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Focus on line, n. 19/20, gennaio-aprile 2003
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

 

 

GABBIE D'ACCIAIO.
DIRITTO, SAPERI, POTERI, CARCERE E DINTORNI
(*)

 di Antonio Chiocchi

 

 

1. Carcere ed epistemologia (1)

Siamo obbligati a partire da una evidenza che risale già ad alcuni decenni fa, se non addirittura alla fine dell'Ottocento: la crisi di tutte le "teorie penali" e del "controllo sociale" e dei corrispondenti modelli di "costruzione e insediamento" del carcere come uno dei centri regolatori dell'ordine (2) Il fatto è che la "crisi generalizzata degli ambienti di reclusione" (3) non è soltanto espressione di "teorie della crisi" o una delle cause della dislocazione paralizzante della "crisi della teoria". All'opposto, in virtù di una specie di "riflesso condizionato" epistemologico, i poteri mettono a profitto la crisi delle pratiche e delle teorie dominanti, per edificarvi sopra "costrutti teorici" e "mezzi di controllo" aventi una maggiore carica performativa, attraverso la manipolazione e messa in scena diretta delle pulsioni simboliche sottostanti e sovrastanti le sfere del dominio.

Diversamente da quanto potrebbe sembrare ad un'analisi affrettata, tale processo non segna la neutralizzazione della cultura. Piuttosto, approfondisce ed allarga illimitatamente lo stato ancillare degli intellettuali nei confronti del potere. La crisi della cultura (da cui si dirama la crisi dei modelli di controllo penale/penitenziario in particolare, nonché del controllo sociale in generale) infeuda ancora di più gli intellettuali sotto il potere. Ciò anche per la non secondaria circostanza che tra le cause scatenanti la crisi della cultura va, certamente, annoverata l'azione ipertrofica dei poteri.

Il potere è tale anche perché, in linea costante, produce la crisi della cultura. I modi con cui questo avviene sono i più svariati e tanto più si effettualizzano quanto più le culture sembrano rarefarsi, sofisticarsi e astrattizzarsi. Ciò è vero soprattutto nell'attuale epoca storica, in cui la crisi della cultura (e la relativa funzione ancillare degli intellettuali) è oscurata e nascosta da teoriche e tecniche che si collocano ad un elevato livello di astrazione e rarefazione, in una sorta di limbo impalpabile che poco sembra avere a che fare con le "cose mondane", ma che di esse, invece, sono un risvolto impietoso e inquietante.

Le teoriche/tecniche in crisi continuano ad essere giustificate da tutti i vari e prevalenti modelli scientifici e politologici oggi in circolazione, nonostante il loro "livello di rendimento" sia assai prossimo al grado zero. Circostanza, questa, che dovrebbe mettere perlomeno in discussione i capisaldi epistemologici tanto dell'approccio idealista, razionalista, empirista e neo-empirista quanto dell'approccio utilitarista, neo-contrattualista e così via discorrendo (non solo sul carcere e suoi dintorni).

Il caso del carcere e del sistema penale è emblematico. Notoriamente, essi falliscono in maniera sistematica tutti gli obiettivi dichiarati. Dovrebbero, quindi, costruire un "caso di studio", per la falsificazione delle teorie normative e dei principi regolatori che presiedono alla loro messa in forma e funzionamento. E invece no. I codici normativi assunti come referente continuano ad essere ritenuti legittimi, esattamente come la realtà controfattuale che vi corrisponde prosegue imperterrita ad incardinarsi sui criteri di funzionamento falsificati.

Vi deve, al fondo, essere qualcosa che non va. Rimonta (anche) da qui l'esigenza di indagare il nesso di implicazione tra epistemologia e carcere.

Prendiamo qui in considerazione uno degli schemi epistemologici più raffinati proposti negli anni '70 dello scorso secolo: quello di Lakatos. Come è noto, per lui, la valutazione di "scientificità e razionalità" di una posizione non poggia su una "teoria isolata" o su una "costellazione di teorie", bensì su un "programma di ricerca" scientifico, ritenuto provvisoriamente inconfutabile per convenzione (4). In quanto tale, sostiene Lakatos, questo programma è dotato di una euristica positiva, attraverso cui è possibile definire i problemi, delineare ipotesi ausiliari, prevedere anomalie e trasformarle in "esempi a favore". Esiste, dunque, un piano prestabilito, in accordo o in disaccordo del quale si procede. A sua volta, siffatto piano ruota intorno ad un nucleo inviolabile che i ricercatori/scienziati non sono per nulla disposti a porre in discussione. In un certo senso, è tale "nucleo inviolabile" l'asse privilegiato intorno cui ruotano il programma di ricerca e le relative ipotesi ausiliari.

Una volta individuato il "nucleo inviolabile" del programma di ricerca, saremmo posti in faccia al suo "motore interno", al suo maggiore "punto di forza" o "punto di debolezza", a seconda dei casi. Quest'esito impredicibile non è presente nell'approccio messo a punto da Lakatos. Nondimeno, è da esso derivabile in via immediata. Malgrado le sue intenzioni polemiche, Lakatos conserva:

a) l'immobilismo degli standard cognitivi e delle procedure di verifica del falsificazionismo metodologico di Popper, in forza di cui lo "sviluppo" del sapere segue una "logica" lineare-incrementale;

b) il convenzionalismo delle "rivoluzioni scientifiche" procedenti per "cambi di paradigma" di Kuhn, per effetto del quale lo "sviluppo" del sapere avviene mediante il passaggio ad un altro "programma scientifico" che continua a conservare intatta la nozione di "razionalità scientifica" data (5).

Il deficit maggiore che risalta dallo schema lakatosiano sta nella mancata previsione di una situazione di complessità e differenziazione, per usare il lessico proprio al funzionalismo sistemico. Dobbiamo partire dalla consapevolezza che tanto i "modi di fatto" attraverso cui si perviene alle "credenze scientifiche" quanto le "definizioni di conoscenza" debbono perdere il loro carattere di "rilevanza centrale" (6). Che è come dire: il "programma" dell'epistemologia non è finalizzato alla determinazione dei modi e delle condizioni base della conoscenza. Se continuiamo a concepire l'epistemologia come "scienza fondativa" della gnoseologia e della legittimità delle asserzioni e proposizioni dei "soggetti cognitivi", vincoliamo la conoscenza a dei modelli rigidi che sovrimpressionano le singole realtà, senza nemmeno sfiorarne i processi complessi e differenziati che le solcano.

Imboccato, per così dire, il "crinale fondazionalista", assume scarsa importanza dibattere su quale debba essere il contrassegno peculiare dell'epistemologia: la normatività o la descrittività. Ci aggiriamo, pur sempre, entro un circolo chiuso, nel seno del quale all'epistemologia viene attribuita una duplicità di funzioni tra di loro contraddittorie. Qui essa prima fonda la conoscenza e dopo la giustifica. Come dire: le verifiche di legittimità scientifica sono attribuite a quella medesima soggettualità sapienzale che le ha elaborate! In maniera assai perversa, qui l'epistemologia si legittima come fonte e giustifica come scienza. Diviene, così, una sorta di conoscenza della conoscenza: una metadimensione da cui dipendono i modi e gli impieghi del sapere, l'atteggiarsi ed il posizionarsi dei "soggetti cognitivi", il valore di certezza o falsità delle proposizioni scientifiche. Per effetto della sua metadimensionalità, l'epistemologia rimpiazza le funzioni svolte dalla metafisica nel sistema filosofico-scientifico antico e moderno. Non prima, però, di aver sapientemente costruito un'immagine di sé quale superamento ultracritico e irreversibile della metafisica.

Va da sé che l'approdo metadimensionale, a rigore, non è epistemologicamente corretto. Perciò, non è mai stato stanato a sufficienza. Chi si è spinto più in là nell'operazione di critica dei metodi epistemologici e della metadimensionilità epistemologica, certamente, è stato Feyerabend, con la sua recisa negazione della "credenza" diffusa (non soltanto nella "comunità scientifica"), secondo cui la scienza sarebbe l'unica forma di conoscenza validata e verificabile (7). Con l'anarchismo metodologico feyerabendiano, crolla il mito del "primato della scienza". Non solo. Feyerabend nega che la scienza abbia una natura oggettiva e che la sua definizione sia "affare interno" alla competizione fra teorie rivali.

Per Feyerabend, nella formulazione di una (qualunque) nuova teoria occorre:

a) violare le regole di razionalità e le metodiche codificate;

b) rifuggire da "standard permanenti";

c) destrutturare e dissolvere l'"invarianza di significato" delle proposizioni scientifiche;

c) tener conto anche di codici culturali in senso lato e antropologici in senso stretto.

La critica del metodo lo conduce, così, ad un approdo di tipo cosmologico: tutto il "materiale" presente nel cosmo rientra nel processo di formazione e sviluppo della conoscenza. Col che il concetto moderno di razionalità scientifica è messo alle corde. La scienza, che si era affrancata da tutti gli altri campi disciplinari, per stabilire su di essi il suo imperio, viene alla fine discoperta in tutta la sua sistematica precarietà e debolezza.

Rimanendo fermi a Feyerabend, dovremmo accettare qualunque formulazione linguistica, purché essa sia suscettibile di "interpretazione", non importa quale sia la sua origine e quale la sua caratteristica. La critica e la crisi della scienza si capovolgono, dunque, nel primato dell'interpretazione. All'euristica positiva di Lakatos subentra l'ermeneutica ametodologica di Feyerabend. E qui frana lo stesso concetto classico di razionalità scientifica, a misura in cui l'opinione (doxa) prevale sul sapere (episteme). Se l'approccio fondazionalista irrigidisce l'epistemologia come una metadimensione ("conoscenza della conoscenza"), l'anarchismo metodologico feyerabendiano, nulla togliendo ai suoi corrosivi meriti, la fossilizzza nei termini di una interpretazione dell'interpretazione. Qui ci affranchiamo, sì, dai dilemmi dell'epistemologia, ma soltanto per (ri)precipitare in quelli dell'ermeneutica. Dalle interrogazioni intorno ai programmi regrediamo alle interrogazioni intorno alle interpretazioni: un passo avanti e due indietro, come dire.

Esaurito quest'insolito excursus, possiamo porci due domande cruciali che ci introducono al nostro oggetto di ricerca.

Domanda principale: qual è il "nucleo vitale" del programma (dell'esecuzione) penale?

Domanda subordinata: la "domanda principale" ammette risposte univoche e assorbenti, di volta in volta, selezionabili come quelle dotate del maggiore grado di plausibilità?

Nessun programma è sede di un "nucleo vitale" coerente; anzi, ben dentro il "nucleo vitale" si annidano nodi di controfattualità. Ma non per questo la controfattualità può dirsi incoerente: viceversa, il nucleo vitale di ogni programma non fa che miscelare e dosare coerenza e incoerenza. Fattualità e controfattualità costituiscono le due facce della stessa medaglia. Ogni programma procede attraverso l'azione combinata e contraddittoria di "fatto" e "controfatto": come il primo non conferma il programma, così il secondo non lo smentisce.

Non possiamo, quindi, meravigliarci, se programmi altamente "controfattuali" non vengano abbandonati; allo stesso modo con cui non può costituire motivo di stupore che programmi di elevata "fattualità" vengano interrotti o sospesi in via definitiva. Sussiste un profondo legame (epistemologico) di coappartenenza e distinzione tra coerenza e incoerenza, fattualità e controfatualità che occorre, di volta in volta, individuare; pena il ricorso alla spiegazione semplicistica che riconduce tutto alla volontà dei decisori.

Lo scandalo, per dare ancora più concretezza al nostro discorso, non risiede nella circostanza che, nonostante non "rieduchi", non "risocializzi" e non accresca le soglie della sicurezza sociale, il carcere sia ancora lì, posto come uno dei piloni dei sistemi di regolazione e controllo sociale. Lo scandalo starebbe, piuttosto, nell'evidenza contraria: nel venir meno del carcere, a fronte del suo fallimento fattuale. Siamo costretti, dai "fatti" e "controfatti", a rilevare che più manca gli scopi dichiarati e più il carcere si abbarbica nella società. E ciò, soprattutto, nel presente storico e nel futuro che si prospetta, sia ad occidente che ad oriente.

La simultaneità epistemologica dei livelli di coerenza/incoerenza, fattualità/controfattualità, senso/non-senso, di cui abbiamo cercato di dare stringatamente conto, fornisce la chiave di comprensione di questo paradosso. Che, poi, tanto paradosso non è. A ben vedere, esso è un conseguenziale risultato e, nel contempo, un'esemplare base di aggregazione di teorie, fatti e controfatti. Le interpretazioni, da sole, qui non possono aiutarci a risolvere i rompicapo contro cui impattano la nostra conoscenza e la nostra esistenza.

 

2. Il diritto e la glacializzazione del vivente

Le teorie normative e quelle descrittive, al di là delle discordanze tra loro sussistenti, finiscono con il convergere in uno snodo cruciale: la formalizzazione dell'esistente sotto il controllo di regole codificatorie. Il formale diviene qui il fondamentale, se non unico, principio di rappresentazione del reale. Al di là della crisi delle "teorie della rappresentazione" e della rappresentazione stessa (8), quello che qui va sottolineato è che il formale è condannato a non recepire il magma entro cui il reale si va plasmando e dislocando nella sua infinita trama di composizioni e scomposizioni. Del resto, non è questo il suo obiettivo precipuo.

Il formale è irreparabilmente distaccato dal reale, di cui non può che fornire rappresentazioni distanzianti e oggettivanti. Ciò che emerge nel formale non è esattamente ciò che ribolle nel reale. Il primo è regolato da una logica assiomatica; mentre il secondo obbedisce ad una razionalità asistematica. L'epistemologia fallisce i suoi impegni e i suoi programmi, perché finisce con il subordinarsi alle logiche assiomatizzanti del formale. Feyerabend è uno dei pochi epistemologi che tenta di sfuggire a questa presa stritolante.

Se ci addentriamo nei campi del diritto (penale) e della reclusione, il limite epistemologico appena individuato emerge in tutta la sua dirompenza. Il diritto moderno è, per definizione, il campo regolatore della dissimulazione disincarnata del reale e, quindi, una delle sue maschere più atroci. Il carcere in particolare (e l' istituzione chiusa in generale) è, per antonomasia, la costellazione della non-vita: lo spazio/tempo in cui istituzionalmente la vita viene essiccata ed evacuata dei suoi attributi di nobiltà, dignità e felicità. Il formale, qui più che altrove, è la gabbia d'acciaio del reale.

Ciò spiega perché, parlando di reclusori e reclusi, viene sempre messo in codice ed in scena il carcere formale e mai il carcere reale. L'esistenza del carcere, come quella di tutti i fenomeni ed i processi investiti da sforzi cognitivi e interpretativi, si sdoppia in due dimensioni fondamentali: quella formale e quella reale, con tutte le intermediazioni e sottoespressioni che in ognuna e tra le due si articolano. Sul carcere formale si appuntano le indagini dei "soggetti cognitivi" e si indirizza lo "sguardo dell'ermeneuta"; il carcere reale, dove i viventi sono materialmente costretti e ingabbiati, si va sempre più eclissando e miniaturizzando in una galassia microinfinitesimale. Sicché quando si parla del primo non si vede il secondo e quando si parla dei viventi incarcerati non si può che essere contro il carcere, col rischio di perdere cognizione della sua formalità e delle sue svariate e intrecciate forme di controllo invasivo e intrusivo.

Esiste una storia del carcere come istituzione, dal lato del controllo dei corpi, delle menti e delle anime dei reclusi; ma non esiste una storia degli incarcerati come viventi costretti alla condizione di non-viventi. La storia dell'istituzione è la negazione della storia dei viventi finiti sotto il suo controllo. Il massimo di soggettualità che si è disposti a riconoscere agli incarcerati è quella di "devianti istituzionalizzati". Le microanalisi strutturali di Foucault sulle "società disciplinari" ci hanno ben mostrato le pieghe nascoste e le impronte disumanizzanti proprie del fenomeno (9).

Essenzialmente, il diritto moderno è stato legittimazione del potere e dei mezzi attraverso cui questo garantisce e mantiene la sicurezza. In tale prospettiva, è anche (ma non solo) legittimazione del monopolio della violenza. Per essere ancora più chiari: possiamo qui ritenere il diritto un mezzo artificiale atto alla legittimazione del potere e di tutti i suoi mezzi di riproduzione. La sicurezza, quindi, è prima di tutto intangibilità del potere legittimato: sua perpetuazione formale. La sicurezza dello Stato a cui sono imputati i poteri (e, quindi, la prerogativa della produzione normativa), allora, viene prima della sicurezza dei cittadini. Il carcere, prima ancora che i cittadini, garantisce qui la sicurezza dello Stato (10).

Ciò che la teoria politica moderna ha declinato come "interesse comune" è, in effetti, interesse proprio alla autorità statuale che si mantiene e perpetua, (anche) a mezzo della produzione normativa. La coesione sociale viene qui a dipendere dalla coesione della forma Stato: questa surdetermina quella, da cui si va progressivamente autonomizzando. L'autorità statuale mette sempre più in secondo piano le sfere culturali e materiali entro cui vanno dipanandosi i processi di socializzazione, stratificazione, complessità e differenziazione sociale, fino a diventarne immemore.

L'istituzione statuale, imboccato questo varco, non si limita a perdere progressivamente memoria attiva del socio-culturale; ma lo distanzia, ricostruendololo artificialmente a sua immagine e somiglianza. I poteri formali di cui gode (ed il diritto, primo tra questi) costituiscono lo strumento meglio conforme allo scopo. La cecità istituzionale di fronte al socio-culturale e la crescente caduta di legittimità dello Stato democratico hanno questa origine arcaica che dalla Sofistica greca transita nella scienza politica moderna, per poi annidarsi nel 'politico' contemporaneo (11).

L'artificialità del patto costitutivo sottopone tutti ad un potere comune (Hobbes, Leviatano); ma il potere comune si incarna in un sovra-organismo (lo Stato) che Nietzsche non esiterà a dichiarare un mostro gelido (Così parlò Zarathustra). I poteri formali, soprattutto attraverso la produzione normativa, glacializzano il mondo dei viventi. Se qui il controllo sociale non è che uno degli scopi e una delle anime del diritto, la glacializzazione del vivente rimane la sua molla pulsionale nascosta. Del resto, quanto più il vivente ed i viventi sono glacializzati, tanto più agevole risulta sottoporli a controllo. La gliacializzazione a fini di controllo è, dunque, lo scopo inconfessabile dei programmi di controllo dello Stato e delle sue istituzioni.

L'epistemologia moderna e contemporanea non può e non vuole penetrare questa dimensione arcana dei poteri e questo risvolto nascosto dell'umano-sociale. Rimane, anzi, uno strumento supplementare per la domesticazione e l'anestetizzazione delle profondità abissali dell'umano-sociale, soprattutto di quelle in cui più vibrano le voci del dolore e dell'angoscia. Nel diritto penale avviene, così, che la pena si faccia sofferenza meritata e la custodia reclusiva diventi supplizio, senza che gli epistemologi e l'epistemologia (e i filosofi della morale, i teorici della politica, gli scienziati, i ricercatori sociali ecc. ecc. ) abbiano granché da ridire.

Le finalità dello Stato sono le medesime perseguite dai saperi ufficiali: la glacializzazione del vivente e dei viventi. Su questa trama glaciale, mistificata come mondo delle "necessità virtuose", viene ordita la tela delle spiegazioni, delle giustificazioni, delle interpretazioni, delle legittimazioni. La rappresentazione è qui in crisi, proprio perché non può spezzare le gabbie d'acciaio dei poteri e dei saperi glaciali: essa stessa non è che un ricalco della glacializzazione del vivente.

Ma qui, con una vera e propria dichiarazione di fallacia (rispettivamente dell'idealismo in tutte le sue manifestazioni e del marxismo in tutte le sue versioni), le rappresentazioni fornite dal diritto e da tutte le forme di sapere non costituiscono sottoespressioni dirette o superfetazioni ideologiche del dominio dello Stato. Al contrario, riarticolano formalmente i poteri dello Stato, consentendo loro di funzionare materialmente in maniera sempre più razionale e calibrata.

Questo è quello che accade su una sponda del mondo reale che, non necessariamente, risolve e ingloba quello che accade sull'altra e, ancora di più, nell'oceano mosso che si distende tra le due. Il processo di riarticolazione dei poteri e dei saperi, per quanto totale, non riesce mai a totalizzarsi. Anche in forza della relativa autonomia del diritto e dei saperi, si installa e sempre permane un residuo che si sottrae al controllo totale: ciò perfino in carcere e perfino nel lager. Anche in nome di diritti di libertà e di saperi di liberazione, possiamo continuare a sperare. Ma di diritti che non siano più coniugati semplicemente come diritti naturali; anche se è da qui che si deve continuamente ripartire (12). E di saperi che siano declinati come dissoluzione delle gabbie del formale, effrazione delle prigioni del reale e ricostruzione dello spazio/tempo del vivente e dei viventi.

Qui la critica del diritto non è in funzione dell'estinzione del diritto (in quanto borghese, di per sé); ma tende all'affermazione di diritti di libertà nuovi e più estesi. Qui la critica della scienza non è in funzione dell'abolizione della scienza (in quanto capitalistica, di per sé); ma costituisce e fa impiego di saperi, per l'emersione sociale di ambiti di vita più ricchi, progressivamente emancipati dai bisogni elementari, dal dolore psico-fisico e dalle costrizioni sociali e mentali.

Le teorie dell'abolizione del diritto (e dello Stato, per quel che concerne l'ambito specificamente marxista) e le teorie della confutazione iconoclasta dei saperi si risolvono in ontologie, a misura in cui legano costitutivamente al "male" l'essere e l'esserci del diritto e della scienza. Il "male" emerge qui come realtà ed essenza assoluta tanto del diritto quanto della scienza. Da qui la pulsione imperiosa ad affrancarsene e l'altrettanto imperioso scoramento, laddove la pulsione conosce uno scacco irrimediabile. L'inazione e/o la reazione di resistenza diventano l'unica prassi qui contemplata. Una prassi dilacerata che arretra dal foro esteriore e si autopone nel foro interiore, non riuscendo a parteggiare pienamente per il vivente e le sue pulsazioni.

Ogni ontologizzazione della teoria, d'altronde, non è che il "sintomo" di una atomizzazione e atrofizzazione delle unità del vivente, a partire dalla propria esistenza personale e relazionale. A monte dell'ontologia v'è il distacco dal vivente umano-sociale, da cui si fuoriesce, illudendosi al contrario di immergervisi.

Si perdono le tracce del residuo individuale/collettivo che i poteri/saperi non riescono ancora a colonizzare e si scambia la propria esistenza isolata come ultima postazione libera difendibile. Negli strati più distorti e sofferenti del dispositivo ontologico di base, si ingenera, così, una deleteria illusione ottica: a) o si è convinti di fronteggiare un nemico invincibile; b) oppure si ritiene di essere gli sconfitti di una guerra o mai iniziata o appena terminata. Nel primo caso, si tratterebbe di adeguarsi in fretta alle ragioni del più forte; nel secondo, non resterebbe che conservare la dignità del vinto.

Trincerandosi in queste strettoie, il dispositivo ontologico condivide con il pensiero formale la riduzione delle manifestazioni del vivente ad oggetto, ben oltre le categorie di "feticcio" e "reificazione" di derivazione marxiana. La riduzione ad oggetto è la premessa che fa scattare la rappresentazione. Ed è qui che il pensiero ontologico e quello formale incontrano l'epistemologia, rideterminandosi e rafforzandosi vicendevolmente. Se solo gli oggetti possono trovare una rappresentazione formale, è la riduzione ad oggetto (non solo e non tanto a merce) lo scopo non dichiarato dei poteri e dei saperi dominanti. Glacializzare il mondo, per governarlo dispoticamente ed imperiosamente: questo, il "nucleo vitale" proteiforme dei programmi (di potere) che l'epistemologia non è in grado e non vuole snidare. Il pensiero ontologico si trova rinserrato nella stessa tenaglia: sia nella versione catastrofista che in quella apologetica, esso ritiene imperforabile il manto oggettualizzante che ricopre il vivente ed i viventi. Si tratterebbe unicamente di condividerlo enfaticamente o subirlo senza potervi frapporre rimedio valido.

Per quanto distorti, contorti e continuamente in bilico tra pessimismo cosmico ed apologia sfrenata, questi esiti hanno una genesi che, a suo modo, è esemplare e stringente. Il fatto è che, con l'affacciarsi dell'epoca moderna, la conoscenza scientifica si desoggettualizza: dal dotto e/o sapiente trasloca negli specialismi. Col che gli oggetti (non più i soggetti) dell'indagine diventano i depositari della scienza e della conoscenza (13). La scienza, a partire dal modello baconiano, diventa direttamente titolare di una immane potenza generatrice e trasformatrice: diviene, cioè, potere (14). Parte da qui la storia che dal potere dell'homo faber conduce al potere dell'homo creator (15).

Tutti i modelli di sapere si oggettivizzano, fino a rideterminare i codici epistemici dell'agire che trovano ora fondamento esclusivo nel 'politico', separatosi in via definitiva dall'etico. Così, mentre la scienza fonda oggettivamente verità e conoscenza, il 'politico' si fa Stato-macchina, diventando l'unità di riferimento principale ed intrascendibile dell'agire umano e sociale. Con la modernità, il sapere sperimenta il mondo e, sperimentandolo, lo crea: questo, il circolo epistemico della scienza moderna, da cui derivano tutti i modelli di razionalità scientifica che abbiamo ereditato. La scienza qui non è più fluidificata o intermediata dal discorso. La diade aristotelica scienza/discorso (Etica nicomachea) viene eclissata. Il dissolversi progressivo della razionalità discorsiva lascia libero il campo alla razionalità scientifica che, così, può autofondarsi come esperienza (Bacone, Novum Organum). Ecco che è proprio e già qui che la scienza e la razionalità scientifica assurgono a criterio di verità assoluta e indefettibile: l'agire scientifico cessa di essere discorsivo e si fa integralmente strumentale. L'esserci e l'essere vengono connotati tecnicamente e strumentalmente. La scienza diviene, così, un'ontologia camuffata. La resa oggettualizzante del vivente comincia da qui ed è marchiata col ferro e col fuoco di poteri nascenti implacabili, nella loro pretesa di universalizzazione e assolutizzazione.

Gli schemi epistemologici che, nel paragrafo precedente, abbiamo velocemente passato in rassegna sono contrassegnati da questo indelebile "peccato originale", da cui fanno fatica a redimersi. Le stesse ipotesi alternative, di volta in volta proposte, non si misurano con questo "nocciolo duro", le cui proiezioni ottundenti e inquietanti finiscono col subire. Lo abbiamo iniziato a vedere; e continueremo a vederlo nel corso dello sviluppo della nostra analisi.

Dietro il diritto glaciale c'è sempre un sapere algido ed a sostegno di entrambi si erge sempre un potere gelido. Alla sensatezza della scienza viene opposto la negatività insensata di tutto ciò che non è oggettualizzato o oggettualizzabile dai poteri e dai saperi; cioè, tutto ciò che non è matematizzabile. L'oggettualizzazione scientifica nasce da un pensiero convenzionale che ambisce ad anticipare, generare e trasformare il mondo, di cui intende essere l'unico legislatore riconosciuto. I saperi e il diritto strumentano questa legislazione e, dunque (una volta di più), non ne sono i meri strumenti.

 

3. Dal reclusorio al reliquiario

I saperi e i poteri creano un ordine, più che difenderlo. E lo creano, sottoponendolo a incessanti modifiche, affinché faccia da incastro alle forme del vivente umano-sociale. La costruzione, la riproduzione allargata e la riarticolazione di tale incastro costituiscono lo scopo in conformità del quale il diritto ed i saperi si autorigenerano. Senza l'autorigenerazione costante del diritto e dei saperi, l'incastro salterebbe in aria al più lieve frusciare di foglia.

I meccanismi selettori che presiedono ai processi di autorigenerazione del diritto e dei saperi risucchiano nel loro reticolo le aspettative temporali. Sul versante opposto, inoltre, cercano di occupare e presidiare tutti gli interstizi dello spazio. Con la transizione dalla modernità alla contemporaneità, tali processi sono andati esplodendo. Abbiamo, così, assistito alla produzione di un tempo inerte e di uno spazio ubiquo. L'assenza di aspettativa è rimpiazzata dall'offerta normativa e dalla produzione scientifica; la sovrabbondanza di spazio è svuotata di vita. Circondati dal diritto e dalla scienza, gli umani si aggirano ovunque, rischiando di non poter più formulare domande vere. In sovrappiù, sono come presi in ostaggio da una disorientante saturazione mass-mediatica di segni, messaggi, simboli, immagini, testi, suoni e simili. Si staglia qui l'estremo orizzonte del rischio: non aspettarsi più niente, convinti che scienza, tecnica, diritto, segno e media abbiano già irrevocabilmente detto e scelto per noi.

Ci troviamo dappertutto accerchiati/anticipati dal diritto, stupefatti dalla scienza e illanguiditi dal messaggio mass-mediatico. Questo spazio/tempo ci appare intrascendibile. Il soggetto qui: a) si pensa diviso e al tramonto; b) si esperisce come un residuo inerziale. Non riesce ad andare più in là di questo crepuscolo sfavillante e accecante. Ciò avviene dentro e fuori il carcere, attraverso forme/passaggi e contesti/contenuti, evidentemente, assai diversi; nondimeno, la matrice multiversa che abbiamo individuato ha validità generale.

Ora, "sorvegliare e punire" nell'epoca della soggettività piena è cosa diversa dal "sorvegliare e punire" nell'epoca del crepuscolo della soggettività. Sia la criminologia critica che la filosofia/sociologia post-strutturalista collocano, grosso modo, la transizione intorno al secondo conflitto mondiale del secolo scorso. Ancora più precisamente, soprattutto per merito di Foucault, l'approccio post-strutturalista argomenta, in proposito, di passaggio dalle "società disciplinari" alle "società di controllo" (16). Non ci occuperemo qui direttamente di queste tesi; svilupperemo le nostre, tenendole presenti e discostandocene in essenziali punti.

Partiamo dall'etimologia. Come è noto, tre sono le possibili origini della parola "carcere":

a) dal latino "carcer" o da "coercere": per indicare "rinchiudere", "restringere", "castigare", "punire";

b) ancora da "carcer": nel senso ora di "recinto", "staccionata" in cui vengono rinchiusi i cavalli;

c) dall'ebraico "carcar": per indicare "tumulare", "sotterrare" (17).

Va, subito, osservato che il penitenziario moderno, che si insedia e sviluppa intorno al Sei-Settecento, assorbe tutte e tre le accezioni appena esaminate. Esso è, difatti, sia luogo di custodia che "rinchiude per castigare", sia recinto che riduce ad uno stadio ferino, sia cavità oscura per sepolti vivi. In tutte e tre le accezioni, come è agevole intuire, la privazione della libertà è la punta di iceberg di una condizione di soggezione ben più articolata.

Col penitenziario moderno, si sa, il carcere diviene una compiuta struttura cellulare che organizza e suddivide razionalmente gli spazi reclusivi, a partire dalla divisione per sesso e per età. Un'anticipazione di questo modello può essere ritenuto il penitenziario di via Giulia in Roma, costruito nel 1650 per volere di Innocenzo X. Successivamente, le unità cellulari diverranno elementi cubicolari; primo esempio ne è il correzionale di San Michele a Porta Portese in Roma, progettato nel 1703 per volere di Clemente XI.

Realizzato dall'architetto Fontana, il correzionale sarà, per almeno tre secoli, il prototipo del penitenziario moderno in tutto il mondo. Si tratta di una struttura panoramica a raggiera che consente il controllo di tutte le postazioni cellulari/cubicolari da un osservatorio esterno. È l'anticipazione del Panopticon di J. Bentham, col quale si realizza l'esigenza del "potere centrale" di rendere visibile al suo sguardo ispettivo i sorvegliati, nel mentre preclude loro la possibilità di vederlo. I principi base sono due: a) controllare nell'unità di tempo minima lo spazio massimo (dunque: il massimo di segregati); b) rendere invisibile il controllore tanto che il controllo sia avvertito dai sorvegliati come una azione permanente. Rendere visibile qui significa rendere inerme chi è già reso debole dal "controllo totale" che su di lui è esercitato; rendere invisibile significa portare "fuori controllo" i centri di potere, rendendoli progressivamente più potenti e inattaccabili. Chiarissima, sull'argomento, è la seguente massima benthamiana: "il meglio cui si possa aspirare è che egli [il recluso] in ogni istante, avendo ragione di ritenersi sorvegliato, e non avendo possibilità alcuna di accertarsi del contrario, creda di esserlo" (18).

Quasi superfluo dire che lo "sguardo panottico" è più di un semplice deterrente: è un codice irradiatore di input atti a plasmare e modificare i comportamenti dei reclusi, col ricorso non a mezzi di "coazione fisica", ma a quelle che Foucault definisce "strategie disciplinari". Che il progetto di Bentham non sia stato mai compiutamente realizzato in nessun paese d'Europa non ne deve far sottovalutare la portata e l'importanza per l'evoluzione del penitenziario moderno o, per essere più precisi, per il suo processo di fabbricazione come macchina di distruzione del soggetto.

Eh, sì: rinchiudere, costringere, segregare, sorvegliare, punire, castigare ecc. ecc. non sono altro che i vettori, le ventose e, insieme, i terminali di un immane processo di distruzione del soggetto; un processo, si tratta di aggiungere, che, dopo i primi esperimenti nel XVII secolo, dal Settecento non fa altro che autogenerarsi e autoriprodursi. Nessun potere, soprattutto dalla Rivoluzione Francese in avanti, ha avuto l'interesse (ed il coraggio) di una resa dei conti ultimativa col penitenziario, ormai, divenuto una invariante dell'habitat socio-politico e dell'immaginario collettivo; come tale è stato accettato e tramandato. Ogni potere ha fatto e fa uso del penitenziario: non smette di subirlo e non riesce a fare meno di agirlo.

Preferiamo denominare reclusorio il penitenziario moderno. Nel reclusorio, il rinchiudere indica un movimento di costrizione spaziale che ha per posta in gioco il tempo. Qui il rinchiudersi dello spazio si accompagna al venir meno del tempo. La punizione sta nello sperimentare un tempo cavo entro uno spazio chiuso. La concentrazione dello spazio recluso è la proiezione dello svuotamento del tempo-vita; e viceversa. Il reclusorio è spazio concentrazionario massimo nell'unità di tempo minima. Ma il tempo minimo si fa istantaneamente durata massima, in quanto qui il tempo non è che viluppo di se stesso.

La condensazione dello spazio fa sì che in esso tutti i movimenti non solo siano sottoposti a regole di controllo e divieti prescrittivi-formativi, ma abbiano soprattutto una natura ripiegante: nel senso, assai preciso, che arretrano costantemente verso la cella, l'unità centrale dello spazio concentrazionario. L'avvilupparsi del tempo su se stesso, per parte sua, replica all'infinito il medesimo attimo privo di vita. L'attimo qui si fa durata infinita: l'eternità è trasformata nella replicazione per sommatoria dell'istante vuoto appena esperito. Qui può cambiare tutto ed il contrario di tutto, tranne che l'essenziale ed il fondamentale: lo spazio concentrazionario ed il tempo cavo.

Questa complessa dialettica viene meno ed il reclusorio entra in crisi, allorché la morte del soggetto può dirsi definitivamente compiuta. Cerchiamo di essere più chiari.

Fino a che abbiamo potuto ancora parlare di soggetto, abbiamo potuto argomentare sulla massa. L'uno e l'altra qui sono sempre stati chiaramente distinguibili, essendo figure esattamente speculari e complementari. Il soggetto si distingue dalla massa: è la non-massa. Allo stesso modo con cui la massa si distingue dal soggetto: è il non-soggetto. L'uno non è dedotto per differenza dall'altra (e viceversa); ma insieme richiamano una condizione del tempo e dello spazio della storia saldamente determinata: l'epoca del macro opposto al micro e del micro opposto al macro. Cioè: l'epoca della calcolabilità e della precisione. Non è un caso che, proprio dall'interno di questa epoca e della sua crisi, E. Canetti abbia potuto scrivere una grandiosa opera come Massa e potere.

Non appena il soggetto si frantuma, divenendo sede di identità plurime contraddittorie, si riscopre esso stesso "massa": cioè, essere inerte e simultaneamente funzionale ad una molteplicità di pratiche e strategie, non di rado in contrasto tra di loro. La massificazione del soggetto segna la morte della massa come contraltare della soggettività. Ora il soggetto si immerge e disperde nella massa; diviene indistinguibile e intercambiabile.

Non v'è più la necessità di distruggere il soggetto; il nuovo spazio/tempo storico l'ha reso un prodotto residuo: il precipitato ultimo dei processi di complessità e differenziazione sociale. Il carattere amorfo della massa lo reperiamo esattamente nel soggetto; l'impersonalità della massa la ritroviamo puntualmente nel soggetto, il livellamento della massa lo rinveniamo rigorosamente nel soggetto.

La crisi del reclusorio si insedia a questo passaggio dello spazio/tempo storico. V'è necessità ora, più che di una macchina di distruzione, di un apparato di ricostruzione e conservazione. Prende qui luogo quella che definiamo transizione dal reclusorio al reliquiario.

Intendiamo reliquiario nel suo significato letterale: custodia di ciò che resta. E ciò che qui resta è il soggetto in frantumi. Tali frantumi non vanno ricomposti, ma conservati ad uno stadio spettrale, per essere riportati e mantenuti sotto controllo. Il soggetto si smarrisce e perde; i suoi residui non vanno dispersi, ma custoditi.

La custodia reclusiva compie qui un salto semantico, prima ancora che storico. Il concetto di custodia non si risolve più semplicisticamente nell'internamento; nel reliquiario sono ora tenute sotto controllo totale le parti vive residue di una soggettività definitivamente scomposta. L'internamento custodiale era funzione della destabilizzazione annichilente del soggetto; la custodia reliquiaria è funzione della gestione totalizzante del soggetto quale residuo vivente.

Il reliquiario custodisce e gestisce la vita del residuo; il reclusorio, invece, arrecava la morte (non solo e non tanto fisica). Custodire il residuo della soggettività significa mantenerlo e gestirlo coattivamente nella condizione di oggetto. L'oggetto, diversamente che nel reclusorio, non segna più la morte del soggetto; ora scandisce la vita del residuo inerte. Ora, con un capovolgimento di scena, l'oggetto tende a soggettivizzarsi come forma inerte.

Nel reliquiario la condizione di non-viventi è organizzata e gestita come vita, pur non essendone che il simulacro; nel reclusorio, invece, il non-vivente era metabolizzato come morte. Il rovesciamento di prospettiva è terribile e, insieme, inaspettato. I livelli di coerenza/funzionalità del diritto penale e di conformità allo scopo del carcere vanno riverificati a quest'altezza storica.

Gli scarti tra scopi dichiarati e obiettivi realmente conseguiti dal diritto penale e dall'istituzione chiusa carcere non esauriscono la razionalità e coerenza del loro funzionamento. In scena vi sono, perlomeno, anche gli scopi non dichiarati. Generalmente, essi si trovano gettati in un cono d'ombra; altre volte, sono proprio i saperi (talora inconsapevolmente) ed i poteri a proteggerli, fasciandoli di oscurità.

Se, come dice G. Canguilhem, le "norme si riconoscono dai loro scarti" (19), indagare sulle non corrispondenze tra il "detto" ed il "fatto" ci aiuta a scavare, più in profondità, nei livelli costituenti la coerenza tanto del "dire" che del "fare". Così, saremo messi nelle condizioni di scoprire incoerenze più apparenti che reali.

Resta, tuttavia, un passaggio analitico da fare: il continuo si compone di declaratorie evidenti e declaratorie protette, di un campo e di uno sfondo. Nel campo tutto è reso esplicito; nello sfondo tutto è in ombra. Nel campo, il continuo appare funzionare da solo ed in maniera autosufficiente; nello sfondo, invece, fa continuamente irruzione il discontinuo, a cui deve incessantemente uniformarsi. Il continuo si adatta al discontinuo, attraverso le dichiarazioni protette: riassetta le sue strategie, finalità, procedure e tecniche di intervento senza dichiararlo, facendo ricorso a protocolli decisionali che rimangono nascosti (gli "arcana imperii" non caratterizzano soltanto il fare e l'agire del decisore politico).

Ma se limitiamo la nostra indagine all'analisi delle complesse e mutevoli relazioni che si istituiscono tra campo e sfondo, siamo condannati a ingannevoli e frustranti processi cognitivi: il continuo, l'esplicito ed il coerente finirebbero per essere i nostri metri di misura universali. Ispirandoci alla lezione di Canguilhem e, prima di lui, di Bachelard (20), dobbiamo approssimare un ulteriore salto epistemologico. 

La dialettica tra campo e sfondo non si limita a prevedere l'azione di ritorno del discontinuo sul continuo e i conseguenti riaggiustamenti di quest'ultimo, attraverso i protocolli decisionali nascosti. Tra continuo e discontinuo si creano veri intercampi: cioè, spazi/tempi condivisi in cui le differenze operano, cooperano e confliggono alla luce del sole. Un intercampo accorda particolare privilegio al rimosso, al sommerso e all'emergente: cioè, a quelle determinazioni perspicue che i campi e gli sfondi o non riescono a cogliere, o nascondono o dividono. Possiamo qui iniziare a meglio definire il salto in avanti rispetto a Bachelard e Canguilhem che intendiamo compiere: dall'epistemologia del discontinuo all'epistemologia comprensiva differenziale.

Recuperare le tracce di un intercampo significa risalire e trascorrere, costantemente e reciprocamente, dai territori del continuo a quelli del discontinuo; dai sentieri del certo a quelli del problematico; dalle regioni del noto a quelle dell'ignoto; dalle costellazioni del detto a quelle del non-detto; dal piano della luce a quello dell'ombra; dal conservato al rimosso, dall'emerso al sommerso e dallo sprofondante all'emergente. Siamo sempre gettati tra confluenze e biforcazioni (21), di cui gli intercampi sono i passaggi e paesaggi mutevoli. L'analisi degli scostamenti, delle deviazioni, delle interferenze, degli squilibri e delle anomalie logiche è, quindi, il principale terreno di coltura di saperi aperti. Come ci ha insegnato Bachelard, saltano qui tutte le tradizioni chiuse della ragione che, così, smette di recitare le sue tautologie. Scienza e discorso si reincontrano oltre la diade aristotelica e le sovrapposizioni moderniste: (nuove) forme di pensiero e (nuovi) saperi si incrociano e rideterminano senza pausa (22).

 

4. L'humus: la società securitaria

Definite meglio le postazioni (cioè: stabilito un nuovo punto di incontro tra scienza e discorso), possiamo procedere nel nostro discorso.

Se l'analisi del carcere resta ferma al livello del reclusorio, è chiaro che la scena è interamente occupata dalle disfunzionalità e non conformità del progetto allo scopo. Se, però, spostiamo l'indagine al livello del reliquiario, cominciano ad emergere le conformità tra il piano normativo e le finalità concrete; pur permanendo ed insorgendo, come è assolutamente inevitabile (se non ovvio), contraddizioni e scarti.

Così come nel reclusorio, nel reliquiario il piano dell'istituzione carcere non si impernia sulla "rieducazione", sulla "risocializzazione" e sul "recupero". Se, però, il reclusorio poteva ancora fare assegnamento sulle ideologie e pratiche della flessibilità della pena, il reliquiario non può concedersi elasticità alcuna nella produzione della norma e alcuna duttilità nel campo della sperimentazione concreta. Nel passaggio al reliquiario, gli scarti tra piano e scopo propri del reclusorio si dissolvono: non sono più controllabili e metabolizzabili dagli organismi di controllo centrali. D'altronde, ogni nuova forma di controllo richiede nuove modalità di mediazione, recupero e assimilazione delle contraddizioni.

In Italia, i congegni di controllo allestiti dal reclusorio cadono definitivamente nella reazione (quasi immediata) alla cd. "legge Gozzini" del 1986, la quale costituisce l'ultimo esempio di applicazione dei codici della flessibilizzazione della pena (23). In questo senso, essa rappresenta l'orizzonte estremo verso cui può spingersi — ed, in effetti, si è spinto — il dispositivo penale costituzionale. Fino ad allora, l'ideologia e la pratica del recupero hanno ancora avuto argomenti a disposizione, pur rimanendo una chimera.

Col crollo del mito della "flessibilità della pena", si vanno imperiosamente affermando i codici della certezza della pena, uno dei "prodotti nazionali" del paradigma di controllo noto come tolleranza zero (24). La transizione dalla "flessibilità" alla "certezza" della pena ha implicato un mutamento di fondo dell'humus sociale e culturale, le cui variabili principali importa qui tratteggiare.

In termini di comunicazione simbolica e politica, il nuovo contesto sociale è prevalentemente caratterizzato dalle ricorrenti campagne di "allarme sociale" intorno alla sicurezza e contro il crimine, suscitate ad arte dal media system e dal sistema politico. Ora, queste campagne si richiamano alle pulsioni primordiali e "animalesche" che scuotono la coscienza e l'inconscio del singolo e della collettività. Storicamente, la produzione simbolica di panico sociale è sempre stata sospensione diffusa dei diritti e delle garanzie, particolarmente per gli strati sociali più deboli che, di fatto, erano già i meno protetti.

Si ingenera da qui quello che possiamo denominare ciclo mediatico dell'insicurezza sociale che fa il paio con la deriva securitaria dell'ordine politico. Insicurezza sociale e deriva securitaria sono i contrassegni specifici delle democrazie avanzate. A misura in cui questa tenaglia si stringe, è pericolosamente messo a rischio il legame sociale, già scricchiolante nei suoi cardini portanti, trovandosi di continuo sospinto sulla soglia dei suoi punti di massima tensione relativa. Quanto più questo punto limite si espande nel tempo e nello spazio, tanto più le politiche della sicurezza diventano bellicose.

Le tavole della sicurezza e dei diritti vengono completamente riscritte: delimitano ora l'area attiva delle prerogative di potere di strati sociali e politici sempre più ristretti che emergono, si riproducono e difendono come moderne forme di oligarchia. Per converso, aumenta il grado della perdita di diritti e poteri di tutti gli altri strati sociali. La risultante coerente è che il clima di insicurezza sociale viene spinto al suo diapason.

I paradigmi della "tolleranza zero", con tanto zelo importati dagli Usa e dalla Gran Bretagna (non solo da forze politiche caratterizzate in senso conservatore e moderato), costituiscono il nerbo vitale intorno cui si va ridisegnando la mappa dei sistemi di protezione e sicurezza come sistemi di insicurezza sociale diffusa. La "tolleranza zero" non è solo un mix terribile di massimalismo penale e interventismo poliziesco; è anche e soprattutto sospensione progressiva dei diritti per un'area crescente di sottoclassi sociali, a cui sono negate le più elementari tutele civili e giurisdizionali. I circuiti dell'integrazione sociale e della partecipazione democratica vengono ostruiti; per contro, i selettori dell'esclusione e della emarginazione risultano essere sovralimentati su scala crescente.

L'incarnazione perfetta dei miti e delle ossessioni del paradigma della "tolleranza zero" sono le aree residenziali superfortificate delle nuove classi agiate. Residenze che altro non sono che le forme urbane svelate del disprezzo che l'opulenza erige nei confronti della moltiplicazione, in tutti gli angoli del mondo, dei ghetti, delle bidonvilles, delle favelas, delle banlieus e delle periferie della miseria sociale e del degrado culturale.

In queste nuove aree del potere e della ricchezza, le garanzie costituzionali sono avvertite come ostacolo e i diritti universali esperiti come un fastidioso lacciuolo, da cui divincolarsi in via definitiva. Il perimetro della protezione e della sicurezza coincide col perimetro degli interessi degli abitatori delle nuove aree della ricchezza e del potere. Sta qui il nucleo attivo della costruzione e riproduzione dell'insicurezza sociale diffusa.

Ecco, quindi, che il carcere diviene uno degli ideali terreni di coltura e cattura del consenso sociale: un territorio di predazione politica a buon mercato. Si tratta di un investimento a basso costo e ad alto "valore aggiunto", con una resa simbolica sicura e monetizzabile in voti sonanti. Poche le forze politiche che si sottraggono a questo "gioco al massacro" perpetrato contro diritti minimi, corpi reclusi e vite già sofferenti.

I codici della "certezza della pena", sposati con gran profluvio di argomentazioni anche da consistenti forze di sinistra, in realtà, non sono che un eufemismo, per nascondere un terribile paradigma punitivo: il posizionamento del carcere come ... unica alternativa del carcere. Non appare più sufficiente l'occlusione fattuale del circuito della risocializzazione (dal carcere alla società); si vuole ancora di più: sancire formalmente la pericolosità della risocializzazione.

I vari teoremi della corrispondenza tra pena irrogata e pena eseguita postulano, in concreto, il carcere come unica risposta politico-istituzionale alla devianza e alla trasgressione della norma. Il terribile potere di punire finisce col coincidere per intero con il terribile spazio/tempo del reliquiario.

Nella produzione delle forme simboliche dei poteri, il carcere diviene il pegno che lo Stato paga alla società civile per i torti e i lutti da essa patiti per colpa dei criminali. Esso costituisce, pertanto, il risarcimento simbolico totale che lo Stato retribuisce alla società delle vittime, per alleviarne il dolore simbolico e rimuoverne le follie e paure arcane. Guai a metterne in discussione la legittimità e i poteri che da esso e in esso promanano.

Su questa linea sottile, ma profondamente incuneata nei cromosomi del comportamento sociale e nei meccanismi dei poteri istituzionali, si stabilisce un doppio movimento di rimandi giustificativi: dallo Stato verso la società e dalla società verso lo Stato. Lo Stato si legittima agli occhi della società, riproducendo l'inferno del carcere; la società civile si legittima di fronte allo Stato, richiedendo che le condizioni del carcere diventino sempre più dure.

Stato e società civile qui producono e inoltrano esclusivamente messaggi di morte e impieghi funebri della vita, dai quali finiscono con l'essere ossessionati. Recuperano all'esterno i loro terrori interiori, indirizzandoli e scaricandoli contro i "nemici della società": i detenuti vengono prima di tutti gli altri. Ciò anche perché essi si trovano già ad essere le reliquie di questo mortuario uso della vita: in questo senso, sono anche l'obiettivo più comodo da centrare.

Lo Stato e la società civile si specchiano con soddisfazione nell'inferno del carcere: dallo specchio traggono l'impagabile e galvanizzante compiacimento che ad esser nella condizione di morti viventi non sono loro; bensì gli altri: i nemici, i detenuti, le varie sottospecie umane. In un sol colpo, Stato e società civile:

a) verso l'esterno: recuperano con un senso estatico potente la non-vita dei detenuti;

b) verso l'interno: sublimano la mancanza di senso della vita, da cui si originano le pulsioni di morte che incanalano verso i criminali ed diversi in genere.

La doppia azione viene da loro rielaborata come senso ed esperienza di onnipotenza e onniscienza. L'inferno del carcere è la conquista del loro paradiso: la propria vita simbolica contro la non-vita simbolica dell'altro. Ma in carcere morte simbolica e morte fisica procedono tremendamente e strettamente avvinte.

Così, di carcere, non soltanto il singolo detenuto, ma la società tutta intera muore. La negazione dei diritti fondamentali del detenuto alimenta la vulnerazione dei diritti di tutti; così come la compressione dei diritti fondamentali dei cittadini fa da apripista per l'evirazione integrale dei diritti residui dei detenuti. Il carcere come luogo di degradazione sociale non è altro che il rovescio nascosto della degradazione civile ed etica della società tutta intera. È una società incivile quella che alla domanda terribile: più carcere, ne fa seguire un'altra ancora più inquietante: più carcere duro.

Così stando le cose, non può essere motivo di meraviglia che l'area dell'incarcerazione risulti progressivamente dilatata, in proporzione diretta alla contrazione dell'area della decarcerizzazione. Né questa evidenza è indicativa di una controfunzionalità tra piano e obiettivi dell'istituzione chiusa carcere. Anzi, rinveniamo qui una delle più macroscopiche regolarità dei nuovi sistemi di controllo sociale delle democrazie avanzate. Qui misuriamo l'avvenuto tramonto del reclusorio e, nel contempo, scopriamo che il reliquiario è una delle istituzioni cardine delle democrazie dell'insicurezza diffusa.

La rapida presa e l'estensione, in Italia, dei codici securitari si spiega anche con un'ulteriore circostanza. Soprattutto a far data dalla "crisi di sistema" del 1992-94, destra, centro e sinistra sono accomunate da un'illusione di fondo: quella di ridurre i problemi politici e culturali a pura espressione simbolica, per poterne, poi, rivendicare con forza il "governo" e, quindi, incamerarne i "ritorni politici" e di immagine. Ciò è particolarmente vero sui temi della sicurezza, del crimine e della immigrazione che, per loro natura, vantano un alto grado di esposizione simbolica.

Collegata a questa illusione, poi (anche a sinistra), v'è la profonda interiorizzazione di codici comunitaristi, in forza di cui l'alterità etnica viene affrontata o con la risposta dell'assimilazione oppure con le strategie del controllo indiscriminato. La paura diventa una categoria politica, più di quanto lo stesso Hobbes avesse mai compreso o immaginato. Quella che, negli anni '80, potevamo ancora definire come società del rischio (25), dagli anni '90 in poi, si trasforma in società della paura.

Diversamente dai paradigmi hobbesiani e neo-hobbesiani, la paura cessa di essere il trauma del 'politico'; al contrario, diviene uno degli investimenti strategici del 'politico'. Da fattore di crisi del 'politico', la paura si converte in risorsa della politica, divenendo una delle sue principali fonti di legittimazione. Qui l'alimentazione dei linguaggi della paura fa tutt'uno con la sovra-ordinazione dei linguaggi della politica.

Le nuove forme della statualità non si limitano al governo (amministrativo, procedimentale e simili) della paura, riducendosi a tecnologie di controllo. Non arretrano di fronte alla paura, ma la diffondono. Fondate e legittimate dalla paura, si rifondano e rilegittimano con strategie di reinsediamento, riconsolidamento e allargamento della paura. Ecco perché possiamo chiamare democrazie dell'insicurezza le nuove forme di governo politico affermatesi nella globalizzazione (26).

La democrazia dell'insicurezza, incrociando le culture e le prassi emergenzialiste italiane, deve necessariamente fare della sicurezza l'emergenza assoluta e permanente. Sono, questi, i sommovimenti profondi che hanno alimentato, nell'Italia degli anni '90, nuove forme di razzismo e xenofobia. La paura politica è stata eminentemente coniugata come paura verso il criminale, il migrante, il diverso; la paura verso il criminale, lo straniero e il diverso è stata contestualmente trasformata in odio del criminale, del migrante e del diverso. Le istituzioni, a tutti i livelli, funzionano come agenzie politiche della paura. Partono da qui lo stigma, l'avversione e la contrapposizione verso i detenuti e i migranti, in particolar modo.

In Italia, la domanda di sicurezza si esercita su due piani fondamentali: a) contro i migranti; b) contro la micro-criminalità. Sovente, i due piani si sovrappongono. Il sistema politico è uno degli agenti di questa domanda, da cui trae legittimazione politica e consensi sociali a buon mercato.

Ma non è soltanto questione di consensi. L'emergenza criminalità e sicurezza è anche banco di prova e, insieme, laboratorio dalle cui maglie la classe politica italiana:

a) approfondisce i processi di destrutturazione dei linguaggi e dei diritti tipici dello Stato di diritto e dello Stato sociale, riscrivendoli in maniera sempre più escludente;

b) cerca e trova una rinnovata legittimazione internazionale.

Non posiamo dimenticare che, nell'ordine internazionale, il migrante è assimilato al perturbante, da cui tutelarsi e a cui riconoscere una scala di diritti irrisori e, comunque, subordinati alla integrazione e assimilazione nella comunità di accoglienza. Egli è una sotto-specie e, nel contempo, un pericolo pubblico.

Le strategie anti-conflitto della democrazia pluralista italiana trovano una conferma e, al tempo stesso, vengono rielaborate in uno scenario rinnovato che trova giustificazioni e legittimazioni su scala planetaria. Di particolare, in Italia, le politiche di sicurezza conservano il taglio marcatamente repressivo con cui le forme e le azioni di governo sono state solite confrontarsi con la domanda sociale, la devianza ed il crimine (27). L'obiettivo dichiarato del diritto, dei poteri e dei saperi è quello di ricompattare corpo politico e corpo civile della società intorno a tavole di diritti minimalisti sottoposte, per di più, a costante erosione. Ecco perché la "società attiva" è periodicamente mobilitata contro le crescenti schiere degli esclusi, di cui i detenuti ed i migranti costituiscono l'anello più debole.

 

5. La sovranità senza responsabilità

Non-detto e off-limits della democrazia sono inestricabilmente avvinti alle questioni più scottanti dell'ordine dei discorsi delle società avanzate. L'agenda politica dei sistemi di governo e "governamentalità" (locali e globali) è quasi per intero occupata dall'ossessione della regolamentazione escludente dei diritti dei soggetti che incarnano l'altero e il diverso. L'Italia non fa eccezione a questa regola; anzi, le pulsioni pro-emarginazione sono coltivate e mobilitate in via permanente da un complesso apparato di mezzi simbolici, politici e comunicativi. Contro i detenuti, gli stranieri, i diversi, gli emarginati ed i poveri in genere è alimentata una campagna strisciante che si va allargando a macchia d'olio e coinvolge in maniera attiva strati sociali sempre più larghi.

La mobilitazione politica (non solo in Italia, purtroppo) avviene, ormai, quasi esclusivamente per contrapposizione frontale alle categorie sociali più svantaggiate, di cui si chiede l'esclusione e l'ostracismo. Si spera, così, di ricostruire un quadro di rassicurazione sociale, dal piano simbolico a quello socio-politico. In realtà, un ordine di rassicurazioni sociali che si regge su innesti di discriminazioni estensive ed intensive è la negazione dei fondamentali principi democratici, di cui è messa ben in evidenza la crisi irreversibile.

Nelle zone limite del non-detto e degli off limits della democrazia occorre gettare l'occhio compassionevole della critica. In questi territori massima è la sofferenza umana; massima l'ingiustizia; massima l'atrocità delle pratiche e delle strategie del potere. Nei luoghi e nei tempi del non-detto della democrazia sono ravvisabili e quantificabili i livelli di precipitazione attuale della sofferenza umana. Procedendo per queste fenditure, si viene immessi nel pieno della catastrofe che oggi contrassegna il rapporto tra poteri democratici e diritti inalienabili dei cittadini.

Il non-detto e il limite sono, dunque, tra le primarie categorie di ricognizione critica sulla politica e sulla democrazia nell'età contemporanea.

Innanzitutto, il limite del non-detto ci pone in contatto simpatetico e dolorante con ciò che è stato condannato al silenzio e all'invisibilità. Inoltre, l'indifferibile e inconcludibile dire intorno al non-detto non consente, in assoluto, che il discorso sulla politica, sulla democrazia, sui diritti e sulla libertà possa mai ultimativamente chiudersi. Il limite del non-detto emerge come categoria fondativa e ultimativa della genealogia politica e, forse, del pensare e del creare stessi.

Sul bilico di questi attraversamenti, il limite del non-detto diviene il varco attraverso cui prende inizio il cammino e la messa in moto del pensiero. Col che la categoria wittgensteiniana del non-dire e del tacere, proprio non scomparendo dall'orizzonte di ricerca, diventa esperienza sensibile. Qui, come vuole Wittgenstein, su ciò di cui non si può dire occorre continuare a tacere. Ma è proprio il tacere e il taciuto che parlano e ci parlano assordantemente.

Il silenzio dei vinti, degli emarginati e degli oppressi, dei senza parola, dei senza terra e senza casa, dei senza patria e senza diritti diviene qui la mossa che, con rumore, il discorso gioca già nel suo costituirsi. Questo modo di intendere lo statuto del pensare - e del pensare specificamente le politiche - consente di sondare le zone limite dell'umano, del sociale e del politico. A questo livello di profondità, in determinazione ulteriore, è possibile innervare i presupposti della critica tanto delle politiche del Welfare che delle strategie post-welfaristiche, intorno ai diritti e alle libertà sospese o non riconosciute.

Seguendo il cammino di posto da queste mosse che, insieme, anticipano e sorreggono il discorso, siamo immediatamente messi nelle condizioni di individuare la struttura microinfinitesimale del virus che infetta le democrazie avanzate. È il bisogno di sicurezza che partorisce le strategie dell'insicurezza, dell'esclusione e della manipolazione escludente delle "tavole dei diritti". Queste due polarità sono geneticamente avvinte. In sovrappiù, dobbiamo cogliere con nettezza che i due poli non sono in rapporto di semplice reciprocità. Al contrario, bisogno di sicurezza e strategie dell'insicurezza hanno ambedue la caratteristica di essere determinazioni positive e negative. Più esplicitamente ancora: da ognuna di queste determinazioni consegue (a) un'azione positiva di architettura e costruzione sociale e (b) un'azione negativa di impedimento e costrizione sociale. Insomma: costruzione sociale come costrizione e costrizione come costruzione sociale. La "reciprocità" del legame si insedia a questo livello di complessità e "circolarità". Lo stesso architettare positivo è, nel contempo, un impedire e un costringere; allo stesso modo col quale il momento negativo della coercizione è, nel contempo, una modalità del costruire e del fare.

Ancora di più. La causa originaria che corrompe le democrazie avanzate sta esattamente nella rimozione da esse praticata del non-detto; nella insofferenza nei confronti del taciuto espressa dai cromosomi culturali dominanti; nella carica di isterismo collettivo con cui le politiche pubbliche, la discussione politica e la comunicazione sociale affrontano i territori e i temi del limite; nelle algide pulsioni di morte con cui i soggetti del potere e l'immaginario collettivo fronteggiano l'altero e il diverso. Non possiamo, infine, dimenticare che questo cupo contrassegno delle democrazie avanzate è anche il residuo rielaborato di quell'ossessione dell'ordine e di quella mania dell'esclusione che marchia ab origine la politica e la società moderne.

Da questo angolo di osservazione, la critica delle democrazie avanzate si pone anche come superamento del 'politico' moderno. Siamo posti di fronte alla coabitazione critica delle dislocazioni temporali, da cui germina l'urgenza di uscire tanto dal passato quanto dal presente e dai futuri da loro messi in codice, in progetto e in azione. Occorre connettere, ma non confondere, le dimensioni del "sincronico" con quelle del "diacronico", incuneando una "frattura epistemologica" nel cuore di tutti gli universi discorsivi dalle culture genealogiche che abbiamo fin qui ereditato (da Nietzsche a Foucault fino alle "ricerche delle donne sulle donne").

È necessario andare oltre la genealogia. Muovendo dal non-detto, dobbiamo approssimarci al non-ancora; dal non-c'è stato, dobbiamo muovere verso il non-c'è. E non tanto e non solo verso quel non-c'è ridotto al silenzio, quanto e soprattutto verso quel non-c'è che manca ancora e attende dei soggetti, degli osservatori e degli interpreti, per essere e trasformarsi. Dai limiti del detto occorre continuamente muoversi verso i limiti del non-detto.

Tutti i luoghi del limite e del non-detto sono possibili luoghi di nascita, oltre che territori dell'oppressione, della colonizzazione e della morte. Per questa ulteriorità di transito, però, non è sufficiente il "cuore freddo" della genealogia; occorre un pensiero ancora più caldo e pieno di colore di quello tramandatoci da Nietzsche e Foucault.

Il teatro della scena sociale e dei significati entro cui è necessario scrivere e parlare nuovi discorsi procede per stazioni mobili che, diversamente dalla "via crucis", non sono un cammino lineare-progressivo. Ogni stazione intreccia e intercetta l'altra, soprattutto quando più tende a far sembrare che solo di sé stia parlando.

I discorsi che dobbiamo imparare a costruire, ricostruire e rielaborare debbono far vorticosamente mulinare innanzi ai nostri occhi scene cangianti che si compongono, scompongono e ricompongono. Lo schema epistemologico retrostante alla ricerca deve saper mettere in azione l'oggetto che si intende indagare in tutte le sue possibili composizioni, scomposizioni e movenze. È solo per l'impossibilità della scrittura di racchiudere in un segno unico il concerto polifonico dei fenomeni della vita sociale e umana che va stabilita una sequenza linguistica e discorsiva. Per questo, la scrittura deve farsi scrittura polifonica.

Ma la scrittura polifonica deve accompagnarsi con un metodo che faccia costantemente irrompere il referente testuale nel corpo del testo. Non tanto per fargli meglio testimoniare di , quanto per consentirgli di parlare dell'altro e all'altro in maniera più viva. Il testo deve essere vivo e rendere vivo e sempre nuovo il dialogo con il referente critico-testuale: entrarvi nelle viscere, per mostrarne il cuore nei suoi palpiti più profondi.

L'esigenza qui avvertita non è solo quella di cercare di cogliere il referente testuale nella sua libertà sorgiva, ma anche quella di "restituirlo" ai suoi atti liberatori, per non comprimerne il ciclo vitale. Da qui in avanti, accanto alla libertà dell'osservatore, viene anche rispettata la libertà dell'osservato: l'osservato va lasciato libero d'essere quello che è e vuole. Cioè: da questo punto in poi, lo si coglie nel suo processo di distanziamento e liberazione dall'osservatore.

Ora, gran parte della scena politica delle democrazie avanzate è oggi occupata dalla sfida tra nuovi soggetti e nuovi diritti (ad un polo) ed apparati statuali-burocratici (al polo opposto). La posta in gioco della sfida è il ridisegno dell'ordinamento statuale intorno alle tavole dei diritti fondamentali. Al riparo da occhi indiscreti, le regole della democrazia sono, ad un tempo, sospese, manipolate e agite ad personam, al di sotto di tutte le soglie minime del garantismo giuridico.

Non ingannino l'arbitrarietà e la discrezionalità estreme con cui operatori istituzionali e attori politici fanno qui scempio delle procedure democratiche. Si tratta di atti intenzionali che obbediscono ad una concezione autoritaria, se non dispotica, del rapporto tra Stato e cittadini, tra Stato e diversità etnico-culturale, tra Stato e minoranze interne ed esterne.

Gli atti arbitrari e discrezionali, diversificandosi tra di loro, costruiscono, mettono in scena e proteggono delle vere e proprie regolarità di comportamento bellicoso. Queste si introiettano negli strati profondi del tessuto politico-amministrativo e nel magma agitato della società civile, spacciandosi come "difesa naturale", assolutamente necessitata e irrinunciabile, da agenti patogeni interni ed esterni.

Qui quanto più fertile e fantasiosa è l'intenzionalità dell'arbitrio e della discrezionalità, tanto più si diffondono e innovano subculture di massa che comprimono spaventosamente il menu dei diritti. Da qui poi riparte, più serrato che mai, l'attacco alle procedure democratiche. L'offensiva riprende avvio con l'assemblaggio delle nuove regolarità del comportamento bellicoso che passano a proceduralizzarsi sul piano amministrativo. Successivamente, debordando dal piano amministrativo, si pongono come regole informali, costituendo i dispositivi delle declaratorie decisionali protette.

Il più delle volte, esse rifuggono come "nemico" il piano della "scrittura formale". Ma ciò, come la critica più avvertita ha da tempo individuato, è segno e ragione del loro potere e non della loro vulnerabilità; della loro plurioffensività e non della loro inermità; della loro permanenza e non della loro caducità.

È attraverso questi complessi processi che si auto-generano e auto-organizzano le strategie della sicurezza, nel loro essere discorso occulto e farsi offensiva palese. Discorso e offensiva che costituiscono la messa in mora delle forme e delle procedure democratiche. L'occultamento dei luoghi di formazione e decisione delle strategie e delle pratiche della sicurezza è l'anti-discorsività per eccellenza. L'analisi critica ne deve smascherare, con effetto immediato, i loro complessi e reiterati tentativi di svincolamento dalle verifiche democratiche e la loro perenne via di fuga dal confronto e dal dialogo.

Le piste dell'investigazione ci fanno impattare, ancora, nella zona di confluenza tra "moderno" e "contemporaneo". Come è sin troppo agevole rilevare, oltre alla rielaborazione semantica delle ossessioni del Leviatano, siamo qui posti in faccia alla acre ridislocazione degli inputs e outputs degli arcana imperii.

Questa confluenza di "moderno" e "contemporaneo" fa particolarmente "rumore" nei passaggi e paesaggi in cui siamo "costretti" a demistificate le ambigue relazioni tra politica e guerra e tra pace e guerra. Ciò a partire da un'evidenza palmare: il rapporto politica/guerra è assai più complicato e fitto di interconnessioni di quanto la polemologia clausewitziana (e post-clausewitziana) e la storiografia agiografica e apologetica siano disposte ad ammettere. Non solo la guerra è politica (con altri mezzi); ma anche la politica è guerra (con altri mezzi) (28).

Le categorie della polemologia vengono qui scosse dall'investigazione critica. Con Foucault, sappiamo che la guerra ambisce a farsi "presupposto" del politico, secondo un esito divergente dalla traiettoria descritta da Clausewitz e dallo stesso Schmitt. La "guerra umanitaria" del 1999 contro la Serbia è l'ultimo evento belligerante, in ordine di tempo, che ci pone di fronte a questa dura e catastrofica evidenza.

Clausewitz, a dire il vero, ammette che la "tensione assoluta" riposa nella guerra; ma, poi, destituisce questa di ogni autonomia, abbassandola a "continuazione" della politica (con altri mezzi). In Schmitt, all'opposto, la "tensione all'estremo" si localizza sempre e solo nel 'politico'. Foucault scopre, invece, che il principio di ostilità riposa tanto nella guerra quanto nella politica. Dunque: in Foucault, politica e guerra si coappartengono, sì, ma non si sovrappongono mai. Tanto che il "principio di ostilità" della politica vale quale chiave di lettura della guerra; come, all'inverso, il "principio di ostilità" della guerra funge quale chiave di lettura della politica.

Allora, è necessario cercare anche nei codici e nelle strategie della pace il senso, i percorsi e i codici della guerra. Col che tutte le comode e pigre classificazioni politica = pace e crisi della politica = guerra vengono smontate e destituite di ogni fondamento. Solo partendo dall'acquisizione che la politica è anche guerra e che la guerra è anche politica, l'indagine può avere la speranza di penetrare e interrogare la dura corteccia della storia e, insieme, "chiederle il conto".

Sulla scorta di questi passaggi, siamo condotti in prossimità di un punto centrale: la critica della storia e della politica situata dalla parte dei dominati. Il discorso su pace e guerra, soprattutto a fronte dei conflitti armati locali che si vanno aprendo senza soluzioni di continuità nel nuovo "ordine internazionale", interagisce con quello sulle razze e sulle comunità etniche ed entrambi incrociano i discorsi del/sul potere. Non solo. In tale contesto, il discorso sulle razze si autoriflette: scopre le sottoarticolazioni della razza e delle comunità etniche e non si limita alla mera demarcazione della linea di inimicizia tra razze e comunità etniche diverse.

Le società globali e planetarie della contemporaneità sono la combinazione in continuo ridefinirsi di razze e comunità etniche differenti. La democrazia e i poteri delle società avanzate si rifiutano di dar corpo organico e ordinamentale a tale amalgama. Ecco perché sono costrette ad un tremendo passaggio: la creazione d'imperio, all'interno di ogni singola razza e ogni singola comunità etnica, di vere e proprie sottoclassi sociali su cui viene esercitata una signoria assoluta, in virtù del pregiudizio culturale-biologico che le ritiene specie sociali inferiori.

Nasce, a questo tornante storico, una nuova e inquietante forma di razzismo di Stato. Ora, per il razzismo di Stato, il concetto di diverso acquisisce uno statuto biologico. Conseguentemente, la nozione di pericolo arretra, dal campo dei significati sociali, alle sfere delle permanenze, emergenze ed escrescenze biologiche. Da qui l'assimilazione del diverso sociale e culturale all'altero biologico. Da qui la dilatazione estrema della nozione di pericolo e delle categorie della minaccia che occupano per intero, soffocandoli e accecandoli, i campi di tensione del 'politico', del culturale, del sociale, del simbolico e del biologico.

Nelle forme di governo delle società avanzate, come si vede, le nozioni e le prassi di "sicurezza" e "insicurezza" sono costitutivamente avvinte. Qui la sicurezza non è semplicemente designata come assenza di insicurezza; più corposamente, è eliminazione autoritativa e coattiva dell'insicurezza. Allo stesso modo, qui l'insicurezza non è il mero ricalco negativo della sicurezza; piuttosto, è pensata e patita come patogenesi aggressiva, minaccia della civiltà e del civile convivere: è tumore biologico da estirpare, non semplice pericolo sociale contro cui vigilare. Saltano, allora, i paradigmi del "sorvegliare e punire"; trionfano i paradigmi hobbesiani della sicurezza, riscritti saccheggiando codici e saperi biologici; e si insedia il reliquiario.

Nasce in questi interstizi tumefatti l'esigenza inappagabile dell'ampliamento progressivo dell'esclusione dall'agorà. La democrazia, da sfera della discussione pubblica intorno ai diritti, la giustizia e le libertà, diviene la sorgente della disseminazione di territori trincerati, in cui i sentimenti prevalenti e contrapposti sono l'odio e la paura. L'ossessione della sicurezza genera la democrazia dell'insicurezza bellicosa.

Che ne è, a questo punto, del Welfare State? Quale "sicurezza sociale" le politiche di welfare possono garantire nell'epoca dell'insicurezza bellicosa compiutamente dispiegata? Quale lotta all'insicurezza, a questo stadio, il Welfare può mai assicurare? E ancora: non stanno già scritte nel codice genetico del Welfare le premesse di quest'esito catastrofico?

Come ben sappiamo, la "lotta all'insicurezza" è, insieme, obbiettivo immediato e motivo teleologico dell'esserci e del fare del Welfare. Il "benessere" della società finisce col dipendere dalle spese per la sicurezza sociale. Lo "Stato sociale" è, dunque, l'incarnazione perfetta dello Stato della sicurezza sociale. Ciò che resta fuori dalle sue sfere e dalle sue orbite acquisisce immediatamente lo status giuridico-politico di insicuro.

Il rischio di insicurezza è, quindi, il rovescio catastrofico del Welfare State. L'anima stessa dello "Stato sociale" appare corrosa dalle patologie del rischio. Fino a che, nell'attualità, la "sicurezza sociale" si prolunga in sicurezza rispetto al detenuto, al migrante, al deviante e a tutte le varie sottoclassi sociali a cui vanno negati perfino i più elementari diritti di democrazia.

Il processo dà la stura alla regolazione giuridico-normativa del sociale, con terribili conseguenze, la più inquietante delle quali è di tipo politico: l'effetto di sgravio dalla responsabilità dei soggetti del potere. A questo bivio, i titolari del potere divengono decisori irresponsabili: nel senso che non sono tenuti e chiamati a rispondere delle sfere di ingiustizia che costituiscono la cornice delle loro opzioni/azioni.

Se nell'epoca pre-welfaristica assistevamo alla responsabilità senza colpa della sovranità, col Welfare e la sua crisi il processo si capovolge: dalla responsabilità senza colpa, transitiamo alla sovranità colpevole, ma senza responsabilità. La responsabilità dell'ingiustizia, cioè, tende a translitterarsi nell'apprestamento delle politiche della sicurezza e nella messa in piano della difesa attiva contro la minaccia. Difendersi attivamente dalla minaccia simbolica, sociale, politica, culturale e biologica di cui sono portatrici le varie sottoclassi (interne ed esterne), con tutta evidenza, risponde qui all'imperativo categorico della legalizzazione delle decisioni politiche illegittime. La legalizzazione dell'ordine politico risolve, così, per via autoritaria la crisi della legittimazione e della rappresentanza che da almeno un trentennio colpisce le democrazie avanzate.

Società e Stato si difendono dalla minaccia di insicurezza, attraverso l'aggressione e la dissoluzione del principio di responsabilità. O meglio: la difesa attiva della società fa convergere unicamente e interamente nella forma Stato il principio di responsabilità. In questa prospettiva, una società sottratta completamente alle sfide lanciategli dall'ambiente e dai soggetti della diversità e della differenza è soltanto quella di cui può ultimativamente e integralmente rispondere lo Stato.

Ma una società di cui può interamente rispondere soltanto lo Stato è una società della massima deresponsabilizzazione. Lo Stato qui non soltanto si approprierebbe il monopolio della violenza legittima, ma si annetterebbe in linea esclusiva il principio di responsabilità. Non casualmente, le dittature in opera nel XX secolo hanno teso a coniugare il principio della loro massima responsabilità con la massima deresponsabilità della società e delle masse. Non casualmente, come indicatoci dalle più avvertite ricerche sul campo, i soggetti e le pratiche del "securitarismo metropolitano" tendono esplicitamente a delegare allo Stato il monopolio della responsabilità.

Una contraddizione catastrofica mina lo "Stato sociale", sin dal suo primo apparire. Se l'obiettivo teleologico delle strategie e delle pratiche di intervento statuale deve essere quello della sicurezza sociale; se la sicurezza sociale è conseguibile come rimozione autoritativa dei fattori del rischio, allora, Stato e società, per difendersi debbono necessariamente colpire i "soggetti pericolosi", in quanto incarnazione minacciosa del rischio. Gli stranieri, i detenuti, i "folli" e le donne sono in cima alla lista.

Vi sono sconfinamenti vicendevoli tra sicurezza e insicurezza. La, pur importante e innovatrice, dichiarazione di principio del Welfare intorno all'universalità dei diritti sociali reca in sé il "lato oscuro" dell'esclusione dalla cittadinanza di tutti gli strati e le fasce sociali non raggiunti dalle strategie della sicurezza.

Ancora: il tentativo di responsabilizzazione universalizzante operato dal Welfare State è fatalmente destinato a rovesciarsi in deresponsabilizzazione universalizzante dello Stato, a misura in cui l'area di vigenza delle politiche di protezione e sicurezza sociale si va progressivamente restringendo. Sulla media-lunga durata, proprio quello Stato che vuole esercitare il monopolio della responsabilità si trasforma nello Stato della deresponsabilità; proprio la democrazia della sicurezza si trasforma in democrazia dell'insicurezza; proprio la società dei diritti si trasforma nella società delle esclusioni.

Quanto più il processo di deresponsabilizzazione rispetto ai diritti invade le strutture del comando statuale, tanto più monta e cresce la richiesta di sicurezza sociale nei suoi confronti, da parte di una società in preda al panico. Il fatto è che tanto le politiche di deresponsabilizzazione passiva della società civile attivate dallo "Stato sociale", quanto le politiche di auto-responsabilizzazione sociale e securitaria incarnate nello Stato post-welfaristico convergono in un punto decisivo: la sottrazione dell'esercizio dei diritti ai legittimi titolari e ai potenziali destinatari. Il grado zero dei diritti dei migranti e dei detenuti è contestuale alla situazione del meno diritti per tutti che marchia la vita sociale e politica delle democrazie avanzate. Quasi che si debba percorrere a ritroso il cammino che ha condotto da sudditi a cittadini.

In termini concettuali, possiamo definire le linee mobili di questo cammino a ritroso come restrizione del principio di universalità, affermato in Europa dalla Rivoluzione Francese. Se l'ideologia securitaria si costituisce ed opera come innalzamento e difesa di confini razziali, politici, sociali, giuridici e simbolici, diventa chiaro che i meccanismi di inclusione/esclusione non sono dati una volta per tutte. Ciò in una duplice direzionalità: come non sappiamo in via definitiva chi sono gli esclusi, così non possiamo mai sapere in via definitiva chi sono gli inclusi. Le dinamiche di inclusione/esclusione sono arbitrarie e mutevoli sul piano politico e storico-sociale; mobili, sul terreno spazio-temporale. Ogni soggetto, strato, figura ecc. dell'inclusione può divenire soggetto, strato, figura ecc. dell'esclusione. Restrizione del principio di universalità significa qui che niente è garantito a nessuno e tutti sono esposti al rischio. Stato e democrazia dell'insicurezza, del resto, non possono che avere le caratteristiche somatiche della precarietà, dell'incertezza, dell'instabilità. Proprio a quest'altezza storica, un esito catastrofico si converte in un "nuovo inizio" devastante: le categorie e le prassi di governo dell'inclusione sono esattamente quelle che implementano su scala allargata l'esclusione e le sue figure multiformi; e viceversa.

(dicembre 2002-gennaio 2003)

 

Note

(*) Questo testo vuole essere la messa a punto e il primo parziale sviluppo di lavori precedenti, aventi per oggetto il carcere, la sicurezza, i diritti, i saperi, i poteri ecc. Si cerca qui di verificare e innovare i "contenuti" acquisiti, riversandoli in un "contenitore" unitario. L'apparato delle note dà conto solo dei lavori precedenti ritenuti essenziali per questo percorso. Rimane da precisare che: a) il paragrafo 4 riassume e reimposta articoli scritti a scadenza mensile, tra il 1999 e il 2001, sui temi più in vista della politica italiana, pubblicati in questo bimestrale, nella sezione Zoom; b) il paragrafo 5 è la trascrizione, leggermente rivista, dell'Editoriale n. 2 (marzo-aprile 2000) di "Focus on line".

(1) La correlazione carcere/epistemologia non deve apparire bizzarra: nel nostro tentativo di analisi, essa è un punto di partenza necessario. Del resto, a impostazioni di questo tipo non mancano precedenti. Si veda, per tutti, il recente e assai stimolante V. Crupi, Epistemologia del caso Aids: un case-study per la metodologia dei programmi di ricerca scientifica, "Epistemologia", XXIII, 2000, pp. 243-280. Sull'epistemologia, comunque, si ritornerà organicamente in un successivo contributo ad hoc del monografico.

(2) Si è cercato di dare ragione di tali processi in La pena impietosa. Luoghi, tempi e culture del carcere, Avellino, Quaderni di "Società e conflitto", n. 12, 1997; in part., cfr. capp. III, IV e VI.

(3) Così si esprime, con efficacia, G. Deleuze, La Società del controllo, "l'autre journal", n. 1/1990; successivamente, in Pourparlers (1972-1990), Minuit, Paris 1990, pp. 240-247; citiamo dalla traduzione italiana di Giuseppe Caccia, presente sul sito Filiarmonici.

(4) Cfr. I. Lakatos, La metodologia dei programmi di ricerca scientifici, Milano, Il Saggiatore, 1996 (ma 1978). Sul punto qui in esame, rilevante è anche M. Motterlini (a cura di), Sull'orlo della scienza. Pro o contro il metodo, Milano, Cortina, 1995; nel volume compare anche un contributo di Lakatos. Di I. Lakatos è assai famosa e discussa l'opera curata assieme a A. Musgrave: Critica e crescita della conoscenza, Milano, Feltrinelli, 1976.

(5) Le opere classiche di riferimento sono qui: K. Popper, La logica della scoperta scientifica, Torino, Einaudi, 1970; T. S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi, 1978.

(6) Segnaliamo, in via incidentale, che qui intendiamo superare l'orizzonte della epistemologia naturalizzata definito da A. I. Goldman, da W.V.O. Quine e dalle epistemologie femministe. Sui temi appena richiamati, è assai utile leggere le seguenti opere di Nicla Vassallo: La naturalizzazione dell'epistemologia: contro una soluzione quineana, Milano, Angeli, 1997; Teorie della conoscenza filosofico-naturalistiche, Milano, Angeli, 1999; Epistemologie femministe, "Nuova Secondaria", 7/2000; Epistemologie femministe e naturalizzazione, "Epistemologia", 23/2000; Teoria della conoscenza: tradizionalismo e femminismo, in M. Marsonet-N. Vasallo (a cura di), Donne e filosofia, Genova, Erga, 2001.

(7) Cfr., in particolare, P. K. Feyerabend, Contro il metodo, Milano, Feltrinelli, 19792. Il "pregiudizio" qui riferito imbeve di sé la stessa epistemologia post-popperiana. Un esempio per tutti è dato da T. Khun che, ben dopo "La struttura delle rivoluzioni scientifiche", ritiene che il comportamento scientifico sia il migliore "modello di razionalità" (Note su Lakatos, in I. Lakatos-A. Musgrave (a cura di), op. cit., pp. 415-416) e che la scienza costituisca il più sicuro esempio di "conoscenza valida" (Logica della scoperta o psicologia della scoperta?, in I. Lakatos-A. Musgrave (a cura di), op. cit., p. 90).

(8) Per questo ordine di problematiche, si rinvia all'Editoriale del n. 27/28 del 2003 di "Società e conflitto" e all'Editoriale n.7/2001 di "Focus on line"

(9) Sul punto, di M. Foucault rimangono fondamentali: Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Torino, Einaudi, 1976; Malattia mentale e psicologia, Milano, Cortina, 1997; Storia della follia nell'età classica, Milano, Rizzoli, 1998; Nascita della clinica. Un'archeologia dello sguardo medico, Torino, Einaudi, 1998.

(10) Per una trattazione più ampia della tematica, secondo questo crinale di ricerca, si rinvia al testo citato alla nota n. 2.

(11) Per un'analisi d'insieme della problematica, sia consentito rinviare ad A. Chiocchi, I dilemmi del 'politico', Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazione, 3 voll., 1999; per i temi in questione, rilevano: a) i capp: I-III, VI-VII (vol. I, Dall'etica alla politica); b) i capp. XIII-XV (vol. III, Dalla politica all'insieme etica/politica/poesia).

(12) Di passaggio, ricordiamo con J. Habermas: "l'idea di diritto naturale va oltre l'ideologia borghese" (Prassi politica e teoria critica della società, Bologna, Il Mulino, 1963, p. 171).

(13) In questa direzione, già G. Stabile, Ontologia del sapere politico e antropologia dell'esperienza: modello scientifico e codice pratico, in V. Dini (a cura di), Soggetti e potere. Un dibattito su società civile e crisi della politica, Napoli, Bibliopolis, 1983, pp. 238 ss. Corre obbligo precisare che l'interessante prospettiva di ricerca di Stabile non converge in toto con quella che si sta cercando qui di approssimare.

(14) Sia concesso, sull'argomento, rimandare ad A. Chiocchi, I dilemmi del 'politico', cit.; in specie, vol. I, cap. IV.

(15) Si rinvia, di nuovo, all'Editoriale del n. 27/28 del 2003 di "Società e conflitto".

(16) Una buona sintesi e, insieme, uno sviluppo delle tesi di Foucault si trova nell'articolo di G. Deleuze, La Società del controllo, cit. L'approccio è fatto proprio e articolato secondo linee originali anche dal "neo-operaismo", a partire dall'opera, ormai, già "classica" di M. Hardt-A. Negri, Impero. Il nuovo ordine della globalizzazione, Milano, Rizzoli, 2002. Per una disamina critica dei filoni "neo-operaisti", secondo le chiavi di lettura che stiamo qui approssimando, sia lecito rinviare a Antonio Chiocchi, Focus 2000. Per ripensare la politica e le sinistre, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2001, in part. il cap. IV; Id., Dismisure. Poteri, conflitto e globalizzazione, Mercogliano (Av), Associazione culturale Relazioni, 2002, in part. il cap. I.

(17) Cfr., sul punto, Teresa Bruno, Storia del carcere con riguardo alla realtà del XVIII secolo, Tesi di laurea in criminologia, Università degli studi di Napoli "Federico II", Facoltà di Giurisprudenza, Anno Accademico, 1999-2000; in part., cap. 1, § 3.

(18) J. Bentham, Panopticon, ovvero la casa d’ispezione (a cura di M. Foucault e Micelle Pierrot), Padova, Marsilio, 1983, p. 98.

(19) G. Canguilhem, Il normale e il patologico, Rimini, Guaraldi, 1975, p. 239.

(20) Di G. Bachelard qui rilevano: Il nuovo spirito scientifico, Bari, Laterza, 1951; Epistemologia, Bari, Laterza, 1971; La psicanalisi del fuoco, Bari, Dedalo, 1973; Il materialismo razionale, Bari, Dedalo, 1975; Il razionalismo applicato, Bari, Dedalo, 1975; La filosofia del non, Catania, Pellicano, 1978.

(21) Si rinvia, ancora, all'Editoriale del n. 27/28 del 2003 di "Società e conflitto".

(22) Questo, del resto, era il sostrato di pensiero della "teoria quantistica"; evidenza assai chiara a W. Heisenberg (cfr., in part., Mutamenti alle basi della scienza, Torino, Boringhieri, 1960) ed allo stesso Bachelard. Sul combinato di queste tematiche e, in particolare, sull'analisi comparata Heisenberg/Bachelard, cfr. l'assai stimolante D. Bartolini, Un nuovo modello di scientificità: il quantismo di Heisenberg alla luce dell'interpretazione bachelardiana, Tesi di laurea in filosofia, Università degli studi di Perugia, Facoltà di Lettere e filosofia, Anno accademico 1999-2000.

(23) Su questo ordine di problemi, sia permesso rinviare ad A. Chiocchi, La pena impietosa. Luoghi, tempi e culture del carcere, cit.; in part., cap. IV.

(24) Fondamentali, sul tema, le opere di L. Wacquant: Parola d'ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello Stato penale nella società neoliberale, Milano, Feltrinelli, 2000; Simbiosi mortale. Neoliberalismo e politica penale, Verona, Ombre Corte, 2002. Non meno importante, A. De Giorgi, Zero tolleranza. Strategia e pratiche della società di controllo, Roma, Derive/Approdi, 2000.

(25) Cfr. U. Beck, La società del rischio, Roma, Carocci, 2000.

(26) Un primo percorso di analisi, in questa direzione, è tentato nell'ultimo paragrafo.

(27) Questo il parere anche dell'insospettabile Censis: "... il modello italiano ha seguito orientamenti prevalentemente repressivi. Su questa scelta si può affermare che vi sia stata una singolare continuità di intenti in tutto il secolo, a partire dall'Italia sabauda, passando per quella fascista, per giungere a quella repubblicana fino ai giorni nostri. La risposta al crimine è sempre stata eminentemente punitiva. Sono cambiate le tattiche della repressione, c'è stata modernizzazione, miglioramento dell'efficienza di determinati settori, costituzione di nuovi organismi che permettessero di fronteggiare le diverse emergenze man mano che si presentavano. Ma la risposta al crimine è sempre stata ex-post facto. Ora, sebbene siano da ascrivere all’attivo di tale modello negli anni novanta una maggiore incisività contro la criminalità organizzata tradizionale ed una relativa stabilizzazione nel numero di reati è indubbio che ha fallito nell’obiettivo fondamentale: rassicurare i cittadini bloccando l’ascesa dell’allarme sociale" (Censis, Le paure degli italiani. Criminalità e offerta di sicurezza, Roma, 2000).

(28) Il riferimento è chiaramente al Foucault del "Corso al Collège del 1975-76", reperibile in Microfisica del potere, Torino, Einaudi, 1977. Su questo "luogo foucaultiano, cfr. A. Petrillo, Immigrazione e strategie dell'insicurezza. Genealogia di una politica, Relazione presentata al Convegno di Studi: Michel Foucault 1926-1996. Luoghi di una permanenza, Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa/Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli, Palazzo Serra di Cassano, 29-30 novembre 1996. Gli Atti del Convegno sono stati pubblicati dall'Hammartan (Paris, 1998) sotto la direzione di L. D'Alessandro e A. Marino. Sul punto, sia consentito rinviare anche ad A. Chiocchi, Rivoluzione e conflitto. Categorie politiche, Avellino, Associazione culturale Relazioni, 1995; in part. il cap. I.