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Focus on line, n. 17/18, settembre-dicembre 2002
E-mail: focusonline@cooperweb.it

ARRETRATI
Gli Editoriali di "Focus on line".

DALLA CRISI AL REINSEDIAMENTO POLITICO

 di Antonio Chiocchi

 

 

1. Linee strutturanti della categoria di reinsediamento politico

Il concetto di crisi ha trovato una miriade di definizioni da parte delle scienze sociali e delle scienze umane. Sin dagli anni '70, in Italia, all'interno di questo campo pluridisciplinare, il concetto è stato un terreno fertile di enunciazioni storico-politologiche. Risale a tale periodo, infatti, l'associazione del "caso italiano" al concetto di crisi: nella ricerca storico-politica, ben presto, il "caso italiano" divenne sinonimo di "crisi" (1).

Nell'occasione, non intendiamo ripercorrere i termini ed i percorsi di quel dibattito, pur ritenendolo meritorio. Per noi, il "caso italiano" oggi non è emblematico di crisi, ma di ben altro. Riteniamo che la crisi italiana apertasi negli anni '60 (2) si sia chiusa formalmente con la vittoria di Berlusconi del 13 maggio 2001. I passaggi che hanno condotto a questa chiusura hanno sedimentato un processo di reinsediamento politico.

Intendiamo leggere la crisi, ponendola in correlazione proprio con il reinsediamento politico. Quest'ultimo è una categoria che non ha ancora pieno diritto di cittadinanza nella discussione politologica. Abbiamo, perciò, l'obbligo di individuarne le linee strutturanti.

Il reinsediamento politico è, insieme, la risposta alla e la risoluzione della crisi, allorché si registra un mutamento infrasistemico. Il senso politico del reinsediamento è così qualificabile: l'evitamento della mutazione extrasistemica che non necessariamente assume le forme di un capovolgimento rivoluzionario del dato.

Possiamo rintracciare due soluzioni generali della crisi.

1a) La mutazione infrasistemica

Si ha mutazione infrasistemica, allorché la forma politica del sistema rimane invariata e si dà luogo alla ristrutturazione delle sue regole e dei meccanismi di funzionamento e riproduzione dei poteri. La mutazione si articola intorno a quattro varianti:

a) due estreme:
a1) il reinsediamento restaurativo;
a2) il reinsediamento autoritario;

b) una intermedia:
b1) il reinsediamento mediatorio;

c) una evolutiva:
c1) il reinsediamento progressivo.

Il modello di reinsediamento restaurativo ha "illustri" natali e si inserisce, a pieno titolo, nella tradizione che reagisce alla rivoluzione francese e si canonizza sul piano storico-politico nel Congresso di Vienna del 1815. La "controrivoluzione reaganiana" (e "thatcheriana") degli anni '80 attualizza il modello: non si limita a reagire contro i diritti universali sanciti dalla rivoluzione americana e dalla rivoluzione francese, ma stringe d'assedio gli stessi diritti sociali introdotti dalle politiche di welfare.

Il reinsediamento autoritario trova origine nel modello hobbesiano che attribuisce al sovrano la titolarità esclusiva della decisione politica. Il realismo politico ed il decisionismo rappresentano le diramazioni principali del modello. La stessa teoria politica di Machiavelli è riconducibile a questo modello, nonostante spiccate e non secondarie differenze. Rimane il fatto che qui è il "Principe", esattamente come il sovrano, ad avere pieno "possesso" del potere. Una retrostante concezione proprietaria del potere unisce qui Machiavelli ad Hobbes, prolungando le sue sfere di azione fino a tutto l'elitismo democratico delle democrazie avanzate, malgrado tutte le caratterizzazioni diverse che, pure, è possibile reperire.

Il modello di reinsediamento mediatorio trova i suoi natali illustri nell'ideologia liberale di Locke, per il quale l'arte del governo si sviluppa intorno ad un sistema di equilibri e contrappesi costituzionali. La successiva teoria della divisione dei poteri di Montesquieu definisce il punto alto del modello. La traduzione dei diritti universali in diritti di cittadinanza, successivamente operata dallo Stato sociale, ha costituito l'approdo inevitabile del modello.

Il reinsediamento evolutivo si innesta sul filone scavato da quello mediatorio, ma, a differenza di esso, non si limita al bilanciamento costituzionale dei poteri e all'accoglimento dei diritti di cittadinanza sociale. Sono qui modificate in maniera progressiva (sia nel senso della sequenza temporale che nella stretta accezione politica) i meccanismi di funzionamento del potere, l'assetto delle istituzioni e la loro azione relativamente al ciclo economico e alla domanda politica. Il New Deal roosweltiano costituisce il punto zenit di questa modalità di reinsediamento. Precisiamo, di passaggio, che il nostro modo di definire il reinsediamento evolutivo incunea una distinzione netta tra "Welfare State" (e/o "Stato-piano", "Stato-sociale", "Stato-assistenziale", "Stato-provvidenza" ecc.) e "New Deal".

Questi quattro differenti modelli di reinsediamento  convergono nel punto decisivo della conservazione della forma politica data, per la quale sollecitano soltanto diverse modalità di governo e di regolazione. Una progettualità di segno infrasistemico li accomuna; l'ordine infrasistemico delle strategie e delle tattiche, invece, li diversifica.

 1b) La mutazione extrasistemica

Si ha mutazione extrasistemica, allorché la forma politica del sistema cambia e si dà il via all'allestimento di nuovi meccanismi di riproduzione dei poteri.

Essa disloca tra:
- il progetto riformista;
- il progetto rivoluzionario;
- la dittatura;
- il progetto complessificante. 

Nella circostanza, non corre obbligo dilungarsi su queste modalità di soluzione della crisi, circoscrivendosi la nostra indagine sulle variazioni interne ad un sistema politico dato (3).

Sulla base di quanto abbiamo finora argomentato, dobbiamo ora osservare che mutazione infrasistemica e reinsediamento politico non sono categorie isomorfe. Anzi, siamo tenuti a rilevare che la mutazione infrasistemica ammette una pluralità di tipologie di reinsediamento politico: nel nostro modello di analisi ne abbiamo individuate quattro.

La mutazione infrasistemica è una delle variabili generali del discorso politico; il reinsediamento politico è una variabile secondaria. Detto questo, però, va aggiunto che, ai fini dell'assetto e riassetto delle strutture politiche date, non è ininfluente quale sia la modalità di reinsediamento politico che si va a realizzare in concreto. In linea di enunciato, il reinsediamento è una variabile secondaria, dovendosi parlare di mutazione infrasistemica; in linea di fatto, diviene una categoria primaria, in quanto assume il rango di regolatore/risolutore della crisi.

Esiste, dunque, un doppio livello che attiene alla categoria del reinsediamento politico: quello analitico e quello storico-politico. Mentre nell'analisi politica il reinsediamento è una categoria secondaria, nella trasformazione politica è, invece, una variabile principale. Il reinsediamento media costantemente, fluidificandoli, piano dell'analisi e piano della fattualità politica. Nello svolgimento della nostra indagine, cercheremo di non manomettere questa sua "doppia caratterialità".

 

2. Il gioco a somma variabile tra fattuale, progettuale e controfattuale

In politica - come in tutte le cose - i risultati pratici non corrispondono mai alle attese. Di ciò non dovremmo meravigliarci, se facessimo rientrare la controintenzionalità tra le determinazioni dell'agire umano, sociale e politico, sia quello formale che quello informale, sia quello organizzato che quello asistematico, sia quello coerente che quello ambiguo, sia quello individuale che quello collettivo ecc. Dovremmo, ormai, abituarci all'idea e alla realtà che le volizioni umane - di qualunque cifra esse siano ed in qualunque campo esse si manifestino - non solo sono affette da un alto tasso di improbabilità, ma si accompagnano a indici sempre più elevati di controfattualità che ne ridisegnano, se non compromettono, l'architettura originaria.

Già il paradigma della "razionalità limitata" di Simon ci ha insegnato che nessun attore: (i) può attingere a tutte le informazioni richieste dal processo decisionale; (ii) può prefigurare, a priori, la lista dei possibili risultati. Decisioni e risultati, quindi, non sono mai il massimo esigibile e/o pianificato; ma, tutt'al più, l'ottimo conseguibile nelle condizioni date. Ciò li rende migliorabili e rielaborabili di continuo. Quella che regola le decisioni e i risultati non è la statica del definito e del definitivo; bensì la dinamica complessa dell'approssimazione perfettibile.

Possiamo, per questo, dire che la "pratica" è il risultato involontario della "teoria"? Riteniamo di no. E ciò non solo e non tanto per il peso esercitato dagli "effetti perversi" dell'azione sociale e politica, quanto soprattutto per il motivo che l'effettualità pura, in quanto tale, è un idolo, se non un feticcio. Ci spieghiamo meglio.

L'effettuale provoca le risposte creative che l'ambiente e/o il sistema complesso fornisce alle volizioni/azioni umane, di qualunque genere esse siano. Ciò che sembra involontario o perverso o non desiderato, molto più semplicemente, è l'inevitabile intreccio delle determinanti del gioco a somma variabile tra fattuale, progettuale e controfattuale. Come non esiste l'effettualità pura, così non esiste la controfattualità pura.

Un esempio mirabile di questi asserti è fornito dalle vicende politiche italiane di quest'ultimo decennio.

Se si confronta la realtà politica via via sedimentatasi dopo la crisi del regime politico autocentrato sulla Dc con i vari progetti che gli attori politici avevano proposto singolarmente e definito unitariamente, si deve prontamente concludere che siamo di fronte ad una discordanza evidente. Mai come in questo periodo, difatti, la progettualità dell'attore politico è andata incontro ad uno smacco così cocente.

Tuttavia, pur non coincidendo la realtà effettuale con la realtà progettuale, non possiamo parlare di realtà totalmente indesiderata. Intanto, perché, come abbiamo appena finito di osservare, non si dà dicotomia tra l'effettuale, il progettuale ed il controfattuale; in secondo luogo, perché la crisi del progetto politico non impedisce che l'azione politica sedimenti dei riaggiustamenti della scena convenienti per tutti gli attori politici e/o qualcuno in particolare.

Con questo non vogliamo dire che la realtà politica vada brutalmente esaminata per quello che è. Al contrario, crediamo che:

  • in "quello che c'è" v'è contenuto molto di "quello che si voleva";
  • in "quello che non si voleva" risiede molto di "quello che, comunque, potrebbe far comodo";
  • in "quello che non si prevedeva" si racchiude molto di "quello che determina il futuro".

Ininterrottamente, l'attore sociale e l'attore politico lavorano sulla e sono lavorati dalla complessità del reale, intreccio in continuo rifacimento di fattuale, progettuale e controfattuale. Ecco: chi sta meglio e meglio si posiziona in questo intreccio "vince". La competizione politica, sia quella elettorale che quella degli schieramenti, è regolata dalla complessità di questi flussi. Il reinsediamento politico, a suo modo, di questi flussi fornisce una chiave di lettura dinamica o statica, a seconda dei casi. Esso è coronato da successo e procede, a misura in cui la lettura politico-culturale consegnata dall'attore politico appare ed è sufficientemente congrua e sufficientemente flessibile, tanto da adattarsi e riadattarsi ai mutamenti in corso, a quelli annunciati e a quelli imprevisti ed imprevedibili.

A dire il vero, nessuno degli attori (e degli schieramenti) politici italiani ha saputo, dalla "caduta del muro" di Berlino in avanti, leggere l'intreccio di fattuale, progettuale e controfattuale della realtà italiana. Anzi, il loro modo d'essere si è caratterizzato per l'eccentricità da essi manifestata verso questo intreccio. Così, tanto l'attore di governo che quello di opposizione hanno rivelato un'alta soglia di inadeguatezza storica, politica e culturale.

In particolare, inadeguata è parsa la coalizione di centrosinistra che, pur governando a lungo il paese, non si è dimostrata capace di lavorare ad un reinsediamento politico-progettuale. Non che essa non abbia elaborato e messo in cantiere "progetti"; anzi. Il punto dolente nasce proprio dallo sbilanciamento crescente verso cui questa coalizione ha sospinto l'intreccio di fattuale/progettuale/controfattuale.

In sintesi, può dirsi che la coalizione di centrosinistra ha schiacciato il progettuale sul fattuale, senza neanche tenere nel dovuto conto l'azione di falsificazione e smentita esercitata dal controfattuale che, almeno nei termini della pura sopravvivenza, avrebbe dovuto suggerire dei significativi mutamenti di rotta. La corsa affannosa per l'attuazione dei parametri di Maastrich (il "fatto" a cui è stato piegato il "progetto"), colmando un gap iniziale davvero notevole, ha coperto, a lungo, i vuoti e le inadempienze dell'azione di governo. Non appena tali parametri sono stati conseguiti, la coalizione è implosa, con l'apertura di varchi al suo interno e la soccombenza nei confronti del competitore esterno.

Con la sottoscrizione del "Patto di stabilità", è come se il centrosinistra fosse rimasto senza "fatto" e orfana di "progetto". Tutti i nodi, prima non sciolti o aggirati, sono venuti al pettine. Così, ha finito con il consegnare il paese ad uno schieramento politico che non aveva brillato - e tuttora non brilla - per spirito europeista; al cui interno, anzi, proliferano "comunitarismi regionali" e "nazionalismi" apertamente xenofobi e razzisti.

L'appiattimento del "progetto" sul "fatto" ha un'altra conseguenza letale: l'inseguimento del "potere per il potere" che asfissia lo spazio politico e, a lungo andare, fa perdere proprio lo scettro del comando. Non solo: pregiudica l'appoggio dei poteri forti (istituzionali ed extra) che (loro, sì, dotati di un animale "spirito di sopravvivenza" e di un "progetto di controllo") non esitano a rimpiazzare i loro riferimenti politici, ogni volta che lo richiedono la contingenza e i loro interessi strategici. Quanto più il reinsediamento è evanescente e labile, tanto più comando e interlocuzioni istituzionali si smarriscono in una sorta di "porto delle nebbie". Il medesimo accumulo di potere si rivela illusorio: un'ombra tagliata a fette.

 

3. La fine della transizione

Nel lungo tornante storico-politico che va dal 1995 al 2001, il principale terreno di mobilitazione delle risorse, per il centrodestra, è stato di natura extra-istituzionale. Si è trattato di un vero e proprio processo di accumulazione di forza extra-istituzionale, con radici profonde in quel 'sociale' che non riusciva più a trovare identificazioni e rappresentazioni; accumulo finalizzato per gradi all'assalto alle istituzioni, in previsione della loro occupazione e trasformazione radicale in senso regressivo-autoritario. Nel 'sociale' dimenticato il centrodestra ha ritrovato e riconiugato una politica autoritaria, adattandola ai tempi nuovi.

L'azione di governo del centrosinistra più schiacciava il "progetto" sul "fatto", più lasciava incustoditi i presidi e i meccanismi sociali della rappresentazione politica e dei diritti di cittadinanza, sospingendoli nel "cul di sacco" della deriva mercatista e neoliberista. Il neoliberismo "ben temperato" (fondamentalmente, di declinazione prodiana) si è rivelato, ben presto, una risposta evanescente, sia per gli interessi riconducibili all'area forte del mercato e dell'impresa (grande, media e piccola), sia per i diritti riferibili a quelle aree di cittadinanza sociale strette tra l'incudine della crisi delle politiche pubbliche ed il martello dello smantellamento del welfare.

Con la sua azione politica ed il suo programma elettorale, il centrodestra è riuscito in un progetto ambivalente, esattamente laddove è clamorosamente fallito il centrosinistra, pur cimentatosi con quest'ordine di problematiche:

a) ricondurre coerentemente e integralmente sotto l'imperio della razionalità mercatista e neoliberista il funzionamento delle politiche pubbliche;

b) convogliare verso le politiche pubbliche neoliberiste il consenso, le aspettative e le paure arcane tanto dei poteri forti che della cittadinanza sociale, non esclusa (anzi) quella emarginata.

La vittoria alle elezioni politiche del 2001 è anche il risultato del fatto indubitabile che il centrodestra è parso, a tutti, un attore di governo più credibile e più coerente; anche per questo, è stato premiato dalla competizione elettorale. Mentre l'offerta politica dello schieramento di centrodestra, per quanto insufficiente, è apparsa dotata di senso e rispondente, per quanto non coerentemente, alle esigenze che la domanda politica andava inserendo nel calendario politico, quella del centrosinistra, oltre che ondivaga, si è mostrata carente proprio sul piano della dotazione di senso, non riuscendo a formulare risposte ad hoc tanto alle domande inoltrate dall'elettorato di sinistra quanto a quelle formulate dall'elettorato moderato. Di conseguenza, l'elettorato di sinistra ha finito con l'essere demotivato e parte rilevante di quello moderato è stata intercettata dal flusso delle proposte formulate dal centrodestra.

Se è vero che occorre iniziare a porre mano a nuove "mappe di ricerca", per tentare di approssimare interpretazioni più congrue delle trasformazioni intervenute in questi ultimi dieci anni nel sistema politico italiano, un dato politico si è subito delineato con sufficiente chiarezza. Le elezioni politiche del 13 maggio 2001 hanno messo la parola fine alla "transizione italiana", anche se il termine era (e lo è ancora di più oggi) improprio. Lo scontro tra le varie forze politiche in campo, dopo l'esplosione della crisi di sistema del ciclo 1992-94, si è concluso con la vittoria dello schieramento di destra. La "transizione" è finita, senza una rigenerazione, lasciando irrisolti e aggravando i problemi di democrazia della cd. "prima repubblica".

Col 13 maggio 2001, il processo di reinsediamento politico uscito vincente è stato quello di destra; quello di sinistra è risultato soccombente, prima ancora che nei numeri, sul piano culturale. Nella sottovalutazione quasi generale, nuove culture e politiche di destra sono andate ridefinendosi concettualmente e collaudandosi empiricamente in un lungo arco temporale, a partire dalle categorie fondamentali di autorità politica, sovranità e cittadinanza. A sinistra, ben presto, ha preso piede la destrutturazione dei codici culturali di origine, nell'affannosa ricerca di un neomoderatismo centrista che non ha pagato sul piano elettorale e ha collassato i pre-esistenti insediamenti politici.

Mentre il reinsediamento politico di destra si è posto il problema cardine di recuperare e rielaborare nei nuovi assetti politico-culturali le sopravvivenze ideologiche e politiche del passato, il reinsediamento politico di sinistra, da subito, è stato afferrato dall'ossessione di rompere con le origini, per dare la "prova provata" di cambiamento e affidabilità. Il reinsediamento di destra nell'organizzare il "nuovo" non ha perso il "vecchio". Il reinsediamento di sinistra, ha perso il "vecchio" e non è riuscito ad organizzare il "nuovo".

Complessi processi di reinsediamento politico, del resto, si sono dispiegati e scontrati a scala internazionale. E, quasi ovunque, ne sono uscite vincitrici le forze di destra. Molti analisti hanno evocato il "decennio reaganiano-thatcheriano". Certamente, il riferimento è calzante. Tuttavia, non è esaustivo. Le coordinate culturali e le prassi operative della "controrivoluzione reaganiana" da sole non spiegano tutto il presente; anzi, spiegano ben poco. Non solo perché tremendamente diversi sono i contesti storici; ma perché, a destra, ci troviamo di fronte alla elaborazione e sperimentazione di linee culturali e politiche nuove. Da questo punto di vista, l'Italia è un laboratorio assai avanzato, non già la "terra delle nostalgie". Che, certo, vi sono; ma non costituiscono l'elemento qualificante del nuovo "quadro politico".

Il rapporto tra crisi e reinsediamento è stato sempre cruciale nei passaggi e nelle trasformazioni del sistema politico. Il reinsediamento, come abbiamo tentato di argomentare a più riprese, è la risposta alla crisi che conferisce legittimità e comando all'attore politico che si ricalibra in sua funzione e che la usa come "accumulazione di potere". In tale prospettiva, indubbiamente il 13 maggio ha segnato la sconfitta definitiva del progetto ulivista di "accumulazione del potere", pur avendo avuto il centrosinistra direttamente nelle mani per un quinquennio tutte le leve di comando.

Il "tracollo ulivista" appare con ancora maggiore nettezza oggi, dopo un anno e mezzo dalla disfatta elettorale, a fronte delle defaillances in cui è ripetutamente incorso il nuovo esecutivo. Ad un governo in grave difficoltà, da molti mesi a questa parte, fa eco un'opposizione che procede a vista e, praticamente, divisa su tutto. Un'opposizione recalcitrante a fare l'opposizione, fino a tutta la battaglia parlamentare intorno alla cd. "legge Cirami"; che ha abdicato a tutte le funzioni di "rappresentazione politica" del conflitto sociale. Un'opposizione che, al suo interno (non solo nella "Margherita", ma anche nei Ds), non manca di strizzare l'occhio al modello di "società attiva" contenuto nel "Libro Bianco" e al progetto di "normalizzazione subalterna" delle relazioni industriali contenuto nel "Patto per l'Italia". Un'opposizione che "riscopre" i movimenti solo in chiave elettoralistica, continuando pervicacemente ad ignorarne le istanze e le domande di senso.

Questi gli scenari del presente e del futuro prossimo che la realtà definisce quasi con cristallina purezza. Su essi occorre iniziare a ragionare. E bisogna farlo, senza guardare l'"alto" di uno schieramento di sinistra definitivamente frantumato ed imploso, ma guardando il "basso" delle iniziative sociali, culturali e politiche alla ricerca di nuovi orizzonti di vita.

 

4. L'autoritarismo neo-oligarchico

Sottostante al contesto che abbiamo appena descritto si agitano questioni e nodi politici non risolti, variamente interpretati, tanto a destra che a sinistra e al centro, con particolare riferimento alle "regolarità" e alle "varianti" del sistema politico italiano. A dire il vero, la discussione politologica ricorrente è andata concentrando la sua attenzione sulle regolarità; le varianti o sono state confinate in un raggio d'ombra, oppure lette con categorie politiche obsolete. Questo, detto seccamente, lo status generale della discussione pubblica intorno alla "politica italiana", in particolare a seguito dell'insediamento del secondo esecutivo Berlusconi.

Da qui la produzione di categorie politiche (descrittive e analitiche) che, nella realtà, poco si discostano da quelle antiche, già deficitarie di fronte alla crisi irreversibile del sistema politico imperniato sulla Dc che, ormai, data più di dieci anni. Del resto, questa, non è una persistenza casuale: l'affondamento della "prima" repubblica non ha significato il naufragio del suo armamentario politico-ideologico. Con la differenza che, estintasi la competizione tra i due blocchi, l'anticomunismo viscerale e l'autoritarismo che lo sottendeva, perdendo la loro "giustificazione atlantica", si sono sublimati allo stato puro, facendo da motivazione ideologica del nuovo "sovversivismo" delle classi superiori.

Non certo a caso, il leader della coalizione di centrodestra fa della continuità col regime scardinato nel 1992, per effetto del compiersi della crisi di legittimazione e legittimità svelata da "Mani pulite", uno dei motivi ispiratori della sua politica e della sua propaganda. Per il centrodestra, compatto su questo asse di discorso, si tratta di recuperare le condizioni antecedenti la crisi di regime, in condizioni nuove e con soggetti nuovi. Riportare a destra e lì ben mantenere il centro gravitazionale della politica italiana: si concentra qui l'impegno forte degli attori politici che si riconoscono e ricompattano nel centrodestra. Nasce da qui la contestazione sempre più accesa del "potere giudiziario", la cui azione è sentita e patita quale delegittimazione impropria degli equilibri politici dell'ancient régime. Diversamente da quanto, in maniera riduttiva, assunto dal centrosinistra, non si è di fronte ai meri "interessi giudiziari" di Berlusconi. Su questa delicata materia, pare corretto concludere che "Forza Italia" eredita il patrimonio genetico della Dc e, insieme, lo perverte e "tradisce" su questioni costituzionali di non lieve rilievo.

L'anticomunismo in assenza del comunismo fa da velo, dai dispositivi ideologici a quelli comunicativo-simbolici, alla produzione di norme e prassi di scardinamento del, già carente, modello di democrazia costituzionale consolidatosi nel dopoguerra. L'anticomunismo oggi occulta l'attacco ai diritti e alle politiche sociali; fa da apripista alla delineazione di zone franche, in cui i soggetti forti ed i poteri emergenti sono posti al riparo dalla produzione normativa e delle sue regole di legalità. Autoritarismo neo-oligarchico: ecco la faccia nascosta dell'anticomunismo oggi. Non più, come nel passato prossimo, democrazia versus totalitarismo; bensì implosione del discorso democratico nelle norme e nelle pratiche dell'autoritarismo neo-oligarchico. Intorno a questo humus si coagula la chiusura della "transizione italiana".

Si considerino da questa postazione di indagine gli atti e le decisioni più importanti che l'esecutivo ha compiuto in questo primo scorcio di legislatura: dalla derubricazione del "falso in bilancio" alla legge sul "legittimo sospetto"; dalla rimozione a mezzo di legge del "conflitto di interessi" alla nuova legge sull'immigrazione; dal "Libro Bianco" al "Patto per l'Italia" ecc. Ebbene, emergerà un insieme ben strutturato di coerenze di fondo che spiega il perché attori politici, pure, originariamente così differenti (come "Forza Italia", "Alleanza Nazionale" e la "Lega") si ritrovino uniti e compatti: il colante sta, per l'appunto, nell'autoritarismo neo-oligarchico. In questo senso, Berlusconi ha ragione, quando sostiene che la coesione della compagine governativa è salda.

La questione va al di là degli "interessi personali", "giudiziari", "imprenditoriali" ecc. di Berlusconi che, pure, un loro non secondario ruolo rivestono. Risulta, però, semplificatorio ricondurre tutto sempre e soltanto a Berlusconi. In questione è, invece, un modello che va al di là della persona e degli interessi incarnati dal capo dell'esecutivo. Il punto qui rilevante è che la "persona Berlusconi" è in funzione della implementazione di un modello di autoritarsimo neo-oligarchico. Berlusconi potrà pure passare; questo modello, invece, ambisce a restare. È qui che l'opposizione oggi mostra, in maniera vistosa, un cospicuo vuoto di analisi prospettica e di previsione politica.

(novembre 2002)

  

Note

(1) Ricordiamo, tra i tanti, due titoli emblematici: F. L. Cavazza-S. Grabaurd (a cura di), Il caso italiano (2 voll.), Milano, Grazanti, 1974; L. Graziano-S. Tarrow (a cura di), La crisi italiana (2 voll.), Torino, Einaudi, 1979.

(2) Per l'analisi dell'incubazione e delle dinamiche di tale crisi, sia concesso rinviare a A. Chiocchi, Il circolo vizioso. Meccanismi e rappresentazioni della crisi italiana (1945-1995), Mercogliano (Av), Quaderni di "Società e conflitto", n. 13, 1997.

(3) Per primi e sparsi riferimenti, comunque, alle tipologie della mutazione extrasistemica si rinvia al "materiale politico" pubblicato: