regolazione statuale dello "stato di natura" è, in Hobbes, inizio e, insieme, razionalizzazione del ciclo politico, depurato dalle ragioni dilanianti della sedizione. In Vico, la "grande selva" è termine e inizio del ciclo politico, permanentemente in bilico tra i "corsi" e i "ricorsi" della civilizzazione e della "civile felicità". In tutte e due i casi, pur differenti, la possibilità di costituzionalizzare il conflitto è una regolarità del ciclo politico. Qui no; tale possibilità è espunta, perché il ciclo politico è soppresso in quanto rete articolata di decisione e mediazione.

L'orizzonte del 'politico' viene squarciato all'indietro; si ritorna al regno della forza che, già per i greci dell'epoca arcaica (12), è un "mondo a parte", con regole sue proprie, antecedenti e non fungibili con quelle proprie del 'politico'. A differenza della prospettiva tucididea rovesciata assunta dal decisionismo schmittiano, il nuovo pensiero strategico americano assume un'angolazione pre-tucididea. Diversamente che in Tucidide, qui la forza precede e travalica il 'politico'. Nasce da qui una geopolitica universalistica che ricomprende in sé il 'politico', dopo averlo sbranato. L'angolazione è qui pre-tucididea, anche per un'ulteriore ed evidente circostanza. Risulta, difatti, sradicato uno dei momenti fondanti del 'politico': la conoscenza politica finalizzata all'arte del governo politico dei conflitti. Quella apportata dal nuovo pensiero strategico americano è una controrivoluzione assoluta, perché disloca lo stato di guerra perpetuo, in contrapposizione belligerante con tutte le utopie e le rivoluzioni che, dall'antichità alla contemporaneità, hanno cercato di far girare in avanti la ruota della storia, spesso tragicamente e non di rado fallendo i loro intenti.

L'imperium americano non si limita, con la forza, a violare il diritto. Ne registra, piuttosto, la crisi irreversibile (in primis: crisi del diritto internazionale). È, questo, un rovescio ed un esito, oltre che una concausa, della crisi altrettanto incontenibile del 'politico', soprattutto delle sue matrici europee (13). Per la fuoriuscita dalla crisi del diritto e del 'politico', gli Usa propongono soluzioni regressive incardinate sui codici della forza e del potere; e lo abbiamo visto. Sino a che, per questa crisi doppia, non verranno allestite vie d'uscita "progressive", la soluzione americana risulterà vincente, per questa motivazione ulteriore, ma non secondaria. Finora, i competitori e gli antagonisti degli Usa si sono limitati all'istanza di ripristino delle regole revocate dall'unilateralismo americano, senza soffermarsi adeguatamente su una circostanza decisiva. Questa: è stato tanto più facile vulnerare quelle regole, quanto più esse già risultavano largamente inefficaci, per effetto della loro crisi organica.

I diritti degli Stati membri della società internazionale, di cui l'Onu è involucro giuridico e materiale, sono da anni in sofferenza, divorati come sono da asimmetrie decisionali e distributive. Nella comunità delle nazioni regolata dall'Onu, i princìpi di giustizia, equità, univocità e responsabilità non trovano universale applicazione. Con il crollo del duopolio Usa/Urss, il fenomeno si è accentuato in maniera inquietante. La fine dell'ordine bipolare del mondo è, sì, stata "occasione per un nuovo inizio", ma non nella positiva direzione auspicata e sperata da J. Habermas (14); anzi. Del resto, la crisi di rappresentatività e legittimità dell'Onu parte da lontano; nel caso della seconda "guerra del Golfo", è stata spinta verso il vertice superiore. L'Onu medesima ha contribuito a questa caduta di rappresentatività e legittimità, con scelte e politiche non sempre cristalline e, per lo più, condizionate, se non determinate, dai membri più potenti della comunità internazionale.

L'edificio della società internazionale era da tempo scricchiolante, perché logore e usurate erano le sue fondamenta. In un "teatro" in cui i diritti dei paesi forti valgono sempre di più di quelli dei paesi deboli (15) ed in cui le "opportunità di vita" sono distribuite in maniera sempre più diseguale tra aree prospere ed aree povere del mondo, è destinato a venire progressivamente meno il fondamento comune della società internazionale. Il bellicismo unilateralista americano interviene al culmine di questa crisi e tenta di volgerla a proprio completo favore. L'Onu è, ormai, da gran tempo un edificio pericolante. Difficile ripararlo; e quand'anche vi si riuscisse, non sarebbe una risposta all'altezza dei tempi. Nell'epoca dei poteri globali, ciò che si richiede è: a) scrivere i diritti cosmopolitici nel solco della differenza; b) pensare la geopolitica del pianeta in chiave cosmopolitica. Insomma, l'esigenza è quella di attraversare in avanti l'orizzonte planetario della crisi del 'politico' e del diritto. Solo a questo livello, si potrà competere, ad "armi pari", con la teoria-prassi della guerra preventiva.

 

3. Fuori dai dilemmi

L'analisi critica che precede rimane, tuttavia, monca di un elemento di indagine essenziale. È vero: l'unilateralismo americano costituisce una rottura formale e materiale dello spazio del 'politico' (e del giuridico) di ascendenza europea. Non per questo, tale spazio aveva ed ha avuto un effettivo carattere egualitario ed universalistico.

Che il diritto internazionale, dallo Jus publicum europaeum alla nascita delle Nazioni Unite, abbia costituito e preservato l'unità del mondo corrisponde ad una flagrante contraffazione storica: una classica falsa coscienza (ideologica), stratificata come luogo comune scientifico e simbolico. È, piuttosto, vero il contrario: il diritto internazionale, fin dagli albori, ha teso a costituire l'unità dell'Occidente come unità del mondo. Con una logica espansiva, l'Occidente si è costituito come mondo civile; con una logica restrittiva, ha assimilato il mondo a se stesso. Per effetto della contestualità delle due logiche, il diritto era e rimaneva prerogativa e titolarità esclusiva del (presunto) mondo civile. Ciò ha fatto sì che l'Occidente fosse, sin dall'inizio, uno spazio/tempo parziale, affetto dalla sindrome della discrezionalità giuridico-politica e del dispotismo culturale (16).

A ben guardare, vanno rilevati retaggi culturali e incrostazioni ideologiche che rimontano ad epoche ancora più lontane. Occorre risalire fino alla cultura greca che percepisce e costruisce il "barbaro" come nemico (hostis), a cui non vengono riconosciuti diritti. Continuando, è necessario, su questa linea genealogica, ricollegarsi non soltanto alla tradizione giuridica romana, ma anche rilevare il ruolo giocato dalla scolastica e dalla neo-scolastica nel mettere in codice il paradigma della "guerra giusta", secondo una sequenza concettuale che parte da S. Agostino e perviene a S. Tommaso, ricomincia da Vitoria e si chiude con Caetano e de Soto (17). Niente meglio delle Crociate e, dopo il 1492, del massacro dei nativi americani esemplifica il carattere terribile e violento del paradigma della "guerra giusta".

Il diritto internazionale, così come l'abbiamo conosciuto, ha sancito la divisione e la dominazione del mondo, dalla parte delle superpotenze e dei loro più fedeli alleati. Ecco perché è stato colpito a cuore dalla globalizzazione. Con essa, quella divisione risulta anacronistica, per le stesse finalità del dominio e gli interessi dei dominanti. Il mondo evocato e mantenuto in piedi dall'Onu rimane spazio/tempo planetario scisso, in cui vigeva il multilateralismo dei dominanti.

La globalizzazione esige e insedia, invece, uno spazio/tempo ricomposto, per quanto multiverso e polidimensionale. In esso l'esercizio del potere e del dominio è di natura aggregativa e non già divisoria (18). Nel senso che il pianeta va ora, per intero, ricondotto a codici di dominio globali e, dunque, non è più possibile frazionarlo a blocchi. Risiedono qui le ragioni fondamentali del crollo dell'impero sovietico e, insieme, la "base oggettiva" della "dottrina Bush".

Lo spazio/tempo politico e giuridico della globalizzazione non lascia niente fuori dei propri ambiti: tutto incorpora e tutto tende a regolare, secondo i propri codici di riproduzione. Le coppie binarie che attraversano, dalla guerra giusta al decisionismo politico novecentesco, la tradizione politico-giuridica europea perdono di vigenza. Di questa lunga tradizione, l'Onu costituisce l'ultima forma di espressione cogente. Possiamo dire: il passaggio alla globalizzazione dispiegata converte l'Onu, da figura genealogica, a persistenza archeologica. Qui la genealogia del diritto internazionale occidentale si compie, trascorrendo in archeologia.

Su questa archeologia interviene la "mano pesante" dell'unilateralismo americano, trattandola come un residuo e dissolvendola. V'è della lucidità controrivoluzionaria in ciò: l'impiego della globalizzazione, per un tentativo titanico e cruento di fondare il comando politico, camminando avanti, volgendo la testa all'indietro. Non meraviglia che ciò, in un colpo solo, spazzi via, con le tradizioni dello Jus publicum europaeum, tutti i diritti progressivamente sedimentati nel lungo arco storico che va dalla "Magna Charta" alla "gloriosa rivoluzione" inglese, dalla rivoluzione americana a quella francese, dalla democrazia rappresentativa al Welfare State. Rincorrere all'indietro l'unilateralismo americano, per cercare di frenarlo e imbrigliarlo, è fatica vana. Occorre, piuttosto, accettare la sfida: camminare in avanti, volgendo le spalle al passato. In questo movimento difficile e complesso risiedono le speranze e le possibilità effettive di sottrarsi al dilemma della guerra globale.

Non rimanere prigionieri della guerra, può solo significare collocarsi al culmine dello spazio/tempo della globalizzazione, per cercarne le aperture, pensando al "radicalmente nuovo". Il passato ed il presente del cambiamento, in quanto tali, sono morti e appaiono indifendibili: la loro energia si è esaurita. Sono recuperabili soltanto "lavorando" ad una discontinuità positiva.

Una discontinuità negativa, in ogni caso, ha fatto irruzione, qualunque sia la nostra intenzionalità, la nostra pratica e la nostra progettualità. Si tratta di non rassegnarsi al segno mortuario della negatività irrompente. Nelle stesse faglie da cui fa irruzione il "negativo" si trincerano gli embrioni del "positivo" ed è da questo livello estremo e, insieme, necessario e possibile, che l'avversario può essere sconfitto. Da questa soglia il passato ed il presente ritornano a palpitare e a parlare linguaggi vitali. L'Angelo della Storia non può più camminare con le spalle al futuro, abbacinato e annichilito dalla ferocia degli umani, capaci di trasformare in inferno i mondi vitali. Ora o ha la capacità di camminare con le spalle al passato, senza smettere di vedere la barbarie del presente, oppure si consegna alla disperazione cosmica. Il tempo è maturo, per uscire fuori, una buona volta, dai dilemmi del 'politico' (moderno e contemporaneo).

(giugno-luglio 2003)

Note

(1) Sulla complessa opera di ridefinizione della politica estera americana operata da H. Kissinger, rimane tuttora valido L. Garruccio, L'era di Kissinger, Roma-Bari, Laterza, 1975.

(2) I lavori principali con cui Kissinger fissa il suo "orizzonte teorico" sono: Nuclear and Foreign Policy, New York, Harper and Brothers, 1957; The Necessity for Choice. Prospects of American Foreign Policy, New York, Harper and Brothers, 1961. Cfr., sul punto, L. Garruccio, op. cit., pp. 18-42.

(3) Per la discussione del tema, rinviamo al precedente Editoriale n. 21 di "Focus on line".

(4) Sull'argomento, utile la rassegna critica di A. Catania, Il diritto tra forza e consenso, Napoli, ESI, 1987; in part., pp. 45 ss.

(5) Sulle concordanze e distinzioni presenti, sull'argomento, nelle posizioni di Kelsen, Olivecrona e Ross, cfr. A. Catania, op. cit, pp. 48-74.

(6) Per una discussione più ampia del tema, si rinvia al già citato Editoriale n. 21 di "Focus on line".

(7) Cfr. S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 3 voll., Bari, Laterza, 1973-74; in part., Tomo II.2, pp. 263-264.

(8) Sul punto, è ancora decisivo Mazzarino, op. cit.; in part., Tomo I, pp. 274-285. Su Tucidide "pensatore politico" è rilevante, perlomeno, un altro contributo "classico": W. Jager, Paidea. La formazione dell'uomo greco, 2 voll., Firenze, La Nuova Italia, 1967; in part., I, pp. 641-688. Per una "presa di visione" diretta, cfr. Tucidide, La guerra del Peloponneso, Milano, Rizzoli, 1985. Per quanto duramente critico del realismo di Tucidide, lo stesso M. Walzer fa propria l'analisi della scala esponenziale della guerra, pervenendo alla conclusione (non solo morale, ma anche politica) che la "guerra è un crimine" e, per questo, non va mai iniziata. Il che, per Walzer, non vuole significare che non sia giusto opporsi ad una "guerra di aggressione", ma solo indicare che la responsabilità della guerra incombe sul capo di chi la comincia (Guerre giuste e guerre ingiuste, Napoli, Liguori, Napoli, 19979, passim). Ovviamente, le "azioni" della guerra rientrano sempre nella sfera delle responsabilità di chi le compie, indipendentemente dallo status di "aggressore" o "aggredito". Il guaio è che qui il paradigma della "guerra giusta", conservandosi nella sua intangibilità, diviene la "base teorica" per giustificare la "guerra preventiva", camuffata come "risposta giusta" ad un'aggressione (nonostante l'aggressione non si sia ancora esercitata). Non a caso, Walzer diviene il principale ispiratore del Documento di 60 intellettuali americani, con cui si giustifica e legittima la guerra dell'amministrazione americana contro "l'asse del male".

(9) Le opere di Schmitt rimarchevoli, sull'argomento, sono: a) Le categorie del 'politico', Bologna, Il Mulino, 1972; b) Teoria del partigiano, Milano, Il Saggiatore, 1981. Sul rapporto tra 'politico' e guerra, con notazioni critiche alla posizione schmittiana, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi: a) Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1995, in part. il cap. 1; b) La soglia difficile. Prospettive e figure della crisi all'ingresso del Novecento, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1998, in part. i capp. 5-6.

(10) In tema, rimane tuttora calzante la sferzante critica di N. Luhmann, Potere e codice politico, Milano, Feltrinelli, 1982; Id., Teoria politica nello stato del benessere, Milano, Angeli, 1983.

(11) Sul conflitto tra jus ad bellum e jus in bellum, cfr. M. Walzer, Guerre giuste e guerre ingiuste, cit.(autore che, come abbiamo visto, pure riconosce legittimità teorica e storica alla nozione di "guerra giusta"); in part., pp. 39-73, 175-371; Tecla Mazzarese, Etica e diritti: tra etica e retorica, "Ragion Pratica", n. 7, 1999 (una versione elettronica del testo è disponibile sul sito di Jura gentium).

(12) Sulla questione, cfr. W. Jager, Paidea. La formazione dell'uomo greco, cit. Ha riportato l'attenzione su questo cruciale "momento realista" della paidea greca M. Walzer, op. cit, p. 20.

(13) Il tema è stato discusso nel precedente Editoriale n. 21 di "Focus on line".

(14) Cfr. J. Habermas, Dopo l'utopia, Venezia, Marsilio, 1992, pp. 10-11 ss.

(15) Sulla questione cfr., estesamente, D. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Torino, Einaudi, 2001. Per Zolo, correttamente, quella della "asimmetria dei poteri" costituisce il non emendabile vizio d'origine dell'Onu. Del resto, il medesimo e non sospetto H. Morgenthau, sostenitore insigne delll'approccio "realista" nelle "relazioni internazionali", non ha esitato ad equiparare l'Onu ad una moderna "Santa Alleanza". Il problema è stato sollevato con forza da P. Ingrao, Il potere delle armi e le armi del potere (intervista), "Liberazione", 2 giugno, 2002. Sulla problematica della guerra e del "nuovo ordine" internazionale, tutta la variegata produzione intellettuale di Zolo di questi ultimi anni costituisce uno degli ineludibili punti di riferimento. Ricordiamo, a titolo esemplificativo: a) Cosmopolis. La prospettiva del governo mondiale, Feltrinelli, Milano, 1995; b) I signori della pace. Una critica del globalismo giuridico, Carocci, Roma, 1998; c) Universalismo imperiale e pacifismo "secessionista", "La Rivista del Manifesto", n. 32, 2002; d) Dalla guerra moderna alla guerra globale, in AA.VV., Not in My name. Guerra e diritto (a cura di Linda Bimbi), Roma, Editori Riuniti, 2003. Tutti i contributi che trovano posto nell'ultimo libro citato risultano particolarmente interessanti; ai fini dell'esplorazione che stiamo qui cercando di proporre, rilevano soprattutto quelli di M. Klare, R. Falk, F. Rigaux, P. Shiner, A. Di Blase, G. Palmisano, R. La Valle, S. Senese, L. Ferrajoli. Ovviamente, la pista di indagine che stiamo cercando di approntare, pur avendone tenuto debitamente conto, non concorda con quelle presenti nei testi innanzi richiamati: la responsabilità di "errori di analisi" e "conclusioni infondate" è soltanto di chi scrive.

(16) Cfr., da ultimo, le considerazioni di D. Zolo, Universalismo imperiale e pacifismo "secessionista", cit. Per una critica dei processi di civilizzazione, sia concesso rinviare ad A. Chiocchi, Civiltà ed emarginazione. Per la critica della civilizzazione, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 1998.

(17) Per una sintetica, ma approfondita ricognizione critica, cfr. F. Rigaux, La dottrina della guerra giusta, in AA. VV., Not in My Name, cit.

(18) Per l'inquadramento di questo processo, secondo prospettive di analisi non concordanti, ma nemmeno antinomiche, cfr. M. Hardt-A. Negri, Impero, Milano, Rizzoli, 2002 (ma 2000); G. Galli, Spazi politici, Bologna, Il Mulino, 2001; G. Chiesa, La guerra infinita, Milano, Feltrinelli, 2002.